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Pianificazione Fiscale Appunti scolastici Premium

Elaborato per la preparazione dell'esame di pianificazione fiscale d'impresa tenuto dal professor Massimo Cremona basati su appunti personali del publisher presi alle lezioni del prof. dell'università degli Studi Cattolica del Sacro Cuore - Milano Unicatt.

Esame di Pianificazione fiscale d'impresa docente Prof. M. Cremona

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b) enti pubblici e privati diversi dalle società, residenti nel territorio dello Stato, che hanno per oggetto esclu-

sivo o principale l’esercizio di attività commerciali

c) Società ed enti di ogni tipo, con o senza personalità giuridica, non residenti nel territorio dello Stato

L’art. 117 TUIR, al comma due, prevede alcuni requisiti per i soggetti controllanti non residenti:

- Residenza in un paese con cui sia in vigore un accordo contro le doppie imposizioni

- Esercizio in Italia di attività d’impresa ex art. 55 TUIR

- Esercizio dell’attività mediante una stabile organizzazione, come definita dall’art. 162 TUIR che assume

la qualifica di consolidante

- In caso di assenza di una stabile organizzazione, individuazione di una controllata che assume la qualifica

di consolidante

I soggetti controllati possono essere società di capitali residenti o stabili organizzazioni di soggetti non resi-

denti che risiedono in Stati UE o in Stati SEE e che rivestono forma analoga a società di capitali. L’opzione in

qualità di controllate è, inoltre, consentita:

- Ai soggetti che trasferiscono la loro residenza all’estero in Italia, sin dall’esercizio in cui avviene il trasfe-

rimento

- Alle società non soggette ad IRES che, per effetto di operazioni di trasformazione, risultino assoggettabili

a tale imposta; l’opzione ha efficacia a decorrere dall’esercizio che inizia dalla data in cui ha effetto la

trasformazione

L’art. 126 TUIR prevede alcuni casi di esclusione dall’applicazione di questo istituto quali: società che bene-

ficiano di riduzioni dell’aliquota IRES; società soggette a procedure di fallimento, liquidazione coatta ammi-

nistrativa ed amministrazione straordinaria delle grandi imprese; società che optano, in qualità di partecipata,

per la tassazione per trasparenza fiscale.

Affinché la società controllante possa essere considerata tale, deve soddisfare i requisiti di controllo previsti

dall’art. 120 TUIR, che sono:

- Partecipi direttamente o indirettamente al capitale della partecipata per più del 50% (c.d. controllo di di-

ritto)

- Partecipi direttamente o indirettamente a più del 50% dell’utile di bilancio

- Sussistenza sin dall’inizio di ogni esercizio relativamente al quale la società controllante e controllata si

avvalgono dell’esercizio dell’opzione

L’opzione che deve essere esercitata per aderire al consolidato fiscale è facoltativa, in quanto deve essere

esercitata dalle singole società appartenenti al gruppo congiuntamente alle controllate e bilaterale tra società

controllate e società controllata, con la conseguenza che, all’interno dello stesso gruppo, potranno di fatto

aversi differenti assetti negoziali. L’opzione è irrevocabile per tre esercizi e non è rinnovabile.

La regolamentazione dei rapporti contrattuali infragruppo, a bilanciamento delle posizioni debitorie e credito-

rie trasferite, è lasciata all’autonomia delle società partecipanti, posto che nulla è stato disposto dal legislatore

fiscale. Il TUIR (art. 118) si limita a prevedere l’irrilevanza reddituale delle somme percepite e versate in

contropartita dei vantaggi fiscali ricevuti o attribuiti.

La società controllata può esercitare l’opzione anche a decorrere da un esercizio successivo a quello in cui ha

avuto inizio la tassazione di gruppo cui partecipa la controllante. La società non può partecipare a due opzioni

distinte in qualità di consolidata e consolidante.

Illustriamo con un esempio pratico le scelte in merito alle opzioni di consolidamento.

Dati i risultati economici, quale consolidato risulta il migliore? Bisogna considera le società che presentano

maggiori perdite per ottenere un vantaggio dal consolidamento. Nel nostro esempio possono essere implemen-

tati i seguenti consolidati fiscali: A con B; A con C; A con B e C; A con B,C ed E; B con D; C con E. Per

definire il perimetro di consolidamento si può scegliere la combinazione di società che risulta più conveniente,

con l’unico limite che la controllante non può essere allo stesso tempo controllata. Importante sottolineare che

la società A non potrà includere nel consolidato fiscale la società D, infatti la percentuale di controllo di A su

questa società è del 49% (70% * 70%) per il c.d. effetto demoltiplicatore e per poter consolidare occorre una

percentuale di controllo almeno del 51%.

Vi sono altre condizioni di soddisfare per rendere valida l’opzione di consolidamento:

- Identità nell’esercizio sociale di ciascuna controllata con quello della controllante

- Esercizio congiunto dell’opzione da parte di ciascuna controllata e della controllante

- Elezione di un domicilio fiscale presso la controllante (ai fini della notifica degli atti e dei provvedimenti

relativi ai periodi d’imposta per il quale l’opzione è esercitata).

Il reddito consolidato (o meglio aggregato) definito dall’art. 118 TUIR dispone l’individuazione di una base

imponibile unica. Il reddito complessivo globale è determinato come somma algebrica dei redditi complessivi

netti da considerare per l’intero importo, a prescindere dalla quota di partecipazione riferibile al soggetto con-

trollante. Le perdite fiscali anteriori alla tassazione di gruppo possono essere utilizzate solo dalla società a cui

si riferiscono; nessun limite, invece, è previsto per le perdite maturate dalle singole società in esercizi ricom-

presi nel periodo di validità dell’opzione per la tassazione consolidata. Nel caso di fusione tra società aderenti

allo stesso consolidato e con perdite fiscali riportabili in costanza di consolidato, si deve escludere, con l’ope-

razione in esame, qualsiasi manovra elusiva tendente a realizzare una compensazione intersoggettiva di perdite

fiscali tra i soggetti coinvolti.

Con l’intervento delle modifiche normative in tema di società di comodo è previsto che la società consolidante

e le società consolidate di comodo applicano separatamente la maggiorazione dell’10.5% e provvedono auto-

nomamente al relativo versamento:

- La consolidante continua ad assoggettare ad imposizione la somma algebrica dei redditi e delle perdite che

confluiscono nel consolidato, applicando l’aliquota ordinaria del 24%

- La maggiorazione del 10.5% si applica su base individuale alla singola società che dovesse essere consi-

derata di comodo e non al gruppo nella sua interezza

Il principio seguito dalla nuova previsione legislativa è quello secondo cui la non operatività delle società

aderenti al consolidato non deve influenzare la determinazione del reddito complessivo di gruppo.

Ipotizziamo una holding con la seguente situazione patrimoniale:

Supponiamo inoltre che:

- Dal possesso della partecipazione consegua un dividendo per 30.000€

- Il tasso di interesse sia pari al 0.4%

I dividendi sono esclusi da tassazione al 95% (quindi l’imponibile è 30.000*0.05 = 1.500). Gli interessi passivi

non sono deducibili in quanto il ROL risulta pari a 0 (i dividendi non vengono considerati per il calcolo del

reddito operativo lordo).

Ipotizziamo ora una seconda situazione in cui:

- La quota partecipativa in A sia al 49%

- Dal possesso della partecipazione siano conseguiti dividendi per 30.000€

- Il tasso di interesse sia pari allo 0.4%

Stante la percentuale inferiore al 50%, la Holding non può optare per il consolidato nazionale e, pertanto, la

situazione impositiva è la seguente:

Ipotizziamo ora un ultimo caso che preveda:

- La quota partecipativa in A al 51%

- Dal possesso della partecipazione sono conseguiti dividendi per 30.000€

- Il tasso di interesse sia pari a 0.4%

- La partecipata A presenti un ROL inutilizzato pari a 10.000€ (quota di interessi passivi deducibili 10.000€

* 30% = 3.000€)

Stante la percentuale di possesso superiore al 50%, la holding può optare per il consolidato nazionale. La

situazione impositiva sarebbe la seguente:

La perdita così realizzata potrà essere trasferita al consolidato fiscale ai fini della compensazione del reddito

prodotto dalla consolidante. Tale cessione di perdita comporterà per la controllante il conseguimento di un

provento da consolidamento in contropartita al vantaggio fiscale (per ipotesi 500 * 24% = 120). In caso di

cessione di ROL invece, non è previsto alcun compenso per la controllata. In questo caso i benefici derivanti

dall’opzione per il consolidato fiscale sono due:

- Deducibilità degli interessi passivi a seguito della cessione del ROL dalla controllata alla controllante

- Perdita che potrà essere utilizzata per abbattere il reddito imponibile della società controllante

La disciplina del consolidato fiscale rappresenta per i gruppi d’imprese uno strumento di pianificazione fiscale,

che consente il conseguimento di notevoli vantaggi finanziari, quali l’utilizzo anticipato delle perdite (c.d.

monetizzazione delle perdite), di ritenute ed anche di crediti d’imposta. Consente, inoltre, il conseguimento di

vantaggi economici, quali:

a) Compensazione degli utili e delle perdite fiscali delle società che hanno optato per la tassazione di gruppo

b) Possibilità di compensare crediti e debiti d’imposta tra le diverse società incluse nel perimetro del conso-

lidamento

c) Possibile utilizzo in ambito di consolidato delle eccedenze del ROL, per la deduzione degli interessi pas-

sivi. Con riferimento alla deducibilità degli interessi passivi, l’art. 96 TUIR prevede che, in caso di ade-

sione al consolidato nazionale, l’eventuale eccedenza di interessi passivi e oneri assimilati indeducibili,

può essere portata in riduzione del reddito complessivo del gruppo se uno o più soggetti partecipanti al

consolidato fiscale presentino un ROL capiente, non integralmente utilizzato per la deduzione.

I gruppi di imprese non sempre sono strutturati nel modo migliore in funzione dei vantaggi ottenibili dalla

tassazione di gruppo: il soggetto economico dovrà preliminarmente pianificare quali sono le società da inclu-

dere e quali quelle da escludere dal consolidato; inoltre occorrerà valutare quanti consolidati attivare lungo

tutta la catena di controllo. Devono essere attentamente programmate una serie di operazioni finalizzate a

costruire i confini del consolidato in base alle esigenze e ai benefici collegati.

La disciplina del consolidato fiscale mondiale è diversa da quella del consolidato fiscale nazionale. La prima

differenza riguarda il profilo soggettivo della disciplina:

 La società controllante/consolidate deve essere una società di capitali o un ente commerciale residente, in

posizione apicale nel gruppo (non può essere una sub-holding)

 Le società consolidate/controllate possono essere società di ogni tipo, con o senza personalità giuridica,

non residenti

Il requisito del controllo è soddisfatto in presenza di partecipazione diretta o indiretta al capitale sociale ed agli

utili della partecipata per più del 50%, assume rilevanza l’effetto demoltiplicatore e rilevano anche le parteci-

pazioni detenute da parti correlate.

Non possono qualificarsi come soggetto consolidante le società e gli enti di qualsiasi tipo non residenti, nean-

che qualora abbiano una stabile organizzazione in Italia. Inoltre, il soggetto non residente che detiene le parte-

cipazioni in società controllate non residenti attraverso una stabile organizzazione in Italia, non può accedere

al consolidato mondiale. La stabile organizzazione di un soggetto non residente viene discriminata rispetto a

un soggetto residente.

Nel caso di consolidato mondiale, l’opzione per il consolidamento è una scelta discrezionale della sola società

consolidante e vale il principio “all in all out” (al consolidato fiscale mondiale devono partecipare obbligato-

riamente tutte le società controllate appartenenti al gruppo). Inoltre:

 Deve esserci identità del periodo d’imposta

 L’opzione è vincolante per 5 esercizi e può essere rinnovata per 3 anni.

L’esercizio dell’opzione è subordinato all’esito positivo dell’interpello ordinario proposto all’Agenzia delle

Entrate con il quale la controllante può richiedere anche:

 Ulteriori semplificazioni per la determinazione del reddito

 L’esclusione delle società controllate non rilevanti residenti in territori o Stati di cui al Decreto Ministeriale

emanato ai sensi dell’art. 168-bis

Il consolidamento avvien in misura proporzionale alla partecipazione e nel periodo d’imposta in corso alla data

di chiusura dell’esercizio delle controllate. La quota di partecipazione è quella alla data di chiusura del bilancio

della controllata o, se maggiore, alla data di approvazione del bilancio stesso. L’unico obbligo per le società

controllate è quello di presentare il proprio bilancio revisionato alla controllante. Il reddito delle società con-

solidate va rideterminato tenendo conto:

 Delle disposizioni sul reddito d’impresa

 Delle rettifiche di consolidamento

In caso di interruzione integrale derivante dalla perdita della qualificazione soggettiva di controllate, le conse-

guenze sono:

 Perdita degli effetti del consolidamento a partire dal periodo d’imposta successivo

 Le perdite residue di cui all’art. 84 TUIR non utilizzate alla fine del periodo d’imposta in cui viene meno

la qualificazione soggettiva, sono ridotte in misura corrispondente al rapporto tra le perdite prodotte nel

periodo di validità dell’opzione da tutte le società non residenti il cui reddito ha concorso alla formazione

dell’imponibile unitario e quelle prodotte nello stesso periodo da tutte le società

LOCALIZZAZIONE DEI REDDITI

Nell’ordinamento tributario italiano, la rilevanza del luogo di produzione del reddito si concretizza nei seguenti

principi:

 Worldwide taxation principle: per i soggetti residenti si applica il principio della tassazione del reddito

mondiale sulla base della quale sono tassati tutti i redditi ovunque prodotti

 Source based taxation: per i soggetti non residenti si applica il principio della territorialità in base al quale

sono tassati soltanto i redditi prodotti nel territorio dello Stato

Per le persone fisiche, ai sensi dell’art. 2 TUIR, sono considerate residenti in Italia e, quindi ivi tassabili sui

redditi ovunque prodotti, le persone che per la maggior parte del periodo d’imposta sono:

 Iscritte all’anagrafe della popolazione residente

 Hanno nel territorio dello Stato il domicilio o la residenza ai sensi dell’art. 43 c.c.

Un soggetto iscritto nell’anagrafe di un Comune italiano per almeno 183 giorni in un anno, anche non conse-

cutivi, è considerato residente nel territorio dello Stato indipendentemente dalla prova della sua effettiva pre-

senza nel territorio dello Stato stesso. Al fine di svolgere correttamente l’esame sulla sussistenza della

residenza civilistica nel territorio dello Stato di un soggetto, risulta necessario valutare la presenza di almeno

uno dei seguenti requisiti:

a) La permanenza stabile in un determinato luogo

b) L’intenzione del soggetto di avere in quel luogo stabile dimora

Il domicilio coincide con il luogo in cui è stabilita la sede principale degli affari ed interessi del soggetto.

Esaminiamo, a tal proposito, le implicazioni fiscali che potrebbero emergere nel caso in cui un soggetto per-

sona fisica decida di modificare la propria residenza, trasferendo la stessa fuori dall’Italia.

CASO A: supponiamo che una persona fisica residente in Italia detenga una partecipazione (qualificata) in una

società di capitali italiana e che venga distribuito un dividendo di 150.000€:

* l’utile conseguito dalla società ha scontato la tassazione IRES

** applicazione dell’aliquota complessiva per scaglioni

In caso di trasferimento della residenza effettiva in Francia, con conseguente iscrizione all’AIRE (Albo degli

Italiani Residenti all’Estero), troverà applicazione l’art. 10 della Convenzione Italia-Francia che prevede che

il dividendo è imponibile in Francia, tuttavia l’imposta comunque applicabile in Italia non potrà eccedere il

15% dell’ammontare lordo dei dividendi distribuiti al beneficiario effettivo residente in Francia (risulterà in

capo al soggetto persona fisica un credito per imposte pagate all’estero).

CASO B: supponiamo che la persona fisica residente in Italia ricopra il ruolo di amministratore di una società

di capitali italiana, percependo degli emolumenti (ossia il compenso per l’attività dell’amministratore). In caso

di soggetto partita IVA che svolge l’attività di amministratore nell’ambito della professione, saranno applica-

bili le disposizioni che determinano il reddito di lavoro autonomo. In caso di soggetto senza partita IVA, il

reddito conseguito dalla percezione degli emolumenti sarebbe assimilabile, e di conseguenza determinato, se-

condo le disposizioni relative al reddito di lavoro dipendente. Per semplicità, consideriamo che il reddito im-

ponibile determinato, secondo le disposizioni di cui prima e seconda ipotesi, sia in entrambi i casi di 150.000€.

** applicazione dell’aliquota complessiva per scaglioni

In caso di trasferimento in Francia della residenza effettiva (con conseguente iscrizione all’AIRE), se la pre-

stazione è svolta in Italia, ai compensi è applicata una ritenuta a titolo d’imposta nella misura del 30% (ed

eventuale ulteriore imposizione, se prevista, in Francia); se la prestazione è svolta all’estero, i compensi sono

esclusi dall’applicazione della ritenuta in Italia.

I soggetti diversi dalle persone fisiche e, in particolare, società di persone ed associazioni soggette ad IRPEF

e società di capitali ed enti soggetti ad IRES, si considerano residenti in Italia se, per la maggior parte del

periodo d’imposta, hanno nel territorio dello Stato:

 La sede legale

 La sede dell’amministrazione

 L’oggetto principale della loro attività

Ai sensi dell’art. 81 TUIR, le società e gli enti residenti nel territorio dello Stato sono assoggettati a tassazione

sul reddito complessivo da qualsiasi fonte esso provenga e determinato secondo le regole sul reddito d’impresa.

Le società e gli enti commerciali non residenti, nonché gli enti non commerciali non residenti, sono soggetti a

tassazione in Italia soltanto per i redditi prodotti nel territorio dello Stato. Nel caso in cui la società o l’ente

commerciale non residente abbia una stabile organizzazione nello Stato:

 Si vi è stabile organizzazioni, i singoli redditi perdono la loro qualificazione tipica, e sono attratti nell’or-

bita del reddito d’impresa della stabile organizzazione

 Se non vi è stabile organizzazione, i redditi della società o ente non residente conservano la qualifica di

redditi isolati della singola categoria di appartenenza e l’imponibile sarà dato dalla loro somma.

Gli uffici di rappresentanza sono la forma più semplice attraverso la quale un imprenditore estero può esten-

dere la propria presenza sul territorio italiano. Nella più comune accezione, l’ufficio di rappresentanza ha

esclusivamente una funzione commerciale ausiliaria o preparatoria per la penetrazione dell’azienda esterna nel

mercato italiano. Le funzioni che possono essere svolte sono esclusivamente di carattere promozionale, di

raccolta di informazioni, di ricerca scientifica e/o di mercato e non di carattere produttivo e/o di vendita in

senso proprio. Manca quella organizzazione imprenditoriale autonoma sul piano gestionale e operativo che

costituisce un centro di unificazione dei rapporti relativi ad un’attività economica. L’ufficio di rappresentanza

così definito non costituisce un presupposto perché la società estera, cui lo stesso fa capo, possa considerarsi

un soggetto passivo ai fini della tassazione italiana. Esso rappresenta, per la società estera, un mero centro di

costo che non produce reddito e che non soggiace agli obblighi previsti per le sedi secondarie.

L’ordinamento prevede per ciascuna categoria di reddito dei criteri di localizzazione. Tali criteri sono indivi-

duati dall’art. 23 TUIR e rappresentano i criteri in base ai quali il reddito di un soggetto non residente si

considera prodotto in Italia. I criteri individuati da questo articolo 23 TUIR valgono anche per la determina-

zione del reddito prodotto in Italia dalle persone giuridiche non residenti e per la localizzazione dei redditi

prodotti all’estero dai soggetti residenti in Italia. In sintesi, i criteri di localizzazione dei redditi sono i seguenti:

- Per i redditi di origine patrimoniale rileva il luogo in cui è situata la fonte reddituale: i redditi fondiari sono

prodotti in Italia se l’immobile è situato in Italia; i redditi da capitale sono prodotti in Italia se è residente

in Italia il soggetto che li corrisponde

- Per i redditi che derivano dallo svolgimento di un’attività vale il luogo in cui è svolta l’attività: i redditi

da lavoro sono prodotti in Italia se derivano da attività svolta in Italia; i redditi d’impresa sono prodotti in

Italia se derivano da attività svolte in Italia mediante stabile organizzazione

- I redditi diversi sono prodotti in Italia se derivano da beni situati in Italia e se le plusvalenze sono relative

a società residenti in Italia

Con il termine esterovestizione si fa riferimento alla fittizia localizzazione all’estero della residenza fiscale di

una società che, al contrario, ha di fatto la sua attività e persegue il suo oggetto sociale in Italia. La società è

costituita in uno Stato a regime fiscale più vantaggioso solo al fine di imputare in detto Stato i redditi che

altrimenti sarebbero tassati in Italia. In capo ai soggetti IRES, sono rilevabili due particolari casi di presunzione

relativa alla residenza fiscale:

 Art. 73, comma 5 bis TUIR: salvo prova contraria, si considera esistente nel territorio dello Stato la sede

dell’amministrazione di società ed enti, che detengono partecipazioni di controllo nei soggetti di cui alle

lettere a) e b) del comma 1, se in alternativa:

a) Sono controllati, anche indirettamente, ai sensi dell’art. 2395 c.c. da soggetti residenti nel territorio

dello Stato

b) Sono amministrati da un CdA, o altro organo equivalente di gestione, composto in prevalenza da con-

siglieri residenti nel territorio dello Stato

 Art. 73, comma 5 quater: salvo prova contraria, si considerano residenti in Italia le società od enti il cui

patrimonio sia investito in misura prevalente in quote di fondi di investimento mobiliare chiusi e siano

controllati, direttamente o indirettamente, per il tramite di fiduciarie o per interposta persona, da soggetti

residenti in Italia

Ai soggetti che esercitano imprese commerciali:

 Persone fisiche titolari di reddito d’impresa

 Società di persone

 Società di capitali ed enti commerciali

 Enti non commerciali per le attività commerciali eventualmente esercitate

Che a seguito del trasferimento all’estero della residenza perdano la residenza ai fini delle imposte sui redditi,

si applicano le disposizioni di cui all’art. 166 TUIR. L’art. 166 TUIR definisce infatti quali siano gli effetti

derivanti dal trasferimento all’estero della residenza che comporti la perdita della residenza fiscale ai fini delle

imposte sui redditi:

a) La presunzione di realizzo dei componenti dell’azienda o del complesso aziendale trasferiti all’estero che

non siano confluiti in una stabile organizzazione in Italia

b) La tassazione dei fondi in sospensione d’imposta iscritti nel bilancio ante trasferimento che non siano stati

ricostituiti nella contabilità della stabile organizzazione

c) La presunzione di realizzo delle plusvalenze relative a stabili organizzazioni all’estero preesistenti al tra-

sferimento della residenza

Per gli imprenditori individuali e le società di persone, l’art. 166 TUIR prevede l’applicazione delle disposi-

zioni in materia di tassazione separata. Di conseguenza, l’imposta si applica separatamente sulle plusvalenze,

compreso il valore di avviamento, realizzate mediante cessione a titolo oneroso di aziende possedute da più di

5 anni, e sui redditi conseguiti in dipendenza di liquidazione, anche concorsuale, di imprese commerciali esi-

stenti da più di 5 anni.

Le perdite che si sono generate fino al periodo d’imposta anteriore a quello da cui ha effetto il trasferimento

all’estero della residenza fiscale e che non sono state compensate con i redditi prodotti fino a tale periodo

possono essere portate in diminuzione dal reddito della stabile organizzazione in Italia ai sensi dell’art. 84

TUIR e alle condizioni e nei limiti indicati dall’art. 181. In tal senso dispone il comma 2 bis dell’art. 166, le

perdite fiscali:

- Possono essere computate in diminuzione del reddito dei periodi d’imposta successivi, ma non oltre il

quinto, per l’intero importo che trova capienza nel reddito imponibile di ciascuno di essi

- Possono essere riportate soltanto se la stabile organizzazione evidenzia un livello di operatività non infe-

riore alla soglia minima individuata dalla norma stessa

Ai sensi dell’art. 91, D.L. 1/2012, convertito nella L. 27/2012, all’art. 166 è aggiunto il comma 2 quater che

dispone quanto segue: «i soggetti che trasferiscono la residenza, ai fini delle imposte sui redditi, in Stati ap-

partenenti all’UE ovvero in Stati aderenti all’accordo SEE […] con i quali l’Italia abbia stipulato un accordo

sulla reciproca assistenza in materia di riscossione dei crediti tributari […] possono richiedere la sospensione

degli effetti del realizzo ivi previsti». Il DM 2 luglio 2014 contiene le misure di attuazione della disposizione

del comma 2 quater dell’art. 166 TUIR prevedendo che la sospensione non sia applicata:

- Ai beni merce

- Ai fondi in sospensione d’imposta

- Altri elementi attivi e passivi che concorrono a formare il reddito dell’ultimo periodo di imposta di resi-

denza in Italia

La disciplina delle Controlled Foreign Companies (CFC) è stata introdotto nell’ordinamento tributario per

contrastare un fenomeno di elusione internazionale quale il tax deferral. Questo fenomeno consiste nel fatto

che una società residente in un paese a fiscalità privilegiata, controllata da una società italiana, produca redditi

senza distribuirli sotto forma di dividenti in modo tale da posticipare il pagamento delle imposte in Italia in

modo indefinito. Il termine CFC è utilizzato per identificare quelle entità controllate da soggetti residenti,

ubicate in Paesi o territorio il cui regime fiscale presenta aspetti di particolare favore. Sono considerati Paesi

o territorio con regime fiscale privilegiato quelli in cui il regime di tassazione nominale è inferiore al 50% di

quello italiano. In linea generale, la norma espressa dall’art. 167 TUIR, prevede che i redditi conseguiti dal

soggetto estero partecipato (quindi non necessariamente dividendi), calcolati, con alcune eccezioni, secondo

le norme previste dal TUIR per la determinazione del reddito d’impresa, siano imputati, a decorrere dalla

chiusura dell’esercizio o periodo di gestione di quest’ultimo, per trasparenza (indipendentemente dall’effet-

tiva distribuzione), al soggetto residente, purché quest’ultimo detenga una partecipazione di controllo nel

primo proporzionalmente alla quota di partecipazione stessa.

La disciplina CFC si applica (ambito soggettivo) alle persone fisiche residenti, alle società di capitali, società

cooperative e di mutua assicurazione residenti, enti commerciali e non commerciali residenti e anche ai redditi

delle stabili organizzazione di soggetti non residenti localizzate in Stati o territori a fiscalità privilegiata. Il

controllo della CFC può essere:

- Diretto

- Indiretto, anche tramite società fiduciaria o interposta persona

È necessario che oltre al controllo debba individuarsi anche una partecipazione, da parte del soggetto control-

lante italiano, all’utile della CFC e, quindi, la disponibilità del reddito della medesima. Per le persone fisiche,

ai fini della verifica della sussistenza del controllo, si computano anche i voti spettanti ai familiari.

I redditi del soggetto non residente:

- Sono imputati al soggetto residente (per trasparenza) in proporzione alle partecipazioni detenute al termine

dell’esercizio o periodo di gestione, anche se non percepiti

- Sono determinati secondo le disposizioni del TUIR in merito al reddito d’impresa

- Sono soggetti a tassazione separata

- Scontano l’aliquota media dell’IRPEF applicata al reddito complessivo netto del soggetto residente

- L’aliquota media applicata non può essere inferiore a quella IRES (24%)

Dopo che il reddito della CFC è stato tassato per trasparenza, per evitare la doppia imposizione gli utili distri-

buiti dalla CFC non concorrono a formare il reddito del soggetto residente fino all’ammontare di reddito con-

seguito dal soggetto estero già imputato al soggetto residente. Inoltre, le imposte pagate sugli utili del soggetto

estero sono ammesse in detrazione fino a concorrenza di quelle determinate con tassazione separata.

La disciplina CFC non si applica se il soggetto residente dimostra, anche attraverso interpello preventivo, che:

a) La società o ente non residente svolte un’effettiva attività industriale o commerciale, come sua principale

attività, nel mercato dello Stato o nel territorio di insediamento. Il riferimento al mercato è da intendersi

come collegamento al mercato di sbocco o di approvvigionamento, viene quindi richiesto il radicamento

economico e sociale della CFC nel paese estero ossia la sua intenzione di partecipare, in maniera stabile e

continuativa, alla vita economica di uno Stato e di trarne vantaggio

b) Dalla partecipazione non consegue l’effetto di localizzare i redditi in Stati o territori diversi da quelli di

cui al DM emanato ai sensi dell’art. 168 bis

Con il D.L. 78/2009, la disciplina di cui al comma 1 dell’art. 167 è stata estesa anche ai Paesi non black list

quando siano verificate congiuntamente le condizioni di cui al nuovo comma 8 bis:

i. Tassazione effettiva inferiore a più della metà di quella cui la controllata estera sarebbe stata soggetta se

fiscalmente residente in Italia

ii. Conseguimento di proventi della controllata estera, derivanti per più del 50% dalla:

 Gestione, detenzione o dall’investimento in titoli, partecipazioni, crediti o altre attività finanziarie

 Cessione o dalla concessione in uso di diritti immateriali relativi alla proprietà industriale, letteraria o

artistica

 Prestazione di servizi nei confronti di soggetti che direttamente o indirettamente controllano la società

o l’ente non residente, ne sono controllati o sono controllati dalla stessa società che controlla la società

o l’ente non residente, ivi compresi i servizi finanziari

I criteri per determinare con modalità semplificate l’effettivo livello di tassazione di cui al precedente punto i)

sono disposti tramite un provvedimento del Direttore dell’AdE.

Ai sensi del comma 8 ter è prevista la possibilità di disapplicare le disposizioni di cui al comma 8 bis se il

contribuente residente dimostra che l’insediamento all’estero non rappresenta una costruzione artificiosa volta

a conseguire un indebito risparmio fiscale; a tal fine potrà essere interpellata l’amministrazione finanziaria.

Valutiamo se e quali vantaggi fiscali possano rilevarsi confrontando il trattamento tributario applicabile nel

caso di una società italiana A che possegga:

a) Direttamente una partecipazione in una società B che ha sede in un Paese a fiscalità normale

b) Una partecipazione in una società che ha sede in un Paese a fiscalità normale, per il tramite di una CFC

CASO A: ipotizziamo che la società B consegua un reddito, al netto delle imposte ordinarie versate nello stato

di residenza, di 100.000€. I dividendi distribuiti da B sono tassati in capo ad A con applicazione dell’aliquota

IRES 24% suk 5% dell’ammontare distribuito: 100.000€ ∗ 1.2% = 1.200€

Il dividendo netto conseguito da A è pari a 98.800€.

CASO B: ipotizziamo che la società B consegua un reddito, al netto delle imposte ordinarie versate nello Stato

di residenza, di 100.000€ che sarà distribuito alla CFC; supponiamo che il reddito conseguito dalla CFC sia

soggetto a tassazione con aliquota al 10%:

1. La società CFC versa imposte per 10.000€, conseguendo un reddito/dividendo netto di 90.000€

2. Alla società italiana verrà attribuito un reddito per trasparenza pari a 100.000€ che sconta l’imposta al

24%. Scomputando dall’imposta dovuta, quanto già versato dalla CFC, si ha un’imposta netta pari a

14.000€

3. L’utile netto della controllante italiana sarà pari a 76.000€ (90.000€ - 14.000€)

Il dividendo distribuito dalla CFC non concorre alla formazione del reddito perché inferiore (90.000€) al red-

dito imputato per trasparenza (100.000€)

Valutiamo i due precedenti casi sostituendo alla società A, un soggetto persona fisica.

CASO A: ipotizziamo che la società B consegua un reddito, al netto delle imposte ordinarie versate nello stato

di residenza, di 100.000€. In caso di distribuzione, i dividendi da B entrano al 58.14% nel reddito complessivo

del soggetto persone fisica scontando l’aliquota progressiva del 43%: 100.000€ * 25% = 25.000€. Il totale del

dividendo netto conseguito dalla persona fisica è 75.000€.

CASO B: ipotizziamo che la società B consegua un reddito netto di 100.000€ che sarà distribuito alla CFC;

supponiamo che il reddito conseguito dalla CFC sia soggetto a tassazione con aliquota al 10%:

1. La società CFC versa imposte per 10.000€, conseguendo un reddito/dividendo di 90.000€

2. Al socio persona fisica sarà attribuito per trasparenza il reddito di 100.000€ sul quale sconterà l’applica-

zione progressiva al 43%. Scomputando dall’imposta dovuta, quando già versato dalla CFC, si ha un’im-

posta netta pari a 33.000€

Il dividendo netto conseguito dal soggetto persona fisica residente è pari a 57.000€. In caso di successiva

distribuzione, il dividendo non concorrerà alla formazione del reddito imponibile nel limite di quanto già tas-

sato per trasparenza in capo al socio.

STABILE ORGANIZZAZIONE

La nozione generale di stabile organizzazione delineata all’art. 5 del modello OCSE contro le doppie imposi-

zioni è stata poi recepita dall’ordinamento tributario italiano all’art. 162, comma 1, del TUIR, il quale dispone

che: «l’espressione stabile organizzazione designa una sede fissa d’affari per mezzo della quale l’impresa non

residente esercita in tutto o in parte la sua attività nel territorio dello Stato.» Considerate le regole di territoria-

lità previste per l’applicazione delle imposte sui redditi, la definizione di stabile organizzazione risulta essere

fondamentale per identificare l’ubicazione della fonte del reddito nonché la stessa localizzazione dell’attività

produttiva. Gli elementi che contraddistinguono la sussistenza di una stabile organizzazione sono:

- La collocazione durevole e fisicamente tangibile di un apparato strumentale nel territorio dello Stato (es.

locali, attrezzature, personale dipendente, ma che può ridursi anche ad un mero spazio fisico, un soggetto

che agisca nel mercato domestico nel nome dell’impresa non residente)

- Lo sfruttamento di tale apparato per svolgere attività commerciale

Perché si concretizzi una stabile organizzazione, occorre che si soddisfino alcune condizioni o test.

La sede fissa d’affari (fixed place of business test) è uno spazio fisico circoscritto, che esiste sul territorio,

adibito allo svolgimento dell’attività d’impresa senza che rilevi il titolo giuridico che ne consente l’impiego.

L’aspetto temporale (permanence test) per la verifica dell’esistenza della stabile organizzazione riguarda due

aspetti:

a) L’organizzazione deve essere tale da poter essere utilizzata in maniera durevole, come, peraltro è richiesto

per lo svolgimento di un’attività non meramente occasionale

b) Non si deve valutare solo il dato oggettivo ma anche l’elemento intenzionale oltre che la specifica attività

d’impresa (in altre parole, la società estera deve avere la volontà di operare in maniera continuativa nel

territorio dello Stato)

L’aspetto spaziale (location test) è riferito al fatto che la sede d’affari non deve avere carattere di precarietà,

ma essere stabilmente legata al territorio: l’approccio da seguire non è in senso tecnico ma quello della deli-

mitazione territoriale, i.e. anche un’istallazione mobile che si mantiene nell’ambito di un’area determinata del

territorio può essere una stabile organizzazione (es. impianti trivellanti mobili, automezzi, miniere, stanze di

albergo e mercati per stand). L’utilizzo nell’attività d’impresa (business activity test e business connection

test) consiste nel fatto che l’installazione fissa deve essere utilizzata dal soggetto non residente nello svolgi-

mento della sua attività d’impresa (c.d. business activity test) tale che si strumentalmente connessa ad essa

(c.d. business connection test).

La stabile organizzazione deriva da elementi di fatto e quindi non è obbligatorio darne pubblicità costitutiva.

Potrebbe quindi essere difficile per l’amministrazione finanziaria italiana tassare tutte le stabili organizzazione

presenti nel territorio.

Il disposto normativo dettato dall’art. 162 non si limita solo a delineare genericamente i caratteri distintivi della

stabile organizzazione ma prevede anche una serie di ipotesi positive e negative di individuazione della stessa.

Al comma 2 sono individuate le seguenti definizione positive:

a) Una sede direzionale (persone che effettuato attività di coordinamento e direzione del gruppo)

b) Una succursale

c) Un ufficio

d) Un’officina

e) Un laboratorio

f) Una miniera, un giacimento petrolifero o di gas naturale, una cava o altro luogo di estrazione di risorse

naturali, anche in zone situate al di fuori delle acque territoriali in cui, in conformità al diritto internazionale

consuetudinario ed alla legislazione nazionale relativa all’esplorazione ed allo sfruttamento di risorse na-

turali, lo Stato può esercitare i diritti relativi al fondo del mare, all’uso sottosuolo ed alle risorse naturali.

Al comma 3 è individuata quale fattispecie a se stante l’attività svolta nell’ambito di cantieri di costruzione, di

montaggio o installazione ovvero l’esercizio di attività di supervisione ad essi connesse: si considerano quali

stabile organizzazione solo se tali cantieri, progetti o attività abbiano una durata superiore a tre mesi (duration

test). Il modello OCSE dispone per le stesse fattispecie un periodo superiore ai 12 mesi.

Sono, invece, identificate quali definizioni negative:

a) Sede fissa di affari o installazione al solo fine di:

 Deposito, esposizione o consegna di beni e merci

 Acquisto di merci

 Raccolta e fornitura di informazioni

 Pubblicità

 Ricerca scientifica

 Analoghe attività aventi carattere preparatorio o ausiliario, non essenziali né significative per l’impresa

e svolte solo a beneficio dell’impresa stessa

b) Merci immagazzinate al solo fine di:

 Deposito, esposizione o consegna

 Trasformazione da parte di un’altra impresa

c) La disponibilità a qualsiasi titolo di computer ed impianti ausiliari per la raccolta e trasmissione di dati

finalizzati alla vendita di beni e servizi

L’utilizzo da parte della casa madre di un agente dipendente (economicamente e giuridicamente), persona

fisica o società, configura un’ulteriore ipotesi di stabile organizzazione qualora l’agente:

- Operi per conto dell’impresa estera

- Goda di poteri che gli permettono di concludere nello Stato estero contratti in nome dell’impresa (diversi

da quelli di acquisto di beni) e ne faccia uso abituale

- Svolga attività diverse da quelle rientranti tra le ipotesi di esclusione di stabile organizzazione di cui all’art

162, comma 4, TUIR

Ai sensi del comma 7, non si considera, che un’impresa di uno Stato abbia una stabile organizzazione nell’altro

Stato qualora:

- Eserciti la propria attività tramite un mediatore, un commissario generale od ogni altro intermediario con

status di indipendente (giuridicamente e economicamente)

- A condizione che tali persone agiscano nell’ambito della loro ordinaria attività

L’ultimo comma dell’art. 162 TUIR corrisponde al paragrafo 7 dell’art. 5 del modello OCSE ed enuncia un

principio generalmente accettato e presente in tutte le convenzioni contro le doppie imposizioni stipulate

dall’Italia: il fatto che un’impresa non residente, con o senza stabile organizzazione nel territorio dello Stato,

controlli un’impresa residente, ne sia controllata, o che entrambe le imprese siano controllate da un soggetto

esercente o no attività d’impresa non costituisce di per sé motivo sufficiente per far configurare una qualsiasi

di dette imprese quale stabile organizzazione dell’altra. L’esistenza di una consociata non costituisce, di per

sé, una stabile organizzazione della casa madre; la consociata, infatti, rappresenta un’entità legale distinta ri-

spetto alla controllante. La qualificazione di stabile organizzazione sussiste qualora un’impresa abbia legami

così intrinseci con la società madre da far diventare le società controllate, pur dotate di uno status di soggetti

autonomi, vere e proprie strutture di gestione dell’impresa esercitata da altre società e qualora i rapporti di

dipendenza o di compartecipazione siano tali da poter essere assimilati a quelli che intercorrono con un agente

dipendente.

L’art. 23 TUIR dispone che, per l’applicazione dell’imposta ai non residenti, si considerano, altresì prodotti in

Italia i redditi d’impresa derivanti da attività esercitate nel territorio dello Stato mediante stabili organizzazioni.

L’art. 5, che definisce il concetto di stabile organizzazione, è quindi rilevante per determinare se il reddito di

un’impresa di uno Stato contraente può essere tassato nell’altro Stato, ma non fissa le regole di attribuzione

del reddito, che sono contenute nell’art. 7. Con riferimento alla determinazione del reddito d’impresa della

stabile organizzazione, sulla base delle modifiche contenute nel documento di aggiornamento del Modello

OCSE, intervenute nel 2010, l’art. 7 veniva interamente riscritto rispetto al 2008. In particolare, l’attuale art.

7 incorpora il principio cardine secondo cui, a meno che un’impresa di uno Stato contraente non abbia una

stabile organizzazione nell’altro Stato, i redditi dalla stessa prodotti non possono essere tassati nello Stato di

residenza dell’impresa. La regola base, di cui all’art. 7, prevede che gli utili/perdite attribuiti alla stabile orga-

nizzazione sono quelli che conseguirebbe la stessa se fosse un’impresa separata e indipendente svolgente la

stessa attività o un’attività similare, nelle medesime o simili condizioni, tenendo in considerazione le funzioni

svolte, gli assets utilizzati e i rischi assunti dalla stabile organizzazione e delle altri parti dell’impresa. Tale

regola si fonda, dunque, sulla finzione, valida in campo fiscale e non giuridico, che la stabile organizzazione

sia un’impresa separata ed indipendente sia dalla casa madre che da ogni altro soggetto (c.d. separate entity

approach) e non si fonda sulla ripartizione del profitto globale dell’impresa tra casa madre e SO, ma richiede

che il reddito della stabile organizzazione sia determinato come se fosse un’impresa indipendente. L’analisi

dell’attribuzione degli utili alla SO contempla una functional and factual analysis nonché la determinazione

del prezzo at arm’s lenght, in conformità alle linee guida OCSE in materia di prezzi di trasferimento di tutte

le transazioni con le imprese associate e con le altre parti della medesima impresa.

L’art. 152 TUIR dispone che il reddito imponibile della stabile organizzazione è determinato in base agli utili

e alle perdite a essa riferibili e secondo le disposizioni IRES proprie delle società commerciali residenti, sulla

base di un rendiconto economico e patrimoniale appositamente predisposto nel rispetto dei principi contabili

applicabili a soggetti residenti con caratteristiche analoghe alla casa madre (contabilmente non si deve presen-

tare alcun bilancio o rendiconto economico). La stabile organizzazione si considera un’entità separata e indi-

pendente, in virtù del principio di functionally separate entity e alle operazioni poste in essere con la casa

madre si applicano le disposizioni in materia di transder pricing.

Per assicurare la neutralità fiscale delle scelte operative dei contribuenti che operano a livello internazionale,

il legislatore ha concepito un metodo di eliminazione della doppia imposizione, ossia il credito d’imposta. Gli

utili e le perdite della stabile organizzazione sono direttamente imputabili all’impresa estera, che consolida

questi risultati nei proprio conti e alla quale spetta un credito d’imposta per le imposte sui redditi prodotti

all’estero mediante la stabile organizzazione. La precisa determinazione dell’ammontare del credito d’imposta

è disciplinata dall’art. 165 TUIR, secondo il quale: «se alla formazione del reddito complessivo concorrono

redditi prodotti all’estero, le imposte ivi pagate a titolo definitivo su tali redditi sono ammesse in detrazione

dall’imposta netta dovuta fino alla concorrenza della quota d’imposta corrispondente al rapporto tra i redditi

prodotti all’estero ed il reddito complessivo al netto delle perdite di procedenti periodi d’imposta ammesse in

diminuzione».

Il D.Lgs. 147/2015 ha introdotto importanti novità nell’ambito della disciplina tributaria prevista per le stabili

organizzazioni. In particolare, è stata introdotta la c.d. branch exemption ovvero la concessione alle imprese

residenti in Italia di non far concorrere alla determinazione del reddito, gli utili e le perdite conseguite da

proprie stabili organizzazioni estere. La modalità attraverso la quale tale disposizione sarà attuata è demandata

a un apposito provvedimento da emanarsi da parte dell’Agenzia delle Entrate. La scelta è irrevocabile e coin-

volge tutte le stabili organizzazioni estere. Specifiche disposizioni sono state introdotto nel caso di stabili or-

ganizzazioni localizzate in Paesi black list.

Esaminiamo come l’inserimento in un mercato straniero da parte di un’impresa di altro Stato possa avvenire

attraverso le seguenti formule alternative, con riflessi fiscali del tutto differenti:

- Costituzione di un soggetto economico controllato (subsidiary), il quale rappresenta un’entità del tutto

distinta dalla struttura originaria, dotata di completa autonomia giuridica, costituita e controllata dalla so-

cietà madre

- Costituzione di una filiale/stabile organizzazione (branch), sede secondaria con rappresentanza stabile, ma

priva di autonomia giuridica per la quale non viene adottata la branch exemption.

CASO A: supponiamo che una società svolga la propria attività all’estero per il tramite di una società (o per il

tramite di una stabile organizzazione) nel Paese X, dove i redditi sono tassati con aliquota del 20%. Ipotizzando

che il reddito prodotto all’estero sia pari a 100.000€ avremo la seguente situazione:

CASO B: supponiamo che una società svolga la propria attività all’estero per il tramite di una società (o per il

tramite di una stabile organizzazione) nel Paese X, dove i redditi sono tassati con aliquota al 30%. Ipotizziamo

che il reddito prodotto all’estero sia pari a 100.000€, avremo la seguente situazione:

CASO C: supponiamo che una società svolga la propria attività all’estero per il tramite di una società (o per il

tramite di una stabile organizzazione) nel Paese X, dove i redditi sono tassati con aliquota fiscale del 30%.

Ipotizzando che dall’attività svolta all’estero sia conseguita una perdita avremo la seguente situazione:

Nel caso di esercizio dell’attività all’estero per il tramite di una stabile organizzazione la perdita si compensa

con i redditi della società italiana. Nel caso di perdita prodotta da una società estera, la compensazione con i

redditi prodotti dalla società italiana potrebbe avvenire solo in caso di adesione al consolidato mondiale.

Fermo restando quando illustrato con i precedenti esempi, nel caso di società residente all’estero che decide di

svolgere attività d’impresa in Italia, dovrà essere ulteriormente valutato che in caso di costituzione di società,

nel momento in cui i redditi prodotti in Italia dovranno essere rimpatriati, tali redditi sconteranno una ritenuta

alla fonte (che può variare a seconda delle convenzioni stipulate con gli altri Paesi o può essere nella per

l’applicabilità della direttiva madre-figlia). In caso di redditi prodotti dalla stabile organizzazione, questi non

scontano alcuna ritenuta.

Ulteriori profili di vantaggio legati alla costituzione di una branch sono:

- Nessuna previsione su eventuale capitale minimo da rispettare; nel caso di costituzione della società di

diritto tale capitale minimo è richiesto.

- In caso di perdite di gestione, le stesse hanno immediata valenza (ai fini IRES) per la casa madre italiana;

nel caso di società il recepimento delle perdite non è automatico.

- In presenza di una branch il trasferimento dell’utile in capo alla casa madre non è generalmente assogget-

tato a ritenuta alla fonte; gli eventuali dividendi distribuiti dalla società alla casa madre sono generalmente

assoggettati a ritenuta alla fonte

D’altra parte, occorre considerare anche eventuali profili di vantaggio legati alla costituzione di una subsidiary:

- Possibilità di isolare la responsabilità relativa alle operazioni condotte mediante l’unità estera; nel caso di

branch la responsabilità è riferibile alla società madre

- Possibilità di salvaguardare i benefici derivanti dall’ottenimento di eventuali agevolazioni fiscali locali

che potrebbero non essere applicabili alla stabile organizzazione

- Maggiora semplicità amministrativa: le imprese italiane che sono presenti all’estero mediante stabili orga-

nizzazioni devono rilevare nella contabilità distintamente i fatti di gestione che interessano le stabili orga-

nizzazioni, determinando separatamente i risultati dell’esercizio relativi a ciascuna di esse”. Ciò comporta

per la branch la necessità di conservare e gestire contabilità selezionali e questo non è richiesto (alla casa

madre) nel caso di società. I PREZZI DI TRASFERIMENTO

L’attività di società controllate all’estero, di gruppi multinazionali italiani che operano all’estero e di gruppi

multinazionali esteri che operano in Italia comporta, quasi necessariamente lo scambio di beni e servizi tra

società dello stesso gruppo anche attraverso diversi Paesi. In queste situazioni, diventa fondamentale sapere a

quale prezzo viene ceduto il bene o effettuato il servizio per determinare la quota di reddito della singola

società del gruppo da tassare all’interno di ciascun Paese. Ogni Paese cercherà di attrarre una quota di reddito

maggiore per aumentare il gettito a proprio favore, mentre l’obiettivo della capogruppo è quello di produrre

reddito in Paesi a bassa fiscalità.

A seguito della globalizzazione dell’attività d’impresa, è cresciuta l’attenzione da parte delle autorità gover-

native, nonché delle imprese, circa la determinazione e l’applicazione dei prezzi di trasferimento (c.d transfer

pricing) dei fattori della produzione (beni, servizi, forza lavoro e capitali finanziari) tra aziende dello stesso

gruppo imprenditoriale. Con il termine transfer pricing ci si riferisce al complesso di tecniche e procedimenti

posti in essere dalle imprese multinazionali allo scopo di determinare i prezzi, relativi alla cessione di bene e

prestazioni di servizi (o meglio, a qualsiasi operazione rilevante dal punto di vista reddituale), che sono prati-

cati tra entità giuridiche autonome e indipendenti appartenenti allo stesso gruppo imprenditoriale ma operanti

in Paesi diversi. Ovviamente, in caso di prestazioni di servizi o cessione di beni tra società appartenenti allo

stesso gruppo ma operanti nello stesso Paese, la disciplina sui prezzi di trasferimento non si applica. La do-

manda, in relazione a questa disciplina, è in base a cosa si allocano i redditi prodotti tra le società che hanno

partecipato alla vendita del prodotto/servizio.

In ambito fiscale, la scelta delle politiche dei prezzi di trasferimento potrebbe essere influenzata da finalità di:

- Allocazione del reddito tra le società del gruppo (società controllate o collegate) a discrezione della capo-

gruppo

- Ottimizzazione del carico tributario

Ciò ha indotto gli Stati a focalizzare la propria attenzione sul fenomeno in esame, adottando un sede legislativa

metodi di determinazione dei prezzi di trasferimento sulla base delle indicazioni contenute nei numerosi rap-

porti redatti dal Comitato Affari Fiscali dell’OCSE ed imperniati sul principio dell’arm’s lenght o prezzo di

libera concorrenza, cioè il prezzo che sarebbe stato concordato tra imprese indipendenti per operazioni iden-

tiche o similari a condizioni simili nel libero mercato.

L’ordinamento italiano, nonché i trattati contro la doppia imposizione, sino ad oggi stipulati dall’Italia con

altri Paesi, stabiliscono che detti prezzi devono essere applicati in base al valore normale dei beni e dei servizi

oggetto di trasferimento. I componenti di reddito derivanti da operazioni con società non residenti nel territorio

dello Stato, che direttamente o indirettamente controllano l’impresa, ne sono controllate o sono controllate

dalla stessa società che controlla l’impresa, sono valutati in base al valore normale dei beni ceduti, dei servizi

prestati e dei beni e servizi ricevuti se ne deriva un aumento del reddito. La stessa disposizione si applica anche

se ne deriva una diminuzione del reddito. (art. 110, comma 7, TUIR).

L’applicazione della disciplina sul transfer pricing si basa su presupposti soggettivi e oggettivi. Presupposto

soggettivo è che le operazioni interessate sono quelle intercorse tra imprese residenti e non residenti nel terri-

torio dello Stato. La disciplina in materia di prezzi di trasferimento trova applicazione con riguardo alle tran-

sazioni commerciali poste in essere tra imprese residenti e non residenti, che direttamente o indirettamente:

- Controllano l’impresa italiana

- Sono controllate dall’impresa italiana

- Sono controllate dalla stessa controllante dell’impresa italiana

La nozione di controllo cui si fa riferimento non è riconducibile alla definizione dell’art. 2359 c.c., in quanto

viene ricompresa ogni ipotesi di influenza di carattere economico attuabile da un’impresa sulle decisioni

imprenditoriali dell’altra impresa che comporti un’alterazione dei prezzi di trasferimento (c.d. influenza note-

vole). Il controllo congiunto di una società potrebbe comportare l’applicazione di prezzi diversi dal valore

normale ma non rientra nella disciplina dei prezzi di trasferimento in assenza del requisito del controllo (o

dell’influenza notevole).

Presupposto oggettivo è che la disciplina sui prezzi di trasferimento è applicabile a tutte le transazioni aventi

rilevanza reddituale (cessioni di beni e prestazioni di servizi) nell’ambito del reddito d’impresa. L’elemento

che caratterizza il presupposto oggettivo per l’applicazione della normativa sul transfer pricing è costituito

dalla differenza tra il corrispettivo della transazione infragruppo e il valore normale del bene ceduto o del

servizio prestato.

Il valore normale dei beni ceduti, dei servizi prestati e dei beni e servizi ricevuti è determinato a norma dell’art.

110, comma 2, TUIR che rinvia alle disposizioni dell’art. 9, comma 3, del TUIR secondo il quale per valore

normale si intende: «il prezzo o corrispettivo mediamente praticato per i beni e i servizi della stessa specie o

similari, in condizioni di libera concorrenza e al medesimo stadio di commercializzazione, nel tempo e nel

luogo in cui i beni o servizi sono stati acquisiti o prestati e, in mancanza, nel tempo e nel luogo più prossimi.

Per la determinazione del valore normale si fa riferimento, in quanto possibile, ai listini o alle tariffe del sog-

getto che ha fornito i beni o i servizi e, in mancanza, alle mercuriali e ai listini delle camere di commercio e

alle tariffe professionali, tenendo conto degli sconti d’uso. Per i beni e servizi soggetti a disciplina dei prezzi

di trasferimento si fa riferimento ai provvedimenti in vigore»

La definizione della politica dei prezzi di trasferimento è basata su alcuni elementi fondamentali:

a) Analisi funzionale

b) Analisi di comparabilità

c) Scelta del metodo

Obiettivo dell’analisi funzionale è:

- Indicare tutte le funzioni aziendali (processi) che hanno contribuito alla creazione del valore del pro-

dotto/servizio oggetto della transazione (in altre parole, identificare chi fa che cosa)

- Individuare elementi quali: livello e natura delle attività svolte, rischi assunti (vale il principio maggiore

il rischio maggiore è la remunerazione) e assets impiegati

Al fine di determinazione una corretta remunerazione, conforme al principio arm’s lenght, che porti all’allo-

cazione dell’utile complessivo sulle varie funzioni del gruppo in base all’assunzione del rischio. Le funzioni

svolte devono essere rilevate per il loro significato economico tenendo in considerazione elementi quali tipo-

logia, natura, valore e frequenza delle attività svolte.

L’individuazione dei rischi assunti dalle diverse imprese che prendono parte alla transazione risulta fondamen-

tale in quanto si ha una relazione positiva tra rischio assunto e profitto atteso. Ai fini di una corretta analisi, i

rischi generalmente da considerare sono:

- Rischio di mercato (fluttuazione dei prezzi di approvvigionamento o di vendita)

- Rischio di perdite conseguenti all’investimento e all’uso di beni di proprietà, immobili e beni strumentali

- Rischio di insuccesso dell’attività di ricerca e sviluppo

- Rischi finanziari (cambio e fluttuazione di interessi)

- Rischio di credito

Al fine della corretta determinazione del prezzo di trasferimento dovrà essere assicurato un adeguato rendi-

mento ai beni impiegati dalle imprese, sia materiali che immateriali; particolare attenzione deve essere posta

all’eventuale impiego di beni immateriali (marchi, know how ecc.) in quanto il Rapporto OCSE attribuisce al

loro titolare una retribuzione aggiuntiva (superiore rispetto ad un’impresa similare che non ne faccia ricorso):

deve dunque procedersi preliminarmente alla identificazione dei beni immateriali e alla successiva individua-

zione dell’impresa a cui può esserne attribuita la titolarità.

In altre parole, con l’analisi funzionale, all’interno di un gruppo, si analizza il flusso dei beni/servizi (dalla

produzione alla vendita) per identificare le funzioni svolte dalle singole società. A queste dovranno essere

identificati i rischi: la remunerazione sarà in base al rischio, maggiore è il rischio maggiora la remunerazione.

Per meglio comprendere come funziona un’analisi funzionale facciamo un esempio. Immaginiamo il nostro

gruppo Apple dove il prodotto è disegnato e ideato negli USA, costruito in Cina e venduto in Italia. La società

americana, che svolge la funzione di investimento, si assume il rischio dell’investimento stesso; la società

cinese (funzione di assemblaggio), investe in materie prime, manodopera e macchinari ma si assume solo il

rischio di produzione, in quanto gli ordini e le direttive sono impartiti dalla società americana; da ultimo, la

società italiana svolge una funzione distributiva e si assume solo rischio di cambio e di giacenza: sarà la società

americana che impartirà ordini di distribuzione. Dall’esempio, risulta evidente come sia la società americana,

in base alla propria funzione, ad assumersi i maggiori rischi legati alla vendita e produzione del suo prodotto,

le spetterà quindi una remunerazione maggiore rispetto alle altre società del gruppo.

In via preliminare alla scelta, e conseguente applicazione, del metodo per la determinazione del prezzo di

trasferimento, deve essere compiuta un’analisi di comparabilità delle transazioni: il principio di libera con-

correnza presuppone, infatti, il confronto tra le condizioni presenti nelle transazioni presenti tra imprese con-

sociate e imprese indipendenti. Al fine di giungere ad un giudizio circa la conformità del prezzo di trasferi-

mento con il prezzo di libera concorrenza, ed eventualmente apportare taluni aggiustamenti, è necessario che

le transazioni siano comparabili, presentino cioè un determinato grado di affinità sotto il profilo dei beni e dei

servizi scambiati, delle situazioni di mercato, delle condizioni contrattuali ed economiche nelle quali le imprese

di trovano ad operare. L’analisi di comparabilità consiste nel confrontare la redditività della società del gruppo

che svolge una certa attività con una società terza e indipendente che svolge attività similari. Bisogna confron-

tare funzioni e rischi assunti dalle due entità affinché si possano confrontare i livelli di redditività. Il confronto

non può avvenire con un competitor in quanto questo presenta gli stessi obiettivi della società da comparare:

bisogna individuare società comparabili ossia con la stessa attività e indipendenti (per esemplificare, non si

può confrontare la redditività di Apple Cina con la redditività di Samsung Cina). Grande importanza, nella

fase delle analisi di comparabilità, è rivestita dagli studi di benchmark il cui preciso scopo è quello di indivi-

duare dei parametri di riferimento oggettivi del mercato di riferimento dei soggetti comparable. Gli studi sono

svolti per aree omogenee effettuati su soggetti comparabili (cioè soggetti che siano nello stesso mercato, che

abbiano gli stessi rischi e funzioni e che siano indipendenti). Uno studio di benchmark potrebbe svolgersi nel

modo seguente:

1) Introduzione: descrizione del business, descrizione del mercato di riferimento e analisi funzioni/rischi

2) Analisi economica:

2.1. Processo di selezione: si parte da un database che contiene milioni di società e si procede ad una prima

selezione automatica basata su criteri di esclusione quali codice attività, tipo di azionariato, margine

di profitto

2.2. Selezione manuale: si procede applicando ulteriori criteri di esclusione tra cui le società con dati fi-

nanziari insufficienti, 3 anni consecutivi di perdite, una situazione legale non chiara

2.3. Selezione quantitativa: per garantire una maggiore affidabilità del campione si analizzano i siti internet

di ciascuna società e l’effettivo core business della società, escludendo quelle che distribuiscono ulte-

riori tipi di prodotti

3) Analisi statistica: studio e confronto degli indici di riferimento (profit level indicators – PLI). I PLI sono

indicatori che misurano il rapporto tra profitti e vendite effettuate, i costi sostenuti e le risorse coinvolte

nel processo economico; i più usati sono Gross Margin, Return on Capital, Barry Ratio ecc.

I metodi per la determinazione dei prezzi di trasferimento maggiormente utilizzati dai gruppi internazionali

sono:

a) Metodo del confronto del prezzo (CUP – Comparable Uncontrolled Price Method) che rappresenta il me-

todo migliore se applicabile e consiste nel confronto tra i prezzi applicati alla società del gruppo con quelli

applicati dalla società comparabile.

b) Metodo del prezzo di rivendita (Resale Price Method) che si applica in realtà distributive e ed è quel prezzo

che si deve garantire al distributore per coprire i suoi costi e lasciare un margine di profitto allo stesso

c) Metodo del costo maggiorato (Cost Plus Method) applicabile in realtà produttive

Questi 3 metodi di determinazione dei prezzi trasferimento sono i principali ma ci sono altri due metodi c.d.

reddituali:

1) Comparazione dei margini netti (Transactional Net Margin Method)

2) Ripartizione dei profitti globali (Profit Split Method) è il metodo meno utilizzato in quanto considera la

redditività di tutte le società del gruppo

Con riferimento ai metodi applicabili è importante sottolineare che:

a) I metodi tradizionali sono i migliori; i metodi basati sul profitto possono essere usati in situazioni eccezio-

nali

b) Si possono utilizzare metodi diversi da quelli contemplati

c) Non è richiesta l’adozione di più di un metodo anche se possibile

d) La preferenza di un metodo sull’altro si basa sul grado di comparabilità della transazione

Per la determinazione del prezzo di libera concorrenza occorre fare riferimento, in via prioritaria, al metodo

del confronto del prezzo sulla base del quale la congruità del prezzo della transazione infragruppo è accertata

confrontando il prezzo oggetto di verifica con quello che verrebbe praticato per transazioni comparabili:

- Tra un’impresa che effettua la transazione ed un’impresa indipendente (confronto intero)

- Tra imprese indipendenti (confronto estero)

Supponiamo che una società italiana acquisti il bene A da una società correlata che ha sede in un Paese X;

supponiamo inoltre che per lo stesso bene, al medesimo stadio di commercializzazione, nel momento e nel

luogo più prossimi, la stessa transazione tra parti indipendenti sia remunerata al prezzo di 100. Secondo il

principio del confronto del prezzo, la remunerazione della transazione, posta in essere dalla società italiana

con la sua correlata, dovrebbe essere pari a 100. Il metodo del confronto del prezzo risulta la migliore procedura

per rappresentare il prezzo di mercato ma d’altra parte si basa sulla comparabilità delle transazioni quindi:

- Il prezzo è molto sensibile anche a piccole differenze nei beni e nel modo in cui vengono commercializzati

- È richiesto un alto grado di comparabilità delle transazioni

- È difficile fare aggiustamenti

Attraverso il metodo del costo maggiorato, il valore normale è quantificato sulla base del costo di produzione,

inclusivo dei costi diretti e indiretti sostenuti dal cedente del gruppo, a cui viene aggiunto un “normale” mar-

gine di profitto lordo (ottenuto moltiplicando il costo di produzione per una ben identificata percentuale di

mark up). Il valore normale delle transazioni può essere indentificato:

- Comparando il mark up della transazione oggetto di riscontro con quello attribuito dalla medesima impresa

nelle vendite a terzi di prodotti simili sull’identico mercato

- Ove non vi siano vendite a terzi, il mark up sarà uguale a quello applicato da terzi indipendenti che pongono

in essere vendite con uguali funzioni

- In assenza di vendite similari tra terzi indipendenti potrà farsi ricorso ad una comparazione delle funzioni

esercitate dal produttore con quelle esercitate da terzi

I sistemi di determinazione dei costi utilizzati dall’impresa variano anche in relazione al tipo di beni oggetto

di produzione. Tra le formule più ricorrenti utilizzate a tale scopo vi sono:

- Costi standard: costo prevedibile di assorbimento di tutti gli oneri in base ad ipotetici livelli di produzione

e capacità di rendimento degli impianti

- Costi marginali: valore differenziale del costo totale in relazione all’aumento unitario della produzione

- Costo di produzione pieno: costo reale di produzione inclusivo degli oneri diretti (materie prime, mano-

dopera ecc.) ed indiretti (spese industriali, commerciali, generali ecc.)

Supponiamo che una società italiana IT acquisti il bene A prodotto da una società controllata che ha sede in

un Paese X. L’attività di produzione della società controllata è remunerata, considerando il tipo di attività

svolta, con l’applicazione di un markup del 10% sui costi di produzione.

Con il metodo del prezzo di rivendita il valore normale è individuato nel prezzo al quale la merce acquistata

infragruppo è rivenduta ad un soggetto indipendente (estero al gruppo), diminuito di un margine (c.d. mark

down) espresso percentualmente in relazione al prezzo di rivendita ed inclusivo delle spese e di un utile netto

ricavato dal rivenditore. Il valore normale delle transazioni può essere indentificato considerando il mark down

applicato:

- Dall’acquirente/rivenditore in rivendite comparabili a terzi indipendenti di beni similari precedentemente

acquistati da imprese indipendenti

- Da terzi indipendenti mediante la rivendita comparabile di beni similari

Supponiamo che una società italiana IT produca il bene A e lo distribuisca, per la successiva vendita a terzi,

alla società controllata residente nel Paese Y. In questo caso, non può essere applicato il cost plus in quanto

non rifletterebbe il valore delle funzioni svolte da IT (ad es. produzione, stile, marchio ecc.) e dalla società

controllata (che commercializza). La remunerazione sarà identificata partendo dai ricavi conseguiti, e non dal

costo sostenuto, applicando a questi un margine di sconto del 5%.

Attuando un confronto tra il metodo del prezzo di rivendita e quello del costo maggiorato, possiamo eviden-

ziare pregi e difetti di ciascuno dei due metodi. Il metodo del prezzo di rivendita ha il pregio che è poco

sensibile alle differenze nei prodotti e si utilizza quando le transazioni sono comparabili con riferimento alle

funzioni svolte ma è molto sensibile alle differenze funzionali e non è affidabile quando l’attività svolta genera

un elevato valore aggiunto. Il metodo del costo maggiorato, invece, presenta gli stessi vantaggi del metodo del

prezzo di rivendita ma:

- Per il fornitore può essere difficile determinare il costo reale

- Le contabilità devono essere di contenuto identiche

- L’inefficienza del fornitore può riflettersi sui costi sostenuti

In caso di impossibilità di individuazione di un prezzo congruo, con conseguente inapplicabilità dei metodi

tradizionali sopra richiamati, si può ricorrere ai metodi reddituali basati sui profitti derivanti dalle transazioni:

- Metodo dei profitti globali: consiste nella ripartizione dei profitti globali, derivanti dalle vendite o dalle

transazioni effettuate tre le imprese collegate, sulla base di una congrua chiave di allocazione

Supponiamo che nell’ambito dell’attività del gruppo la società A, in considerazione delle funzioni svolte

(produzione, attribuzione del marchio ecc.) e dei fattori produttivi impiegati, sia remunerata con una per-

centuale sui profitti globali conseguiti pari all’80% e che le società B e C, in considerazione delle funzioni

svolte (distribuzione), siano remunerate con una percentuale di profitti globali conseguiti pari al 20%. Il

profitto conseguito dalle singole società del gruppo subirà un adjustment (in aumento o in diminuzione)

dovuto all’applicazione della politica dei prezzi di trasferimento.

- Comparazione dei margini netti: consiste nel confronto tra i margini di utili netti, relativi ad una base di

riferimento ritenuta adeguata (es. costi, vendite, attivi ecc.), conseguiti da parti correlate ed operatori indi-

pendenti coinvolti in attività commerciali simili. Supponiamo che la società B acquisti beni prodotti dalla

società collegata A e che la politica dei prezzi di trasferimento adottata per il tipo di attività svolta dalla

società A, comporti la remunerazione, con applicazione di un markup del 10%, del totale dei costi sostenuti

dalla società.

Con il termine riorganizzazioni aziendali, ci si riferisce alle operazioni effettuate da parte di un’impresa (mul-

tinazionale) nei confronti di controparti correlate (anche non residenti), aventi ad oggetto riallocazioni di fun-

zioni aziendali, rischi e/o asset, compresi i beni immateriali. Gli obiettivi conseguiti attraverso questa tipologia

di operazioni possono scaturire da diverse ragioni economiche, quali:

- Massimizzare le sinergie e le economie di scala

- Razionalizzare la gestione delle linee di business

- Migliorare l’efficienza della catena del valore

Con l’aggiornamento OCSE del 2010 sono stati introdotti nuovi orientamenti nell’ambito dei prezzi di trasfe-

rimento nel contesto delle operazioni di riorganizzazione aziendale. I nuovi orientamenti su cui si basa la

revisione riguardano:

- La selezione del metodo più appropriato per la determinazione dei prezzi di trasferimento, tenendo in

considerazione le caratteristiche proprie del caso specifico

- L’applicazione pratica dei metodi reddituali e, in particolare, di quelli relativi al margine netto delle tran-

sazioni e alla suddivisione del profitto

- L’introduzione di una guida dettagliata delle varie fasi che dovrebbero contraddistinguere l’analisi di com-

parabilità ai fini della determinazione dei prezzi di trasferimento

In generale, la fattispecie sensibile ai fini della disciplina in oggetto è la riallocazione dei fattori produttivi di

reddito, a favore di altre entità appartenenti allo stesso gruppo ubicate in altri paesi, indipendentemente dalle

modalità con cui le imprese la realizzano. Ai fini del rispetto del principio della concorrenza, tali operazioni

devono essere realizzate in considerazione di alcuni elementi fondamentali, quali:

- La gestione dei rischi

- Riallocazione dei profitti e delle perdite potenziali

- Trasferimenti di tangible e intangible assets

La gestione dei rischi rappresenta un aspetto rilevante laddove, nell’ambito delle operazioni di riorganizza-

zione, le parti coinvolte possono trasferire tra loro il grado di rischio legato alle attività svolte, creando, così,

le condizioni per ottenere profitti più o meno elevati. L’assunzione di eventuali maggiori rischi, in un sistema

caratterizzato dalla libera concorrenza, deve essere compensato da un adeguato incremento dei benefici eco-

nomici attesi. In normali condizioni di mercato, un’impresa indipendente non sempre riceve un indennizzo

qualora, a seguito di modifiche degli accordi commerciali con terzi, si verifichi una riduzione del potenziale

profitto o degli utili futuri attesi. Al fine di determinare se la riorganizzazione possa dar luogo ad una forma di

indennizzo secondo il principio di libera concorrenza, è essenziale analizzare l’operazione stessa nonché:

- I cambiamenti che essa ha originato e come questi abbiano influenzato la ridistribuzione delle funzioni tra

le parti

- Le ragioni economiche alla base dell’operazione di riorganizzazione

- I benefici e le opportunità previste preliminarmente dalle parti

Le riorganizzazioni societarie possono riguardare il trasferimento di beni materiali da un’impresa ad altro sog-

getto economico estero facente parte del medesimo gruppo; in tal caso, sorge la necessità di valutare i beni di

magazzino trasferiti tra soggetti con sede in Paesi diversi: il metodo di determinazione del prezzo di trasferi-

mento dipende dall’analisi di comparabilità e funzionale delle parti, individuando la componente della transa-

zione valutabile con maggior grado di certezza. Nel trasferimento di beni immateriali è necessario, invece,

considerare gli aspetti connessi alla loro esatta individuazione e alle relative modalità di valutazione. A tale

fine, una serie di fattori devono essere presi in considerazione, tra i quali:

- Entità, durata e grado di rischio del ritorno economico da sfruttamento del bene

- Natura e limiti dei diritti gravanti sul bene

- Ampiezza e durata della tutela giuridica

- Eventuali clausole di esclusività

Infine, si rileva che gli accordi commerciali stipulati tra parti correlate possono essere contestati dall’ammini-

strazione finanziaria, laddove la stessa ritenga che i termini commerciali stabiliti tra le consociate differiscano

rispetto a quelli definibili tra imprese indipendenti. L’Amministrazione finanziaria potrebbe rideterminare i

profitti delle società, basando la rettifica su un diverso inquadramento dei presupposti per il calcolo del prezzo

e/o di altre condizioni dell’operazione infragruppo.

L’art. 26 del D.L. 78/2010 ha aggiunto all’art. 1 del D.Lgs. 471/1997 il comma 2-ter, in applicazione del quale

la sanzione per infedele dichiarazione non è irrogata quando, “nel corso dell’accesso, ispezione o verifica o di

altra attività istruttoria”, l’impresa consegni ai verificatori la documentazione che spiega come sono stati quan-

tificati i prezzi di trasferimento relativi alle transazioni con imprese estere del gruppo e la loro corrispondenza

con il valore normale. L’Agenzia delle Entrate nel 2010 ha indicato una struttura formale, rigida e divisa in

paragrafi e sotto paragrafi. I documenti indicati sono:

- Il master file della capogruppo, che deve contenere una descrizione del gruppo in generale

- La documentazione nazionale/country file per ogni singola impresa del gruppo

Lo scopo della redazione di tale documentazione è garantire e dimostrare la corretta applicazione della meto-

dologia per la definizione dei prezzi di trasferimento per beni e servizi scambiati tra le società del gruppo.

Indice del contenuto di questa documentazione è stabilito per legge e può essere così sintetizzato:

1) Descrizione generale della società: in questa sezione deve essere fornita descrizione della società, con i

dati di visura e vari sotto paragrafi riguardanti la sua evoluzione e i lineamenti dei mercati di riferimento

2) Settori in cui opera la società: deve essere caratterizzata l’operatività della società, il business model nel

quale è inserita e i prodotti oggetto dell’attività dell’impresa

3) Struttura operativa della società:

4) Strategie generali perseguite dall’impresa

5) Operazioni infragruppo: breve descrizione delle operazioni e indicazione delle controparti del gruppo con

le quali le operazioni sono intrattenute

L’art. 8 del D.L. 269/2003 ha introdotto nel nostro ordinamento l’istituto del ruling internazionale il cui scopo

è quello di consentire un accordo, tra l’impresa esercitante attività internazionale e l’amministrazione finan-

ziaria, avente ad oggetto la definizione preventiva dell’imponibile, come emergente da alcune operazioni di

carattere internazionale quali il regime dei prezzi di trasferimento, interessi, dividendi e royalties. Questo isti-

tuto si applica (ambito soggettivo) alle imprese con attività internazionale, senza distinzione tra soggetti resi-

denti e non residenti e gli effetti dalla sua applicazione sono:

- L’accordo è efficace per tre esercizi d’imposta, unicamente per entrambe le parti

- L’efficacia dell’accordo cessa in caso di mutamenti nelle circostanze di fatto o di diritto

Accanto all’istituto del ruling internazionale previsto dalla normativa domestica si hanno, a livello internazio-

nale, i c.d. Advanced Pricing Agreements (APA) di cui è stato raccomandato l’uso nel rapporto OCSE del

1995. Sono accordi, proposti su iniziativa del contribuente, conclusi in via preventiva, volti a definire i criteri

e i metodi da applicare a una o più transazioni (oggetto dell’accordo) che rientrano nel campo di applicazione

della normativa sui prezzi di trasferimento per un periodo di tempo limitato, fermo restando che l’amministra-

zione avrà il potere di verificare il loro rispetto. A seconda del numero di amministrazioni fiscali coinvolte

nell’APA possiamo distinguere:

- APA unilaterale che un accordo che coinvolge l’amministrazione finanziaria e il contribuente, nell’ambito

della propria giurisdizione, senza il coinvolgimento di altre amministrazioni eventualmente interessate.

Presentano, pertanto, una limitata utilità perché non garantiscono l’eliminazione dei rischi di doppia im-

posizione

- APA bilaterale o multilaterale è un accordo posto in essere tra le amministrazioni finanziarie di due o più

paesi sulla scorta di procedure amichevoli

Le convenzioni contro le doppie imposizioni prevedono la possibilità per i contribuenti di richiedere una Mu-

tual Agreement Procedure (MAP) al fine di risolvere i casi di doppia imposizione. Tramite la MAP, le autorità

competenti degli Stati interessati si accordano al fine di risolvere il caso che il contribuente risulti tassato in

entrambi i paesi sul medesimo reddito. La maggior parte dei casi in cui si verifica la doppia tassazione sono

legati al trasfer pricing a causa di aggiustamenti unilaterali da parte di una delle autorità coinvolte dei prezzi

applicati alle operazioni infragruppo. Con tale procedura il contribuente, a seguito di un accertamento in

materia di TP, può richiedere agli stati interessati di definire quale fosse la corretta remunerazione per evitare

che il medesimo profitto venga tassato in entrambi gli Stati.

ELUSIONE E ABUSO DEL DIRITTO

L’art. 37 bis del D.P.R. 600/1973, era rubricato “disposizioni antielusive”, disponendo quando segue: «sono

inopponibili all’amministrazione finanziaria gli atti, i fatti e i negozi, anche collegati tra loro, privi di valide

ragioni economiche, diretti ad aggirare obblighi e divieti previsti dall’ordinamento tributario e ad ottenere

riduzioni di imposte o altri rimborsi, altrimenti indebiti. L’amministrazione finanziaria disconosce i vantaggi

tributari conseguiti mediante gli atti, i fatti e i negozi giuridici di cui al comma 1, applicando le imposte deter-

minate in base alle disposizioni eluse, al netto delle imposte dovute per effetto del comportamento inopinabile

dell’amministrazione. Le disposizioni dei commi 1 e 2 si applicano a condizione che, nell’ambito del compor-

tamento di cui al comma 2, siano utilizzate una o più operazioni». Il comma 3 subordinava l’applicazione delle

disposizioni antielusive al compimento di una o più operazioni ivi indicate, che sono:

a) Trasformazioni, fusioni, scissioni, liquidazioni volontarie e distribuzioni ai soci di somme prelevate da

voci del patrimonio netto diverse da quelle formate con utili

b) Conferimenti in società, nonché negozi aventi ad oggetto il trasferimento o il godimento di aziende

c) Cessioni di eccedenze d’imposta

d) Cessioni di crediti

e) Operazioni di cui al D.Lgs. 544/1992 recante disposizioni per l’adeguamento alle direttive comunitarie

relative al regime fiscale di fusioni, scissioni, conferimenti dell’attivo e scambi di azioni

f) Operazioni aventi ad oggetto beni ed i rapporti di cui all’art. 81 TUIR

g) Cessioni di bene e prestazioni di servizi effettuate tra soggetti ammessi al regime di tassazione di gruppo

di cui all’art. 117 TUIR

h) Pagamenti di interessi e canoni di cui all’art. 26 quater, qualora detti pagamenti siano effettuati a soggetti

controllati direttamente o indirettamente da uno o più soggetti non residenti in uno Stato dell’UE

i) Pattuizioni intercorse tra società controllate e collegate ai sensi dell’art. 2359 c.c., una delle quali avente

sede legale in uno Stato o territorio diverso da quelli di cui al decreto ministeriale emanato ai sensi dell’art.

168 TUIR, aventi ad oggetto il pagamento di somme a titolo di clausola penale, multa, caparra confirma-

toria e penitenziale.

Eventuali operazioni antielusive non indicate nel prevedente elenco, rimanevano operazioni lecite; per questo

motivo, le norme antielusive erano ampiamente criticate.

Il concetto di abuso di diritto era stato introdotto in sede giurisprudenziale ed ha subito, nel tempo, diverse

evoluzioni:

- Dal 2000 al 2002 la Cassazione prima ha ritenuto elusivi solo quei comportamenti che tali sono definiti da

una legge dello Stato

- Dal 2005, con iniziale motivazione basata sulla nullità civilistica di negozi per difetto di causa ex art. 1418

c.c.

- Dal 2008 nuovo filone che ha tratto spunto dalla sentenza della Corte di Giustizia UE (sentenza Halifax)

Si trattava di un principio generale antielusivo, il quale preclude al contribuente il conseguimento di vantaggi

fiscali ottenuti mediante l’uso distorto, pur se non contrastante con alcuna specifica disposizione, di strumenti

giuridici idonei ad ottenere un’agevolazione o un risparmio d’imposta, in difetto di ragioni economicamente

apprezzabili che giustifichino l’operazione, diversa dalla mera aspettativa di questi benefici.

La situazione era quindi di una norma antielusiva scarsamente efficace ed un principio antiabuso non scritto.

La Commissione Europea, a mezzo della Raccomandazione 2012/772/UE, in materia di pianificazione fiscale

aggressiva ha invitato tutti gli Stati membri ad adottare una norma generale antiabuso adattata alle situazioni

nazionali transfrontaliere limitate all’UE e alle situazioni che coinvolgono Paesi terzi. La clausola antiabuso

proposta dalla Commissione prevede che “una costruzione di puro artificio o una serie artificiosa di costruzioni

che sia stata posta in essere essenzialmente allo scopo di eludere l’imposizione e che comporti un vantaggio

fiscale deve essere ignorata. Le autorità nazionali devono trattare tali costruzioni a fini fiscali facendo riferi-

mento alla loro sostanza economica”.

In sostanza, si deve verificare se una costruzione o una serie di costruzioni è artificiosa, e cioè se:

- La qualificazione giuridica delle singole misure di cui è composta la costruzione non è coerente con il

fondamento giuridico della costruzione nel suo insieme

- La costruzione o la serie di costruzioni è posta in essere in un modo che non sarebbe normalmente impie-

gato in quello che dovrebbe essere un comportamento ragionevole in ambito commerciale

- La costruzione o la serie di costruzioni comprende elementi che hanno l’effetto di compensarsi o di annul-

larsi reciprocamente

- Le operazioni concluse sono di natura circolare

- La costruzione comporta un significativo vantaggio fiscale, di cui tuttavia non si tiene conto nei rischi

commerciali assunti dal contribuente o nei suoi flussi di cassa

Bisogna inoltre verificare se la finalità consiste nell’eludere l’imposizione e se cioè a prescindere da eventuali

intenzioni personali del contribuente, contrasta con l’obiettivo, lo spirito e la finalità delle disposizioni fiscali

che sarebbe altrimenti applicabili.

Il Governo è delegato ad attuare la revisione delle disposizioni antielusive al fine di unificarle al principio

generale di divieto di abuso del diritto in applicazione dei seguenti criteri e coordinandoli con quelli contenuti

nella Raccomandazione della Commissione sulla pianificazione fiscale aggressiva n. 2012/772/UE del dicem-

bre 2012:

- Definire la condotta abusiva come uso distorto di strumenti giuridici idonei a ottenere un risparmio di

imposta allorché tale condotta non sia in contrasto con alcune specifica disposizione

- Garantire la libertà di scelta tra diverse operazioni comportanti anche un diverso carico fiscale e a tal fine:

a) Considerare lo scopo di ottenere indebiti vantaggi fiscali come causa prevalente dell’operazione abu-

siva

b) Escludere la configurabilità di una condotta abusiva se l’operazione o la serie di operazioni è giustifi-

cata da ragioni extrafiscali non marginali; stabilire che costituiscono ragioni extrafiscali anche quelle

che non producono necessariamente una redditività immediata dell’operazione, ma rispondono ad esi-

genze di natura organizzativa e determinano un miglioramento strutturale e funzionale dell’azienda

del contribuente

- Prevede l’inopponibilità degli strumenti giuridici di cui al primo punto all’amministrazione finanziaria e

il conseguente potere della stessa di disconoscere il relativo risparmio d’imposta

- Disciplinare il regime della prova ponendo a carico dell’amministrazione finanziaria l’onere di dimostrare

il disegno abusivo, prevedendo, invece, che gravi sul contribuente l’onere di allegare l’esistenza di valide

ragioni extrafiscali alternative o concorrenti che giustifichino il ricorso a tali strumenti

- Prevedere una formale e puntuale individuazione della condotta abusiva nella motivazione dell’accerta-

mento fiscale, a pena di nullità dell’accertamento steso

- Prevedere specifiche regole procedimentali che garantiscano un’efficace contraddittorio con l’amministra-

zione finanziaria e salvaguardino il diritto di difesa in ogni fase del procedimento di accertamento tributa-

rio

È stato quindi introdotto l’art. 10-bis nella L. 212/2000 (Statuto del Contribuente) rubricato “disciplina

dell’abuso del diritto o elusione fiscale” con lo scopo di:

a) Unificare il concetto di elusione e abuso

b) Conferire valenza generale avendo riguardo a tutti i tributi, in ambito sia di imposte dirette sia di imposte

indirette

c) Attribuire rilevanza di principio immanente e preordinato rispetto alla normativa dei singoli tributi

La condizioni affinché sussista l’abuso sono:

- La mancanza di una sostanza economica delle operazioni effettuate

- La realizzazione di un vantaggio fiscale indebito

- Il vantaggio fiscale rappresenta la conseguenza principale dell’operazione.

Il testo dell’art. 10-bis della L. 212/2000 è di seguito riportato di seguito:

«1. Configurano abuso del diritto una o più operazioni prive di sostanza economica che, pur nel rispetto

formale delle norme fiscali, realizzano essenzialmente vantaggi fiscali indebiti. Tali operazioni non sono

opponibili all'amministrazione finanziaria, che ne disconosce i vantaggi determinando i tributi sulla base

delle norme e dei principi elusi e tenuto conto di quanto versato dal contribuente per effetto di dette

operazioni.

2. Ai fini del comma 1 si considerano:

a) operazioni prive di sostanza economica i fatti, gli atti e i contratti, anche tra loro collegati, inidonei a

produrre effetti significativi diversi dai vantaggi fiscali. Sono indici di mancanza di sostanza economica,

in particolare, la non coerenza della qualificazione delle singole operazioni con il fondamento giuridico

del loro insieme e la non conformità dell'utilizzo degli strumenti giuridici a normali logiche di mercato;

b) vantaggi fiscali indebiti i benefici, anche non immediati, realizzati in contrasto con le finalità delle

norme fiscali o con i principi dell'ordinamento tributario.

3. Non si considerano abusive, in ogni caso, le operazioni giustificate da valide ragioni extrafiscali, non

marginali, anche di ordine organizzativo o gestionale, che rispondono a finalità di miglioramento strut-

turale o funzionale dell'impresa ovvero dell’attività professionale del contribuente.

4. Resta ferma la libertà di scelta del contribuente tra regimi opzionali diversi offerti dalla legge e tra

operazioni comportanti un diverso carico fiscale. (sempreché non si configuri un caso di abuso di diritto)

5. Il contribuente può proporre interpello (preventivo) ai sensi dell'articolo 11, comma 1, lettera c), per

conoscere se le operazioni costituiscano fattispecie di abuso del diritto.

6. Senza pregiudizio dell'ulteriore azione accertatrice nei termini stabiliti per i singoli tributi, l'abuso del

diritto è accertato con apposito atto, preceduto, a pena di nullità, dalla notifica al contribuente di una

richiesta di chiarimenti da fornire entro il termine di sessanta giorni, in cui sono indicati i motivi per i

quali si ritiene configurabile un abuso del diritto.

7. La richiesta di chiarimenti è notificata dall'amministrazione finanziaria ai sensi dell'articolo 60 del

decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 600, e successive modificazioni, entro il

termine di decadenza previsto per la notificazione dell'atto impositivo. Tra la data di ricevimento dei

chiarimenti ovvero di inutile decorso del termine assegnato al contribuente per rispondere alla richiesta

e quella di decadenza dell'amministrazione dal potere di notificazione dell'atto impositivo intercorrono

non meno di sessanta giorni. In difetto, il termine di decadenza per la notificazione dell'atto impositivo

e' automaticamente prorogato, in deroga a quello ordinario, fino a concorrenza dei sessanta giorni.

8. Fermo quanto disposto per i singoli tributi, l'atto impositivo è specificamente motivato, a pena di

nullità, in relazione alla condotta abusiva, alle norme o ai principi elusi, agli indebiti vantaggi fiscali

realizzati, nonché' ai chiarimenti forniti dal contribuente nel termine di cui al comma 6.

9. L'amministrazione finanziaria ha l'onere di dimostrare la sussistenza della condotta abusiva, non rile-

vabile d'ufficio, in relazione agli elementi di cui ai commi 1 e 2. Il contribuente ha l'onere di dimostrare

l'esistenza delle ragioni extrafiscali di cui al comma 3.

10. In caso di ricorso, i tributi o i maggiori tributi accertati, unitamente ai relativi interessi, sono posti in

riscossione, ai sensi dell'articolo 68 del decreto legislativo 31 dicembre 1992, n. 546, e, successive mo-

dificazioni, e dell'articolo 19, comma 1, del decreto legislativo 18 dicembre 1997, n. 472.

11. I soggetti diversi da quelli cui sono applicate le disposizioni del presente articolo possono chiedere

il rimborso delle imposte pagate a seguito delle operazioni abusive i cui vantaggi fiscali sono stati di-

sconosciuti dall'amministrazione finanziaria, inoltrando a tal fine, entro un anno dal giorno in cui l'ac-

certamento è divenuto definitivo ovvero è stato definito mediante adesione o conciliazione giudiziale,

istanza all'Agenzia delle entrate, che provvede nei limiti dell'imposta e degli interessi effettivamente

riscossi a seguito di tali procedure.

12. In sede di accertamento l'abuso del diritto può essere configurato solo se i vantaggi fiscali non pos-

sono essere disconosciuti contestando la violazione di specifiche disposizioni tributarie.

13. Le operazioni abusive non danno luogo a fatti punibili ai sensi delle leggi penali tributarie. Resta

ferma l'applicazione delle sanzioni amministrative tributarie.»

Si considerano:

- Operazioni prive di sostanza economica i fatti, gli atti e i contratti, anche tra loro collegati, inidonei a

produrre effetti significativi dai vantaggi fiscali. Sono indici di mancanza di sostanza economica:

1. La non coerenza della qualificazione delle singole operazioni con il fondamento giuridico del loro

insieme

2. La non conformità di strumenti giuridici a normali logiche di mercato

- Vantaggi fiscali indebiti i benefici, anche non immediati, realizzati in contrasto con la finalità delle norme

fiscali o i principi dell’ordinamento tributario. I vantaggi fiscali indebiti devono essere essenziali rispetto

a tutte le altre finalità perseguite

Le conseguenze dell’introduzione di questo art. 10 bis sono state:

- L’abrogazione dell’art. 27 bis del D.P.R. 600/1973

- La trasposizione nell’art. 10 bis del comma 8 dell’art. 37 bis del D.P.R. 600/1973

- La validità per quelle operazioni per le quali alla data di entrata in vigore non è ancora stato emesso avviso

di accertamento

Confrontando l’evoluzione della tematica a partire dal 1973 otteniamo:

LA DISCIPLINA FISCALE DELLE OPERAZIONI STRAORDINARIE

La disciplina tributaria, in materia di riorganizzazioni societarie, è stata più volte, nel corso degli anni, oggetto

di riforme da parte del legislatore. Le modifiche normative erano volte, in particolar modo, all’eliminazione

degli ostacoli di carattere tributario all’assunzione, da parte di imprese nazionali, delle strutture aziendali e

giuridiche più soddisfacenti in relazione agli obiettivi imprenditoriali da conseguire. A tale riguardo, è noto,

infatti, che la normativa tributaria ha, talvolta, deformato l’assunzione di talune strutture privilegiando alcuni

negozi giuridici rispetto ad altri, con il risultato di spingere le imprese interessate ad indossare la veste fiscal-

mente più agevolata, in luogo di quella operativamente più appropriata, solo per seguire il risparmio d’imposta

che ne derivava.

In linea generale, le riorganizzazioni aziendali comportano, in capo agli organismi societari che ne sono coin-

volti, la modificazione dei contratti sociali esistenti, nonché la successione dei patrimoni aziendali. Nella rea-

lizzazione di suddette operazioni rileva, pertanto, la sopravvenienza e la continuità sia degli organismi societari

che dei patrimoni aziendali coinvolti. Dal punto di vista fiscale, tali caratteristiche si riflettano nell’applica-

zione di un principio di neutralità ovvero di irrilevanza delle modificazioni soggettive indotte dalle operazioni

in commento. Le disposizioni principali in materia di operazioni straordinarie sono contenute nei seguenti

articoli del TUIR:

- Artt. 170-171 riferiti alle trasformazioni

- Art. 172 riferito alle fusioni

- Art. 173 riferito alle scissioni

- Art. 176 riferito al conferimento d’azienda

In linea generale, il principio di neutralità fiscale, definito per ciascuna operazione dalle norme sopra citate,

prevede che la realizzazione di suddette operazioni non costituiscano realizzo né distribuzione delle plusva-

lenze e minusvalenze dei beni, comprese quelle relative al magazzino e all’avviamento. Direttamente collegata

all’applicazione di tale principio è la continuità dei valori fiscalmente riconosciuti dei beni coinvolti nell’ope-

razione. Il principio di continuità dei valori fiscalmente riconosciuti comporta che tutti i beni delle società

coinvolte nell’operazione conservino il loro valore originario (ante operazione), in modo da evitare salti di

imposte o doppie imposizioni sullo stesso valore. Non sono imponibili, infatti, gli eventuali maggiori valori

iscritti in bilancio, per effetto dell’imputazione del disavanzo da concambio e da annullamento, dalla società

incorporante, risultante dalla fusione o beneficiaria della scissione, in relazione agli elementi patrimoniali della

società incorporata o fusa, ovvero a quelli della società scissa.

In definitiva, l’applicazione delle suddette disposizioni tributarie comporta la continuità dei valori fiscalmente

riconosciuti, la non tassabilità dei maggiori valori iscritti, il mancato riconoscimento fiscale dei maggiori valori

iscritti e il disallineamento tra valori contabili e fiscali.

La neutralità prevista in capo alle società coinvolte nelle operazioni si applica anche nei confronti dei soci. Il

cambio delle partecipazioni non costituisce realizzo di plusvalenze né di minusvalenze per i soci: sono tassabili

i conguagli in denaro, quali il reddito da capitale o reddito di impresa; a tal fine è necessario individuare, in

primis, la natura del soggetto percettore del conguaglio per determinare il corretto trattamento fiscale.

FUSIONE

La fusione è l’operazione straordinaria con la quale due o più società (fuse o incorporate) uniscono i loro

patrimoni per farli confluire in una società nuova o preesistete (società risultante o incorporata) (art. 2501 c.c.)

L’art. di riferimento per il trattamento contabile di questo genere di operazione è l’art. 172 TUIR che prevede:

al comma 1 che “la fusione tra più società non costituisce realizzo ne' distribuzione delle plusvalenze e

minusvalenze dei beni delle società fuse o incorporate, comprese quelle relative alle rimanenze e il valore

di avviamento” e al comma 2 che “nella determinazione del reddito della società risultante dalla fusione o

incorporante non si tiene conto dell’avanzo o disavanzo iscritto in bilancio per effetto del rapporto di cambio

[…]. I maggiori valori iscritti in bilancio per effetto dell’eventuale imputazione del disavanzo […] non sono

imponibili nei confronti dell’incorporante o della società risultante dalla fusione.” Gli effetti della neutralità

sono:

- La continuità dei valori fiscalmente riconosciuti

- La non tassazione dei maggiori valori iscritti

- Il mancato riconoscimento fiscale dei maggiori valori iscritti

- Il disallineamento tra valori fiscali e contabili

Il disallineamento tra valori contabili e fiscali dei beni derivanti dalle operazioni di fusione deve essere evi-

denziato in un apposito prospetto di riconciliazione contenuto nella dichiarazione dei redditi. Inoltre, i bene

delle società fuse o incorporate restano assoggettati, in capo alla società incorporante, risultante dalla fusione,

al medesimo regime fiscale che avevano prima dell’operazione di fusione.

Al comma 3 dell’art. 172 TUIR è inoltre stabilito che “il cambio delle partecipazioni originarie non costituisce

ne realizzo ne distribuzione di plusvalenze o minusvalenze ne conseguimento di ricavi per i soci della società

incorporata o fusa […]”. Sono tassabili i conguagli in denaro.

L’estinzione della società incorporata comporta l’annullamento della partecipazione in essa posseduta gene-

rando una differenza tra:

- Il valore contabile della partecipazione che deve essere annullata

- L’importo del patrimonio netto contabile dell’incorporata corrispondente alla percentuale di partecipa-

zione da annullare.

Si ha un disavanzo da annullamento se il costo della partecipazione è maggiore del patrimonio netto dell’in-

corporata o un avanzo da annullamento, nel caso opposto (costo partecipazione > PN incorporata).

Le differenze da concambio sono dovute all’adeguamento del rapporto di cambio delle azioni/quote dei soci

delle società fuse, tenendo conto del valore effettivo della società rientranti nella fusione: tali differenze si

possono manifestare anche quando la società incorporante non detiene la totalità del capitale delle società da

incorporare. Per procedere alla fusione è necessario ritirare tutte le azioni o quote in circolazione della società

da incorporare, emettendo in cambio azioni della società incorporante. Si ha un disavanzo da concambio se

l’aumento di capitale dell’incorporante è maggiore del patrimonio netto dell’incorporata e un avanzo da con-

cambio nel caso opposto.

Nella determinazione del reddito della società risultante dalla fusione/incorporante non si tiene conto

dell’avanzo o disavanzo iscritto a bilancio per effetto del rapporto di cambio delle azioni o quote o dell’annul-

lamento delle azioni o quote di alcuna della società fuse possedute da altre; i maggiori valori iscritti in bilancio

per effetto dell’eventuale imputazione del disavanzo derivante dall’annullamento o dal concambio della par-

tecipazione, con riferimento ad elementi patrimoniali della società incorporata/fusa, non sono imputabili nei

confronti dell’incorporante o della società risultante dalla fusione; i beni ricevuti sono valutati fiscalmente in

base all’ultimo valore riconosciuto ai fini delle imposte sui redditi.

Dalla data in cui ha effetto la fusione la società risultante dalla fusione o incorporante subentrate negli obblighi

e nei diritti delle società fuse o incorporate relativi alle Imposte sui Redditi, salvo quanto stabilito in materia

di riserve in sospensione d’imposta e di perdite. Le riserve in sospensione d’imposta sono:

- Riserve tassabili in ogni caso se non vengono ricostituite nel bilancio successivo alla fusione; per la loro

ricostituzione dovrebbe essere utilizzato in primo luogo, se esistente, l’avanzo di fusione;

- Riserve tassabili solo in caso di distribuzione dell’avanzo o del capitale ai soci

Si considerano riserve in sospensione d’imposta tassabili in ogni caso:

- Se iscritte nell’ultimo bilancio delle società fuse o incorporate, devono essere riconosciute nel bilancio

della società risultante dalla fusione o incorporante

- In caso contrario, esse concorreranno a formare il reddito imponibile dell’incorporante o della società

risultante dalla fusione nell’esercizio in cui avviene la fusione stessa

- Per ricostituire le riserve in esame occorre utilizzare prioritariamente l’eventuale avanzo di fusione, suc-

cessivamente, riserve libere

Le riserve in sospensione d’imposta tassabili soltanto in caso di distribuzione:

- Devono essere ricostituite solo nei limiti in cui vi sia avanzo o aumento di capitale per ammontare supe-

riore al capitale complessivo delle società fuse o incorporate, al netto delle quote del capitale delle stesse

già posseduto dalla società incorporante o da altre

- Formano il reddito della società risultante dalla fusione solo in caso di distribuzione dell’avanzo o del

capitale ai soci


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in economia e legislazione d'impresa (MILANO)
SSD:

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher francesco.galafassi di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Pianificazione fiscale d'impresa e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Cattolica del Sacro Cuore - Milano Unicatt o del prof Cremona Massimo.

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