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Politica economica

Capitolo 1: Mercato e stato

Il mercato è un meccanismo di coordinamento delle decisioni economiche attraverso un sistema di prezzi parametrici: famiglie e imprese considerano i prezzi come un parametro dato e su questa base decidono quanto e che cosa consumare e produrre. Nell’ambito del mercato gli individui possono prendere decisioni sulla base di molteplici motivazioni, che hanno un motivo di fondo comune, che è l’interesse proprio (Adam Smith).

La teoria economica semplifica la molteplicità di motivazioni umane ad una sola, quella del profitto, definito come remunerazione del capitale produttivo. La massimizzazione del flusso di profitti implica la massimizzazione del capitale, in cui in un’economia nella quale il comportamento dei soggetti sia principalmente la massimizzazione del capitale è definita capitalismo di mercato.

Il capitalismo del mercato consiste in una libera economia di mercato nella quale gli individui sono liberi di decidere senza alcun vincolo, in particolare da parte dello stato. Il motivo del profitto diventa così inconsapevolmente strumento di pace sociale in cui i prezzi privati coincidono con i prezzi sociali.

La caratteristica centrale del mercato è il decentramento del potere decisionale in cui gli individui sono liberi di decidere ciò che per loro è meglio e dall’aggregazione delle decisioni individuali emerge l’obiettivo comune desiderato. Questa teoria sta alla base della mano invisibile di Adam Smith. In questa prospettiva la responsabilità dello stato dovrebbe essere limitata e circoscritta alle funzioni di uno stato minimale.

Un’importante evoluzione teorica e pratica del rapporto fra stato e mercato è il principio di sussidiarietà, l’idea cioè che famiglie e imprese abbiano la responsabilità della prima mossa, mentre lo stato muove per secondo, solo quando la prima mossa si riveli inefficace o sbagliata. Sempre secondo tale principio, il bisogno dello stato cessa quando il coordinamento di mercato ritorna a funzionare in modo efficiente.

Situazione opposta è la centralizzazione del potere economico e politico, in cui siamo in presenza di un capitalismo di stato con il potere politico di pianificare le scelte economiche di tutte le imprese. Un esempio può essere l’Unione Sovietica, che ha tuttavia dimostrato l’inadeguatezza di questa via. Il reale punto di debolezza di quella condizione teorica si è rilevato essere l’impossibilità pratica del poter disporre di tutte le informazioni necessarie per una pianificazione centralizzata di tutta l’attività economica.

Il decentramento di mercato è inevitabile poiché non viviamo più in un mondo di autarchia. Però va tenuto conto che nelle moderne economie di mercato esiste sempre un pianificatore, come ad esempio la Banca Centrale Europea che esercita un potere politico sull’economia.

Capitolo 2: Concorrenza e mercato

Il mercato è l’incontro di persone per l’acquisto e la vendita di beni esposti al pubblico, in date e luoghi prefissati. Definire il concetto di mercato è quindi indispensabile per poter creare nuovi mercati e definire i confini rispetto a ciò che non è mercato.

Il confine tra mercato e non mercato è mutevole: rientra nel mercato l’attività economica a cui corrisponde un prezzo e uno scambio. Esso può essere definito come:

  • Luogo di incontro
  • Luogo di opportunità fra chi offre e chi domanda: lo spazio di opportunità di mercato si amplia al crescere delle sue dimensioni
  • Luogo di comunicazione di prezzi e qualità fra compratori e venditori: il luogo di comunicazione è spesso un luogo virtuale di interazione
  • Luogo virtuale di confronto nella quale gli operatori economici scelgono il miglior prezzo per un dato bene omogeneo
  • Rete di infrastrutture tecniche di comunicazione fra domanda e offerta

Per quanto riguarda la concorrenza possiamo avere diversi significati con riguardo all’analisi economica e al linguaggio corrente. Nella teoria economica un’impresa concorrenziale non compete in realtà con alcuna altra impresa, essa produce e vende qualunque quantità del bene al prezzo di mercato. Nel linguaggio corrente la nozione di concorrenza diverge rispetto a quella della teoria economica e si identifica nell’idea di concorrenza come gara.

Nella concorrenza come gara le imprese competono fra di loro per una maggior quota di mercato producendo un beneficio che va a vantaggio della collettività. I benefici della concorrenza devono tuttavia essere chiari con esattezza: per guadagnare quote di mercato le imprese devono proporre ai consumatori prodotti migliori a prezzi più bassi, il che implica una maggiore efficienza.

Un mercato a forte concorrenza è un mercato che ha le seguenti caratteristiche:

  • Omogeneità: le imprese producono gli stessi beni
  • Prezzi esogeni: prezzi uguali tra loro
  • Assenza di asimmetrie informative
  • Presenza di molte aziende piccole

Se prendiamo come mercato di riferimento il mercato monopolista, siamo in presenza di un solo produttore che fornisce un dato bene o servizi a una molteplicità di consumatori per un dato prezzo. Nel caso in esame la struttura di mercato è tale da consentire al monopolista una perfetta discriminazione di prezzo, non esistendo connessioni fra i consumatori e quindi è possibile fissare un prezzo distinto per ciascun consumatore.

Situazione opposta è il mercato perfettamente concorrenziale, caratterizzato da un elevato numero di produttori e un numero elevato di consumatori. Il numero di connessioni fra ciascun produttore e consumatore è molto elevato. Se ogni consumatore conosce i prezzi dei produttori, il prezzo del bene o servizi sarà spinto verso un unico livello che è anche il più basso.

Oggi siamo in un mondo il cui grado di connessione fra le persone è molto elevato, portando anche delle problematiche perché non si è più in grado di comprendere i vari collegamenti fra le persone, tanto che si è arrivato a definire il mercato connesso in cui sono molteplici le connessioni fra i vari interlocutori. I mercati perfettamente concorrenziali richiedono la presenza di una molteplicità di condizioni che difficilmente sono verificabili in concreto. Il numero delle imprese presenti sul mercato è elevato in un mercato concorrenziale, si riduce in un mercato monopolistico e diventa di poche unità nel caso di un mercato oligopolistico.

La teoria economica dei mercati concorrenziali si basa sull’ipotesi che le imprese e i consumatori siano price-taker: i prezzi rappresentano cioè un parametro che i soggetti assumono come dato. Nella realtà economica le imprese possono disporre di un potere di mercato sui prezzi. Le principali cause del potere di mercato di un’impresa sono:

  • La dimensione dell’impresa: le grandi imprese hanno, a parità di altre condizioni, un maggiore potere di mercato. Il limite di questo processo evolutivo è il monopolio
  • I rendimenti crescenti: le imprese che hanno un vantaggio tecnologico o organizzativo riescono ad aumentare la produttività in misura superiore alle imprese concorrenti. Il costo unitario dei beni e servizi prodotti diminuisce con l’aumentare della scala di produzione.
  • Segmentazione del mercato: è possibile che un’impresa sia piccola nel mercato definito dal bisogno base, ma al tempo stesso sia dominante nel segmento scelto.

In presenza di potere di mercato sui prezzi sono possibili molteplici forme di mercato, classificabili sulla base del numero dei compratori e venditori:

Compratori / Venditori Un compratore Due compratori Pochi compratori Molti compratori
Un venditore Monopolio Monopolio bilaterale
Due venditori Duopolio Bilaterale duopolio
Pochi venditori Oligopolio Oligopolio
Molti venditori Monopsonio Duopsonio Concorrenza monopolistica

In presenza di un potere di mercato sui prezzi l’equilibrio e l’efficienza dell’economia sono molto più problematici da dimostrare. Tale potere di mercato implica come cruciale conseguenza l’indeterminatezza della curva di offerta.

Concetto differente rispetto alla concorrenza è la contendibilità. Si parla di mercati contendibili quando esiste la possibilità per qualunque impresa di entrare e uscire dal mercato senza alcun costo. In un mercato con queste caratteristiche qualunque concorrente potenziale può trasformarsi in un concorrente effettivo, appropriandosi di eventuali sovraprofitti.

L'arbitraggio

L’arbitraggio è l’operazione attraverso cui si realizza un profitto certo acquistando un bene o un’attività finanziaria a un prezzo basso e rivendendola a un prezzo più elevato. L’arbitraggio rappresenta un meccanismo di mercato più forte della concorrenza, infatti, nel caso dell’arbitraggio è sufficiente la presenza di un soggetto che abbia la possibilità di sfruttare l’opportunità di profitto certo.

La forza del meccanismo dell’arbitraggio è evidente nel mercato internazionale dei cambi, in cui questo garantisce un esatto rapporto fra le diverse valute. Il meccanismo dell’arbitraggio funziona sfruttando le possibilità di guadagno che possono crearsi con l’acquisto e la vendita di valuta su diversi mercati.

Prendiamo per esempio le valute yen, euro e dollaro:

  • yen/euro = 126,08
  • yen/dollaro = 109,36
  • dollaro/euro = 1,1529

Se il meccanismo di arbitraggio funziona deve valere l’uguaglianza:
dollaro/euro = yen/euro / yen/dollaro
1,1529 = 126,08 / 109,36

Disegno di un meccanismo

Il disegno di un meccanismo serve a far incontrare la domanda e l’offerta. Nel mercato USA operano i market makers, il cui compito istituzionale è proporre coppie di prezzi per i quali si propongono come compratori o venditori di un titolo. Nel mercato Europeo operano gli order driven in cui il prezzo è formato dall’incrocio tra acquisto e vendita nella piattaforma telematica. Avremo così un prezzo ufficiale che sarà la media ponderata di tutti gli scambi ed il prezzo di equilibrio che è il prezzo che consente di ottenere la massima qualità scambiata.

Il market makers del mercato americano è più personalizzato, cioè può effettuare manipolismi rispetto all’order driven in Europa, lavorando di arbitraggio.

Meccanismo di Tinbergen

L’insieme di equazioni strutturali che rappresentano il funzionamento di un’economia è il medesimo per i problemi di politica economica e per i tradizionali problemi di teoria economica. Ma l’uso fatto di queste equazioni è differente. Nei problemi tradizionali, gli strumenti politici sono fra le grandezze date e gli obiettivi le incognite. Nella teoria della politica economica queste due categorie invece si scambiano: in un certo senso, il problema è invertito.

Meccanismo di Hurwicz

Hurwicz propone l’approccio dei meccanismi sulla base delle seguenti ipotesi:

  • Le decisioni economiche sono decentrate
  • Gli individui hanno informazioni private
  • Esiste un vincolo degli incentivi che va soddisfatto affinché gli individui rilevino le loro vere informazioni private. L’esistenza di un vincolo degli incentivi è rilevante anche sul piano della teorica economica.
  • Un meccanismo è definibile come un quadro di istituzioni e accordi, formali e informali, regole sulla base dei quali gli individui decidono
  • Il disegno di un meccanismo appropriato all’obiettivo diventa perciò la soluzione per l’implementazione dell’obiettivo.

Differenze tra Hurwicz e Tinbergen

Le analogie e le differenze fra la teoria dei meccanismi e l’approccio strumenti-obiettivi possono essere così sintetizzate. La visione dell’organizzazione economica è simile, ma per Tinbergen è più orientata al ruolo del “pianificatore” mentre per Hurwicz è più rivolta al decentramento decisionale, di mercato e non. In entrambi gli approcci gli obiettivi sociali sono il punto di partenza dell’analisi. Per Hurwicz il punto di vista fondamentale è quello di ossidare il meccanismo come valore di una variabile da risolvere come l’incognita di un problema. In un problema di disegno la funzione obiettivo è il principe dato mentre il meccanismo è l’incognita.

Disegno di un meccanismo walrasiano

  • Esiste un banditore: colui che annuncia un vettore dei prezzi
  • Dato questo vettore ciascun soggetto formula proposte d’acquisto e vendita per i n beni e le comunica al banditore
  • Il banditore fa proposte d’acquisto e vendita per ogni bene e ne calcola il saldo in cui potremmo avere:
    • Domanda aggregata = offerta aggregata: siamo nel caso di equilibrio
    • Domanda > offerta oppure domanda < offerta: in questo caso nessuna transazione si realizza perché siamo in presenza di prezzi falsi perché sono diversi da quelli di equilibrio
  • Dato che i prezzi non sono di equilibrio per il caso D>O il banditore annuncerà un nuovo prezzo superiore, nel caso D<O annuncerà un prezzo inferiore
  • Se il vettore dei prezzi non sarà ancora in equilibrio si riprocederà con lo stesso procedimento.
  • Quando con questo processo si giunge a un vettore d’equilibrio il banditore annuncia ai soggetti che possono scambiare a quei prezzi

Problemi:

  • Cosa succede fuori dall’equilibrio
  • Chi è il banditore in concreto
  • Ogni soggetto possiede da scambiare

Se non c’è una dotazione iniziale il mercato, che è un gioco oltre che un’infrastruttura, non funziona. L’equilibrio di mercato è raggiunto con un vettore di prezzi uguali a quelli privati annunciati dal banditore, che comprende anche i danni e i vantaggi delle esternalità relative a quel bene. Quindi per definizione i prezzi walrasiani sono sociali.

Il problema del coordinamento

Nell’interpretazione neokeynesiana il ciclo economico è l’espressione di un disequilibrio fra domanda e offerta aggregata: il meccanismo dei prezzi risponde con ritardo ai segnali di domanda e di conseguenza non si realizza un coordinamento istantaneo delle decisioni individuali.

In presenza di potere di mercato il sistema dei prezzi non garantisce il coordinamento verso equilibri economici efficienti in senso paretiano: il ciclo economico diventa un problema di mancato coordinamento. Supponiamo che l’economia sia composta solo da due imprese e che ciascuna impresa possa scegliere se aumentare i salari dei lavoratori o lasciarli invariati. Ipotizziamo la seguente matrice dei payoffs:

B1 (aumento salari) B2 (salari costanti)
100,100 85,95
A1 (aumento salari) 95,85 90,90
A2 (salari costanti)

Esistono due equilibri di Nash con strategie pure: la coppia di strategie A1 B1 con un payoff (100,100) e la coppia di strategie A2 B2 con un payoff (90,90). Dati questi payoff la strategia di aumento simultaneo dei salari è la più efficiente per le singole imprese e per l’economia. Se l’economia è nell’equilibrio inefficiente 90,90 si apre perciò uno spazio per interventi di politica economica con lo scopo di portare i giocatori a selezionare l’equilibrio 100,100.

Invece secondo una strategia mirata ogni strategia viene giocata con una certa probabilità, anziché fare una scelta netta si fa una scelta probabilistica. In questo caso le imprese non hanno la certezza sulle scelte, ma solo una probabilità di scelta. Nel caso di 9 imprese, l’impresa A sceglierà la strategia A1 di aumento dei salari, solo se ha la quasi certezza che anche le altre imprese faranno altrettanto, infatti in questo caso la probabilità che permette all’impresa di scegliere la strategia A1 è pari a p^8: è necessario uno strumento di coordinamento. Due possibili esempi sono l’esistenza di un contratto nazionale, oppure una politica fiscale credibile di tipo espansivo per l’intera economia.

Dominanza di rischio: (Harsanyi e Selten)

Con l’introduzione del concetto di dominanza di rischio la matrice dei payoffs si modifica dalla precedente:

B1 (p=1%) B2 (1-p=99%)
99,49 0,0
A1 (q=51%) 0,0 1,51
A2 (1-q=49%)

Applicando il concetto di strategia pura anche in questo caso si individuano due equilibri: A1,B1 e A2,B2. Per quanto riguarda le strategie miste vi è una somma minima di rischio sulla base che è possibile attribuire un grado di rischiosità per ogni scelta. Gli individui sceglieranno singolarmente, ma dato che vale la legge dei grandi numeri, approssimativamente il mercato non sbaglia mai. Infatti vi è una razionalità limitata che potrebbe portare agli errori dei singoli arrivando ai payoffs 0,0.

Per il giocatore A la strategia A1 è molto rischiosa rispetto alla strategia A2. Per il giocatore B la strategia B2 è poco meno rischiosa della strategia B1. Ipotizzando che i payoff siano di conoscenza comune: ad A conviene A1, a B sapendo che A sceglie A1, conviene B1.

La politica fiscale

La pressione fiscale è il rapporto tra i tributi e il reddito imponibile dei contribuenti. La pressione fiscale è un indicatore economico rappresentato in termini percentuali. Misura la quota del reddito prelevato dallo stato o dagli enti locali tramite imposte, tasse, tributi allo scopo di finanziare la spesa pubblica. La pressione fiscale è il rapporto tra la somma dei tributi T (imposte dirette e indirette) e dei contributi sociali obbligatori (C) con il reddito (Y).

Gli obiettivi e gli strumenti della politica fiscale sono diversi, ma non indipendenti rispetto a quelli di politica monetaria.

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Scienze economiche e statistiche SECS-P/02 Politica economica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher carlokauf di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Politica economica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università Cattolica del "Sacro Cuore" o del prof Campiglio Luigi.
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