Letteratura italiana
La poesia italiana religiosa fiorentina dal Medioevo al Quattrocento
L'analisi della poesia italiana religiosa fiorentina parte dagli albori della tradizione letteraria con la prima lauda mai scritta, il Cantico delle creature di San Francesco d'Assisi, composto secondo la tradizione e secondo le fonti contemporanee nel 1224, con l'aiuto del frate e poeta frate Pacifico. Feo Belcari, Lucrezia Tornabuoni e Luigi Pulci opereranno dalla seconda metà del Quattrocento fino alla fine del secolo. Lucrezia Tornabuoni fu madre di Lorenzo il Magnifico e prima scrittrice italiana, colei che inaugurerà una produzione di romanzi e opere di mano femminile (seguita, nell'immediato da Antonia Pulci).
Giorgio Petrocchi, scrittore e storico italiano, scriverà varie opere tra le quali La letteratura religiosa in Storia della letteratura italiana, con un occhio di riguardo all'ottica dantesca. Questa stagione storica si concluderà qualche anno dopo la morte di Lorenzo de' Medici (1492), con la morte di Girolamo Savonarola (1498), chiudendo il cosiddetto periodo della "brigata laurentiana", indicativamente individuato tra il 1220 e la fine del 1400.
Dal punto di vista stilistico è attraversato un vasto panorama, dalla lauda francescana intrisa di volgare umbro ad un tipo di lauda successiva e più completa, dalla Divina Commedia in terzina dantesca fino al Belcari e al Magnifico con la sacra rappresentazione, al poemetto in ottava rima di Lucrezia, nel metro dei cantori da strada, ed altri cantari, mentre con Pulci si avranno il sonetto in chiave di parodia religiosa e le confessioni rimate.
Nel denunciare la straordinarietà di San Francesco e di Girolamo Savonarola ne evidenziamo automaticamente l'antitetico destino, entrambi su un crinale tra beatificazione ed eresia: il primo santo subito, l'altro bruciato sul rogo come eretico (tutt'oggi è aperto il dibattito sulla riabilitazione della figura del frate di San Marco).
L'interrogativo intorno alla povertà è il tema centrale sia di San Francesco che dell'odierno papa Francesco: non si tratta di un confronto casuale ma si parla di un personaggio con comportamenti del tutto innovativi rispetto all'appartenenza alla fazione gesuita (di formazione antitetica a quella francescana), che pone grande attenzione alla vita del santo; la sua adesione al nome di Francesco non è solo nominativa ma anche di concetto. La figura di papa Francesco oggi è importante perché in un momento di crisi finanziaria e planetaria è fondamentale che la chiesa sia salda sul piano culturale e si soffermi su un tema difficile come la povertà, tema dalla quale nel corso dei secoli si è spesso allontanata.
La prima regola francescana, data da San Francesco a papa Innocenzo III, nel 1210, si basava sul vivere nell'obbedienza, nella castità e nella povertà cristiana, con la possibilità di poter predicare in un momento in cui la chiesa aveva massimo bisogno di recuperare credibilità. Insieme a quello dei francescani, si formerà anche l'ordine dei frati domenicani di San Domenico.
Oggi come all'epoca ci troviamo in un momento politico di svolta della chiesa militante che necessita di tenere salda la sua immagine con papa Francesco tramite una nuova predicazione della povertà e dell'inversione di valori consumistici, beatificando i poveri, che erano il punto di partenza del santo d'Assisi.
San Francesco d'Assisi
Osservando le storie di San Francesco si può affermare che il miracolo maggiore sia stato quello della rapidissima trasmissione della vita di Cristo con la formazione quasi immediata di monasteri, centri ed adepti francescani: prima non c'era stato niente di paragonabile in tutta Europa, visto che fu una diffusione attuata attraverso la voce e trasmessa a piedi (1230 - 1240).
Francesco nacque ad Assisi nel 1181 - 1182, figlio di Pietro di Bernardone, commerciante di stoffe, e Madonna Pia. Sin dalla prima biografia di Tommaso da Celano si insiste sul cosiddetto "errore dell'eroe", giovane, ricco e dedito alla vita godente e al mondo delle armi, poiché proveniva da una formazione cavalleresca sia letteraria che pratica molto frequente per l'epoca; partecipò alla guerra di Perugia e rimase imprigionato per un anno in condizioni meschine: da lì partì la sua vera crisi spirituale.
A circa venticinque anni, nel 1206, si colloca il gesto materiale e simbolico di rinuncia agli averi: secondo la biografia di San Bonaventura da Bagnoregio, l'unica ufficiale, egli si toglierà tutto, rimanendo nudo e solo come il Cristo sulla croce. Nella rappresentazione giottesca il vescovo, chiamato da Pietro di Bernardone a porre rimedio al dissipamento dei beni di famiglia che Francesco stava facendo, gli copre le pudenda con un gesto di valenza simbolica che sottolinea l'interiorizzazione da parte della chiesa di questa scelta; è in un'età considerata matura per l'epoca, non più di gioventù, ed è quindi una scelta ragionata.
Fondò l'ordine dei Frati Minori o Ordine dei Mendicanti, propose la prima regola dei francescani a papa Innocenzo III, fondò con Santa Chiara l'Ordine delle clarisse e proseguì un'opera di predicazione anche oltremare al sultano egiziano, nel 1219. Francesco ricevette le stigmati nel 1224 sul monte dell'Averna e morì nel 1226: fu la più evidente ed importante celebrazione della povertà, e indice del matrimonio simbolico tra il santo e "Madonna Povertà".
Ma che tipo di impatto emotivo aveva sul pubblico? Francesco aveva la capacità e le doti calamitanti di un predicatore dalla voce straordinaria, poiché tutti ne parlarono come il suo primo e vero miracolo; da Tommaso da Celano ci viene fatta una descrizione fisica dell'uomo, analizzandolo per punti ed insistendo sulla voce e sulle capacità comunicative: tutte doti alle quali si aggiungeva l'aspetto di un uomo piccolo ed esile, quasi insignificante, barbuto e cieco, malato per gli ultimi dieci anni della sua vita e per due stigmatizzato. Che siano vere o no, le stigmati hanno un profondo aspetto simbolico di personificazione nella figura di Cristo, come uno specchio della sua vita.
Nel 1323 papa Giovanni XXII affermerà con una bolla papale che la povertà non poteva più essere collocata accanto a Cristo: per la loro radicalità molti francescani vennero bruciati, accusati di eresia. Nella chiesa è sempre esistito il problema della ricchezza (addirittura Bonifacio VIII ne fece una questione fondamentale) ed è un tema che ritornerà anche nelle terzine dantesche. La regola di San Francesco però era cementata nel vangelo; il passo successivo ai primi tre elementi era quello di prendere esempio dal Signore, poiché "chi lascerà tutto, possiederà la vita eterna": è il passo del "giovane ricco", decisivo per Francesco ed i suoi adepti, poiché in questo colloquio tra un ragazzo benestante e Cristo, egli dirà che si può essere perfetti seguendo i comandamenti, ma per ottenere la vita eterna si deve abbandonare ogni cosa e "andare". Il giovane se ne andò afflitto, perché avendo molte ricchezze era incapace di lasciarle.
La scelta di povertà è dunque una scelta che non accetta compromessi, e Francesco prese questa strada nel radicalismo facendola però coesistere con un'ubbidienza cieca ed assoluta alla chiesa. Anche Jacopone da Todi comporrà laudi sul tema della povertà, poiché appartenente all'ordine dei francescani radicali.
La vita di Francesco passò anche per il pennello dei pittori. Sul piano cronologico il primo dipinto di San Francesco fu quello di Bonaventura Berlinghieri: dal punto di vista iconografico al pubblico, anche analfabeta, arrivava il messaggio delle stigmati ricevute e quello dell'adesione totale al dettato evangelico, determinato dal Vangelo stretto a sé; l'immagine si completa di sei episodi di vita del santo.
Bonaventura Berlinghieri
San Francesco e storie della sua vita chiesa di San Francesco, Pescia, 1235
Abbiamo poi l'opera dipinta cinquanta - sessant'anni dalla morte di Francesco, nella quale oltre alle storie della vita sono narrati anche venti episodi di miracoli. È una tavola che segna una svolta sul piano narrativo.
- Maestro del San Francesco Bardi o Coppo di Marcolvado
- San Francesco e episodi della sua vita 1250 - 1260
- Giunta Pisano Giotto da Bondone
- Dossale di San Francesco e sei miracoli
- Stigmati di San Francesco Museo Nazionale di San Matteo, Pisa, 1255
- Louvre, Parigi, 1295 - 1300
Per l'opera di Pisano il testo seguito fu la biografia di Tommaso da Celano. Ma il ciclo pittorico più famoso di San Francesco è quello di Giotto. Si nota una stretta collaborazione tra testo scritto e testo iconografico: dal 1263 l'opera sulla vita del santo di San Bonaventura da Bagnoregio diventa la biografia ufficiale, la Legenda maior, mentre le altre vengono distrutte o proibite. Ed è a questa biografia che si attiene anche l'artista.
Giotto ciclo pittorico di Assisi, 1295 - 1299
San Francesco onorato da un uomo semplice La rinuncia agli averi
San Francesco assume nella sua storia moltissime personalità: egli è missionario, predicatore, drammaturgo, ecologista, aspetto dal quale attraverso la parola abbraccia tutte le creature e dal quale esce il Francesco poeta, autore del Cantico delle Creature, il primo vero testo poetico nella tradizione letteraria italiana.
Secondo Tommaso da Celano venne composto con l'aiuto di frate Pacifico in un momento di dolore: ebbe una vita travagliata ricca di sofferenze corporali, poiché prima delle stigmati aveva una serie di malattie dovute ad un'alimentazione e a condizioni di vita pessime. Da questa condizione estrema, sviluppò il concetto di perfetta letizia: viene raccontato un passo nel quale, in preda ad atroci sofferenze, Francesco inizia ad avvertire il dolore ed invoca Cristo, che gli promette che i suoi dolori non saranno vani e lo condurranno alla vita eterna; per lodare Dio ed il creato, allora, compone questa lauda verso la natura nella quale sottolinea che la vita cristiana nasce per morte carnale.
Dai sonetti di San Francesco si ricava ottimamente l'idea di perfetta letizia verso i supplizi della vita, cioè la capacità di identificarsi umilmente ed appieno nel dolore del Cristo per vivere col sorriso sulle labbra. La struttura del testo non è a tutti gli effetti quella della lauda ma si tratta di un testo in prosa assonanzata. Il Cantico delle Creature è un testo di grande competenza stilistica e lessicale, con una forte componente musicale; le rime hanno il senso del ritmo attraverso le varie assonanze del testo.
La lauda era un modello di testo dedicato a Cristo, alla Vergine e ai santi, che fungeva da accompagnamento al calendario cristiano, non solo liturgico ma anche santoriale; si possono individuare momenti storici in cui essa prorompe nell'anima popolare cristiana come forma di canto sacro: ad esempio, nel 1233, con al nascita del Movimento dell'Alleluja, ovvero gruppi di persone che usavano canti di lode in processione, oppure col Movimento dei flagellanti nel 1260, che eseguivano un rito di purificazione collettiva. Diventeranno laudi vere e proprie con l'introduzione del metro della ballata, un metro di natura profana che serviva per passare al commento musicale, anch'esso di natura non sacra.
Lo schema tipico della lauda si ritrova anche in Jacopone da Todi. Il testo, cantato da vari personaggi, si compone di due o quattro versi, più raramente di tre, con la funzione di introduzione del tema principale: è il cosiddetto ritornello, che si ritrova dopo la prima strofa; sul piano musicale e recitativo, il ritornello viene cantato da tutti e la strofa da un solo soggetto, o viceversa. Nel Cantico tutti i versi sono settenari e più che rime si parla di assonanze.
Le laudi che possiamo studiare oggi sono spesso anonime (esempi ne sono il laudario Cortonese), poiché gran parte dei laudari del Quattrocento sono composti su richiesta di compagnie laiche religiose che chiedono ad un poeta laudi al santo a cui si appellavano (come la Compagnia di San Gilio).
Il Cantico delle creature di San Francesco è il testo che definisce la natura dell'uomo che, nel mezzo del creato, assume una sua bellezza; il mondo e tutto ciò che contiene, essendo materia di Dio, è un bene da apprezzare ed è il passaggio da affrontare per raggiungere la vita eterna: l'uomo è uno specchio della creazione di Dio. L'ottica francescana, se non originale, è un'idea ripresa del modello affatto vincente della rivalutazione dell'uomo dell'età medievale.
Il principale teorico della visione dell'uomo come "ultimo scalino" del mondo è Lotario dei Segni, incoronato papa col nome di Innocenzo III che, insieme a Bonifacio VIII, incarna la convinzione della volontà di potenza della chiesa nel suo dominio storico: tra Duecento e Trecento vi era quindi un acceso dibattito riguardo la visione del destino dell'uomo, sia nella vita terrena che ultraterrena.
Da un punto di vista francescano, l'incontro con un personaggio come Innocenzo III che crede in una chiesa forte e sovrana, sia missionaria che crociata, è strettamente necessario: la grazia di Francesco è quella di riuscire a rimanere sul crinale tra santità ed eresia, incontrandosi col papa senza calpestarsi ma anzi agevolando a vicenda le proprie missioni; sarà infatti proprio Innocenzo III a dare la prima approvazione della regola di Francesco (1210).
Secondo la visione del santo, il creato è buono e bello e l'uomo merita le lodi alla stregua di tutte le altre creature. Un dettaglio rilevante nei testi di Francesco è la mancanza totale del termine eretico, pur trovandosi nel momento di massima espansione dell'Inquisizione [eresia catara].
L'altro testo, quello composto da Innocenzo III, De contemptu mundi o Sul disprezzo del mondo, mostra un'idea della vita e del corpo dell'uomo assolutamente ributtante: ne è un chiaro esempio il proemio del primo libro Della miseria dell'uomo, che inizia con una citazione del libro di Geremia e continua in prima persona chiedendosi perché sia uscito dall'utero di sua madre invece di morirvi, affermando che l'uomo è composto di terra e polvere e che proviene da seme immondo, nato per vivere e morire nel fuoco dei peccati e commettere azioni malvagie.
Curioso come due delle persone che determinano e scandiscono questo momento storico siano sostanzialmente agli antipodi, riuscendo comunque a portare avanti una progressione che si tiene insieme. Anche Jacopone da Todi cercherà di compendiare queste due visioni, unendo la radicalità francescana col disprezzo manifestato da Innocenzo III, producendo un laudario su questi temi: un contenuto che resterà, anche sommesso, nei secoli successivi; Bonifacio VIII però non gli concederà fino alla fine la radicalità francescana.
La visione di Innocenzo III non è nuova ma appartenente alla tradizione occidentale anche pre-cristiana: questa concezione nasce già in Grecia, col filosofo Platone, dall'impossibilità di una conciliazione tra anima e corpo, un essere umano che vive tra due antipodi materiali e spirituali. Questa era anche la visione del manicheismo, una visione dualistica del mondo, che concepiva il corpo come polo del male diverso da quello dell'anima che rappresentava il polo del bene.
Platone slegò quindi l'anima dal commercio del corpo dell'uomo; anche nella Bibbia si ha questa visione dualistica (Cantico dei cantici, lode al corpo e ai piaceri di questo): Cristo nei vangeli apporta un'idea della vita ben poco edonistica, ma neanche come quella del papa. Nella visione cristiana si deve quindi ripartire da Paolo di Tarso, che aveva le idee chiare riguardo al ruolo della carne nella via della salvezza: il corpo assume una visione positiva solo come corpo di Cristo sofferente e lacerato, nella sua condizione di passaggio verso la morte.
San Paolo è infarcito di cultura greca ed ha un concetto dualistico: per fare la separazione tra anima e corpo si deve toccare un passaggio fondamentale della religione, descritto nelle Lettere di Paolo, composte un trentennio dopo la morte di Cristo, legato al peccato primario che diventa non più di superbia ma di lussuria, un peccato divenuto materiale perché è stato "colto" proprio quel peccato dall'albero. Il disprezzo del mondo e del corpo porta con sé l'amore per Dio e di Dio, ma si parla sempre di un corpo che va ammansito nei piaceri della carne, non disprezzato.
Jacopone da Todi
Jacopone da Todi appartiene non solo alla storia del francescanesimo radicale, ma presenta anche una vita incredibilmente interessante, spezzata da comportamenti opposti. Ricco di nascita e di matrimonio, conduce per anni una vita mondana e agiata: quando gli muore la moglie, nel 1268, e scopre che ella indossava il cilicio, subirà una profonda crisi esistenziale.
Intorno ai trent'anni fa la scelta di Francesco, vivendo per dieci anni come eremita mendicante: nel 1278 resta laico, ma entra nell'ordine dei francescani ed inizia una carriera poetica anche all'insegna di un comportamento che non si può non definire politico. Era acerrimo nemico di Bonifacio VIII, contro il quale scriverà molti testi: diversamente da Dante però, egli venne imprigionato e lasciato marcire in cella fino, nel 1303, alla morte del papa, per essere liberato e riottenere la grazia dal pontefice successivo. Muore nel 1306, ormai non più in grado di vivere a causa del fisico e delle malattie dovute alla prigionia.
Jacopone da Todi lascia novanta laudi che sono il modello strutturale e tematico sul quale si basa la fortuna di questo genere e della rappresentazione teatrale, il primo embrione di teatro sacro tardo-medievale e rinascimentale.
- O Signor, per cortesia: Testo in cui Jacopone concilia le due visioni del mondo; è una lauda in versi brevi e secchi, che ha come tema il concetto paradossale della salvezza nel sacrificio e l'augurio del proprio male. Si rivelerà un componimento importante per la medicina poiché...
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