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Pensiero politico del '900

Appunti di Fabrizio Maltinti

La filosofia è la ricerca della conoscenza universale, della conscenza del tutto: la filosofia è preceduta, necessariamente, da opinioni sul tutto. Essa consiste, quindi, nel tentativo di sostituire le opinioni sul tutto con la conoscenza sul tutto e della natura delle cose. La filosofia non è essenzialmente in possesso della verità ma è la ricerca della verità; conoscere per meglio decidere.

Filosofia politica e pensiero politico

Della filosofia così intesa, la filosofia politica costituisce una branca; essa sarà, quindi, il tentativo di sostituire l’opinione sulla natura delle cose pratiche con la sua conoscenza, dunque, del giusto e buono (il buon governo). La filosofia politica dovrebbe, quindi, essere distinta dal pensiero politico (generale) e, nel nostro tempo (knowledging era) questi due ambiti, purtroppo, sono frequentemente confusi tra di loro.

Per pensiero politico, intendiamo lo studio e l’espressione di idee politiche; il pensiero politico in sé, è indifferente alla distinzione tra l’opinione e la conoscenza. Ogni filosofia politica è anche pensiero politico, ma non viceversa. La filosofia politica è lo sforzo consistente, coerente ed incessante di sostituire queste opinioni politiche sui fondamenti politici, con la loro conoscenza.

La politica del Novecento

La politica del Novecento è determinata principalmente dai seguenti fattori:

  • L’irrompere delle masse all’interno dello stato;
  • La diffusione dell’economia capitalistica (rapporto tra stato e mercato);
  • Il ruolo e le funzioni dei partiti ideologici;
  • L’affermazione e poi la fine dei totalitarismi;
  • Le coazioni della tecnica;
  • La nascita e la successiva crisi dello stato sociale;
  • L’affermarsi della democrazia.

Il Novecento può essere interpretato come un secolo caratterizzato dal confronto tra fascismo, comunismo e regimi democratici, cioè fra ideologie contrapposte che sono anche modi politici alternativi di organizzare le società modernizzate di massa.

Ad ogni modo, il primo dopoguerra conosce ipotesi politiche in cui il potere necessario a regolare le dinamiche della società è ormai esplicitamente di origine extra-statuale e extra-rappresentativa. Si tratta di una forma di potere basato sulla tecnica e sulla componente carismatica (più invasivo e pregnante di quello dello stato).

Le masse sono il prodotto sociale e politico dei processi economici che hanno caratterizzato il Novecento. La politica del Novecento è quindi caratterizzata dalla sfida intellettuale e istituzionale di allargare la cittadinanza, di organizzare e regolare, attraverso la politica, l’attività sociale. Un obiettivo che si è realizzato sostanzialmente al di fuori dell’impianto liberale e autoritario/elitario della politica ottocentesca ed è stato reso possibile dall’elaborazione delle diverse ideologie: socialista, comunista, fascista (e neonazionalsocialista), democratica; che con intenti opposti e a volte contrastanti hanno inteso rispondere alla necessità di far avanzare il quadro teorico e pratico della politica, e che hanno fornito identità e potenza alle masse, nelle sue forme (nazione, classe, ecc.).

In questo periodo, le ideologie hanno costituito l’anima dei partiti di massa e hanno fornito a questi l’energia per rompere la rigidezza e le limitazioni dello stato liberale e per attuare processi di riforma radicale, verso direzioni che sono risultate o quelle dei totalitarismi (di destra e di sinistra) o quella dello stato sociale.

Tecnica e politica

La tecnica (intesa come artificialità del mondo e della vita umana, che nel XX secolo è stata in larga misura sottoposta al controllo della ragione strumentale e delle sue dinamiche) si è dimostrata come l’orizzonte ineludibile all’interno del quale si è svolta la vita associata; con intensità nuova, la tecnica ha determinato e condizionato sviluppi e possibilità della politica.

Intorno all’industrializzazione ed all’inclusione delle masse si è coagulata una delle grandi fratture che ha dominato gran parte del secolo: quella fra capitalismo e comunismo, fra il modo liberale di intendere il rapporto economia/politica e l’economia dialettica. In altri termini, la frattura tra democrazia liberale e democrazia socialista. Sono state le ideologie a tradurre apertamente in conflitto politico le contraddizioni dell’economia.

La prima sfida (generata al livello della produzione e del consumo) ha riguardato l’individuazione dei modelli di cittadinanza universale per le masse e la conseguente legittimazione dell’inclusione delle stesse nella vita politica (allargata) della democrazia, inclusione che non si è mai realizzata pienamente e linearmente.

Nel corso del XX secolo i fronti della conflittualità ideologica e politica, hanno rappresentato concretamente diverse configurazioni:

  • L’anti-fascismo;
  • L’anti-comunismo;
  • L’anti-totalitarismo;
  • L’anti-terrorismo;
  • Il multi-culturalismo;
  • La globalizzazione;
  • La tecnica;
  • La democrazia…

Tali dinamiche della politica spiegano perché il pensiero politico del Novecento sia stato esposto a tensioni tanto gravi, quanto nuove, al punto che nessuno dei concetti e delle forme politiche della tradizione moderna ha resistito. Così lo stato ha vissuto metamorfosi che lo hanno portato ad essere prima liberale, in seguito totale, e infine sociale fino alla sua attuale forma residuale.

Temi della filosofia politica del Novecento

  • Il nichilismo
  • L’elitismo
  • Il marxismo
  • I nazionalismi
  • I totalitarismi
  • Il pensiero dialettico
  • Le critiche della modernità
  • La democrazia e lo stato sociale
  • Le sfide della politica contemporanea

Il nichilismo

Tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX si assiste ad una crisi della fiducia moderna e razionalistica nelle capacità:

  • Del soggetto di dominare il mondo
  • Della storia di spiegare il corso degli eventi umani

L’idea di civiltà e di cultura (costruita dall’illuminismo nell’Ottocento) non è più sufficiente a dare un senso al mondo, alle cose e all’agire dell’uomo. Le strutture sociali, politiche e economiche che determinano la vita dell’individuo rivelano la loro dura e cruda artificialità rivelandosi “maschere tragiche” che celano la realtà nichilistica del mondo.

In questo periodo, il nichilismo viene individuato e definito da alcuni grandi autori, in particolare da Nietzsche e Weber, come somma, struttura, essenza e sintesi della modernità.

Nietzsche

Con Nietzsche (1844-1900) il nichilismo diviene la chiave interpretativa del Moderno. Per l’autore il termine nichilismo assume il senso letterale che gli deriva dall’etimologia, ossia nulla, in una condizione di mancanza di senso che si fa strada quando le risposte tradizionali al “perché” della vita perdono la loro forza vincolante. Tutto ciò si verifica nel corso di un processo storico segnato dalla progressiva perdita di significato dei valori tradizionali: Dio (l’oggettività e la salvezza), la Verità (il logos, la metafisica) il Bene, lo Stato. Sono, queste, costruzioni che, secondo Nietzsche, giungono a rivelarsi come “nulla”.

Un aspetto importante riguarda la visione di Nietzsche per la democrazia. In particolare, la democrazia del suo tempo (fine Ottocento) è sinonimo di mediocrità e di conformismo di massa e consiste nel dominio delle forme di vita più basse. La democrazia è la forma tipica di una civiltà “degli zeri sommati”, dove ogni zero ha “diritti uguali” e dove è virtuoso “essere zero”.

Il nichilismo incompleto è dunque l’emergere della crisi finale della ragione occidentale, dell’evidenza del suo esser nulla. Tuttavia questa evidenza può essere vissuta o come disperazione da parte di chi subisce il fallimento delle logiche razionalistiche, oppure, all’opposto, come potenza, cioè come un disincantato dire “si” alla radicale assenza di senso della vita.

La volontà di potenza

Il nichilismo può essere, dunque, indice di debolezza o di forza:

  1. Nel primo caso il nichilismo è passivo, è cioè sinonimo di declino e regresso dello spirito, in quanto si limita a prendere atto del declino dei valori;
  2. Nel secondo caso si fa attivo, quando diviene segnale della cresciuta potenza dello spirito che si manifesta nel fatto di promuovere il processo di distruzione che liquida ogni residua credenza (verità metafisiche). In questa forma di nichilismo comincia ad affermarsi il riconoscimento della volontà di potenza come intima essenza dell’essere.

Il nichilismo estremo trapassa infatti da una dimensione distruttiva (o reattiva) a una dimensione costruttiva (o creativa).

L'eterno ritorno

Decidere l’eterno ritorno significa che merita di ripetersi soltanto ciò che risulta dotato di sufficiente potenza affermativa. Con l’eterno ritorno Nietzsche indica il passaggio tra l’uomo che dice di no (il nichilismo della rinuncia) e l’uomo che dice di sì, ossia a volere che il tempo sia un presente che eternamente ritorna.

Il concetto di superuomo

Per Nietzsche, il superuomo è un uomo di tipo nuovo che ha superato l’uomo tradizionale in quanto ne ha abbandonato gli atteggiamenti, le credenze e i valori. Il pensiero antidemocratico e antiegualitario di Nietzsche intende evidenziare, nello Übermensch, l’eccezione superiore che si oppone al “gregge” degli inferiori.

Nietzsche e il nazismo

Per lungo tempo il nome di Nietzsche è stato associato alla cultura nazifascista, al punto di considerare il nazismo come un esperimento nietzschiano basato sul dominio e la sopraffazione amorali. Nietzsche fornisce, con il suo pensiero, un’analisi impolitica della politica in quanto egli rifiuta il “valore” stesso della politica, così come rifiuta il “valore” della religione o della metafisica.

Weber

Max Weber (1864-1920) maturò la propria personalità scientifica e politica a stretto contatto con i temi e con i protagonisti del liberalismo nazionale tedesco degli anni successiva alla fondazione del secondo Reich.

La questione del capitalismo

Nelle campagne orientali della Prussia, Weber “scoprì” il capitalismo. Ed esso gli si presentò fin dal principio nel segno di Marx e Nietzsche, ovvero come una potenza sovversiva e nichilistica: la sua affermazione corrispondeva, secondo Weber, al travolgimento di ogni comunità di interessi tra datori di lavoro e lavoratori, alla dissoluzione di tutti i legami personali e concreti tra di essi, sostituiti dalla mediazione oggettiva e astratta del salario monetario. Questa prende vita dalla metodologia scientifica “individualistica”, secondo la quale il mondo sociale è interpretabile solo a partire dalla comprensione degli orientamenti dei singoli individui, che lo scienziato sociale razionalizza e semplifica costruendo in via provvisoria lo strumento interpretativo del tipo ideale.

La religiosità protestante sposta il baricentro dell’agire del credente alla soggettività della coscienza. In termini politici ciò si traduce nel timore che i valori classici dell’illuminismo e del liberalismo - primo fra tutti quello della libertà - si mostrino inconsistenti di fronte alle tendenze tecniche dominanti nel presente, che stringono l’impresa capitalistica e lo stato moderno nel segno comune della burocratizzazione universale.

Il pensiero politico

La centralità politica del parlamento, come viene presentato da Weber, non sta tanto nel fatto che esso produce la rappresentanza politica quanto piuttosto nel costituire l’arena in cui i capi-partito si confrontano anche aspramente in una lotta per la conquista della leadership, e in cui, nel lavoro delle commissioni parlamentari, imparano a mettere le mani negli ingranaggi dello stato e apprendono un nuovo spirito direttivo, che li mette in grado di esercitare efficacemente il governo della macchina burocratica. È nel parlamento, insomma, che avviene la selezione dei capi, dei politici di professione, capaci di misurarsi responsabilmente con la grande politica, lontani tanto dall’estetismo irresponsabile dei letterati quanto dall’irresponsabilità cieca e meccanica dei burocrati. La politica è connotata quindi, per Weber, dall’essere lotta, conflitto tra diverse e irriducibili posizioni ideali, razionalmente non fondabili.

I tipi puri di potere legittimo

Egli distingue tre tipi puri di potere legittimo, in base alle diverse motivazioni dell’obbedienza dei soggetti:

  • Il potere tradizionale, che poggia la propria legittimità sulla convinzione che chi lo esercita derivi la propria autorità dal carattere sacro delle tradizioni valide da sempre;
  • Il potere razionale, la cui legittimità deriva dalla credenza nella legalità di ordinamenti statuiti e di procedure;
  • Il potere carismatico, la cui legittimità consiste nel riconoscimento del carattere straordinario di un capo.

È il secondo tipo richiamato, quello razionale-legale, ad affermarsi come prevalente nella concreta vicenda storica dello stato moderno. Weber traduce in senso carismatico l’elemento razionale della politica, e propone una democrazia parlamentare in cui il presidente della repubblica realizzi una nuova democrazia dei capi. A quale tipo di dirigente politico Weber pensi è luterano di professione e vocazione, capace di coniugare passione e sobrietà, etica della convinzione (ovvero dedizione alla causa) ed etica della responsabilità (ovvero capacità di tenere sempre presenti le conseguenze delle proprie scelte).

L'elitismo

Verso la fine del XIX secolo e per la prima parte del secolo successivo, i teorici dell’élite risultano essere i primi a cogliere il ruolo centrale dell’ideologia e della conseguente legittimazione connessa ai meccanismi di funzionamento della politica in termini scientifici. In altre parole ritengono che la società sia divisa tra una minoranza di governanti (che detiene il potere e gran parte delle risorse potestative) e una maggioranza di governati.

La novità rilevante consiste nel fatto che, in questo periodo, tale orientamento ritiene (scientificamente appunto e in base all’osservazione oggettiva) di desumere dalla storia leggi immutabili valide per ogni forma di aggregazione politica. I teorici delle élite sono i primi a cogliere il ruolo centrale dell’ideologia, facendone l’espressione di un’esigenza di legittimazione connaturata ai reali meccanismi di funzionamento della politica.

La teoria delle élite si propone infatti di spiegare su base scientifica il fatto, che confligge con la teoria liberale parlamentare e con l’uguaglianza democratica, che in tutte le organizzazioni sociali (dallo stato al partito politico, dall’impresa al sindacato, dal parlamento alla burocrazia) una frazione numericamente ristretta di persone finisce inevitabilmente per concentrare nelle proprie mani la maggior parte delle risorse potestative. Che ogni società sia divisa tra una minoranza di governanti e una maggioranza di governati è un motivo rintracciabile in tutti i pensatori che aderiscono alla concezione “realistica” della politica. Ma verso la fine dell’Ottocento questo orientamento inizia a pretendere di essere “scientifico”, poiché ritiene di poter desumere dalla storia, in base all’osservazione oggettiva, le leggi immutabili valide per ogni forma di aggregazione politica.

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Scienze politiche e sociali SPS/01 Filosofia politica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher malfa13 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia politica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università del Salento o del prof Mancarella Angelo.
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