Capitolo 1. Iterazioni asimmetriche
Parlare di disparità di potere interazionale significa entrare nel campo delle interazioni asimmetriche, cioè quelle interazioni comunicative in cui non si realizza fra gli interagenti una parità di diritti e doveri comunicativi, ma i partecipanti si differenziano per un accesso diseguale ai poteri di gestione dell’interazione. Il fenomeno dell’asimmetria interazionale è complesso e sfaccettato e coinvolge diversi aspetti della struttura interazionale.
In una conversazione con più partecipanti non è dato sapere in precedenza chi parlerà, quanto e di che cosa parlerà in quanto tutto è deciso al momento, per la cosiddetta gestione locale, e tutti concorrono con pari diritti a tale gestione. Nelle conversazioni asimmetriche, invece, è possibile che ci sia una predeterminazione nella alternanza dei turni, come nelle tavole rotonde, oppure si stabiliscono delle vere e proprie figure guida, che chiameremo registi dell’interazione, che controllano l’andamento dello scambio comunicativo nei suoi molteplici aspetti.
L’asimmetria interazionale è intesa nel senso di modifica radicale della struttura dell’interazione quotidiana, una modifica che tocca, oltre al meccanismo dei turni, l’organizzazione tematica, la struttura sequenziale, l’intera organizzazione della conversazione come unità globale. Molti autori sottolineano come l’asimmetria sia una caratteristica intrinseca di tutte le interazioni, per l’esistenza di potenziali occasioni di rottura del precario equilibrio nella distribuzione dei poteri comunicativi a causa dell’emergere di una momentanea leadership.
Ma tali asimmetrie locali e parziali non modificano la struttura partecipativa dell’interazione ovvero il ‘quadro legale’, alla base della distribuzione dei diritti comunicativi fra i partecipanti, tant’è vero che nelle conversazioni ordinarie è possibile invocare tale struttura partecipativa per ristabilire l’ordine conversazionale quando si è stanchi del comportamento dominante di qualcuno. Nel caso delle interazioni asimmetriche, invece, le varie strutture partecipative forniscono gli elementi definitori per costruire una vera e propria tipologia di interazioni che va dalle interazioni insegnate-allievo, alle interazioni in tribunale, a quelle terapeutiche.
Tipi di dominanza
Linell propone di parlare di dominanza interazionale, anziché di asimmetria, per indicare disparità di potere. Linell e Luckmann individuano i seguenti quattro tipi di dominanza:
- Dominanza quantitativa: cioè la differenza esistente fra i partecipanti in termini di quantità di spazio interazionale a disposizione. Linell e Luckmann considerano il numero di parole dette una manifestazione di tale potere, mentre Adelsward, Aronson, Jonsonn e Linell misurano lo spazio interazionale in termini di numero di turni. Una misura alternativa è quella della durata dei turni di parola, includendo nella durata anche le pause all’inizio e all’interno del turno di parola da parte di un altro.
- Dominanza interazionale: ha a che fare con la possibilità di mettere in atto mosse forti o deboli in termini di controllo sull’organizzazione delle sequenze. Si considera una mossa forte quella che dà inizio ad una sequenza, ad esempio una domanda, in quanto si tratta di mosse indipendenti rispetto alla conversazione precedente e che determinano le azioni di chi deve rispondere, e mossa debole quella eseguita in risposta alla mossa di un altro. In base a questo Linell et al. hanno elaborato uno schema di codifica che classifica 18 tipi di turni in base al controllo che viene esercitato per loro mezzo sull’andamento interazionale. Ogni tipo di turno consiste in una combinazione diversa di una mossa di inizio e di una mossa di risposta, di cui la prima è proiettata sul futuro dell’interazione, la seconda è legata retroattivamente ai turni precedenti.
- Dominanza semantica: si manifesta nel controllo sugli argomenti portati in discussione e nella capacità di imporre il proprio punto di vista.
- Dominanza strategica: consiste nel potere di realizzare le mosse più importanti sul piano strategico. È un tipo di dominanza che si colloca su un piano diverso rispetto alle altre, in quanto è maggiormente legata a fattori esterni, e può essere valutata solo a posteriori, tenendo conto anche dei risultati a lunga scadenza.
Questi parametri rappresentano qualità caratteristiche dell’interazione asimmetrica ma possono essere visti come un insieme di poteri che caratterizzano il ruolo del regista o della figura guida in questo tipo di interazioni.
La figura del regista
Il regista è colui che controlla il potere interazionale, ha, cioè, accesso a diritti negati agli altri partecipanti ed esercita un potere di controllo su ciò che gli altri fanno e sull’andamento dell’interazione. Si considera asimmetrica un’interazione sociale in cui un partecipante ha più potere interazionale degli altri.
- Il regista apre e chiude l’interazione delimitandone i confini interni ed esterni rispetto all’intero flusso dei rapporti sociali. Nelle interazioni asimmetriche spesso la fase di apertura consiste nell’indurre i soggetti che, per ragioni diverse, entrano in contatto con l’istituzione ad abbandonare esplicitamente l’identità sociale che si portano dietro dal mondo esterno per entrare in quella che la situazione istituzionale loro attribuisce. Si viene privati dell’identità precedente per assumere l’identità nuova attraverso rituali che molte volte rappresentano una grave intrusione nella propria intimità, una pesante offesa rivolta a quella che Brown e Levinson riecheggiano Goffman, chiamano ‘faccia negativa’ (es. costruzione della scheda con dati anagrafici ecc.).
- Sia per aprire sia per chiudere le interazioni il regista può avvalersi, in quelle interazioni asimmetriche che hanno il carattere di eventi formali, comprendendo in questi anche i riti e le cerimonie, di vere e proprie formule codificate. Ne sono un esempio frasi come ‘la seduta è aperta’. Tali formule non sono pure descrizioni ma hanno il potere di trasformare la realtà nel momento in cui sono pronunciate, in quanto attraverso l’atto di proferirle il regista apre o porta a conclusione l’evento.
- Il regista attribuisce il diritto a parlare attraverso le varie procedure di etero-allocazione dei turni. Delle due tecniche di assunzione del turno, quella di eteroselezione e quella di autoselezione, la seconda è quasi del tutto assente nelle interazioni di tipo asimmetrico. Quando compare, si possono avere i seguenti tre casi:
- Si tratta di una vera e propria insubordinazione, cioè una messa in discussione del potere del regista.
- È l’inizio di una sequenza di natura particolare, una sequenza incassata o a latere rispetto alla sequenza principale.
- Costituisce una breve interruzione della cornice contestuale (frame) dominante o una fase dell’interazione assai vicina alla conversazione fra pari, pianificata in quanto tale dal o dalla regista dell’interazione.
- Il regista mette in atto mosse che stabiliscono una rilevanza condizionale per tutto ciò che viene dopo: si tratta di mosse che danno inizio a sequenze, ovvero domande, ordini, affermazioni attraverso cui si determina lo sviluppo successivo dell’interazione. Dopo tali mosse le azioni seguenti sono in qualche modo vincolate.
- Esercita un controllo sui temi in discussione, dalla loro introduzione attraverso le mosse di apertura, alla loro articolazione in sottotemi, al loro sviluppo, alla loro conclusione. Di fatto decide ciò di cui si parla e come se ne parla.
- Nei casi in cui sembra venire meno l’accordo dei partecipanti sulla definizione della situazione in corso, ha il potere di ristabilire l’ordine interazionale attraverso commenti metacomunicativi che ridefiniscono la cornice contestuale e il tipo di attività interazionali in cui si è coinvolti. È questo il potere di definire la situazione.
L’accento che l’analisi conversazionale e gli approcci a lei vicini pongono sul carattere costruito e non dato a priori del contesto. Nella gran parte dei lavori sul parlato nell’interazione (talk-in-interaction) in ambito conversazionale, sembra esserci la tacita assunzione che esista una e una sola definizione del contesto costruita dai partecipanti attraverso le loro attività interazionali. Casi di contesti multipli occorrono in tutti i tipi di interazione anche se con maggiore frequenza nelle interazioni che coinvolgono più di due partecipanti. In particolare, è possibile trovarsi, per quanto riguarda la definizione di contesto, in uno dei casi seguenti:
- Nel caso considerato prototipico, cioè quello in cui tutti i partecipanti, nello stesso segmento d’interazione, condividono la stessa definizione del contesto;
- Gli interagenti, consapevolmente, costruiscono definizione distinte del contesto, che sono però compatibili fra di loro. L’interazione va avanti senza problemi fin tanto che una definizione non entra in conflitto con l’altra.
- Gli interagenti costruiscono definizioni diverse del contesto, ma soltanto alcuni fra i partecipanti ne sono consapevoli. Si crea una divisione fra i partecipanti, dipendente, nella gran parte dei casi, da asimmetrie nella distribuzione delle conoscenze.
- Gli interagenti costruiscono definizioni diverse dell’attività in corso senza essere consapevoli della diversità di vedute o, più crudamente, non accettandola. Rientrano in questa categoria la quasi totalità di casi di cattiva comunicazione descritti nell’ambito degli studi sulla comunicazione interculturale, ma anche alcuni esempi di conflitto nelle interazioni fra nativi.
Ha il potere ultimo di decidere se un comportamento rientra nelle regole dell’interazione in corso o se costituisce un’insubordinazione. Nel caso delle interazioni asimmetriche la decisione ultima sull’esistenza o meno di una violazione delle regole spetta al regista che può o legalizzare, cioè accettare una potenziale insubordinazione, riconducendola così nella norma interazionale, o censurarla dando luogo ad un’insubordinazione effettiva.
Interazioni istituzionali
Lo studio dell’asimmetria di potere interazionale è stato sviluppato particolarmente in relazione a quello che avvengono in un contesto istituzionale, come la scuola, i vari ambiti terapeutici, il tribunale, in quanto i fini istituzionali di tali interazioni determinano una diversificazione dei ruoli partecipativi per cui non si ha una struttura in cui tutti possono tutto, ma una in cui qualcuno ha più potere interazionale degli altri.
L’analisi della struttura dell’interazione in contesti istituzionali assai diversi, linea di ricerca che ha caratterizzato i lavori svolti nell’ambito della conversation analysis, ha messo in luce una serie di modifiche strutturali rispetto all’organizzazione della conversazione ordinaria. Tali modifiche strutturali non possono essere spiegati in termini rigidamente deterministici ma sono piuttosto indice del lavoro interazionale attraverso cui gli interagenti si riconoscono in una determinata istituzione e ne ricostruiscono le caratteristiche strutturali. In un certo senso, si sottolinea, gli intergenti fanno, costituiscono e ricostituiscono, con le loro pratiche comunicative, la stessa istituzione sociale.
In tutti i tipi di interazione che rispondono a fini istituzionali che derivano dall’esterno dell’interazione si ritrovano le seguenti caratteristiche:
- Un generale ridimensionamento della gamma di opzioni comunicative e comportamentali a disposizione degli interagenti; le scelte a disposizione deli interagenti si riducono al poter fare domande e dare risposte.
- Una specializzazione degli interagenti rispetto alle opzioni comunicative, per cui c’è chi, ad esempio, fa domande, e chi, invece, risponde. Si stabilisce un’associazione fra ruolo comunicativo e ruolo istituzionale;
- Un prevalere, nell’ambito delle macrofunzioni realizzate nelle interazioni dai partecipanti, di alcune funzioni rispetto alle altre ed una riorganizzazione in termini gerarchici delle diverse funzioni. In particolare, se riportiamo tutta l’attività comunicativa svolta dai partecipanti a tre macrofunzioni principali:
- Gestionale, cioè di organizzazione dell’interazione
- Trasmissione delle conoscenze
- Relazione sociale
- Una subordinazione dell’organizzazione dell’interazione ai fini istituzionali, subordinazione che annulla, quando entrano in conflitto con tali fini, gli stessi principi di base dello scambio comunicativo, come le massime derivanti dal principio griceano della cooperazione, o le cosiddette procedure del ragionamento comune, come la reciprocità dei punti di vista, descritte dagli etnometodologi.
- Una caratteristica struttura in fasi. Ten Have propone la seguente tipologia di fasi o episodi:
- Episodi che hanno una chiara qualità conversazionale e in cui sono discussi argomenti a carattere non medico, del tipo ‘chiacchiere senza importanza’.
- Episodi che hanno una meno evidente qualità conversazionale che hanno più o meno a che fare con argomenti di natura medica, ma che sono relativamente marginali rispetto all’agenda principale della consultazione;
- Episodi in cui l’agenda centrale medica è sviluppata esplicitamente.
Non solo si assiste a un cambiamento di stile interazionale nelle diverse fasi, ma possiamo rilevare un radicale mutamento nella distribuzione dei poteri. La presenza della cosiddetta ‘agenda nascosta’.
La letteratura sulle interazioni istituzionali e in particolare sulle consultazioni mediche ha messo in evidenza tre fattori come caratteristici:
- Il totale controllo che il medico assume sull’interazione attraverso il suo formulare domande che delimitano i temi in discussione senza esplicitare le connessioni che ci sono fra di loro.
- L’assoluta mancanza di conoscenza da parte del paziente del ragionamento che sta dietro a tali domande.
- La tendenza ad escludere tutto ciò che il paziente dice a proposito di esperienze personali, percezioni soggettive, condizionamenti sociali secondo un atteggiamento di selettività biomedica che è stato definito context stripping.
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