Politica economica
Il ruolo della politica economica
Sono molteplici gli atteggiamenti dell’economista riguardo al tema delle decisioni. La modalità con cui l’economista si pone nei confronti della politica determina le seguenti definizioni dell’impostazione di analisi dei fenomeni economici:
Economia positiva
L’economista cerca di determinare attraverso quali canali le decisioni influenzano i comportamenti privati; il compito dell’economista è lo studio degli effetti delle scelte di politica pubblica esercitati dalle autorità di governo regionale/nazionale/sovranazionale. La politica economica, in questo caso, viene considerata come dato esogeno, ovvero fissata al di fuori del modello di spiegazione dell’economia in contrapposizione alle variabili endogene determinate all’interno di questo modello, di cui l’economista cerca di spiegarne l’impatto. Non ha pretese di intervento a cambiare le politiche pubbliche, evita la politica come oggetto di studi e si focalizza sugli effetti delle scelte pubbliche.
Economia normativa
L’economista si domanda quale insieme di decisioni pubbliche possa meglio sostenere le finalità dichiarate considerando quindi il decisore pubblico come un benevolo pianificatore sociale. L’economista cerca di influenzare le decisioni politiche, traduce le proprie analisi in pronto intervento, in implicazioni attraverso cui può influenzare le decisioni delle attività pubbliche; l’economista ha il dovere di esplicitare le conseguenze di ogni possibile scelta. Per esempio consideriamo il caso di un governo che voglia ridurre la disoccupazione e ha a disposizione 2 politiche al prezzo da un lato di minor progressione del livello di reddito medio e dall’altro l’aumento delle disuguaglianze; tra le situazioni si definisce un “ordine di preferenza” tra le possibili conseguenze. L’economia normativa spesso porta a rinunciare a soluzioni di first best per raccomandare soluzioni di second best. La soluzione del first best è quella che conduce a un ottimo paretiano ovvero dove non è possibile accrescere il benessere di un individuo senza ridurre quello di un altro individuo o gruppo. Quando dei vincoli impediscono di raggiungere la soluzione di first best, la migliore delle soluzioni possibili, tenuto conto di questi vincoli, si chiama second best. La questione posta agli economisti è “qual è il provvedimento che presenta il miglior rapporto costo/efficacia mantenendo oltretutto una certa coerenza con le opzioni del governo e gli annunci già fatti?”. Una decisione che potrebbe avvicinarci all’ottimo di second best può allontanarci dall’ottimo di first best. L’economia moderna ha evidenziato la vastità dei problemi che si pongono a causa dell’informazione asimmetrica fra il decisore pubblico e coloro ai quali la decisione si applica; l’approccio tradizionale infatti postulava l’informazione perfetta del decisore e l’esecuzione perfetta dei suoi ordini. In sintesi quest’approccio si imbatte in difficoltà alle quali l’economia positiva sfugge per tre ragioni: a) la necessità di definire degli obiettivi di politica pubblica e comporre i trade-offs tra gli obiettivi alternativi; b) l’incertezza sulla decisione giusta in un mondo in cui sono possibili gli ottimi di secondo best e c) le asimmetrie informative.
Oggi il ruolo dell’economista è ancora più complesso rispetto a quello presentato dell’economia positiva e normativa, ora vengono considerati anche i comportamenti del decisore pubblico.
Politica economica
Questa da un lato osserva gli accadimenti, ma invece di considerare il comportamento dei decisori come esogeno, si occupa di renderne conto allo stesso modo degli altri agenti privati. La political economy si occupa di rappresentare i vincoli e i processi di decisione nei regimi democratici. L’economista analizza gli effetti delle decisioni pubbliche, ma anche le determinanti, rendendo endogeno ai modelli studiati il comportamento del decisore pubblico; esiste un’interazione strategica tra decisori pubblici ed agenti economici e quest’interazione agisce nel tempo, molto spesso i modelli economici sono modelli dinamici che prevedono una reiterazione nel tempo. Nei modelli più semplici essa si ispira ad una visione riduttiva secondo la quale i politici non hanno altro obiettivo che quello di mantenersi al potere, e quindi massimizzare le chance di rielezione. Il ruolo dell’economista è studiare il funzionamento di questi regimi e gli intenti che muovono i decisori pubblici. L’approccio della political economy è stato rafforzato da due sviluppi concomitanti. In seguito alle ricerche sulle aspettative razionali (sono dette razionali quando gli attori economici sfruttano tutta l’informazione disponibile sulle variabili pertinenti per le loro decisioni, così come sul funzionamento dell’economia, per ipotizzare le migliori previsioni possibili; l’aspettativa razionale di una variabile è il valore atteso di questa variabile nel modello utilizzato, condizionata dall’informazione disponibile) condotte in particolare da Lucas, emerge che gli agenti privati non si limitano a rispondere agli stimoli come automi ma danno prova di capacità di giudizio nel tentativo di anticipare le decisioni politiche.
Obiettivi della politica economica
Gli aspetti che la politica economica ha come obiettivo:
- Definire ed applicare le regole del gioco economico: sul mercato, tra gli agenti economici, è importante la definizione delle regole che governano i mercati (come ad esempio tutte quelle decisioni in materia di antitrust per rendere più concorrenziali i mercati);
- Tassare e spendere: una delle attività principali degli organi di governo nazionale; il sistema dell’imposizione fiscale e le varie voci di spesa pubblica sono a capo delle autorità governative nazionali (a volte anche regionali);
- Emettere moneta e regolarne l’offerta: il soggetto specifico a capo di questi due punti è la BC (banca sovranazionale BCE in Europa e Federal Reserve in America); la politica monetaria è uguale per tutti i paesi dell’area euro;
- Produrre beni e servizi: beni e servizi generati e prodotti dall’amministrazione pubblica;
- Risolvere i problemi: problemi generati sui mercati ad esempio problemi legati ad esternalità negative che si possono creare in un luogo o lungo una filiera (es. impresa chimica che produce a monte si un allevamento di pesce, può accadere che l’impresa inquina il fiume e genera l’esternalità negativa nei confronti dell’allevamento di pesce; la politica economica interviene fissando una soglia di inquinamento imposta dalla legge altrimenti si incorre in sanzioni);
- Negoziare accordi con altri paesi: analizzare gli accordi tra paesi (accordi di commercio ad esempio).
Gli obiettivi della politica economica sono numerosi e contradditori fra loro; in altri termini persegue molteplici finalità e si vede affidare obiettivi ambiziosi, senza che sia necessariamente presa in considerazione la difficoltà, se non l’impossibilità, di realizzarli simultaneamente. La politica economica dispone di numerosi strumenti; i più tradizionali riguardano la politica monetaria (fissazione del tasso d’interesse), politica di bilancio o fiscale (livello della spesa pubblica, aliquote). Consideriamo che il governo persegue n obiettivi economici diversi.
La politica economica può essere vista come un insieme di trade-offs. Il decisore politico ha un insieme n di obiettivi avendo a disposizione un insieme p di strumenti per raggiungerli, ovvero p variabili di cui può direttamente scegliere il valore. La politica economica consiste allora nello scegliere p strumenti al fine di minimizzare il valore della funzione di perdita, vincolata al funzionamento dell’economia.
Gli obiettivi possono essere, raramente, uguali agli strumenti che si hanno. Se gli n obiettivi sono indipendenti ed in numero uguale ai p strumenti, anch’essi indipendenti, allora tutti gli obiettivi possono essere raggiunti (regola di Tinbergen: quando il numero di strumenti è uguale al numero di obiettivi, n=p, quest’ultimi potranno essere raggiunti tutti).
Molto spesso il numero di strumenti a disposizione è inferiore al numero di obiettivi. Questi ultimi, quindi, non possono essere raggiunti contemporaneamente. Avendo molteplici obiettivi e una gamma limitata di strumenti la norma è quella di dover ricorrere ai trade-offs: quale obiettivo o parte di obiettivo sacrificare per favorirne uno diverso dipenderà dall’orientamento politico del decisore pubblico e dalle priorità che assegnerà ai diversi obiettivi. Gli obiettivi da perseguire hanno un costo, e l’ammontare di risorse solitamente non basta a coprire tutte le spese per conseguire gli obiettivi. Di solito quindi il decisore sacrifica degli obiettivi per realizzarne altri. Un esempio di trade-off è inflazione-disoccupazione questo risale agli anni '60: l’economista Philips mise in luce la relazione negativa tra tasso di disoccupazione e tasso di crescita dei salari nominali; se la disoccupazione scendeva l’inflazione aumentava (stagflazione) (fino a quel momento erano considerati due fenomeni incompatibili). La curva di Philips mostra proprio come la riduzione della disoccupazione viene “pagata” con un aumento del tasso d’inflazione. Il compito dell’economista era mettere in luce questo trade-off, quello del decisore di scegliere una combinazione disoccupazione-inflazione funzionale agli orientamenti più diffusi nella collettività.
[Negli anni '80 e '90 le persistenti difficoltà delle economie europee sia in termini di crescita che di occupazione hanno evidenziato i limiti dei consueti trade-offs di politica economica. Esemplare è stata la gestione del rapporto occupazione-produttività].
Supponiamo che il governo abbia n variabili target, la funzione di perdita L rappresenta lo scarto che si realizza tra gli obiettivi e il loro outcome di realizzazione. Supponiamo che il governo disponga di p strumenti di politica economica, e che esiste una funzione H che collega lo stato dell’economia Y al vettore X degli strumenti di politica economica. La decisione di politica economica può allora esprimersi come minimizzazione vincolata: trovare per gli strumenti i valori che assumono tali che minimizzano L (lo scarto in termini di perdita) sotto il vincolo. Supponiamo di avere due obiettivi, le rette negativamente inclinate rappresentano il trade off tra i due obiettivi. Ipotizziamo che gli obiettivi possono essere misurabili. Per conseguire un tot di ammontare dell’obiettivo 1 si sacrifica di conseguenza parte di obiettivo 2 (ci si muove lungo la retta per vedere il trade-off).
g (Y1, Y2) rappresenta il trade-off tra Y1 e Y2, i due obiettivi, in presenza di un determinato quadro istituzionale I. Per una coppia qualsiasi di obiettivi per i quali si manifesta un trade-off, si ha il saggio marginale di sostituzione che esprime il valore relativo di un obiettivo rispetto all’altro. È possibile scambiare il miglioramento di un obiettivo con il deterioramento dell’altro in relazione inversa agli effetti di queste variazioni sulla funzione di perdita.
La politica economica può cercare di modificare il quadro delle istituzioni, attraverso riforme strutturali definendo un quadro istituzionale J, al fine di migliorare i termini del trade-off tra Y1 e Y2. Le riforme strutturali possono essere interpretate come tentativi di modificare le combinazioni di politica economica modificando le istituzioni. In presenza di questo trade-off, che non è eliminabile, si può intervenire adottando le così dette riforme strutturali (riforma strutturale es. riforme sul mercato del lavoro, quello italiano in particolare viene considerato rigido, (riforma Biagi)). Un decisore pubblico può decidere di modificare il quadro istituzionale per render migliore il trade-off: la retta si sposta verso l’alto quindi si può perseguire un livello di obiettivo 1 ottenendo un livello di obiettivo 2 migliorato rispetto alla situazione precedente di modifica del quadro istituzionale.
Considerando la rappresentazione standard delle curve di offerta e domanda di lavoro sul piano (W/P;L) possiamo identificare le regioni dello spazio che corrispondono al surplus del datore di lavoro e del lavoratore:
- Surplus datore di lavoro: regione che sta al di sotto della curva di domanda, ma al di sopra del salario di equilibrio (triangolo P);
- Surplus del lavoratore: regione che sta al di sopra della curva di offerta, ma al di sotto del salario di equilibrio (triangolo Q).
Il guadagno totale per l’economia, dato dalle transazioni sul mercato del lavoro, in condizioni di concorrenza perfetta è dato dalla somma P+Q. I mercati competitivi massimizzano il guadagno derivante dalle transazioni tra i soggetti coinvolti, nel nostro caso lavoratori e datori di lavoro, attraverso un’allocazione efficiente delle risorse (nel nostro caso la risorsa è rappresentata dal lavoro). La disamina degli effetti derivanti dall’introduzione di oneri contributivi può essere effettuata anche in termini di spostamento dalla situazione perfettamente efficiente data dall’equilibrio competitivo in assenza di oneri.
Nei casi esaminati, il triangolo ABE rappresenta la cosiddetta perdita secca (deadweight loss). Indipendentemente dal fatto che la tassa sia imposta sui lavoratori o sui datori di lavoro si ha sempre una perdita di efficienza nel sistema complessivo, poiché il surplus di entrambi (o di uno solo) i soggetti si riduce.
Sul mercato del lavoro così come sul mercato dei beni si possono tracciare delle rette. I lavoratori offrono lavoro e le imprese domandano. La domanda ha inclinazione negativa perché via via che aumenta il salario si riduce la quantità di lavoratori che le imprese vogliono impiegare nel loro processo produttivo: il lavoro rappresenta un costo per le aziende, via via che aumenta l’input del salario l’impresa via via contra la produzione. L’offerta ha inclinazione positiva perché all’aumentare del salario tende ad aumentare l’offerta di ore di lavoro sul mercato. L’intersezione tra le curve rappresenta il punto in cui tutti i lavoratori sono impiegati, è il punto di concorrenza perfetta del mercato del lavoro. Il surplus che viene generato è dato dal triangolo che si forma tra le curve e l’asse delle y, questo è diviso in due dalla retta del salario di concorrenza perfetta: surplus per le imprese e surplus per i lavoratori. In un mercato del lavoro come questo la distribuzione del surplus è ugualitaria. Tuttavia non è detto che l’inclinazione delle curve sia quella (potrebbero essere più rigide quindi più verticali, e la suddivisione del surplus dipende dall’inclinazione delle curve). [foto][foto] il surplus generato è il surplus massimo possibile. Se in questo modello si inserisce un terzo attore cosa succede: lo Stato impone le tasse (figura a dx) come si spartisce il surplus? Si spartisce tra 3 attori: imprese, lavoratori e governo. T = tasso, DL= perdita secca ovvero quella parte di surplus che non viene più prodotta nel mercato. Il gettito fiscale può essere usato per: scopi di stabilizzazione del ciclo economico o redistributivi.
Perché intervenire
Quali sono le ragioni alla base dell’intervento pubblico
L’intervento pubblico deve trovare una giustificazione. Secondo un’impostazione classica, condivisa dai neoliberisti, i mercati sono in grado di governarsi da soli e quando c’è intervento pubblico si perde il surplus generato sul mercato, questo ragionamento si basa sull’equilibrio di concorrenza perfetta (genera il surplus massimo); quindi ci troviamo in una situazione di ottimo paretiano: non si può intervenire cercando di migliorare la condizione di un agente economico senza peggiorare quella di un altro. Siamo in perfetta efficienza e tutto il surplus generato va agli agenti economici. Data questa situazione sembra che non vi sia motivo per l’intervento pubblico (laissez-faire), tuttavia motivi per l’intervento esistono. Es. L’equilibrio di concorrenza perfetta di piena efficienza non ci dice nulla sull’equità relativa alla distribuzione del surplus generato. Es. Mercato del lavoro con introduzione di oneri sociali. In realtà l’equilibrio di concorrenza perfetta genera sì il max surplus ma non ci dice nulla sulla distribuzione delle risorse generate sul mercato: la distribuzione può essere perfettamente egualitaria (viene condiviso da tutti gli agenti), o essere non eguale.
Le tre principali motivazioni alla base dell’intervento pubblico
- Allocazione delle risorse: l’assegnazione delle risorse ai diversi possibili utilizzi;
- Stabilizzazione macroeconomica: affronta gli shock esogeni che allontano l’economia dall’equilibrio;
- Redistribuzione fra agenti o regioni: la modifica della distribuzione del reddito all’interno di una particolare società.
Le politiche allocative cercano di accrescere output potenziale. Le politiche di stabilizzazione cercano di minimizzare il gap tra output effettivo e potenziale. Allocazione e stabilizzazione influiscono sul livello dell’attività economica nel suo complesso. La distinzione fra loro rinvia alla differenza fra il trend economico di lungo periodo e le fluttuazioni di breve periodo che l'interessano.
In un modello semplificato l’output potenziale è determinato dai fattori di produzione (principalmente l’offerta di lavoro e lo stock di capitale), così come dai fattori che influenzano l’efficienza produttiva. L’output Y è quindi funzione di K (stock di capitale).
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