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mondo Ires.

Ora a prima vista sembrerebbe più conveniente la tassazione a titolo di imposta, detto questo quindi se si ha

la possibilità conviene suddividere la partecipazione qualificata fra i vari membri della famiglia in

partecipazioni non qualificate?

Facendo due conti però possiamo agevolmente dire che in realtà l'aliquota nel caso di tassazione delle

partecipazioni qualificate al massimo può raggiungere il 21.5 % questo perché anche se il dividendo fosse

molto consistente la tassazione si applicherebbe solo sul 50% dello stesso quindi l'aliquota effettiva è minore.

Bisogna distinguere tra aliquota marginale: è l'aliquota dell'ultimo scaglione di reddito che il mio reddito va a

toccare.

Aliquota media: è la media ponderata in base al reddito dei vari scaglioni in cui il mio reddito rientra. In altre

parole possiamo dire che è l'aliquota media che andrò a pagare sul mio reddito complessivo.

Aliquota effettiva è l'aliquota media diviso 2 in quanto io tasserò solo metà del mio reddito quindi l'aliquota

effettiva è dimezzata.

In conclusione possiamo quindi dire che è più conveniente avere partecipazioni qualificate e non frazionarle

in tante partecipazioni non qualificate.

È tuttavia conveniente frazionare le partecipazioni in uno specifico caso: ovvero quando il frazionamento dà

luogo a partecipazioni qualificate, in quanto l'aliquota media diminuisce e di conseguenza diminuisce anche

l'aliquota effettiva.

3) qualora società di capitali o enti commerciali, residenti in paesi a fiscalità privilegiata, distribuiscano

dividenti a persone fisiche residenti che posseggono partecipazioni qualificate o non relative

all'impresa, si deve applicare una ritenuta a titolo di acconto sul 100% dell'ammontare, il dividendo

quindi concorrerà alla formazione del reddito complessivo.

La motivazione sta nel fatto che in questi casi non vi è il fenomeno della doppia tassazione visto che nei

paesi a fiscalità privilegiata le società non pagano tasse.

4) Qualora società di capitali o enti commerciali, residenti non black list distribuiscano dividendi a

persone fisiche residenti a società di persone che posseggono partecipazioni qualificate o non

qualificate nell'ambito di impresa sul 49.72% dell'ammontare corrisposto sarà applicato il regime

ordinario di tassazione Ires.

(soggetti Ires)

1) qualora società di capitali o enti commerciali, residenti o non (white list), distribuiscano dividendi a

società di capitali o enti commerciali essendo esclusi da tassazione per il 95% dell'ammontare; gli

utili distribuiti concorreranno a formare il reddito d'impresa per il 5% del loro ammontare.

In questo caso vediamo come, se il dividendo viene percepito dalla società, l'aliquota effettiva è data da:

27.5% * 5% = 1.375% ovvero un aliquota molto bassa. In altre parole è conveniente percepire il dividendo

tramite la c.

2) Qualora società di capitali o enti commerciali, residenti in paesi a fiscalità privilegiata distribuiscano

dividendi a società di capitali o enti commerciali sarà applicato il regime ordinario di tassazione Ires

sul 100% dell'ammontare corrisposto; gli utili distribuiti concorreranno alla formazione del reddito

d'impresa per il 100% del loro ammontare, salvo interpello favorevole.

REDDITI DIVERSI (art. 67 TUIR)

questa categoria di reddito considera quelle fonti di reddito che restano escluse dalle categorie tradizionali

per mancanza del requisito tipico o per proprie caratteristiche specifiche. L'art 67 del Tuir individua una serie

di casi eterogenei che hanno, quale unica nota in comune, il conseguimento al di fuori dell'esercizio di arti e

professioni, di imprese commerciali, di lavoro autonomo o in relazione alla qualità di lavoro dipendente.

I redditi diversi sono imputati in base al principio generale di imputazione per cassa secondo il quale

vengono imputati al periodo in cui percepiti. Questi redditi concorrono alla formazione del reddito

complessivo del contribuente.

1) una tipologia di reddito diverso è quello conseguito da una persona fisica residente, che possiede

partecipazioni non qualificate in società residenti e non (white list) e non relative all'impresa che

realizzi una plusvalenza dalla cessione delle partecipazioni possedute.

Al pari dei dividendi, si applica sul 100% della plusvalenza una ritenuta pari al 26%.

2) costituiscono redditi diversi quelli conseguiti da persone fisiche residenti, che posseggono

partecipazioni qualificate in società residenti e non (white list) non relative all'impresa che realizzano

una plusvalenza dalla cessione delle partecipazioni possedute. Al pari dei dividendi, si applica sul

49,72% della plusvalenza il regime ordinario di tassazione, secondo l'aliquota progressiva delle

imposte sul reddito applicabili al momento della percezione. 9

Partecipation exemption

possono avvalersi del regime (art. 87) i soggetti Ires art. 73 Tuir:

s.p.a., s.a.p.a., s.r.l.

– Società cooperative e di mutua assicurazione

– Società europee

– Società cooperative europee

– enti pubblici o privati

– società ed enti non residenti, relativamente alle stabili organizzazioni

e le società di persone e persone fisiche titolari di reddito d'impresa.

Il codice ci dice che: sono esenti nella misura del 95% le plusvalenze realizzate in relazione a:

azioni o quote di partecipazioni

– strumenti finanziari assimilati alle azioni

– contratti di associazione in partecipazione.

Le fattispecie di realizzo sono:

cessione a titolo oneroso

– assegnazione ai soci

– destinazione a finalità estranee all'esercizio d'impresa

– trasferimento all'estero della sede, salvo la permanenza di una stabile organizzazione in Italia.

I requisiti per l'applicazione del partecipation exemption sono:

ininterrotto possesso dal 1° giorno del 12° mese precedente quello dell'avvenuta cessione,

– iscrizione tra le immobilizzazioni finanziarie nel primo bilancio chiuso durante il periodo di possesso

– residenza fiscale della partecipata deve essere in uno stato non a fiscalità privilegiata

– la società partecipata deve esercitare un'impresa commerciale secondo la definizione dell'art. 55 Tuir.

SOCIETÀ DI PERSONE

i redditi prodotti dalle società semplici, in nome collettivo e in accomandita semplice residenti nel territorio

dello stato, sono assoggettati a tassazione per trasparenza (art. 5 Tuir).

Questi redditi d'impresa vengono imputati a ciascun socio indipendentemente dall'effettiva percezione in

proporzione alla quota di partecipazione agli utili posseduta.

Quindi il reddito prodotto dalla società viene tassato in testa ad ogni singolo socio indipendentemente

dall'effettiva percezione, quindi secondo il principio di competenza. Il socio si trova a pagare le imposte

anche se magari non ha ricevuto alcun dividendo, o ne ha ricevuto solo una parte. Cosa ormai sempre più

frequente in questo periodo di tensione finanziaria.

La situazione diventa problematica per quei rapporti che si vengono a creare tra socio e società, io posso

essere chiamato a pagare un imposta su un qualcosa che poi la società mantiene al suo interno.

Diventa quindi irrilevante ai fini fiscali l'eventuale successiva effettiva percezione di tali redditi.

Vi può quindi essere un vantaggio nella tassazione per competenza in quanto il reddito può essere ripartito su

più soggetti abbassando l'aliquota media approfittandone dell'imposizione a scaglioni.

Tuttavia c'è il rilevante svantaggio ai fini della pianificazione fiscale della non sincronia tra quando si paga le

imposte e quando si prendono i soldi.

Ai fini della determinazione del reddito complessivo, l'art. 8 del Tuir dispone che:

si applicano le norme di determinazione dei redditi appartenenti ad ogni singola categoria

– le perdite prodotte dalla società si sottraggono per ciascun socio in proporzione alla quota di

– partecipazione degli utili

le perdite sono computate in diminuzione dai relativi redditi conseguiti nei periodi di imposta e per

– la differenza nei successivi, ma non oltre il quinto, per l'intero importo che trova capienza in essi

sono riportabili senza alcun limite di tempo se realizzate nei primi tre periodi d'imposta dalla data di

– costituzione nell'ambito di una nuova attività produttiva.

Per i redditi delle società di persone è stato previsto dai commi 40-42 dell'art. 1 della L. 244/2007

l'introduzione di un meccanismo opzionale di tassazione separata, con aliquota del 27.5%.

Tuttavia ad oggi il decreto di attuazione non è ancora stato emanato.

Il meccanismo prevede che: il reddito d'impresa non prelevato dall'imprenditore o dai soci delle società di

persone, viene assoggettato a tassazione con la stessa aliquota stabilita per i soggetti Ires. In questo modo

operativamente si realizza un differimento del debito tributario grazie alla possibilità di modulare nel tempo i

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flussi reddituali e la loro distribuzione con il conseguente arbitraggio delle aliquote progressive.

L'oggetto della tassazione separata è limitato alla quota di utili non distribuiti, ossia accantonati a riserva,

mentre gli eventuali utili distribuiti o prelevati dall'imprenditore sono soggetti in ogni caso alla tassazione

ordinaria progressiva in base agli scaglioni Irpef.

In caso di successivo prelievo o distribuzione, i redditi soggetti a tassazione separata concorrono a formare il

reddito complessivo imponibile e l'imposta già versata si scomputa dall'imposta corrispondente ai redditi

prelevati o distribuiti.

Con questo meccanismo si otterrebbe la reallineazione tra percezione e pagamento delle imposte.

Vediamo ora di rispondere alla domanda se è più conveniente dal punto di vista fiscale utilizzare una società

di persone o è meglio utilizzare una società di capitali. Dall'esempio numerico possiamo vedere che

innanzitutto se per ogni socio il reddito non superasse il primo scaglione sarebbe conveniente in ogni caso la

tassazione per trasparenza. Mettiamo il caso però che il dividendo sia consistente in questo caso se confronto

la tassazione delle persone fisiche con quella delle società fermandomi alla prima tassazione allora sarà

sempre più conveniente la srl. Infatti nella srl. Dopo la prima tassazione i soldi rimangono all'interno della

società mentre nella snc sono diventati dividendi e quindi sono già nel mondo Ire.

È quindi importante dire che il confronto tra i due regimi deve avvenire in modo omogeneo, ovvero devo

confrontare tutti e due i casi a livello di soci. Il confronto va fatto nel tempo, infatti spesso per una srl si

ritarda la tassazione di una parte dei dividendi che vengono tenuti all'interno della società.

TRUST (non richiesto all'esame)

Abbiamo detto fino ad ora che il concetto di trasparenza si applica a tutti i soci o a nessuno, tuttavia vi è un

meccanismo differente: il trust che possiamo definire anomalo, in quanto può essere trasparente o no a

seconda delle circostanze.

Il trust può essere di due tipi: trasparente per il quale si applica il principio di trasparenza e opaco nel quale il

trust diventa un soggetto giuridico autonomo.

Il trust si sostanzia in un rapporto giuridico fondato sul rapporto di fiducia tra il soggetto disponente ed il

trustee. Il disponente trasferisce taluni beni o diritti ad un affidatario (trustee), persona fisica o giuridica il

quale ne acquista la proprietà formale al fine di amministrarli e gestirli nell'interesse di uno o più beneficiari

o per uno scopo prestabilito, ai quali è riferibile la titolarità sostanziale del trust fund.

Ma su chi viene tassato il reddito prodotto dal trust?

Qualora i soggetti beneficiari siano individuati, i redditi conseguiti dal trust sono in ogni caso imputati per

trasparenza in capo a questi, in proporzione alla quota di partecipazione, così come individuata.

Per beneficiario si intende quel soggetto che esprime rispetto quel reddito una capacità contributiva attuale.

Il reddito imputato ai beneficiari si considera reddito di capitale qualunque sia la natura del reddito stesso.

Qualora il beneficiario viene meno il diritto di partecipare a quel reddito, il trust da trasparente diventa

opaco. Muta dal punto di vista fiscale.

Per quel periodo di tempo in cui non vi è il beneficiario, il reddito verrà tassato dal trust stesso.

Potrebbe accadere anche che a fronte di un trust con più beneficiari, solo una parte perda i propri diritti e

quindi il trust diventi da metà opaco e metà trasparente. Ne deriva che il trust è un meccanismo di difficile

applicazione pratica e che muta di anno in anno.

HOLDING DI PARTECIPAZIONI

Con il termine Holding può intendersi una società capogruppo (o società madre) che possiede partecipazioni

in altre società:

se l'attività consiste in via esclusiva o prevalente nell'assunzione di partecipazioni si chiama holding

• pura

se esercita anche altre attività (industriali, commerciali, immobiliari, di prestazioni di servizi, altro)

• si chiama holding mista.

Tale distinzione ha molto rilievo dal punto di vista civile, per gli aspetti contabili, valutativi e giuridici ma

soprattutto sotto il profilo fiscale, in quanto la holding come vedremo più avanti rischia di essere attratta

dalla normativa della società di comodo, penalizzante dal punto di vista fiscale.

I vantaggi che possono derivare da questa configurazione sono di tipo finanziario, societario ed anche fiscale.

I vantaggi finanziari derivano dalla razionalizzazione della struttura finanziaria e della distribuzione degli 11

utili; e dalle economie di scala derivanti dall'accentramento in capo alla holding di alcuni servizi

(amministrativi, gestionali) comuni a tutte le società del gruppo.

I vantaggi societari derivano dalla razionalizzazione del controllo societario, in quanto attraverso la holding

si crea un unico raggruppamento stabile di soci, posti indirettamente a capo di tutte le società. E nonché si

favorisce il passaggio generazionale e in caso di controversie nella famiglia non si hanno ripercussioni

negative sulla gestione operativa.

Vediamo ora dal punto di vista fiscale quali sono i maggiori vantaggi connessi alla tassazione del capital

gains e dei dividendi. Dal punto di vista della pianificazione fiscale è conveniente utilizzare una holding o

no? è meglio detenere partecipazioni a titolo personale o detenerle tramite una holding?.

Il regime fiscale dei dividendi prevede:

- in capo alla holding l'esclusione del 95% dall'imponibile dei dividenti provenienti da società residenti in

Stati o territori inclusi nella white list. In altre parole viene considerato reddito tassabile solo il 5% del

dividendo conseguito ad un aliquota Ires del 27,5%. la tassazione in capo alla holding dunque risulterà:

0.05(27.5) = 1.375%.

- Come abbiamo già detto il dividendo in capo alla persona fisica viene tassato sul 49.72% dell'ammontare e

concorre a formare il reddito complessivo dell'individuo se la partecipazione è qualificata, oppure se la

partecipazione non è qualificata il dividendo è soggetto a ritenuta di imposta ala fonte ad un aliquota pari al

26%.

CASO 1: (partecipazioni qualificate)

In questo caso se viene effettuato il confronto della tassazione della holding rispetto a quella della persona

fisica è ovvio che è più conveniente la holding, tuttavia noi sappiamo che il confronto va sempre fatto in

modo omogeneo e quindi mondo Ires con mondo Ires e mondo Irpef con mondo Irpef. Quindi nel caso della

holding i dividendi vanno ulteriormente tassati quando distribuiti dalla holding al soggetto (ipotizziamo una

partecipazione del 100%) con il metodo della partecipazione qualificata.

A questo punto vediamo come diventa più conveniente detenere partecipazioni direttamente che non tramite

una holding in quanto la tassazione dei dividendi in capo al soggetto fisico avviene nel medesimo modo,

tuttavia prima della tassazione in capo al soggetto fisico i dividendi transitano dalla holding e vengono tassati

ulteriormente all'aliquota dell'1.375%. Vi è un gradino in più di tassazione.

CASO 2: (partecipazioni non qualificate).

In questo caso la tassazione in capo alla persona fisica sarebbe del 26%, la tassazione in capo alla holding

invece sarebbe dell' 1.375% sulla società e poi in capo al soggetto che detiene una partecipazione qualificata

della holding una tassazione sul 49,72% dell'ammontare con un aliquota marginale massima del 43%.

Questo vuol dire che nel complesso l'aliquota effettiva di tassazione del dividendo sarà sempre inferiore che

non nel caso di partecipazioni dirette con l'aliquota che potrà raggiungere al massimo 21.5% + 1.375%.

CASO 3: (caso da partecipazioni qualificate a non qualificate).

Consideriamo il caso di un padre di famiglia che possiede una partecipazione qualificata e che decide di

creare una holding famigliare di cui da in controllo ai propri figli con partecipazioni no qualificate.

Ovviamente in questo caso non conviene suddividere una partecipazione qualificata che può al massimo

sostenere una tassazione del 21.5% in tante partecipazioni che subiranno una tassazione del 26%, e sostenere

inoltre una tassazione ulteriore dell' 1% in capo alla società.

CASO 4: ipotizziamo ora un ammontare di dividendi molto rilevante. (partecipazione qualificata).

In caso di persona fisica come sappiamo la tassazione avviene in capo alla persona con un aliquota, visto

l'alto ammontare di dividendi, vicina al 21.5%.

In caso di holding, in questo caso come sappiamo meno conveniente, abbiamo tuttavia un'utilità molto

importante che possiamo sfruttare che è quella di lasciare una parte di dividendi di cui non ho immediato

bisogno nel mondo Ires per evitare la tassazione in capo alle persone.

Naturalmente ritardando la tassazione la holding diventa più conveniente. La holding evita che dividendi

derivanti da partecipate scontino l'aliquota fiscale mantenendo una cassa maggiore all'interno per effettuare

nuovi investimenti. La holding funziona da filtro prima della persona fisica.

La holding può essere molto utile anche nei casi in cui io detenga partecipazioni non qualificate, in quanto

mi da la possibilità di controllare la quantità e la tempistica di distribuzione del dividendo che altrimenti non

avrei la possibilità di fare. Con la holding riesco a gestire il flusso di dividendi in entrata in termini monetari

e temporali.

quindi in conclusione alla domanda la holding conviene? bisogna rispondere che bisogna valutare la

convenienza caso per caso. Se il mio scopo è far fluire tutti i dividendi alla persona fisica allora la holding

non è conveniente, ma se voglio governare il dividendo allora diventa uno strumento molto utile.

Naturalmente la holding risulta sempre conveniente quando ho partecipazioni non qualificate e le trasformo

in partecipazioni qualificate. 12

E per quanto riguarda il capital gain?

Il capital gain come sappiamo in testa alle persone fisiche viene tassato come i dividendi, invece in capo alla

holding la situazione è leggermente differente, ovvero perché vi sia la esenzione del 95% dell'imponibile

devono ricorrere i presupposti della partecipation examption vista in precedenza.

Quindi partendo dagli stessi presupposti le conseguenze e i risultati sono gli stessi dei dividendi.

Naturalmente le holding sono uno strumento molto utile per acquistare nuove partecipazioni utilizzando, per

finanziare tali acquisti, i redditi accumulati nella holding senza che questi siano tassati in testa alla persona

fisica.

Digressione: vediamo di capire da dove arriva la regola di tassazione in capo alla persona fisica dei dividendi

e capital gains solo sul 49,72% del loro ammontare.

La quota imponibile del reddito la trovo con il rapporto aliquota effettiva su aliquota marginale 0,21/0,43.

Come abbiamo detto quindi il mondo Ires prevede una anticipazione di imposte che andranno poi pagate nel

mondo Ire, e si usa questo meccanismo al fine di evitare la doppia tassazione.

La riduzione d'aliquota che avverrà nel mondo Ires a partire dal 2018 non toccherà il mondo Irpef, sarà

quindi necessario un adeguamento dell'imponibile tassabile in capo al mondo Ire.

DEDUCIBILITà INTERESSI PASSIVI

SOGGETTI IRPEF.

Gli interessi passivi sostenuti da persone fisiche al di fuori dell'attività d'impresa non sono deducibili dal

reddito complessivo se non per le specifiche previsioni disposte dall'art. 10 del Tuir.

Questo perché i redditi di capitale sono sempre positivi. In realtà ultimamente gli interessi sono più che altro

negativi.

Gli interessi passivi sostenuti da persone fisiche nell'ambito dell'attività d'impresa sono deducibili per la

parte corrispondente al rapporto tra l'ammontare dei ricavi e altri proventi che concorrono a formare il

reddito d'impresa o che non vi concorrono in quanto esclusi e l'ammontare complessivo di tutti i ricavi e

proventi, così come disposto dall'art. 61 del Tuir.

Quindi nel caso via siano dei proventi esenti, allora anche gli interessi passivi corrispondenti non sono

tassabili. 13

SOGGETTI IRES.

L'art. 96 del Tuir è stato introdotto allo scopo di razionalizzare e semplificare il quadro normativo in materia

di deducibilità degli interessi passivi.

Tale norma prevede che gli interessi passivi e gli oneri assimilati sono deducibili in ciascun periodo di

imposta fino a concorrenza degli interessi attivi e proventi assimilati. L'eccedenza è deducibile nel limite del

30% del risultato operativo lordo della gestione caratteristica.

In altre parole, quindi, gli interessi passivi sono deducibili interamente se non superano gli interessi attivi, e

sono deducibili per la parte restante nel limite del 30% del ROL.

Il ROL (risultato operativo lordo) è dato dalla differenza fra il valore ed il costo della produzione di cui

alle lettere A e B dell'art. 2425 del codice civile con esclusione delle seguenti voci:

- ammortamento delle immobilizzazioni immateriali

- ammortamento delle immobilizzazioni materiali

- canoni di locazione finanziaria comprensivi della quota interessi.

L'esclusione di queste voci prevede che quindi dopo la differenza tra le voci A e B della gestione

caratteristica, vengano risommate queste tre voci.

A decorrere dal 2016 sono inclusi nel ROL anche i dividendi incassati relativi a partecipazioni detenute in

società non residenti.

Prima la norma prevedeva una limitazione della deducibilità in proporzione al rapporto tra capitale proprio e

debito verso terzi. Se il debito era oltre 4 volte il patrimonio, allora gli interessi passivi non erano deducibili

per 1/5. Questa norma penalizzava le società molto indebitate.

Ora la norma va a penalizzare le società scarsamente reddituali. Infatti una società può essere pochissimo

indebitata ma avere ROL pari a zero, in questo caso gli interessi non saranno deducibili.

Quindi in conclusione si può dire che questa formula ha il pregio della semplicità, e non va a penalizzare le

imprese sottocapitalizzate, ma va a penalizzare quelle società che hanno difficoltà reddituale e che si

troveranno anche in impossibilità di dedurre gli interessi passivi.

L'art. 96 del Tuir si applica a tutti i soggetti passivi Ires, tuttavia sono esclusi dall'applicazione della norma

quei soggetti la cui attività caratteristica consiste nella raccolta di fondi destinati alla gestione di patrimoni e

all'esercizio del credito nei confronti del pubblico. Per tali soggetti sono previsti criteri di limitazione alla

deducibilità degli interessi passivi.

I soggetti esclusi sono:

- banche e soggetti finanziari

- imprese di assicurazione

- holding finanziarie (bancarie e assicurative)

- società consortili per esecuzione appalti e lavori pubblici

- società di progetto per esecuzione di infrastrutture e lavori di pubblica utilità

- società costituite per la realizzazione e l'esercizio di interporti in regime di concessione

- soggetti iscritti all'elenco art. 106 TULB.

Per i soggetti per i quali opera l'esclusione è stato introdotto un regime forfettario di deducibilità parziale del

96% degli interessi passivi. Norma che risulta un po' oscura in quanto in teoria per le materie prime la

deducibilità è del 100%.

Fra i soggetti esclusi vi sono le holding finanziarie, da non confondere con le holding di partecipazioni

industriali che al contrario rientrano nella norma di carattere generale. Questo aspetto diventa determinante

per la scelta tra detenere partecipazioni direttamente o tramite holding, infatti se mi indebito per potere

acquistare queste partecipazioni, per la persona fisica gli interessi passivi derivanti dall'indebitamento sono

indeducibili, mentre per le holding sono potenzialmente deducibili. Potenzialmente in quanto solitamente

una holding pura come ricavi avrà solo dividendi e capital gain che vanno a finire nella gestione finanziaria.

Di conseguenza il ROL sarà < 0.

Una holding a se stante* non può dedurre gli interessi passivi.

*salvo consolidato fiscale.

Negli interessi passivi sono ricompresi genericamente tutti i componenti di reddito derivanti da rapporti

aventi causa finanziaria.

Gli interessi passivi non dedotti in un periodo d'imposta possono essere dedotti nei periodi di imposta

successivi.

Il mancato utilizzo del ROL disponibile a fronte di interessi passivi netti non deducibili (di periodo o riportati

da esercizi precedenti) comporta l'impossibilità di utilizzare successivamente le eccedenze non utilizzate. 14

Vi possono essere cause di indeducibilità assoluta di interessi passivi da verificare prima della loro

deduzione.

Vediamo ora tramite esempi di comprendere la strada più conveniente per finanziare una società.

Consideriamo per ora solo 2 strumenti per finanziare la società: prestito soci fruttifero o non fruttifero e

prestito obbligazionario, tralasciando per ora l'aspetto della capitalizzazione o aumento di capitale.

Ora consideriamo una società che ha bisogno finanziario e un socio con una certa disponibilità finanziaria.

Innanzitutto bisogna dire che l'esame da svolgere va svolto sia in capo alla società che in capo alla persona

fisica.

1) immaginiamo una società in difficoltà finanziaria ma non reddituale. ROL > 0.

Il finanziamento dei soci fruttifero prevede la possibilità di deduzione degli interessi passivi in capo alla

società pari al 27.5% (Ires) e un flusso di interessi attivi (pari al 3%) che subisce una ritenuta d'imposta in

capo alla società pari al 15% e che poi arriva sulla persona fisica e concorre a formare il reddito imponibile

della stessa venendo tassato ad un'aliquota marginale solitamente superiore al 27,5%.

Risulta invece più conveniente il finanziamento tramite prestito obbligazionario (solo per le SPA), in quanto

si ha sempre la deducibilità in capo alla società pari al 27,5% ma si avrà una tassazione in capo alla persona

fisica pari al 12,5% (tassazione agevolata).

2) immaginiamo ora, invece, una società che abbia difficoltà sia finanziarie che reddituali. ROL < 0.

In questo caso il finanziamento tramite banca tramite prestito obbligazionario fruttifero o tramite prestito

obbligazionario, mi va a creare degli interessi passivi non deducibili in capo alla società e degli interessi

attivi invece imponibili in capo alla persona fisica.

Risulta quindi più vantaggioso effettuare un prestito soci non fruttifero in modo da non creare interessi

passivi per la società che non potrebbe dedurre e in modo da non creare interessi attivi sulla persona fisica

che verrebbero tassati.

Facciamo ora un esempio per comprendere meglio quale strumento è il migliore che un persona fisica può

utilizzare per finanziare la società.

Siamo nel caso di una SPA, che ha quindi a disposizione anche il prestito obbligazionario.

La società necessita di mezzi finanziari per 1,000,000 che all'interno della società rendono il 4%.

Un soggetto persona fisica ha a disposizione i seguenti strumenti per finanziare la società: capitale sociale,

finanziamento soci fruttifero e il prestito obbligazionario.

1. Aumento di capitale: L'utile è di 40.000 da cui non si detraggono interessi passivi e su cui quindi si

paga un'imposta del 27.5% (11.000). Si distribuisce poi il dividendo di 29.000 che viene tassato in

caso di partecipazione qualificata (considerando la peggiore aliquota: 49.72%*43%) per 6200 e in

caso di partecipazione non qualificata (26%) per 7540.

La tassazione complessiva è quindi di 17.200 p. qualificata oppure di 18.540 p. non qualificata.

2. Finanziamento soci fruttifero: In questo caso l'utile di 40.000 non viene tassato in quanto gli interessi

passivi sono 40.000 e rendono l'utile imponibile pari a 0. Ovviamente deve valere l'ipotesi che il

ROE della società sia tale da garantirmi la deducibilità degli interessi per l'intero ammontare.

Sulla società quindi l'operazione risulta molto conveniente.

Sul socio gli interessi vengono tassati tramite ritenuta alla fonte sul reddito complessivo (immaginiamo la

peggiore ipotesi 43%) per 17.200.

In questo caso la tassazione complessiva risulta quindi di 17.200.

Ma a questo punto risulta più conveniente l'ipotesi di partecipazione qualificata o l'ipotesi di finanziamento

fruttifero?

La scelta è scontata se si tiene conto del momento temporale in cui le imposte vengono pagate: nel caso

dell'aumento di capitale, la società paga subito le imposte, tuttavia il dividendo in caso di partecipazione

qualificata il socio può aspettare a percepirlo e tenerlo dentro la società in modo da rinviare il pagamento

delle imposte.

Invece nel caso di finanziamento soci fruttifero, gli interessi sono imponibili nello stesso anno in cui

maturano.

In conclusione risulta sicuramente migliore l'opzione dell'aumento di capitale con partecipazione qualificata

in quanto mi consente di ritardare il pagamento delle imposte.

3. In caso di prestito obbligazionario la società paga zero imposte in quanto gli interessi passivi mi

abbattono l'imponibile, mentre il socio paga una ritenuta alla fonte pari solo al 26%.

Dal punto di vista quantitativo quindi questa risulta l'opzione migliore, tuttavia la tassazione si sposta dalla

società al socio.

Naturalmente è importante tenere conto del fatto che gli interessi siano deducibili altrimenti si andrebbe ad 15

introdurre nuovi interessi e quindi costo non deducibili su una società con un business plan , visto il ROE

non sufficiente, tendenzialmente negativo.

In caso di finanziamento soci non fruttifero mi ritrovo nello stesso identico caso dell'aumento di capitale.

Ma in corso di finanziamento posso modificare il meccanismo utilizzato?

- in caso di aumento di capitale è possibile una modifica tramite una riduzione di capitale, risulta tuttavia una

strada abbastanza tortuosa.

- in caso di finanziamento soci fruttifero lo posso trasformare in infruttifero senza alcun problema.

- in caso invece di finanziamento soci infruttifero è più problematica la modifica in finanziamento soci

fruttifero in quanto questa modifica mi verrebbe a creare dei nuovi costi deducibili individuabili negli

interessi passivi. Questa viene considerata un'operazione elusiva.

- prestito obbligazionario: essendo un'operazione di lungo termine solitamente è irreversibile.

Tuttavia a partire dal 2011, vista la disparità di tassazione in capo alla società fra l'aumento di capitale e gli

altri strumenti, il governo ha introdotto un intervento denominato Ace (aiuto alla crescita) volto a

riequilibrare il trattamento fiscale tra imprese che si finanziano con debito e imprese che si finanziano con

capitale proprio.

Con questa norma si vuole rendere deducibile non solo gli interessi passivi ma anche ma anche l'aumento di

capitale. La norma in questione infatti introduce una riduzione del prelievo Ires commisurata al nuovo

capitale immesso nell'impresa sotto forma di: -conferimenti in denaro da parte dei soci (aumento di

capitale/finanziamento soci non fruttifero destinato a patrimonio netto e non a debito)

- destinazione di utili a riserva.

La misura agevolativa prevede di escludere dalla base imponibile del reddito d'impresa il rendimento

nozionale riferibile ai nuovi apporti di capitale di rischio e agli utili reinvestiti, secondo il modello cosiddetto

Ace. Quindi a partire dal periodo d'imposta 2011, sarà effettuata una variazione in diminuzione dal reddito

d'impresa di un ammontare pari al 3% dell'incremento di capitale proprio rispetto a quello di riferimento alla

chiusura dell'esercizio in corso al 31 dicembre 2010, rappresentato dal patrimonio netto di bilancio al netto

dell'utile del medesimo esercizio.

Il rendimento nozionale è passato nel 2016 a 4.75%.

Quindi entrando nel tecnico del meccanismo, sull'incremento patrimoniale, viene riconosciuto un rendimento

calcolato con la fissata percentuale che incorpora il rischio d'impresa, questo rendimento genera una

deduzione dall'imponibile Ires valida: nell'anno dell'aumento e in ciascun esercizio successivo fino a quando

il patrimonio non diminuisce a seguito di assegnazione o rimborsi soci.

In parole più semplici è stato preso un rendimento nozionale rendendolo deducibile per gli apporti di capitale

e che costituisce una variazione in diminuzione in quanto questo non è un costo e non va in conto

economico.

Rivediamo quindi l'esempio di prima:

la società si trova con una tassazione nulla ma con un utile pari a 40.000 in quanto a ce non vanno i costi, vi

sarà tassazione solo al momento dell'eventuale distribuzione del dividendo.

Inoltre riportando a nuovo l'utile mi si creerà ulteriore montante deducibile tramite Ace.

Naturalmente questa appare come la soluzione più conveniente anche per il fatto che non è richiesto alcun

requisito specifico per dedurre il rendimento nozionale.

CONSOLIDATO FISCALE

Il riconoscimento della formazione di gruppi di imprese, anche dal punto di vista fiscale, si è concretizzato

con l'introduzione di specifiche disposizioni ai fini della tassazione di gruppo.

In particolare, l'ordinamento italiano prevede due modalità di consolidamento e conseguente tassazione:

- consolidamento nazionale tra società residenti ed in quanto tali soggette all'imposta all'interno dello stato

- consolidamento mondiale tra società non residenti all'interno dello stato.

Mentre il consolidato nazionale apporta parecchi vantaggi, il consolidato mondiale è invece una norma più

complicata e che in quanto tale è stata poco utilizzata.

Il consolidato fiscale non è dipendente dal consolidato civilistico e non è determinato secondo gli stessi

criteri di individuazione del risultato consolidato di gruppo.

Infatti mentre nel consolidato civilistico il risultato finale è un bilancio che rappresenta la pluralità di soggetti

che compongono il gruppo come un soggetto unitario con un solo patrimonio ed un solo reddito.

Nel consolidato fiscale il reddito complessivo globale è costituito dalla somma algebrica dei risultati fiscali

conseguiti da ciascuna società in ragione dei rapporti partecipativi esistenti, indipendentemente dalla quota di

partecipazione. Il consolidato fiscale è quindi un aggregato di imponibili trasferiti alla capogruppo dalle varie

società. 16

Inoltre, mentre nel consolidato civilistico le operazioni infragruppo non rilevano, nel consolidato fiscale

queste operazioni rilevano e i risultati infragruppo concorrono ai fini fiscali.

Questo in quanto il legislatore aveva l'obiettivo di anticipare il reddito e di non diminuire troppo il gettito

fiscale.

In genere quindi il consolidato fiscale in termini di utili produce di più del consolidato civilistico.

Possono esercitare l'opzione per il consolidato fiscale nazionale, in qualità di soggetti controllanti:

- società di capitali residenti nel territorio dello stato,

- enti pubblici e privati diversi dalle società residenti nello stato che svolgono attività commerciale,

- società ed enti di ogni tipo non residenti nel territorio dello stato (ove vi siano alcuni requisiti: residenza in

un paese dove vi siano gli accordi per la doppia tassazione, esercizio in Italia di attività di impresa, esercizio

dell'attività mediante una stabile organizzazione.

I soggetti controllati possono essere società di capitali residenti o stabili organizzazioni di soggetti non

residenti che risiedono in stati appartenenti all'UE o in stati SEE.

Casi di esclusione: - società che beneficiano di riduzioni dell'aliquota Ires,

- società soggette a procedure di fallimento, liquidazione coatta amministrativa ed amministrazione

straordinaria delle grandi imprese in stato di insolvenza.

- società che hanno optato per la tassazione per trasparenza fiscale.

Requisito del controllo, è necessario che la consolidante:

- partecipi direttamente o indirettamente al capitale della partecipata per più del 50%,

- partecipi direttamente o indirettamente a più del 50% dell'utile di bilancio,

- sussistenza sin dall'inizio di ogni esercizio relativamente al quale la società controllante e la società

controllata si avvalgono dell'esercizio dell'opzione.

L'opzione è facoltativa e bilaterale, ovvero non è obbligatoria e deve essere esercitata tra società controllane

e società controllata. Nel consolidato mondiale invece è diverso: devo per forza consolidare tutte le società

del gruppo, o tutte o nessuna.

Ciascuna società può partecipare ad un solo consolidato.

L'opzione è irrevocabile per 3 esercizi ed è rinnovabile.

La regolamentazione dei rapporti contrattuali infragruppo, a bilanciamento delle posizioni debitorie e

creditorie trasferite, è lasciata all'autonomia delle società partecipanti, posto che nulla è stato disposto dal

legislatore fiscale. Il Tuir si limita a prevedere l'irrilevanza reddituale delle somme percepite o versate in

contropartita dei vantaggi fiscali ricevuti o attribuiti. Quindi ad esempio se controllo una società che ha 100

di perdite, queste perdite le potrà portare a nuovo e dedurre dall'utile dell'esercizio successivo ma facendo il

consolidato fiscale queste perdite le passa alla controllante che le può dedurre dall'utile realizzato l'anno

stesso. La controllante allora darà un corrispettivo a fronte delle perdite alla controllata in questo caso pari al

27.5% e quindi a 27,5.

Le condizioni di validità dell'opzione sono:

- identità dell'esercizio sociale di ciascuna controllata con quello della controllante,

- esercizio congiunto dell'opzione da parte di ciascuna controllata e della controllante,

- elezione di domicilio presso la controllante ai fini della notifica degli atti e dei provvedimenti relativi ai

periodi d'imposta per i quali l'opzione è esercitata.

La base imponibile è unica e il reddito complessivo globale è determinato come somma algebrica dei redditi

complessivi netti da considerare per l'intero importo, a prescindere dalla quota di partecipazione riferibile al

soggetto controllante.

Cerchiamo ora di capire qual è il vantaggio effettivo del consolidato fiscale.

Il vantaggio del consolidato fiscale è la monetizzazione delle perdite.

Infatti consideriamo ad esempio un consolidato formato da due società: la consolidante ha 100 di utile e la

consolidata 100 di perdita il primo anno mentre 100 di utile il secondo anno. Ovviamente nell'arco temporale

le imposte che io faccia consolidato o no sono le stesse quantitativamente in quanto la consolidata potrebbe

portare le perdite in deduzione dell'utile dell'anno successivo.

Il vantaggio sta nel fatto che se uso il consolidato il primo anno non pago le imposte e le andrò a pagare il

secondo anno mentre se non lo faccio pagherò le imposte subito nell'esercizio corrente.

Vi possono poi anche essere dei vantaggi economici, ad esempio una società che produce sempre perdite e 17

che quindi non riesce a portare a nuove queste perdite stesse che con il consolidato andrebbero invece in

deduzione degli utili di un'altra società.

Facendo l'ulteriore passaggio del corrispettivo fra consolidata e consolidante, la consolidante pagherà lo

stesso 27,5 non all'erario ma alla consolidata mantenendo quindi i mezzi monetari all'interno del gruppo.

Naturalmente conviene molto anche alla consolidata che a fronte di cessione di perdite che ipoteticamente

potrebbe recuperare l'anno successivo, si vede attribuito un corrispettivo e monetizza immediatamente le

perdite.

Nel caso invece in cui venga trasferito un utile, allora la società che trasferisce l'utile stesso dovrà anche dare

una provvista alla consolidante per pagare le imposte.

Approfondimento: nella legge di stabilità approvata di recente, è stata prevista l'introduzione dell'IRI

(imposta sul reddito degli imprenditori). Questo regime di tassazione che prevede l'applicazione delle stesse

aliquote Ires ora diminuite al 24% può essere esercitato da società di persone e da imprenditori individuali

che possono optare per questo tipo di tassazione e non per la tassazione tramite Irpef che prevede che il

reddito della società diviso per quota di partecipazione concorra a formare il reddito imponibile di ciascun

soggetto.

Quindi riassumendo quanto detto fino ad ora sul consolidato fiscale nazionale, i vantaggi fiscali possono

essere di due tipi: - finanziari

- economici: nel caso la società non possa recuperare le perdite più avanti. À

Vi è tuttavia un ulteriore vantaggio nel fare il consolidato fiscale: DEDUCIBILIT INTERESSI PASSIVI.

Noi sappiamo che la norma generale dispone che gli interessi passivi siano deducibili fino a concorrenza

degli interessi attivi e che l'eventuale eccedenza è deducibile nel limite del 30% del ROL. Inoltre la parte di

ROL non utilizzata può essere portata ad incremento del ROL degli anni successivi.

Vi è tuttavia la possibilità per le società che partecipano al consolidato nazionale, di portare in abbattimento

del reddito complessivo di gruppo l'eventuale eccedenza di interessi passivi ed oneri assimilati indeducibili

generatasi in capo ad un soggetto, naturalmente nei limiti in cui le altre società partecipanti al consolidato

presentino un ROL capiente non integralmente sfruttato per la deduzione.

La trasferibilità può concernere non solo gli interessi passivi non dedotti, ma anche il ROL rimasto

inutilizzato dalle società.

Il trasferimento infragruppo di ROL o di interessi passivi può essere remunerato o no, in caso di

remunerazione, questa non risulta rilevante ai fini fiscali.

Le perdite anteriori all'utilizzo dell'opzione sono utilizzabili solo dal soggetto che le ha generate.

Le perdite che si formano dopo l'adesione al consolidato fiscale, possono essere trasferite all'interno del

gruppo.

Vediamo un esempio: ipotizziamo una holding.

Partecipazioni in A 1,000,000 | Capitale sociale 500,000

| Debiti 500,000

Caso a) La holding ha una quota partecipativa del 49%, da questa partecipazione vengono distribuiti

dividendi per il 30,000, il tasso di interesse è pari a 4%.

La holding non può optare per il consolidato nazionale.

La tassazione prevede che i dividendi siano esenti per il 95% la base imponibile sarà quindi di 1500. Gli

interessi passivi (2000) non sono deducibili in quanto il ROL è 0: A-B=0 in quanto i dividendi costituiscono

proventi finanziari e non proventi della gestione caratteristica.

Caso b) La holding ha una partecipazione del 51%

La partecipata A si trova con un'eccedenza di ROL pari a 10.000 30%= 3,000.

in questo caso la partecipante può optare per il consolidato fiscale che permette il trasferimento di ROL in

eccedenza. In questo modo gli interessi di 2000 diventano deducibili e la società si trova con un perdita di

500.

Questa perdita può essere trasferita alle altre partecipate della holding in cambio di una contropartita.

Come vediamo dall'esempio, si viene quindi a determinare un importante vantaggio fiscale nell'utilizzo del 18

sistema del consolidato fiscale.

Torniamo ora alla holding:

Abbiamo detto che i dividendi in capo alla società vengono tassati all' 1,375% (27,5%*5%).

Vengono poi tassati tramite tassazione Irpef una volta che arrivano in capo alla persona fisica.

Possiamo ora individuare un altro vantaggio di cui può disporre la holding: la holding, infatti, potrebbe

indebitarsi e, naturalmente a condizione che vi sia al proprio interno una partecipata che abbia un'eccedenza

di ROL effettuando un consolidato fiscale potrebbe dedurre gli interessi passivi.

Si viene quindi a creare un ulteriore vantaggio in favore della holding: se detengo le partecipazioni

direttamente non potrò dedurre gli interessi passivi, mentre se detengo partecipazioni tramite holding con

quote partecipative superiori al 50% potrò dedurre a condizione di avere un'eccedenza di ROL gli interessi

passivi.

Sono quindi necessarie due condizioni per la deduzione degli interessi passivi in caso di holding:

- partecipazione del 50% o superiore,

- esercizio dell'opzione del consolidato da parte della holding.

2 domande tipo da esame potrebbero essere:

- Quali sono i vantaggi del consolidato fiscale nazionale?

- Per una persona fisica è meglio detenere partecipazioni direttamente o detenerle tramite holding di

partecipazioni?

Per quanto riguarda il consolidato fiscale mondiale, saltiamo l'argomento essendo uno strumento poco

utilizzato per via di alcuni aspetti che lo rendono uno strumento un po' scomodo.

Ad esempio nel consolidato mondiale vale l'opzione: "all in all out" e una volta esercitata l'opzione, rimane

vincolante per 5 esercizi consecutivi.

Riassumendo con uno schemino finale possiamo dire che i vantaggi che derivano dall'utilizzo del consolidato

fiscale sono due:

la possibilità di compensazione degli utili con le perdite delle società del gruppo.

• la possibilità di trasferimento infragruppo di eccedenza ROL o interessi passivi non dedotti.

Nel primo caso si tratta di un vantaggio di tipo finanziario, a meno che la società in perdita rimarrà in perdita

anche negli anni successivi (caso più scolastico che altro).

Anche nel secondo caso qualora la società operativa che eccede ROL negli anni successivi ne dovesse avere

necessità si tratterebbe di un vantaggio solo di tipo finanziario. Il vantaggio diventa economico qualora la

società continua ad avere un ROL in eccedenza anche negli esercizi successivi.

STABILE ORGANIZZAZIONE

In questo capitolo ci occuperemo di come i gruppi internazionali possano operare in stati stranieri, e con che

struttura alle società italiane convenga vendere all'estero o le società estere vendere in Italia.

In altre parole cercheremo di rispondere alla domanda: "se voglio vendere all'estero è più conveniente optare

per una società o per una stabile organizzazione? e per le società straniere che vengono in Italia?"

Diventa quindi rilevante capire dove viene effettuata la vendita, se porto i prodotti all'estero e vendo

all'estero allora la vendita verrà considerata come effettuata all'estero, ma se ad esempio porto i miei prodotti

all'estero solo per scopi pubblicitari e per mostrarli ai consumatori e poi la vendita viene effettuata in Italia,

allora questa viene considerata come vendita italiana.

Facendo degli esempi, Apple in Italia vende tramite una società di distribuzione costituita appunto in Italia e

che quindi le vendite che effettua vengono considerate italiane.

La stessa cosa la fa Zara e in genere la maggior parte dei gruppi internazionali.

Ora, quindi, a livello internazionale si possono avere tante modalità di vendita:

- esportazione diretta: il prodotto viene realizzato in un paese e poi viene inviato all'estero presso gli

acquirenti.

- operatività tramite: →rappresentante

→commissionario

→showroom senza vendita 19

→operatività diretta tramite una stabile organizzazione

→tramite controllata, e quindi con la creazione di un gruppo estero che decida di aprire una società per la

vendita nel paese straniero.

A seconda del grado di vendita che si vuole realizzare si opta per il tipo di operatività.

Naturalmente nulla toglie che la società aperta in Italia possa essere gestita da Italiani.

La nozione di stabile organizzazione delineata dall'art. 5 del modello OCSE contro le doppie imposizioni è

stata poi recepita dall'ordinamento tributario italiano all'art. 162 comma 1 del Tuir, il quale dispone che:

"l'espressione stabile organizzazione designa una sede fissa di affari per mezzo della quale l'impresa non

residente esercita in tutto o in parte la sua attività sul territorio dello stato".

Questa definizione è stata mutuata dall'OCSE, il modello per far fronte alle doppie tassazioni, di rango

superiore al Tuir, non era quindi necessario riscrivere la definizione in quanto era già presente nel nostro

ordinamento italiano.

Visto che l'applicazione delle imposte sui redditi si rifà alle regole di territorialità previste la definizione di

stabile organizzazione risulta essere fondamentale per identificare l'ubicazione della fonte del reddito nonché

la stessa localizzazione dell'attività produttiva.

Il concetto qui rappresentato di stabile organizzazione è uguale in tutto il mondo e in particolare per tutti quei

paesi che usano le convenzioni contro la doppia tassazione, i problemi arrivano poi in sede di interpretazione

della norma.

Quindi innanzitutto con il termine stabile organizzazione ci si riferisce ad un'impresa non residente che

esercita in tutto o in parte la propria attività sul territorio dello stato tramite una sede fissa di affari. Basta che

si svolga anche un singolo affare.

Quindi gli elementi che contraddistinguono la sussistenza di una stabile organizzazione sono:

- la collocazione durevole e fisicamente tangibile di un apparato strumentale nel territorio nazionale quali ad

esempio: locali, attrezzature personale dipendente, ma anche semplicemente un mero spazio fisico o un

semplice soggetto che agisca nel mercato domestico nel nome dell'impresa residente.

- lo sfruttamento di tale apparato per svolgere attività commerciale.

Per riconoscere una stabile organizzazione ci si basa quindi su situazioni di fatto.

La sede fissa d'affari è: - uno spazio fisico circoscritto,

- che insiste sul territorio,

- adibito allo svolgimento dell'attività d'impresa ,

- non rileva il titolo giuridico che consente l'impiego. (immobile in affitto o di proprietà).

Facendo un esempio il circo non viene considerato un fixed place in quanto cambia postazione

frequentemente.

Aspetto temporale (Permanence test).

- L'organizzazione deve essere tale da poter essere utilizzata in maniera durevole, come, peraltro è richiesto

per lo svolgimento di un'attività meramente occasionale.

- Non si deve valutare solo il dato oggettivo ma anche l'elemento intenzionale oltre che la specifica attività

d'impresa.

Aspetto spaziale (Location test).

La sede d'affari non deve avere carattere di precarietà, ma essere stabilmente legata al territorio: l'approccio

da seguire non è in senso tecnico ma quello della delimitazione territoriale, anche una installazione mobile

che si mantiene nell'ambito di un'area determinata nello stato può essere stabile organizzazione: ad ex.

impianti di trivellazione mobile, automezzi, miniere, stanze di albergo, mercati.

L'utilizzo nell'attività d'impresa: L'installazione fissa deve essere utilizzata dal soggetto non residente nello

svolgimento della sua attività d'impresa tale che sia strumentalmente connessa ad essa. Business activity e

business connection test.

Il dispositivo normativo dettato all'art. 162 non si limita solo a delineare genericamente i caratteri distintivi

della stabile organizzazione ma prevede anche una serie di ipotesi positive e negative di individuazione della

stessa.

Al comma 2 sono identificate le definizioni positive:

- sede di direzione: luogo dove viene svolta l'attività di direzione.

- succursale: attività di natura finanziaria. 20

- ufficio: servizi.

- officina.

- laboratorio.

- miniera giacimento petrolifero o di gas naturale una cava o un altro luogo di estrazione di risorse naturali,

situati anche in zone al di fuori delle acque territoriali ma su cui lo stato può esercitare i diritti in conformità

al diritto internazionale consuetudinario.

Al comma 3 innanzitutto è identificata una fattispecie a se stante: l'attività svolta nell'ambito di cantieri di

costruzione, di montaggio o di installazione ovvero l'esercizio di attività di supervisione ad essi connesse: si

considerano stabile organizzazione solo se tali cantieri, progetti o attività abbiano una durata superiore a tre

mesi (duration test). Tuttavia il modello OCSE per la doppia tassazione, stabilisce per le stesse fattispecie un

periodo superiore a dodici mesi. La norma italiana quindi che prevede tre mesi si applica soltanto per i paesi

in cui non vi siano le convenzioni OCSE di rango superiore all'ordinamento italiano, e quindi principmente

nei paesi Africani.

bisogna specificare che solitamente per le altre attività per stabile organizzazione si intende un periodo di sei

mesi facendo riferimento alle disposizioni sulla residenza.

Sono invece identificate quali esemplificazioni negative (non si parla di stabile organizzazione):

Sede fissa di affari o installazione al solo fine di: - deposito, esposizione o consegna di beni e merci,

- acquisto di merci,

- raccolta e fornitura di informazioni,

- pubblicità,

- ricerca scientifica,

- analoghe attività aventi carattere preparatorio o ausiliario (non essenziali ne significative per l'impresa e

svolte solo a beneficio dell'impresa stessa).

Merci immagazzinate al solo fine di: - deposito, esposizione o consegna,

- trasformazione da parte di un'impresa,

Disponibilità a qualsiasi titolo di computer ed impianti ausiliari per la raccolta e trasmissione di dati

• finalizzati alla vendita di beni.

Possiamo riassumere queste ipotesi con una norma di chiusura che tiene conto di tutte: ovvero non

costituiscono stabile organizzazione tutte quelle attività di carattere preparatorio (che servono a preparare

l'attività d'impresa) o ausiliario (che non servono per lo svolgimento dell'attività principale, il driver è chi

genera i ricavi, l'attività principale è svolta da chi genera i ricavi).

Al comma 6 e al comma 7 si parla dell'utilizzo di agenti dipendenti e indipendenti.

L'utilizzo da parte della casa madre di un agente dipendente (persona fisica o società) configura un'ulteriore

ipotesi si stabile organizzazione qualora l'agente: - operi per conto dell'impresa estera,

- goda di poteri che gli permettano di concludere nello stato estero contratti in nome dell'impresa (diversi da

quelli di acquisto di beni) e ne faccia uso abitualmente.

- svolga attività diverse da quelle rientranti tra le ipotesi di esclusione di stabile organizzazione viste prima.

Bisogna quindi capire se nella pratica l'agente concluda o no contratti.

Ai sensi del comma 7, non si considera che un'impresa abbia una stabile organizzazione nell'altro Stato

qualora: - eserciti la propria attività tramite un mediatore, un commissionario generale od ogni altro

intermediario con status indipendente giuridicamente ed economicamente,

- a condizione che tali persone agiscano nell'ambito della loro ordinaria attività.

Infine l'ultimo comma dell'art. 162 del Tuir corrisponde al paragrafo 7 dell'art. 5 del modello OCSE ed

enuncia un principio generalmente accettato in tutte le convenzioni contro le doppie imposizioni stipulate

dall'Italia: il fatto che un'impresa non residente, con o senza stabile organizzazione nel territorio dello stato,

controlli un'impresa residente, ne sia controllata, o che entrambe le imprese siano controllate da un soggetto

esercente o no attività d'impresa non costituisce di per sé motivo sufficiente per far configurare una qualsiasi

di dette imprese quale stabile organizzazione dell'altra.

L'esistenza di una consociata quindi non rappresenta di per sé una stabile organizzazione della casa madre; la

consociata, infatti, rappresenta un'entità legale distinta rispetto alla controllante. La qualificazione sussiste

qualora un'impresa abbia legami così intrinsechi con la società madre tali da far diventare le società

controllate, pur dotate di uno status di soggetti autonomi, vere e proprie strutture di gestione dell'impresa

esercitata da altre società e qualora i rapporti di dipendenza e di compartecipazione siano tali da poter essere

assimilati a quelli che intercorrono con un agente dipendente.

Abbiamo visto che uno dei casi positivi in cui si da luogo ad una stabile organizzazione è l'ufficio direzione.

Ufficio di direzione è il luogo dove dei soggetti dipendenti della casa madre operano sul territorio di

• un'altra nazione svolgendo il coordinamento dell'attività. 21

Perché il dipendente dia luogo ad una sede direttiva è necessario che il soggetto eserciti il potere di direzione

comportando di conseguenza anche la presenza di una stabile organizzazione.

Se la persona fisica dovesse svolgere solo funzione di controllo bilancio e raccolta di informazioni allora non

si tratta di stabile organizzazione in quanto sono solo attività di carattere ausiliario o preparatorie.

La sede amministrativa è il luogo dove viene tenuta la contabilità della società estera. Il fatto di

• avere la sede amministrativa in Italia, comporta attirare la residenza in Italia e quindi attirare tutto il

reddito della società estera ovunque prodotto a tassazione in Italia.

Al contrario nella stabile organizzazione pago le imposte solo sul reddito prodotto in Italia.

Il place of management è il luogo dove viene esercitato il potere gestorio della società. Anche il

• place of management attrae la residenza.

Ora in caso di società residente è più facile individuare il reddito da sottoporre a tassazione, in quanto viene

sottoposto a tassazione la totalità del reddito. Invece in caso di stabile organizzazione viene sottoposta a

tassazione solo una parte del reddito prodotto, la porzione di reddito prodotta in Italia, risulta quindi

problematico stabilire la quantità di reddito da sottoporre a tassazione.

Come avevamo già detto l'art. 23 dispone che, per l'applicazione dell'imposta ai non residenti si considerano

altresì prodotti nel territorio dello stato i redditi d'impresa derivanti da attività esercitate nel territorio dello

stato mediante stabili organizzazioni.

Quindi a meno che un'impresa di uno stato contraente non abbia una stabile organizzazione nell'altro stato, i

redditi dalla stessa prodotti non possono che essere tassati nello Stato di residenza dell'impresa.

La regola di base dell'art. 7 prevede che gli utili/perdite attribuiti sono quelli che conseguirebbe la stabile

organizzazione se fosse un'impresa separata ed indipendente svolgente la stessa attività o un'attività similare,

nelle medesime condizioni, tenendo in considerazione le funzioni svolte, gli assets utilizzati e i rischi assunti

dalla stabile organizzazione e dalle parti dell'impresa.

Quindi tale regola si fonda sulla finzione valida in campo fiscale e non giuridico che la S.O. sia un'impresa

separata ed indipendente sia dalla casa madre che da ogni altro soggetto. (Separate entity approach).

Non si fonda sulla ripartizione del profitto globale dell'impresa tra casa madre e S.O., ma richiede che il

reddito sia determinato come se fosse un'impresa indipendente. Vi è quindi la possibilità che la S.O. sia in

perdita e l'impresa globale si in utile o viceversa.

Questa regola si fonda sul principio di non discriminazione tra società e stabile organizzazione, rende

indifferente l'utilizzo dell'istituto della stabile organizzazione rispetto a quello della società. Un soggetto

estero che opera in Italia non deve essere discriminato rispetto ad un soggetto che opera con una società in

Italia.

L'analisi per l'attribuzione di utili alla S.O. contempla una "functional and factual analysis". Ovvero si va a

prendere nel bilancio complessivo della società la quota parte di reddito prodotta nel paese estero tramite la

stabile organizzazione e si va a fare un'analisi funzionale e di fatto di quello che svolge la stabile

organizzazione nel paese estero.

Nonché contempla la determinazione del prezzo at arm's lenght, in conformità con le linee guida dell'OCSE

in materia di prezzi di trasferimento di tutte le transazioni con le imprese associate e con le altre parti della

medesima impresa (cosiddetto dealings).

Viene utilizzato il termine attribuire in quanto il reddito viene attribuito (una parte del reddito madre) e non

determinato alla stabile organizzazione.

Una volta che il reddito da attribuirsi alla S.O. sia stato determinato, spetta alla legislazione interna di

ciascuno stato contraente definire se e in che misura debba essere assoggettato a tassazione.

Le regole per la deduzione dei costi sono stabilite dalla legge nazionale nel rispetto della convenzione e del

principio di non discriminazione.

L'art. 152 del Tuir dispone che il reddito imponibile della stabile organizzazione è determinato in base agli

utili e alle perdite a essa riferibili e secondo le disposizioni Ires proprie delle società commerciali residenti,

sulla base di un rendiconto economico e patrimoniale appositamente predisposto nel rispetto dei principi

contabili applicati a soggetti residenti con caratteristiche analoghe alla casa madre estera.

Si ha il rendiconto, in quanto non essendo una società la S.O. non predispone un bilancio.

L'aliquota fiscale sarà quindi del 27.5%.

La stabile organizzazione si considera un entità separata e indipendente, in virtù del principio di

“functionally separate entity” e alle operazioni poste in essere con la casa madre si applicano le disposizioni

in materia di transfer pricing.

La discriminazione tra la scelta fra stabile organizzazione e apertura di una società nel paese estero, più che

una scelta dal punto di vista fiscale, è una scelta di business. 22

In particolare l'apertura di una società nuova fa si che in caso di azioni di responsabilità, possa essere

aggredito solo il patrimonio della nuova società aperta e non si possa risalire al patrimonio della società

madre. Nei settori con maggiori rischi, quindi ad esempio il settore chimico, si opta dunque per l'apetura di

una nuova società.

Nel settore finanziario,, invece, solitamente si preferisce l'apertura di un stabile organizzazione per avere

maggiore efficienza nella distribuzione dei capitali in quanto senno legalmente bisognerebbe avere un

capitale minimo anche per questa società con minore efficienza.

Vediamo ora un ripasso di quanto detto fino ad ora sulla stabile organizzazione.

Si ha stabile organizzazione quando vi è un soggetto estero che opera direttamente sul territorio italiano e

non per il tramite di una società italiana controllata. Infatti in caso di società italiana controllata, avendo

residenza in Italia, non sorge alcun problema dal punto di vista della tassazione dei redditi.

Per esservi stabile operazione vi deve essere il requisito di sede fissa dal punto di vista:

- Temporale

- Radicazione sul territorio.

La stabile organizzazione non deve per forza esercitare tutta l’attività, ma può esercitare anche solo una parte

dell’attività stessa.

È importante anche il fatto che la stabile organizzazione deve essere della casa madre, deve essere

partecipata al 100% dalla casa madre, non vi possono essere soci in quanto è vista come un’articolazione

della stessa casa madre.

Vedremo nel prossimo argomento inoltre che quando una società italiana emette un dividendo, questo reddito

da capitale è tassabile anche in Italia oltre che nel paese estero tramite una ritenuta alla fonte.

Mentre se un soggetto estero produce un reddito in Italia, questo per essere tassabile deve essere prodotto

tramite stabile organizzazione. Le vendite dirette in Italia, non vengono infatti tassate.

Oltre alla definizione generale di stabile organizzazione vi sono poi delle esemplificazioni positive e

negative al fine di individuare un stabile organizzazione.

Ai fini dell’attribuzione del reddito da sottoporre a tassazione, la stabile organizzazione si considera una

entità separata. Il reddito prodotto in Italia dal soggetto estero viene determinato con la stessa modalità

prevista per la determinazione del reddito prodotto da società residente. Per il principio di non

discriminazione.

Per assicurare la neutralità delle scelte operative dei contribuenti che operano a livello internazionale, il

legislatore ha concepito un metodo di eliminazione della doppia tassazione, ossia il credito d’imposta.

Gli utili e le perdite della stabile organizzazione sono direttamente imputabili all’impresa estera, che

consolida questi risultati nei propri conti e alla quale spetta un credito d’imposta per le imposte sui redditi

prodotti all’estero mediante la stabile organizzazione (eliminazione della doppia tassazione).

La precisa determinazione dell’ammontare del credito d’imposta è disciplinata dall’art. 165 del Tuir:

“Se alla formazione del reddito complessivo concorrono redditi prodotti all’estero, le imposte ivi pagate a

titolo definitivo su tali redditi sono ammesse in detrazione all’imposta netta dovuta fino alla concorrenza

della quota d’imposta corrispondente al rapporto tra i redditi prodotti all’estero ed il reddito complessivo al

netto delle perdite di precedenti periodi di imposta ammesse in diminuzione”.

Il D. Lgs 147/2015 ha inoltre introdotto importanti novità nell’ambito della disciplina tributaria prevista per

le stabili organizzazioni.

In particolare è stata introdotta la c.d. branch exemption ovvero la concessione alle imprese residenti in Italia

di non fare concorrere alla determinazione del reddito gli utili e le perdite conseguite da proprie stabili

organizzazioni estere. La modalità attraverso la quale tale disposizione sarà attuata è demandata a un

apposito provvedimento da emanarsi da parte dell’Agenzia delle Entrate.

La scelta è irrevocabile e coinvolge tutte le stabili organizzazioni estere (all in all out).

Esaminiamo ora quelli che possono essere i vantaggi fiscali derivanti dall’inserimento in un mercato estero

da parte di un’altra impresa straniera attraverso le due seguenti formule:

- Costituzione di un soggetto economico controllato il quale rappresenta un’entità del tutto distinta

dalla struttura originaria, dotata di completa autonomia giuridica, costituita e controllata dalla società

madre.

- Costituzione di una filiale/stabile organizzazione, sede secondaria con rappresentanza stabile, ma

priva di autonomia giuridica per la quale non viene adottata la branch exemption.

Fermo restando gli esempi che andremo a fare fra poco, bisogna considerare che nel caso di società residente

23

all’estero che decide di svolgere attività d’impresa in Italia, dovrà essere ulteriormente valutato che:

- In caso di costituzione di società, nel momento in cui i redditi prodotti in Italia dovranno essere

rimpatriati, tali redditi sconteranno una ritenuta alla fonte che può variare a seconda delle

convenzioni stipulate con gli altri paesi o può essere nulla per l’applicabilità della direttiva madre-

figlia). Solitamente la ritenuta alla fonte è pari ad un importo che varia dal 5 al 15% in caso di

presenza di convenzioni che arriva fino al 26% se non vi sono convenzioni e che in presenza di

determinate condizioni può essere azzerata per via della direttiva madre – figlia.

- In caso di redditi prodotti da stabile organizzazione, questi non scontano alcuna ritenuta.

CASO A.

Supponiamo che una società svolga la propria attività all’estero per il tramite di una società o di una stabile

organizzazione nel paese X dove i redditi sono tassati con un’aliquota fiscale del 20%.

Ipotizzando un reddito pari a 100.000:

Società: reddito prodotto: 100.000 – imposte 20.000 = reddito netto 80.000.

Dividendo: (5%* 27,5%) 1.100.

Reddito netto = 78.900.

Stabile organizzazione: reddito prodotto: 100.000 – imposte: 20.000 = reddito netto 80.000.

Reddito reimpatriato 100.000 Ires = 27.500, credito d’imposta = 20.000.

Reddito netto = 72.500.

Nel caso in cui l’aliquota del paese estero sia minore dell’aliquota del paese domestico allora conviene dal

punto di vista fiscale la società.

CASO B.

Supponiamo ora che l’aliquota del paese estero sia del 30%.

La società avrà un reddito netto di 70.000 su cui pagherà ulteriori dividendi per (27,5%*5%) 963.

Il reddito netto definitivo è di 69.038.

La stabile organizzazione avrà un reddito netto di 70.000 e non dovrà pagare ulteriori imposte in Italia. Anzi

in teoria vi sono delle norme che disciplinano il potenziale recupero del credito d’imposta per quella parte

eccedente la tassazione del paese domestico, in questo caso 2.500. Tuttavia queste norme dal punto di vista

pratico non prevedono l’immediato recupero, è infatti difficile che uno stato rimborsi delle imposte ad una

impresa pagate ad un altro stato. In questo caso dal punto di vista fiscale conviene la stabile organizzazione.

CASO C.

Supponiamo ora che dall’attività svolta all’estero dall’impresa ne derivi una perdita.

In caso di stabile organizzazione posso compensare le perdite con l’utile prodotto in Italia, mentre in caso di

società non posso, o almeno posso solo in caso di consolidato mondiale che tuttavia comporta una serie di

altre limitazioni.

Ulteriori vantaggi extra fiscali legati alla costituzione di un branch sono:

- Nessuna previsione di capitale minimo da rispettare (in caso di società è invece richiesto).

- In caso di perdite di gestione le stesse hanno immediata valenza per la casa madre italiana, nel caso

di società il recepimento delle perdite non è automatico. In particolare, qualora si svaluti la

partecipazione della subsidiary il relativo onere sarà da considerarsi indeducibile ai fini fiscali.

L’unica strada per il recepimento delle perdite estere è il consolidato mondiale che però prevede il

principio all in all out.

- In presenza di una branch il trasferimento dell’utile in capo alla casa madre non è generalmente

assoggettato a ritenute alla fonte, gli eventuali dividendi distribuiti dalla società alla casa madre sono

generalmente assoggettati a ritenuta alla fonte.

D’altra parte occorre considerare eventuali profili di vantaggio legati alla costituzione di una subsidiary:

- Possibilità di isolare la responsabilità relativa alle operazioni condotte mediante l’unità estera mentre

nel caso della branch la responsabilità è riferibile alla società madre.

- Possibilità di salvaguardare i benefici derivanti dall’ottenimento di eventuali agevolazioni fiscali

locali (esenzione da imposte o applicazione di aliquote ridotte) che potrebbero non essere applicabili

alla branch.

- Maggiore semplicità amministrativa in quanto per la branch e necessario conservare e gestire

contabilità sezionali in quanto devono rilevare nella contabilità distintamente i fatti di gestione che

interessano le stabili organizzazioni determinando separatamente i risultati dell’esercizio relativi a 24

ciascuna di esse, mentre ciò non è richiesto in caso di società.

Vediamo ora quella che può essere l’identificazione pratica di una stabile organizzazione.

La verifica della presenza di una IPO viene svolta da una persona esperta fiscalmente, tramite l’utilizzo di un

questionario. Nel questionario vediamo che vi sono tre colori: verde (allowed) che mi dice che in presenza di

queste attività non vi è S.O., rosso (not allowed) che mi dice che in presenza di queste attività svolte dalla

persona allora vi è la S.O. e infine giallo che mi dice che in presenza di queste attività bisogna svolgere una

verifica caso per caso più accurata.

Quindi per stabilire se un gruppo di persone, o una persona singola che svolge un’attività in un paese estero

per conto della casa madre fa sorgere oppure no una stabile organizzazione bisogna analizzare la singola

funzione svolta dalla stessa caso per caso tramite l’utilizzo del questionario.

L’Italia definisce S.O. anche la mera partecipazione a meeting con il cliente dove viene discusso il prezzo di

vendita, basta infatti un minimo potere di rappresentanza per fare scattare la stabile organizzazione anche

sena partecipare direttamente alle trattative. All’estero avviene diversamente, infatti occorre un certo potere

per far sorgere la stabile organizzazione.

Il questionario prevede che vi sia prima un’analisi dei processi svolti all’interno della società e poi un’analisi

funzionale per vedere le funzioni svolte e da chi sono svolte.

Ad esempio la prima funzione che troviamo è: product management. Individuata poi la funzione, si svolge

un’analisi maggiormente dettagliata per determinare l’attività di fatto svolta e si stabilisce se questa attività è

tale da costituire una stabile organizzazione o no o nel caso si va a studiare il caso specifico per determinare

se sorge o no caso per caso.

Ad esempio nel caso di product management le attività che possono essere svolte sono di supporto alla

definizione della strategia e quindi tali da non creare S.O. oppure di decisione, in caso in cui si abbia potere

decisionale e quindi tale da avere una stabile organizzazione.

Ora quindi quello che conta è la presenza del potere di rappresentanza, l’indagine dell’amministrazione

finanziaria va ad analizzare se di fatto la persona prende decisioni e vincola la società o no.

Per la funzione di general agreements, solitamente tutte le decisioni prese dalla persona, sono decisioni che

vincolano la società straniera, e in quanto tali comportano la costituzione di una stabile organizzazione.

Nel caso invece della funzione di order management, l’attività di presa degli ordini dal cliente stesso è una di

quelle attività che deve essere valutata caso per caso in quanto se la persona ha la possibilità di contrattare

con il cliente sul prezzo, e quindi cambiare l’ordine allora quella che sorge è una stabile organizzazione, se

invece la persona riceve semplicemente degli ordini da eseguire dalla casa madre allora non sorge S.O.

Per quanto riguarda invece gli agenti, al fine di comprendere se sono agenti dipendenti o indipendenti, si

deve svolgere il dipendent agent test.

I punti più importanti del test vanno a valutare se: l’agente è sottoposto a istruzioni sullo svolgimento della

propria attività da parte della casa madre, se l’attività svolta dall’agente è sottoposta al controllo della casa

madre e se il rischio imprenditoriale è coperto o no dalla società.

LOCALIZZAZIONE DEI REDDITI

Come abbiamo già detto nell'ordinamento italiano, la rilevanza del luogo di produzione del reddito si

concretizza, come esposto in precedenza, nei seguenti principi:

World Wide taxation principle: per i soggetti residenti si applica il principio della tassazione del reddito

mondiale sulla base del quale sono tassati tutti i redditi ovunque prodotti.

Source based taxation: per i soggetti non residenti si applica il principio della territorialità sulla base del

quale sono tassati soltanto i redditi prodotti nel territorio dello stato.

Esaminiamo ora le implicazioni fiscali che potrebbero emergere nel caso in cui un soggetto persona fisica

decida di modificare la propria residenza, trasferendo la stessa fuori dall'Italia.

Caso A supponiamo che una persona fisica residente in Italia detenga un partecipazione qualificata in una

società di capitali italiana. Il dividendo distribuito viene tassato entrando per il 49,72% nella base imponibile

Irpef. In casi di trasferimento della residenza in Francia, si applicano allora le convenzioni per la doppia

tassazione in questo caso tra Francia e Italia. 25

Si applicherà una ritenuta in Italia e poi l'imposizione in Francia.

Quindi i redditi da capitale distribuiti da società italiana ad un soggetto all'estero sono tassabili nel paese

dove la società emette il dividendo tramite il meccanismo della ritenuta e vengono poi tassati anche nel paese

dove il soggetto ha residenza. Gli importi sono stabiliti nelle convenzioni contro la doppia tassazione.

Caso B supponiamo che una persona fisica residente in Italia ricopra il ruolo di amministratore in una società

di capitali italiana percependo degli emolumenti. In caso di soggetto con partita IVA saranno applicabili le

disposizioni che determinano il reddito di lavoro autonomo, in caso di soggetto senza partita IVA saranno

applicate le disposizioni per il reddito da lavoro dipendente.

Se la prestazione è svolta in Italia, ai compensi è applicata una ritenuta a titolo d'imposta nella misura del

30% più eventuale imposizione ulteriore in Francia.

Se la prestazione è svolta all'estero i compensi sono esclusi dall'applicazione della ritenuta in Italia.

Per quanto riguarda i soggetti diversi dalle persone fisiche: società di persone ed associazioni soggette a irpef

e società di capitali ed enti soggetti a Ires si considerano residenti in Italia se per la maggior parte del periodo

di imposta hanno nel territorio dello stato: sede legale, sede dell'amministrazione (sede amministrativa o

place of management) o oggetto principale della loro attività.

Le società e gli enti residenti nel territorio dello stato sono assoggettati a tassazione sul reddito complessivo

da qualsiasi fonte esso provenga e determinato secondo le regole sul reddito d'impresa.

Le società e gli enti commerciali non residenti, nonché gli enti non commerciali non residenti sono soggetti a

tassazione in Italia soltanto per i redditi prodotti nel territorio dello stato.

Nel caso in cui la società estera abbia una stabile organizzazione, i singoli redditi perdono la loro qualifica

tipica e sono attratti nell'orbita del reddito d'impresa della stabile organizzazione.

Se non vi è stabile organizzazione, i redditi della società o ente non residente conservano la qualifica di

redditi isolati della singola categoria di appartenenza e l'imponibile sarà dato dalla loro somma.

(parte sulle slides non trattata in classe: esterovestizione).

CFC (CONTROLLED FOREIGN COMPANIES)

la disciplina delle controlled foreign companies è stata introdotta nell’ordinamento tributario per contrastare

un fenomeno di elusione internazionale quale il tax deferral ossia la produzione di redditi in paesi a bassa

fiscalità evitandone la distribuzione sotto forma di utili o di dividendi.

Le CFC sono entità controllate da soggetti residenti, ubicate in paesi o territori il cui regime fiscale presenta

aspetti di particolare favore.

Per paesi o territori con regime fiscale privilegiato si intende quei paesi in cui il regime di tassazione

nominale è inferiore al 50% di quello italiano.

In altre parole questo fenomeno prevede la costruzione di una holding in un paese a fiscalità privilegiata che

detenga varie partecipazioni che distribuiscono dividendi in modo da mantenerli in capo alla società

ricevendo una tassazione limitata o nulla e non distribuirli in capo alle persone fisiche.

Mentre in America l’operazione è considerata come un’operazione normale dallo stato, in Italia si è invece

adottata una normativa piuttosto severa a riguardo.

La norma prevista dall’art. 167 del Tuir prevede che i redditi conseguiti dal soggetto estero partecipato

calcolati secondo le norme previste dal Tuir per la determinazione del reddito d’impresa, siano imputati a

decorrere dalla chiusura dell’esercizio o periodo di gestione di quest’ultimo per trasparenza al soggetto

purché quest’ultimo detenga una partecipazione di controllo nel primo proporzionalmente alla quota di

partecipazione stessa.

Ai fini fiscali, quindi, è come se non vi fosse la società, il reddito è immediatamente tassato in Italia anche se

non vengono distribuiti i dividendi.

Ambito soggettivo:

- persone fisiche residenti

- società di capitali, società cooperative e di mutua assicurazione residenti

- enti commerciali e non commerciali residenti.

La disciplina CFC si applica anche ai redditi delle stabili organizzazioni di soggetti non residenti localizzate

in stati o territori a fiscalità privilegiata.

Requisito del controllo (requisito necessario in quanto solo in caso di controllo della società ho la possibilità

di reperire tutti gli elementi per riclassificare il conto economico in base ai principi italiani.

Il controllo della CFC può essere sia diretto che indiretto anche tramite società fiduciaria o interposta

persona. Naturalmente è necessario che oltre al controllo debba individuarsi anche una partecipazione

all’utile della CFC da parte del soggetto italiano e quindi la disponibilità in capo a quest’ultimo del reddito

della medesima. 26

I redditi derivanti dal soggetto non residente (società paese white list): vengo imputati al soggetto residente

per trasparenza in proporzione alle partecipazioni detenute al termine dell’esercizio o periodo di gestione,

anche se non percepiti. I redditi come abbiamo detto sono determinati secondo le disposizioni del TUIR in

materia di reddito di impresa . Sono soggetti a tassazione separata e scontano l’aliquota media applicata al

reddito complessivo netto del soggetto residente. Quindi se il soggetto residente è una società l’aliquota

media sarà del 27,5% se invece il soggetto residente sarà una persona fisica l’aliquota media sarà quella

Irpef. In ogni caso comunque l’aliquota applicata non può mai essere inferiore a quella Ires.

Questo meccanismo di tassazione separata è stato pensato al fine di evitare la compensazione di una

eventuale perdita della società italiana con l’utile derivante dal paese a fiscalità privilegiata allo scopo di

ridurre il carico fiscale. Non è infatti prevista la possibilità di compensazione neanche tramite consolidato

mondiale.

Nel caso di distribuzione degli utili da parte della società si deve evitare la doppia tassazione.

Gli utili distribuiti dal soggetto estero non concorrono a formare il reddito del soggetto residente fino

all’ammontare del reddito conseguito dal soggetto estero già imputato al soggetto residente. (pagherò i

dividendi solo qualora superino l’utile già tassato in precedenza).

Le imposte pagate sugli utili dal soggetto estero sono ammesse in detrazione fino a concorrenza di quelle

determinate con tassazione separata. (nel caso in cui il soggetto estero paghi imposte nel paese a fiscalità

privilegiata, o nel caso in cui venga applicata una ritenuta alla fonte sulla distribuzione del reddito.

Disapplicazione: la disciplina CFC non si applica se il soggetto residente dimostra, anche attraverso

interpello preventivo, che:

La società o ente non residente svolge un’effettiva attività industriale o commerciale come sua principale

attività nel mercato o territorio di insediamento (lo scopo era quello di entrare in un nuovo mercato).

Dalle partecipazioni non consegue l’effetto di localizzare i redditi in stati o territori diversi da quelli di cui al

decreto ministeriale emanato.

PREZZI DI TRASFERIMENTO

A seguito della globalizzazione dell’attività d’impresa, è cresciuta l’attenzione da parte delle autorità

governative, nonché delle imprese, circa la determinazione e l’applicazione dei prezzi di trasferimento dei

fattori della produzione (beni, servizi, forza lavoro e capitali finanziari) tra aziende dello stesso gruppo

imprenditoriale. Vediamo meglio il contesto e il motivo di questa maggiore attenzione sul transfer pricing.

Ipotizziamo un gruppo con una società in Germania e una in Italia, in base a quello che è il mio prezzo di

trasferimento, ovvero il prezzo al quale vendo il mio bene dall’Italia alla Germania, io vado a determinare

quella che sarà la materia imponibile in Italia e quella che sarà imponibile in Germania. La corretta

determinazione del transfer pricing risulta particolarmente importante per le autorità fiscali in quanto

attraverso la vendita o acquisto infragruppo si possono creare situazioni di minor incasso pe rl’agenzia delle

entrate.

Con il termine transfer pricing ci si riferisce al complesso di tecniche e procedimenti posti in essere dalle

imprese multinazionali allo scopo di determinare i prezzi, relativi alla cessione di beni e prestazioni di

servizi, che sono praticati tra entità giuridiche autonome e indipendenti appartenenti allo stesso gruppo

imprenditoriale ma operanti in stati diversi.

Naturalmente l’obiettivo dell’impresa è quello di lasciare il profitto nella giurisdizione dove vi sia la minor

tassazione possibile, ma questo comportamento può essere considerato corretto o prescinde dalla norma

fiscale?

Naturalmente la norma fiscale ci dice che l’utile lo devo ripartire fra i soggetti che contribuiscono a creare

valore all’interno del gruppo.

In ambito fiscale, quindi, come abbiamo detto, la scelta delle politiche dei prezzi di trasferimento potrebbe

essere influenzata da finalità di: allocazione del reddito tra le società del gruppo a discrezione della

capogruppo e di ottimizzazione del carico tributario.

Ciò ha indotto gli stati a focalizzare la propria attenzione sul fenomeno in esame, adottando in sede

legislativa metodi di determinazione dei prezzi di trasferimento sulla base delle indicazioni contenute nei

numerosi rapporti redatti dall’OCSE dal 1979 in poi. Tali indicazioni sono imperniate sul principio

dell’Arm’s Lenght o prezzo di libera concorrenza, cioè il prezzo che sarebbe stato concordato tra imprese

indipendenti per operazioni identiche o similari a condizioni simili nel libero mercato.

Ci si pone quindi la domanda: se io vendessi il bene ad un a società esterna al gruppo, applicherei lo stesso

prezzo che ho applicato all’interno del gruppo? 27

L’ordinamento interno italiano, nonché i trattati contro la doppia imposizione, sino ad oggi stipulati

dall’Italia con altri Paesi, stabiliscono che detti prezzi devono essere applicati in base al valore normale (at

arm’s lenght) dei beni e dei servizi oggetto di trasferimento: “i componenti di reddito derivanti da operazioni

con società non residenti nel territorio dello stato, che direttamente o indirettamente controllano l’impresa, ne

sono controllate o sono controllate dalla stessa società che controlla l’impresa, sono valutati in base al valore

normale dei beni ceduti, dei servizi prestati e dei beni e servizi ricevuti se ne deriva una aumento del reddito.

La stessa disposizione si applica anche se ne deriva una diminuzione del reddito”.

L’applicazione della disciplina del transfer pricing ha 2 presupposti:

- Soggettivo: le transazioni commerciali interessate sono quelle intercorse tra imprese residenti e non

residenti nel territorio dello stato.

- Oggettivi: la disciplina sui prezzi di trasferimento è applicabile a tutte le transazioni aventi rilevanza

reddituale nell’ambito del reddito d’impresa.

Il presupposto soggettivo: ci dice che la disciplina in materia di prezzi di trasferimento trova applicazione

con riguardo alle transazioni commerciali poste in essere tra imprese residenti e non residenti, che

direttamente o indirettamente: controllano l’impresa italiana; sono controllate dall’impresa italiana; sono

controllate dalla stessa controllante dell’impresa italiana.

La nozione di controllo cui si fa riferimento non è riconducibile alla definizione dell’art. 2359 in quanto

viene ricompresa ogni ipotesi di influenza di carattere economico attuabile da un’impresa sulle decisioni

imprenditoriali dell’altra che comporti un’alterazione dei prezzi di trasferimento.

Il presupposto oggettivo: la disciplina sui prezzi di trasferimento è applicabile a tutte le transazioni aventi

rilevanza reddituale nell’ambito del reddito d’impresa. Si applica sia alla cessione di beni che alla

prestazione di servizi. L’elemento che caratterizza il presupposto oggettivo per l’applicazione della

normativa sul transfer pricing è costituito dalla differenza tra il corrispettivo della transazione infragruppo e

il valore normale del bene ceduto o del servizio prestato.

L’obbiettivo della disciplina è quello di evitare la doppia tassazione, prima nella nazione dove il reddito

viene imputato come maggiore quota dalla società e poi qualora il valore di acquisto del bene stabilito sia

diverso dal valore normale che l’amministrazione finanziaria ritiene corretto una seconda volta nella nazione

dove vendo il bene alla società del mio gruppo.

Il problema di doppia tassazione nasce in quanto l’amministrazione finanziaria non ha dato una definizione

univoca del valore normale del bene, ma lascia lo spazio all’imprenditore di definire il valore.

Il valore normale dei beni ceduti, dei servizi prestati e dei beni e servizi ricevuti è determinato dal Tuir che

rinvia all’art. 9 comma 3 del Tuir stesso, secondo il quale per valore normale si intende:

“il prezzo o il corrispettivo mediamente praticato per i beni e i servizi della stessa specie o similari, in

condizioni di libera concorrenza e al medesimo stadio di commercializzazione, nel tempo e nel luogo in cui i

beni o servizi sono stati acquistati o prestati e in mancanza nel tempo e nel luogo più prossimi.

Per la determinazione del valore normale si fa riferimento ove possibile, ai listini o alle tariffe del soggetto

che ha fornito i beni o i servizi e in mancanza alle mercuriali e ai listini delle camere di commercio e alle

tariffe professionali tenendo conto degli sconti d’uso. Per i beni e i servizi soggetti a disciplina dei prezzi si

fa riferimento ai provvedimenti in vigore”.

Da quanto vediamo, l’art. risulta applicabile per le commodities, mentre risulta applicabile solo nella prima

parte per i beni unici.

La definizione della politica dei prezzi di trasferimento è basata su alcuni elementi fondamentali: analisi

funzionale, analisi di comparabilità e scelta del metodo.

- Analisi funzionale: l’obiettivo dell’analisi è identificare tutte le funzioni aziendali che hanno

contribuito alla creazione del valore del prodotto/servizio oggetto della transazione e individuare

elementi quali: livello e natura delle attività svolte, rischi assunti e assets impiegati al fine di

determinare una corretta remunerazione conforme al principio arm’s lenght.

È molto importante quest’analisi in quanto mi permette di conoscere le dinamiche dell’azienda e i

rischi che si è presa, infatti la remunerazione è solitamente correlata strettamente con i rischi presi.

Le funzioni svolte devono essere rilevate per il loro significato economico tenendo in considerazione

elementi quali tipologia, natura, valore e frequenza delle attività svolte.

L’individuazione dei rischi assunti dalle diverse imprese che prendono parte alla transazione risulta

fondamentale in quanto si ha una relazione positiva tra rischio assunto e profitto atteso.

I rischi da considerare che ogni singola società si assume sono:

rischio di mercato: fluttuazione dei prezzi di approvvigionamento o di vendita (materie prime).

Rischio di perdite dovute all’investimento in beni immobiliari.

Rischio di insuccesso nell’attività di ricerca e sviluppo, solitamente molto alti e quindi molto

remunerativi. 28

Rischi finanziari: cambio e fluttuazioni interessi.

Rischi di credito: dovuto al rischio di incasso del credito dal soggetto terzo e quindi solitamente in

capo a chi distribuisce.

Quindi in base al rischio effettuo l’allocazione della remunerazione.

Alla fine della corretta determinazione del prezzo di trasferimento dovrà essere assicurato un

adeguato rendimento ai beni impiegati dalle imprese, sia materiali che immateriali.

Particolare attenzione è da porre per quanto riguarda l’eventuale impiego di beni immateriali, in

quanto il rapporto OCSE attribuisce al loro titolare una retribuzione aggiuntiva.

- Analisi di comparabilità: in via preliminare alla scelta e conseguente applicazione del metodo per la

determinazione del prezzo di trasferimento, deve essere compiuta un’analisi sul grado di

comparabilità delle transazioni, il principio di libera concorrenza presuppone, infatti, il confronto tra

le condizioni presenti nelle transazioni tra imprese consociate e imprese indipendenti.

Al fine di giungere ad un giudizio circa la conformità del prezzo di trasferimento con il prezzo di

libera concorrenza, ed eventualmente apportare taluni aggiustamenti, è necessario che le transazioni

siano comparabili, presentino cioè un determinato grado di affinità sotto il profilo dei beni e dei

servizi scambiati, delle situazioni di mercato, delle condizioni contrattuali ed economiche nelle quali

le imprese si trovano ad operare.

- Scelta del metodo: i metodi per la determinazione del prezzo di trasferimento sono i seguenti, in

ordine dal più utilizzate al meno in base ai casi:

Metodo del confronto del prezzo,

metodo del prezzo di rivendita,

metodo del costo maggiorato,

comparazione dei margini netti,

ripartizione dei profitti globali.

Prima di analizzare in maniera analitica i cinque metodi, riepiloghiamo quanto detto fino ad ora: nei rapporti

di cessione di beni e prestazioni di servizi fra imprese di un gruppo che si trovano in giurisdizioni diverse, si

applica quello che è il valore normale.

Il valore normale è descritto nell’art. 9 delle convenzioni OCSE, tuttavia, mentre per le commodities il valore

normale è di facile applicazione, per quelle imprese che producono beni unici nel loro genere questa

definizione di valore normale non è applicabile.

Per le imprese che producono beni unici, allora, si andrà a svolgere un’analisi funzionale al fine di vedere

quali sono le reali attività che svolge una società e quali un’altra al fine di determinare la società che ha più

rischi e alla quale quindi dovrà essere imputata una maggior quota di utile, un’analisi di comparabilità

naturalmente risulta molto importante la scelta di comparables. Bisogna infatti scegliere soggetti terzi

indipendenti realmente. Se invece come soggetti da comparare prendessimo due concorrenti, è ovvio che

tutti e due i soggetti hanno gli stessi interessi ad imputare il reddito nel paese con minore tassazione,

rendendo quindi inidonea la comparazione.

Vi è infine la scelta del metodo in modo tale da determinare il valore normale.

Per quanto riguarda i metodi applicabili è importante sottolineare che i metodi migliori sono i tradizionali

mentre i metodi basati sul profitto possono essere utilizzati solo in situazioni eccezionali. Vi è inoltre la

possibilità di utilizzare metodi diversi da quelli contemplati e di utilizzare anche più di un metodo. La

preferenza di un metodo sull’altro si basa sul grado di comparabilità della transazione.

1. Metodo del confronto del prezzo: CUP (comparable uncontrolled price). Questo metodo deve essere

preso in considerazione in via prioritaria ed è il metodo applicato dalle autorità per verificare che il

prezzo di vendita sia congruo. Il metodo prevede il confronto del prezzo oggetto di verifica con

quello che verrebbe praticato per transazioni comparabili.

Un primo confronto è interno ed avviene quando, oltre a stare vendendo il bene o servizio ad

un’impresa del gruppo, lo si sta vendendo anche ad un’impresa terza al gruppo. In questo caso il

valore normale sarà uguale al prezzo che sto facendo all’altra impresa. Attenzione che però il bene

deve essere allo stesso stadio di commercializzazione, deve avvenire nello stesso periodo e nello

stesso luogo.

Un secondo confronto è esterno ed avviene quando all’infuori del gruppo vi è un’impresa terza che

vende lo stesso bene ad un’altra impresa terza. Tuttavia questo metodo è di difficile applicazione in

quanto è difficile che per prodotti unici vi sia qualcuno che vende il mio stesso prodotto tra terzi e

allo stesso stadio di commercializzazione. Vuol dire che mi sta facendo concorrenza.

Il metodo del confronto del prezzo risulta la miglior procedura per rappresentare il prezzo di 29


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Corso di laurea: Corso di laurea in economia e legislazione d'impresa (MILANO)
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I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Lucaf_94 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Pianificazione d'impresa e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Cattolica del Sacro Cuore - Milano Unicatt o del prof Cremona Massimo.

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