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La sofferenza psichica e l'isteria

La sofferenza psichica dà prova della sua esistenza esclusivamente attraverso il corpo, un corpo che si arrende all'insensatezza dell'azione non progettuale. È la perdita della capacità di interiorizzare le esperienze e di poterle raccontare dotandole di senso. Julia Kristeva definisce la sofferenza psichica come l'incapacità di tradurre la materialità dell'esistenza in uno spazio psichico. La malattia dell'anima, come già detto, è individuabile attraverso la drammatizzazione mimetica del corpo, come nella crisi isterica, il Grande Male, affine alla crisi epilettica, per la sua drammatizzazione mimetica:

  • Grido iniziale (drammatico, teatrale)
  • Caduta all'indietro (su una superficie morbida, tra le braccia di qualcuno)
  • Rivoluzione oculare
  • Perdita di coscienza
  • Tremore (cronico) o irrigidimento (tonico)

L'isteria, come manifestazione della sofferenza psichica, è la malattia dell'anima che fu definita esclusivamente femminile, per i sintomi che comunemente presentavano: crisi, posture caratteristiche, contratture degli arti e la ripetizione sequenziale di tutto ciò, con carattere drammatico, teatrale. Con il passare del tempo, l'isteria si è andata a diramare in patologie diverse, ciascuna delle quali deputata alla ripetizione dello stesso fotogramma: disturbi d'ansia (evitare situazioni ansiogene e autocondannarsi all'inazione), anoressia e bulimia. Di fronte a queste situazioni di malessere, il corpo prende parola, allo stesso modo delle crisi isteriche (attacchi di panico, negazioni dei bisogni corporei, ecc.).

I sintomi dell'isteria attraverso le epoche

I sintomi dell'isteria si presentano sorprendentemente attraverso le epoche. Nei papiri egizi di Kahun (1900 a.C.) e Ebers (1600 a.C.), nel secondo dei due, sono enunciati i tradizionali sintomi dell'isteria: la crisi tonico-clonica, senso di soffocamento e morte imminente. La spiegazione della patologia parte dalla convinzione dell'epoca che gli organi fossero distinti gli uni dagli altri, grazie ad una loro vita a sé. L'isteria è considerata una malattia femminile perché parte dall'irrequietudine dell'utero, il quale si sposta e vaga nel corpo in cerca di tranquillità, provocando i vari sintomi. La cura consiste nel convincere l'organo a rientrare al suo posto accostando alle narici e alla bocca della donna sostanze maleodoranti e alla vagina sostanze profumate, se l'utero è spostato verso l'alto (se l'utero è in basso, si inverte la posizione delle sostanze).

Nella mitologia greca, l'argonauta Melampo (iniziatore della psichiatria) riesce a fare rientrare la rivolta delle vergini di Argo (isteriche) le quali si rifiutavano di venerare il fallo. La cura consiste nel far accoppiare carnalmente le vergini con giovani maschi. Secondo la credenza dell'epoca, l'isteria era connotata da un'inadeguata vita sessuale, in cui l'utero è intossicato da umori velenosi per mancanza di orgasmo. Così come le Menadi, donne che raggiungono la catarsi con il vino e l'orgia sessuale, liberandosi delle angosce.

Ippocrate (V secolo a.C.) riprende l'idea che l'utero è infelice se non fecondato e onorato, il malessere è provocato dalla presenza di malumori stagnanti provocati dall'inadeguatezza sessuale. La cura è la stessa praticata dai medici egizi, oltre alla pratica sessuale. Infatti, è in questo periodo che l'isteria acquisisce un carattere sia biologico che sociale: si raccomanda infatti che la donna liberi l'utero dal malessere raggiungendo l'orgasmo solo in ambito coniugale; se praticato l'autoerotismo o l'orgia menadica, viene provocato l'incremento del desiderio. Platone (IV secolo a.C.) nel Timeo descrive la vulva come un animale desideroso di fare figli, che insoddisfatta si addolora e cercando quiete vaga per il corpo della donna chiudendo i passaggi dell'aria, generando i sintomi dell'isteria.

Galeno (II secolo d.C.) sposta la sede dell'isteria e delle sostanze tossiche che la provocano, dall'utero alla vagina e al clitoride. Attraverso l'orgasmo la donna produce una sorta di sperma simile a quello del maschio, e sente la necessità di liberarsene. Se questo non fosse possibile in ambito coniugale, il medico procede alla titillatio del clitoride (cura).

Nel Medioevo, la figura dell'isterica è rappresentata dalla strega. Emarginata, vecchia, in sintonia col demonio. Le isteriche/streghe si riunivano in sette pagane nelle quali si scambiavano rimedi e medicine (magia). La cura non è più adibita al medico, ma all'inquisitore o all'esorcista, per finire poi con il supplizio e la morte per la liberazione dalla presenza del diavolo.

  • Le donne anoressiche erano considerate streghe, in quanto facilmente trasportabili sulle spalle del diavolo, quelle grasse erano processate perché ree di un maleficio agli occhi del popolo, che le rendeva di grossa stazza per non essere processate.
  • Venivano punte con un grosso ago, per trovare la stigmata diaboli ovvero il punto in cui la donna è insensibile al dolore. Le urla del supplizio sono considerate parte dei sintomi dell'isteria.
  • Queste donne venivano umiliate pubblicamente, e nel tentativo di far cessare la tortura, confessavano il reato di follia e stregoneria, terrorizzando la gente. Sintomi di tale "malattia" vengono elencati dettagliatamente sia nel Malleus Maleficarum (il martello delle streghe) che nella bolla di Innocenzio VIII Summis desiderantes affectibus.

Alla fine del Seicento, i soggetti malati e folli vengono reclusi in centri asilari, atti a proteggerli e separarli dal resto del mondo (Foucault). Sono soprattutto donne mendicanti, diseredate, prostitute, vedove e delinquenti, con i loro figli. Nel Settecento i grandi centri di psichiatria tra cui la Salpêtrière (in Francia), diretta da Esquirol e Charcot, accoglievano più di settemila individui. Fu in questo ambiente (Rivoluzione Francese) che le donne isteriche (folli) vennero separate dalle altre, per una più accurata osservazione della categoria.

Ottocento: l'isteria non è più una caratteristica di un ceto basso e disagiato. La donna isterica diventa quella delle classi agiate, alto borghesi, la quale ha bisogno di una figura che la ascolti, la visiti, la osservi, nella sua abitazione o negli studi privati. Gli uomini preferiscono le belle e colte amanti; le mogli, sfigurate dalla nascita dei figli, rimangono a casa, e si "ammalano". La pazzia è legata al disordine degli umori e viene distinta in questo periodo, tra follia maschile o nevrastenia e isteria per le donne. Alle donne è attribuita la malattia perché erano soprattutto loro a riportarne i sintomi. Il motivo è la difficoltà ad adattarsi alla vita familiare: spesso obbligate ad un matrimonio combinato con un uomo molto più anziano, da loro non amato, si facevano suore, digiunavano raggiungendo l'anoressia e quindi la malattia mentale; oppure prigioniere di un padre possessivo che supera il confine tra protettore e carceriere, traumatizzando così.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PED/01 Pedagogia generale e sociale

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