Tasso di cambio e accordo Bretton Woods
Il tasso di cambio è il prezzo di una moneta espresso in un’altra moneta. Ci sono vari tipi di cambi:
- Cambio fisso (quando è fissato dalle autorità monetarie e non può essere modificato);
- Cambio fisso ma aggiustabile (il tasso di cambio è fisso ma nel corso di tempo si prevede una banda di oscillazione per consentire alle autorità di avere un margine in cui stare tranquilli nel caso si discosta dal cambio fisso);
- Cambio flessibile (cambio fissato dal mercato Forex, mercato delle valute).
Nel grafico di domanda e offerta del cambio viene indicato sull’asse delle ascisse la quantità di valuta domandata e offerta e sull’asse delle ordinate il tasso di cambio lira/dollaro espressi in lire. DD e SS sono rispettivamente la domanda di valuta dei residenti italiani per l’acquisto di beni prodotti negli Stati Uniti e l’offerta di valuta dei residenti americani per acquisto di beni prodotti in Italia. Tra cambio e domanda di valuta esiste una relazione inversa.
Domanda e offerta
Dal lato della domanda: variando il cambio verso l’alto (nell’ordinata) ai residenti italiani NON conviene acquistare all’estero, al contrario, variando il cambio verso il basso, conviene acquistare all’estero. Dal lato dell’offerta: variando il cambio verso l’alto ai residenti americani conviene acquistare in Italia, al contrario, variando il cambio verso il basso NON conviene acquistare in Italia.
Esempio di vendita
Esempio, vendita di camice dall’Italia agli Stati Uniti:
- Cambio c = 1.000, Prezzo in lire = 100.000, Prezzo in dollari = 100, Domanda americana di camice italiane = 10.000, Entrate in dollari = 1.000.000
- Cambio a = 2.000, Prezzo in lire = 100.000, Prezzo in dollari = 50, Domanda americana di camice italiane = 50.000, Entrate in dollari = 2.500.000
Nell’esempio vediamo due limiti: Il primo è che il prezzo in lire è rimasto invariato, ma con il cambio più alto il tessuto per fare la camicia (che si presume non produco in Italia, ma importo) mi è aumentato quindi anche il prezzo della camicia quasi sicuramente aumenterà. La lira infatti si è svalutata rispetto al dollaro, prima valeva 1.000 poi 2.000, questo comporta l’inflazione (aumento dei prezzi). Il secondo è che variando il prezzo varia la quantità domandata, quindi si suppone elasticità, ma nel caso in cui la domanda estera sia rigida il percorso svalutativo peggiora la situazione dato che con domanda rigida la domanda americana rimane invariata e questo comporta entrata minore.
L'accordo Bretton Woods
Nel 1944 ci fu un importantissimo accordo post-guerra, chiamato Bretton Woods (dal nome della cittadina americana in cui si è tenuta), riguardante il sistema dei cambi internazionali. Nella conferenza si incontrano due correnti di pensiero: la componente inglese guidata da Keynes e la componente americana, vincitrice della guerra, rappresentata da White.
La proposta inglese dice di dar luogo ad una moneta internazionale che non appartenga a nessun paese chiamata bancor e di creare una Clearing House (stanza di compensazione) dove vengono annotati tutti gli importi di credito e di debito della bilancia di pagamento di tutti i paesi. La proposta americana si basa invece sulla scelta del dollaro come moneta internazionale, impostando così il cambio oro-dollari pari a 35$ l’oncia (sistema cambio aureo fisso con margine di oscillazione del 1%), tutte le altre valute quindi erano agganciate al dollaro e indirettamente anche all’oro.
Molti si sono interrogati sul perché della scelta della proposta americana, le linee convergono su una serie di fattori:
- La presenza di un’economia dominante che sostituisce la vecchia leadership della Gran Bretagna;
- Avendo creato questo modello oro-dollaro, il paese che possedeva la maggiore quantità di oro erano proprio gli Stati Uniti, i quali potevano quindi assicurare le conversioni;
- Gli Stati Uniti era l’unico paese non bisognoso di valuta perché la guerra l’aveva fatta all’estero quindi non aveva bisogno di valuta per ricostruire le città;
- La presenza di un’industria molto avanzata.
Ciò comporta una riflessione, dato che il dollaro diventa tutto d’un tratto moneta di riserva, moneta di intervento (sulla bilancia dei pagamenti), moneta chiave del sistema economico mondiale e moneta di conto. Abbiamo quindi un predominio valutario degli Stati Uniti. In questo accordo vengono istituite due strutture ancora esistenti ad oggi: la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale.
Intervento della banca centrale
Se il cambio lira/dollaro si muove intorno al margine dell’1%, allora non c’è alcun problema; se, invece, oscilla di troppo poiché il Paese domanda dollari, il cambio raggiunge un’oscillazione che non è prevista dagli accordi monetari, portando ad esempio una svalutazione della lira. Dunque, in questo caso, la Banca Centrale interviene per riportare il cambio entro il margine stabilito attraverso l’immissione di dollari nel mercato facendo aumentare, così, l’offerta di dollari e facendo scendere il prezzo dello stesso. Dunque la banca deve avere riserve in dollari da immettere sul mercato.
Tuttavia questo è un meccanismo di breve periodo; mentre, nel caso la svalutazione sia di lungo periodo, allora la banca deve prendere provvedimenti più seri con una politica economica adeguata di tipo monetario e restrittivo affinché si ritorni entro i margini del cambio. La politica monetaria restrittiva si adotta aumentando i tassi d’interesse che comporta un abbassamento del volume degli investimenti che sono una componente fondamentale della domanda aggregata. Quest’ultima, così facendo, diminuisce insieme al livello reddito che provocano una diminuzione delle importazioni che fanno rivalutare la lira.
Una politica economica di tipo fiscale e restrittiva, invece, comporta un aumento delle tasse che diminuiscono il reddito disponibile, i consumi e di conseguenza si ha anche una diminuzione delle importazioni.
Studio di Maede
La manovra monetaria e la manovra fiscale, fermo restando il ruolo del tasso di cambio per ottenere l’equilibrio esterno, agiscono sia per l’equilibrio interno che per quello esterno, in quanto la prima influenza gli investimenti, i consumi e i movimenti di capitale a breve termine; mentre la seconda, tramite le variazioni della spesa della pubblica amministrazione, delle famiglie e delle imprese, ha effetti, oltre che all’interno, anche sull’ammontare delle importazioni.
In relazione alle diverse combinazioni che si vengono a creare tra le posizioni interne e internazionali (esterne), può sorgere un problema di compatibilità tra l’equilibrio interno, inteso come uguaglianza tra domanda e offerta aggregata in condizioni di piena occupazione, e l’equilibrio esterno, vale a dire l’equilibrio dei conti con l’estero.
A tal proposito nel grafico vi è rappresentata la curva di Phillips, con il tasso d’inflazione () sull’ordinata ed il tasso di disoccupazione (u) sull’ascissa, in cui emergono delle considerazioni poiché, prima dell’euro, il Paese poteva collocarsi nella posizione B o C. Se si fosse collocato in B, il Paese avrebbe avuto un tasso di disoccupazione contenuto in cui privilegiava il tasso d’inflazione. Nel punto C, viceversa, privilegia il tasso di disoccupazione e si ha un tasso d’inflazione contenuto. Il punto A, invece, rappresentava la posizione ottimale in cui la curva d’indifferenza più in alto è tangente alla curva di Phillips.
Situazioni identificate dallo studio di Maede
Lo studio di Maede ha portato a identificare quattro possibili situazioni:
- Inflazione e alta congiuntura interna con disavanzo esterno della bilancia dei pagamenti;
- Recessione interna con avanzo esterno della bilancia dei pagamenti;
- Recessione interna con disavanzo esterno della bilancia dei pagamenti (esempio punto C);
- Inflazione e alta congiuntura interna con avanzo esterno della bilancia dei pagamenti (esempio punto B).
Nel primo caso una politica monetaria e/o fiscale restrittiva tenderà ad eliminare l’eccesso di domanda aggregata sull’offerta e a correggere il deficit della bilancia dei pagamenti, sulla base della sequenza che segue: un aumento, con politica monetaria, del tasso di interesse comporterà una riduzione degli investimenti che a sua volta provocherà una tendenza verso il basso della domanda aggregata e per questa via del reddito, delle importazioni e del livello generale dei prezzi. Analogamente, il secondo caso comporta l’impiego di politiche espansive con conseguente aumento del livello del reddito che farà aumentare le importazioni e ridurre l’avanzo esterno. Il legame tra variazione del reddito e bilancia dei pagamenti è dato dalla propensione marginale all’importazione.
Gli ultimi due casi rappresentano esempi, invece, di combinazioni dilemmatiche e cioè che non possono essere adottate insieme. Difatti, in una situazione di recessione accompagnata da disavanzo esterno, l’equilibrio interno richiederebbe l’uso di misure espansive per combattere la recessione; mentre, l’equilibrio esterno richiederebbe una politica restrittiva per combattere il disavanzo. Viceversa, in una situazione d’inflazione accompagnata da avanzo esterno, l’equilibrio interno richiederebbe l’uso di misure restrittive per combattere l’inflazione; mentre, l’equilibrio esterno richiederebbe l’uso di una politica espansiva per combattere l’avanzo della bilancia dei pagamenti.
Analisi e modello di Mundell
Per risolvere queste situazioni dilemmatiche, interviene l’analisi di Mundell il quale considera:
- Lo sviluppo di una politica dell’assegnazione, ovvero assegnare ad una politica economica un obiettivo da perseguire (in questo caso ne sono due: equilibrio interno ed esterno);
- La politica monetaria più efficace per l’equilibrio interno, mentre la politica monetaria più efficace per l’equilibrio esterno.
Il modello di Mundell prende in considerazione tre curve: in primo luogo le curve IS e LM relative all’equilibrio macroeconomico interno, dove la IS rappresenta le infinite combinazioni tra tassi di interesse (i) e livelli di reddito (Y) che mettono in equilibrio il mercato dei beni e la curva LM esprime le combinazioni di equilibrio del mercato della moneta. In secondo luogo, la curva BB è formata da infinite combinazioni di tassi d’interessi e di livelli di reddito che mettono in equilibrio i conti con l’estero, quindi rappresenta le combinazioni di equilibrio della bilancia dei pagamenti.
Mundell analizza l’equilibrio in termini di livello di reddito in moneta nazionale (Y) e di tasso d’interesse interno (i) piuttosto che in termini di spesa reali interne e prezzi (costi) relativi dei beni interni ed esteri. Tutti i punti espressi lungo la curva BB, sono punti di equilibrio della bilancia dei pagamenti, partendo dal presupposto che: − (, ⅈ) + (ⅈ) = 0 il che significa che il saldo tra partite correnti e movimenti di capitale dev’essere uguale a zero e che il movimento di capitale va a colmare il disavanzo dato dalle partite correnti. Con s’intende l’ammontare delle esportazioni, con le importazioni che dipendono dal reddito e dal tasso (, ⅈ) (ⅈ).
La curva ha inclinazione positiva perché, nel caso di aumento del reddito, le importazioni tendono a crescere portando in deficit il conto delle partite correnti. A tal proposito è necessario che aumenti il tasso d’interesse rispetto a quello praticato dagli altri paesi, in modo da attirare capitali dall’estero e portare in surplus il conto dei movimenti di capitale. I punti a sinistra della curva BB definiscono una zona di surplus, mentre quelli a destra della stessa definiscono una zona di deficit. Infatti, ad esempio, se aumenta il tasso d’interesse, a parità del livello di reddito, il conto dei movimenti di capitale subisce un avanzo. Se, viceversa, aumenta il livello del reddito, a parità di tasso d’interesse, crescono le importazioni determinando un deficit delle partite correnti.
Per la curva IS si può affermare che i punti a destra della stessa indicano posizioni di squilibrio, nel senso di un eccesso dell’offerta sulla domanda di beni. Anche per la curva LM vale lo stesso ragionamento: i punti a sinistra rappresentano un’eccedenza dell’offerta di moneta sulla domanda, mentre quelli a destra in basso evidenziano un eccesso della domanda di moneta sull’offerta. A livelli del reddito crescenti, a parità del tasso d’interesse, la conseguente crescita della domanda di moneta creerà uno squilibrio rispetto all’offerta di moneta invariata. Viceversa nel caso contrario.
La curva BB abbiamo visto come esprime coppie di valori tra tasso d’interesse e livello di reddito e come tutti i punti lungo la stessa siano punti di equilibrio. Nel punto A’ il livello del reddito è aumentato rispetto al punto A, quindi sono aumentate le importazioni, e ciò comporta un disavanzo nelle partite correnti; oltre a ciò, è aumentato anche il tasso d’interesse consentendo al paese di avere un afflusso di capitali maggiore e portando in avanzo il conto dei movimenti di capitali. Tra disavanzo e avanzo abbiamo l’equilibrio nella bilancia dei pagamenti.
Nel punto B, invece, abbiamo uno squilibrio perché qui constatiamo che il livello del reddito non si è mosso e quindi le partite correnti sono rimaste uguali; tuttavia, è cresciuto il tasso d’interesse e dunque si viene a creare un differenziale nel tasso d’interesse con gli altri paesi in cui si ha un avanzo nel conto dei movimenti dei capitali e quindi la bilancia dei pagamenti risulta essere in squilibrio.
Ritornando al secondo grafico di sopra, supponendo che l’economia si trova inizialmente in corrispondenza del punto P che evidenzia una situazione di equilibrio di piena occupazione, e ipotizzando una crescita del tasso d’interesse estero che, a parità di altre condizioni, determina un deflusso di capitali verso il resto del mondo e con uno spostamento della curva BB verso sinistra fino a B’B’, con conseguente deficit della bilancia dei pagamenti. La curva LM, allora, si sposta verso sinistra fino a LM’ raggiungendo il punto in P’ che, però, comporta una nuova posizione di equilibrio con un livello di produzione e di occupazione più basso rispetto al punto P iniziale.
Il problema del raggiungimento simultaneo della stabilità interna e dell’equilibrio della bilancia dei pagamenti è stato quindi affrontato da Mundell utilizzando la condizione di Tinbergen secondo cui il numero degli strumenti dev’essere uguale al numero degli obiettivi da soddisfare. Contrariamente a quanto ipotizza Meade, il quale considera lo strumento monetario e quello fiscale in modo congiunto, Mundell suggerisce di trattare i due strumenti come indipendenti e, in presenza di un egual numero di obiettivi anche loro dipendenti, propone di risolvere il problema dell’equilibrio interno ed esterno mediante l’assegnazione della politica monetaria all’ottenimento dell’equilibrio della bilancia dei pagamenti e della politica fiscale al perseguimento della stabilità interna.
La spiegazione relativa a questo risiede nel principio di classificazione del mercato rilevante, che consiste nel collegare ogni strumento a quell’obiettivo sul quale esercita l’influenza comparata maggiore. Sotto questo profilo, la politica monetaria è più efficace per l’equilibrio esterno e ha un vantaggio “comparato” rispetto la politica fiscale che, invece, lo ha per quello interno.
Per capire perché, osserviamo il seguente grafico: quando la LM si sposta verso il basso, il tasso d’interesse diminuisce, il reddito aumenta ma LM’ non tocca la BB, quindi non c’è equilibrio ma disavanzo; difatti, il reddito è aumentato, e quindi sono aumentate le importazioni, facendo andare in deficit il conto delle partite correnti ed il conto dei movimenti dei capitali dato dalla diminuzione del tasso d’interesse. Per tal motivo, come visto precedentemente, è più opportuno adottare una politica fiscale per l’equilibrio interno dato che quella monetaria in questo caso è inefficace.
Di conseguenza, come già affermato, anche se la bilancia di parte corrente è in deficit, un avanzo del conto capitale può riportarla in parità. Pertanto, come visto, i movimenti internazionali di capitale sono sensibili ai differenziali tra i tassi d’interesse e quindi la politica monetaria agisce direttamente su tali movimenti; gli effetti della politica fiscale sui flussi di capitale sono invece considerati nulli.
Graficamente il modello di Mundell può essere così rappresentato: Nel grafico A s’indica il conto movimenti di capitale K dipendente dall’andamento del tasso d’interesse i. In B viene illustrato il conto delle partite correnti, con le esportazioni X date ed importazioni m dipendenti dal reddito Y. Il grafico C pone in risalto l’equilibrio interno dato dall’intersezione della curva IS con la curva LM. Il grafico D è da considerare un mero grafico di riferimento in cui si indica il tasso d’interesse i. Si supponga uno squilibrio delle partite correnti a causa di un’eccedenza delle importazioni sulle esportazioni (punto A). Poiché il conto movimenti di capitale si trova in una posizione di equilibrio rappresentata dal punto P*, il saldo complessivo della bilancia dei pagamenti è in deficit. Una politica monetaria restrittiva volta all’obiettivo esterno fa sì che aumentino i tassi d’interesse alfine di favorire l’afflusso di capitali dall’estero.
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