Pedagogia e scuola
Pedagogia come riflessione filosofica: cenni storici
Fino all'avvento del positivismo, la pedagogia è stata relegata al ruolo di "ancella della filosofia". Il suo studio era ridotto al semplice studio di una "storia della pedagogia". Alcuni studiosi la definiscono come una "riflessione sull’educazione", Laeng la definisce come "studio dei fatti e dei processi inerenti all’educazione".
Solitamente si fa risalire la nascita della pedagogia alla nascita della speculazione filosofica: è all'interno della civiltà greca che inizia a delinearsi un confronto su ideali e modelli educativi. Inizialmente si pensava che l’educazione fosse un trasferimento di conoscenze e abilità (sapienza) da una persona all’altra, comparando gli individui a delle coppe: una piena ed una vuota, collegate da un filo di lana. La maieutica socratica parte invece dal presupposto che la verità si trovi dentro ognuno di noi e che sia necessario farla uscire attraverso una "gestazione conoscitiva" che dia spazio al dubbio e al dialogo.
L'impostazione pedagogica di Platone è un intreccio fra filosofia, scienza, utopia e politica in cui assume grande importanza la connotazione sociale: l'educazione è prima di tutto responsabilità dello stato. Da Aristotele fino al 1700, la pedagogia si presenta come un sapere univoco e strutturato intorno alla riflessione filosofica, si limita ad indicare gli obiettivi dell'educazione e a fissarne i modelli invarianti e validi per tutti.
La pedagogia "filosofica" rimane l'unico sapere intorno all'educazione fino all'avvento del positivismo: quando si è spostata l'attenzione non solo ai fini (che erano filosofici e di formazione dell’uomo inteso come persona educabile ai valori) ma anche ai mezzi, alle condizioni, ai processi, ai risultati dei fenomeni educativi si è avviata un'emancipazione della pedagogia dalla filosofia ed è nata la pedagogia come scienza.
Pedagogia e scienze dell’educazione
Con il saggio di Dewey, "Le fonti di una scienza dell’educazione" del 1929, si inizia a parlare di scienza dell'educazione, al singolare, considerando la pedagogia come punto di vista unificante dei contributi di tutte le scienze che affrontano problemi educativi. Successivamente, si passa ad utilizzare l'espressione "scienze dell'educazione", al plurale, per definire la pluralità delle discipline pedagogiche. Scienze come la psicologia dell'educazione, la sociologia dell'educazione, la pedagogia sperimentale e altre, che hanno uno specifico campo di indagine all'interno delle problematiche pedagogiche.
Mialaret (1976) esamina l'attuale estensione del concetto di educazione:
- A tutte le età della vita dell’uomo, si assiste a un prolungamento verso il basso (educazione prescolare) e verso l'alto (educazione permanente).
- Ad ambienti diversi: l'educazione di un soggetto non è più risultato unico dell'istituzione scolastica. Oggi ci sono molti agenti educanti, che costituiscono una specie di "scuola parallela" che fornisce al bambino informazioni tanto formanti quanto quelle che riceve nella scuola stessa (esperienza quotidiana del bambino nel suo ambiente).
- A tutte le dimensioni della vita dell’uomo: si è avviata una "formazione totale dell'individuo" rivolta anche all'affettività, alla creatività e a molti altri campi.
Mialaret classifica, inoltre, le scienze dell'educazione in tre categorie:
- Scienze che studiano le condizioni generali e locali dell'educazione.
- Scienze che studiano il rapporto pedagogico e lo specifico atto educativo.
- Scienze della riflessione e dell'evoluzione.
Domanda esame: Visalberghi, differenze tra pedagogia e scienze dell’educazione
Nel 1978 Visalberghi propone un modello circolare di enciclopedia pedagogica in cui la pedagogia non è più una mera ancella della filosofia ma un momento di riflessione sui problemi educativi. Afferma che il processo di trasformazione della pedagogia in scienza NON porta necessariamente a una "morte della pedagogia": la pedagogia resta in vita ponendosi come nesso problematico tra e dopo le scienze che compongono la circolarità delle conoscenze pedagogiche, pone cioè in relazione tutte le scienze umane che si occupano di educazione.
Visalberghi afferma che si assiste a un progressivo aumento della complessità delle conoscenze richieste a chi si occupa di pedagogia, da qui l’articolazione in 4 settori, tra cui c’è una forte continuità: per insegnare non basta conoscere la materia (settore dei contenuti) ma anche l’allievo (Rousseau, settore psicologico), i mezzi più efficaci per insegnarla (Pestalozzi, pedagogia dei doni, settore metodologico didattico) e i problemi della società (Dewey, settore sociologico).
La pedagogia sperimentale: alcuni ambiti e problematiche di ricerca
La pedagogia sperimentale è l'applicazione del metodo sperimentale alla ricerca educativa. La ricerca educativa parte dalla volontà di comprendere la complessità dei fenomeni educativi e assumere decisioni educative che abbiano maggiori probabilità di risultare efficaci.
Alcuni approcci di ricerca pedagogica si sono delineati negli ultimi 50 anni:
- Assesment: è un campo di ricerca relativo alla misurazione e valutazione volto a fornire maggiore obiettività alle procedure di valutazione scolastica sia del singolo allievo che del sistema educativo nel complesso; viene proposta anche in Italia la valutazione scolastica tramite testing e assume importanza la docimologia (scienza che si occupa della valutazione svolta secondo criteri scientifici).
- Il "pilotaggio dei sistemi educativi" ovvero la raccolta regolare di dati e statistiche sul sistema educativo, sulle risorse di cui dispone e sugli esiti che produce; la valutazione di queste informazioni; l’azione successiva da parte degli organi competenti. Si tratta in sintesi della valutazione dell’efficienza ed efficacia del sistema scolastico di una nazione, spesso attuata per valutare l’impatto di innovazioni introdotte nel sistema stesso. In Italia tale valutazione è affidata all’INVALSI (Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema dell'Istruzione).
- IEA (International Association for the Evaluation of Educational Achievement) è un organismo internazionale che misura le prestazioni scolastiche degli alunni di paesi diversi cercando di correlarle con variabili di sfondo (familiari, economiche e scolastiche). Tali ricerche consentono di ottenere dati sull'andamento del processo di alfabetizzazione nel mondo, ma presentano alcuni limiti poiché comparano culture fortemente diverse attraverso lo stesso tipo di prove.
- Ricerca-Azione: è un tipo di indagine riflessiva orientata all'azione e al cambiamento, condotta in modo collaborativo e partecipato attraverso un lavoro collegiale di insegnanti ed esperti che, insieme, affrontano problemi cercando di risolverli. Il punto di forza della ricerca-azione è quello di richiedere un lavoro di gruppo, che aiuta a valorizzare le diverse competenze dei partecipanti, permettendo anche uno scambio di ruoli e un allargamento delle prospettive. Un limite di questa pratica è talvolta una mancanza di rigore metodologico perché viene considerata più come un’esperienza di cambiamento che come una reale ricerca.
Capitolo 2: come si insegna, come si impara: le teorie
L'educazione è un processo di trasmissione dell'eredità culturale: una cultura, un gruppo, per sopravvivere deve trasmettere ai giovani conoscenze, valori, regole. Scopo della scuola oggi non è più il modellamento del bambino in base alle esigenze della società ("il buon cittadino") ma la formazione della persona nella sua interezza, sollecitando sia capacità di intelligenza critica, di ricerca, di approfondimento sia capacità di vivere con gli altri, comunicare e costruire insieme conoscenza.
Modelli di apprendimento
Bruner (1997) afferma che esistono 4 principi di intendere l’apprendimento:
- I bambini apprendono per imitazione: secondo tale principio i bambini imparano imitando modelli di azioni forniti dagli adulti. Nella concezione imitativa, la competenza deriva dalla pratica e si forma tramite la ripetizione di comportamenti. Tuttavia, un apprendimento che unisce alla pratica una spiegazione concettuale porta a maestria e flessibilità maggiori, pertanto, non è sufficiente pensare ad un apprendimento che avviene solo tramite imitazione. (Alla base dell’apprendistato).
- I bambini imparano la conoscenza proposizionale (fatti e teorie) dall’esposizione didattica. È la linea pedagogica maggiormente adottata oggi. Si basa sull'idea che si debbano presentare agli allievi fatti, principi e regole di azione che devono essere imparati, ricordati e poi applicati. Secondo questa concezione la mente di chi apprende è una tabula rasa in cui le conoscenze vengono trapassate in forma cumulativa, una dopo l’altra (nozionismo). Non c'è spazio per una visione attiva dell'apprendimento, in cui il discente interagisce con l'informazione, ricercandola e interpretandola. In tale prospettiva, se il bambino non fornisce prestazioni adeguate, le sue carenze possono essere spiegate dalla mancanza di "abilità mentali" senza attribuire nessuna responsabilità all'insegnamento, che avviene prescindendo dalla soggettività del singolo.
- I bambini come pensatori: in questo caso si ritiene che i bambini siano costruttori attivi di un modello del mondo, che deve essere mediato e ampliato nello scambio intersoggettivo: nella prospettiva della pedagogia culturale, infatti, l'apprendimento avviene attraverso l'interazione con gli altri. L'insegnante non si limita a trasmettere conoscenza, a “riempire un recipiente vuoto” ma si preoccupa di capire cosa il bambino pensa e come arriva a formarsi determinate idee. Si parla di pedagogia della reciprocità e della dialettica: ognuno viene stimolato a riconoscere e accettare il punto di vista altrui e a motivare il proprio nella discussione e collaborazione con gli altri. Tale modello di educazione si propone di raggiungere comprensione e interpretazione piuttosto che conoscenze fattuali (conoscenza proposizionale) o prestazioni specializzate (conoscenza procedurale). Secondo Bruner, un possibile punto debole di questo approccio è l'eccessiva relatività che si attribuisce alla "conoscenza".
- I bambini come soggetti intelligenti: secondo questo principio i bambini riconoscono la differenza fra conoscenze personali e conoscenze “obiettive” depositate nella cultura. Bruner, sottolinea l’importanza della conoscenza che ci è stata tramandata, affermando che il compito degli insegnanti consiste proprio nell’aiutare i bambini a distinguere tra conoscenze valide del passato e conoscenze che si apprendono nel presente. Oggi la conoscenza non è più considerata “verità divina" o "irrevocabile verità scientifica" tuttavia non bisogna cadere nel totale relativismo. Non si può pensare che, siccome nessuna teoria è la verità ultima, tutte le teorie siano uguali e ugualmente accettabili.
Questi 4 modelli sono collegati a famose teorie dell'apprendimento:
- Comportamentismo: secondo tale approccio l’apprendimento avviene attraverso l’associazione tra gli stimoli forniti dall’ambiente e le risposte date dall’individuo a tali stimoli. L'uomo apprende il rapporto fra azione e conseguenza ed impara ad agire per ottenere una ricompensa. Ciò significa che il comportamento può essere modellato attraverso rinforzi o punizioni. La tecnica dell'istruzione programmata, ideata da Skinner negli anni ‘50, si propone di controllare l'apprendimento attraverso il rinforzo dei comportamenti desiderabili. Ha costituito un passo avanti nello studio delle dinamiche insegnamento/apprendimento ma pecca nel considerare l'allievo come un soggetto passivo, un "contenitore vuoto" da riempire.
- Cognitivismo: nato negli anni ‘50 negli Stati Uniti, analizza la mente e i suoi processi. Definito anche come Human Information Processing, vuole spiegare come l'uomo elabora le informazioni, paragonando il modo di operare della mente a quello di un computer. Dal punto di vista educativo il cognitivismo ha contribuito ad esaminare i processi cognitivi per poter migliorare l’insegnamento e ha studiato gli stili cognitivi, ovvero le differenze individuali nell'elaborazione delle informazioni, suggerendo agli insegnanti approcci e percorsi differenziati a seconda delle caratteristiche degli studenti.
- Costruttivismo: la teoria di Piaget evidenzia una concezione attiva dell’apprendimento sostenendo l’idea che il bambino debba manipolare oggetti, agire e sperimentare autonomamente nel “mondo fisico” per risolvere problemi e costruire conoscenza. Secondo Piaget uno studente può acquisire una conoscenza, solo quando ha le strutture cognitive per farlo. L'insegnante deve adeguarsi allo sviluppo.
- Costruttivismo Socioculturale: pone anch'esso in evidenza l'azione attiva del soggetto, ma all'interno di un mondo di relazioni composto da altri soggetti e dagli artefatti culturali. Anche l'insegnante partecipa a questa interazione: è un mediatore culturale che aiuta i suoi studenti ad appropriarsi degli strumenti e del modo di pensare della propria cultura gettando dei ponti (scaffolds) e operando nella zona di sviluppo prossimale del bambino. A differenza dell'approccio costruttivista di Piaget, nel costruttivismo socioculturale l'insegnamento precede lo sviluppo situandosi nella zona di sviluppo prossimale.
Vygotskij e la costruzione sociale della conoscenza
1. La Mediazione culturale: Gli esseri umani vivono in un ambiente trasformato dagli strumenti prodotti dalle generazioni precedenti che mediano i rapporti tra individui e degli individui con il mondo fisico. Vygotskij distingue fra strumenti tecnici, che modificano l'ambiente esterno (es: martello), e strumenti psicologici, chiamati segni (linguaggio, calcolo) che sono orientati verso l'interno e aiutano l'individuo a organizzare la propria attività mentale. L'interazione sociale attraverso strumenti e segni è il motore dello sviluppo.
2. Relazione fra pensiero e linguaggio: "Pensiero e Linguaggio" viene pubblicata dopo la morte di Vygotskij nel 1934. L’edizione italiana è a cura di Mecacci. Secondo Vygotskij il linguaggio costruisce la base per lo sviluppo del pensiero perché la rappresentazione di un concetto viene elaborata prima a un livello condiviso con altri (livello interpsicologico) e di seguito interiorizzata (livello intrapsicologico). Origine sociale dei processi mentali superiori.
3. I processi cognitivi elementari (percezione; memoria) si sviluppano secondo una maturazione organica, derivano dalla dotazione biologica. Quelli superiori hanno invece uno sviluppo culturale, un’origine sociale e sviluppano attraverso l'interazione del soggetto con gli strumenti fisici e i simboli della propria cultura e mediante il rapporto sociale con gli altri. Importanza dei processi di socializzazione.
4. L'apprendimento avviene all’interno di una relazione con: soggetti, strumenti e segni di una cultura. La relazione sociale che si crea in tale interazione viene interiorizzata e poi riprodotta autonomamente.
5. Zona di sviluppo prossimale: L’insegnamento deve precedere lo sviluppo situandosi nella zona di sviluppo prossimale. Il livello di sviluppo attuale di un bambino rappresenta ciò che lui sa fare senza aiuto esterno. L'area di sviluppo prossimale invece può essere estesa e arricchita tramite l'interazione con adulti e coetanei. Il sostegno fornito dall'insegnante o dal compagno più esperto è definito scaffolding, letteralmente "gettare le impalcature" cioè offrire un aiuto all'attività che il bambino svolge prima in collaborazione e poi sempre più autonomamente, fino a interiorizzare completamente il processo.
Bruner e la pedagogia culturale
Bruner è uno psicologo di indirizzo cognitivista che si è occupato di problemi educativi a partire dagli anni ’50. Il suo interesse pedagogico nasce dallo studio dei processi cognitivi e dalla ricerca di un apprendimento ottimale. Bruner critica l’attivismo e l’idea deweyana che attribuisce maggiore peso alla socializzazione che all’educazione intellettuale. L'istruzione ha il compito di insegnare a pensare tramite le discipline, intese come modo specifico di pensare fenomeni e problemi e come amplificatori che estendono le capacità di pensiero.
Bruner afferma che si può insegnare qualsiasi cosa a qualsiasi età se si trova il modo giusto per farlo. Nel suo libro "Verso una teoria dell'istruzione", sostiene che una teoria dell'istruzione, per guidare il bambino ad “apprendere meglio ciò che si vuole insegnare”, deve:
- Definire le esperienze adeguate a sviluppare le predisposizioni ad apprendere.
- Indicare le "strutture ottimali" delle conoscenze, semplificando le informazioni.
- Esporre l'ordine di presentazione dei contenuti dell'apprendimento, considerando la progressione dello sviluppo.
- Delineare il quadro di punizioni e ricompense (estrinseche e intrinseche).
La cultura dell’educazione
"La cultura dell’educazione", ad opera di Bruner, è un libro di saggi sull’educazione scritti negli anni ’90. Tesi centrale del libro, basato su un approccio psicologico-culturale.
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