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Presentazione

Necessità di riscoprire Credaro per l'inconfondibile originalità della sua Rivista Pedagogica. Un capolavoro non individuale ma collettivo, organo di formazione, diffusione ed intervento: tentativo di tradurre la filosofia in pedagogia, la pedagogia in politica. La pratica educativa dovrebbe precedere la teoria, perché quest'ultima governa la prima, sul primato della ragion pratica. Molto spesso è apparso teoricamente debole, pieno di oscillazioni ideologiche che partono da un'ideologia non ben delineata di fondo.

Per Franco Cambi, Credaro è il vero protagonista dell'età giolittiana, inserito tra idealismo e positivismo, in un modello di sapere plurale il cui focus è la scuola. Fu paradigma liberale e democratico, ove tutte le opinioni potevano tranquillamente manifestarsi e contrastare. È di natura dialogica, collaborativa. Proprio per questo motivo, tuttavia, ebbe il difetto di disperdersi nell'eterogeneità, e molto spesso è stata definita contraddittoria. Nonostante ciò, fu l'avvio dell'avventura totalitaria della società e dello stato. Distrutta in fase bellica, uscirà vittoriosa dalla post bellica, per il primato delle scienze dell'educazione.

Capitolo I: Introduzione alla storia della rivista pedagogica

La rivista pedagogica, il fronte antidealistico di Credaro

La rivista venne fondata nel '07 da Credaro, e da lui diretta per l'intero corso delle pubblicazioni: chiuse i battenti con la sua scomparsa. Fu organo di aggregazione e privilegiato strumento di espressione. La genesi fu di ispirazione kantiana, nutrita di decisivi innesti e apporti hebartiani. Fu una sorta di mediazione tra la "Rivista filosofica" e la "Rivista di filosofia e scienze affini", trattava dei rapporti tra natura e mondi dei valori, fra filosofia teoretica e pratica. Ne colse le parallele dinamiche e intuì il luogo d'incontro, materializzandolo nella R.P. È da notare che R.P. anticipa quella "Rivista di filosofia", che accolse i medesimi protagonisti della rivista credariana.

Il contributo di Credaro sembra tuttavia, sul fronte dell’antidealismo, non potersi ridurre alla rivista. Fu accostato oltre al neokantismo e all'hebartismo a Rein, nella proposta della filosofia di H in chiave prevalentemente didattica. La pedagogia di Hebart, testo da lui elaborato, stimolò il grande interesse per il filosofo, nel recupero e nell'utilizzo, sia pure critico e kantianamente mediato, dei cardini concettuali della sua riflessione educativa.

L'età dell'imperialismo e la Krisis

In questo periodo, l’età dell’imperialismo, ci furono crisi economiche, politiche sociali, per non ricordare poi la prima guerra mondiale: siamo nell’età della Krisis. Unito a questo c’è un oggettivo ritardo delle ideologie. Alla crisi del positivismo, ci fu una sbrigativa tesi da parte degli idealisti, ricordiamo poi i neokantiani ma nessuno seppe fornire valide repliche.

Ricordiamo che siamo in un’epoca di profonda trasformazione culturale: ci si pose il problema di ridefinire il senso della ragione umana e cosmica, ricorrendo a diversi oggetti conoscitivi. Smarrimento delle certezze tradizionali: il moltiplicarsi dei saperi e il definirsi delle loro reciproche irriducibilità rendevano problematica la possibilità di racchiudere nuovamente in sintesi tutte le speculazioni. La filosofia così si rivolse al linguaggio, cercando di rifondare una nuova legittimità. Le tentate risoluzioni della krisis non miravano più a un rapporto soggetto - oggetto, ma ad un oggetto superiore.

Le varie Krisis, di qualsiasi natura, del periodo furono ovviamente motivo di svantaggio per l’affermare il positivismo ottimistico. Il termine pragmatismo pose il vero criterio di verità, così stando nella ricerca di una nuova definizione del rapporto fra prassi e conoscenza razionale, della vita e le sue forme. Esigenza di ridefinire il ruolo dell’intellettuale.

La cultura italiana a inizio '900

Bersaglio delle ideologie fu principalmente il positivismo. Nel positivismo filosofico e nel giolittismo politico, giudicato dal primo strettamente dipendente e derivante dalla sua generazione di intellettuali, individuarono le cause ultime di tutti i malesseri di cui soffriva la nostra cultura. Era intrinseca di alcuni limiti, come ad esempio il meccanicismo dell’anima. Ne deriva una mentalità associazionistica che tendeva a comprimere la libertà del singolo.

Giolitti invece, che tendeva a raggruppare molte ideologie del tempo, trovò proprio in questo il limite, perché appena ve ne fu occasione queste ideologie di divaricarono. La cultura anti positivista e giolittiana fu connotata da presupposti romantici e spiritualistici, che non potevano tradursi in un concetto pedagogico. Un sostanziale conservatorismo che permeava una cultura che intendeva contrastare la cultura nostrana.

Si giunge così al nucleo del dibattito pedagogico degli anni: portare a compimento il progetto di formazione del popolo. Nacquero varie opinioni, tra le quali ricordiamo quella del nazionalismo politico, costituito dall’affermazione dell’Italia sulla scena mondiale, nella quale un ruolo centrale spettava allo Stato, chiamato a porsi sopra ogni individualismo particolaristico, proponendo quindi la dissoluzione dello stato liberale.

Si richiama anche una cultura che può essere definita giolittiana, intenta a presentare di fondo dei tratti illuministici, e in comune aveva perciò il tema di porre una cultura nazionale come base dell’educazione dell’individuo; fautori di una collaborazione tra classi essi mettevano in primo piano la formazione morale dell’individuo, nella quale i valori altruistici rivestivano un ruolo essenziale.

Essenziale per la definizione della pedagogia democratica fu la rivista di Credaro, che diffuse l’hebartismo. Così pensando di poter porre praticamente le proposte teoriche, veniva delineandosi come un fronte antidealistico, senza però perdere i valori, ma eliminando il lavoro essenzialmente speculativo. Desiderio di elaborare una pedagogia non speculativa. La ricerca teoretica così ebbe spazi di ricerca più limitati della ricerca scientifica.

La connotazione genericamente kantiana degli intellettuali della rivista si rivelò principalmente nel primato della ragion pratica. Fu aliena da riduzionismi e si pose come problematica una pedagogia essenzialmente unitaria, che tuttavia risultò essere molto articolata. Un punto in comune rimase comunque nell’affermazione dell’autonomia della pedagogia dalla filosofia.

Capitolo II: Origini, finalità e organigramma della "rivista"

Ai soci e ai lettori

Nel gennaio 1908 vide luce il primo fascicolo della rivista. Nella nota "Ai soci e ai lettori" Credaro spiega il perché della rivista. Nel '07 l’associazione pedagogico-professionale fra gli insegnanti delle scuole normali, si trasformò in associazione nazionale per gli studi pedagogici, e fu per un anno presieduta da Credaro. Il programma dell’associazione prevedeva fra le varie cose una creazione della rivista, come terreno dove le energie potranno agire per i fini esclusivi dell’educazione della scuola, animati dalla convinzione di fare ricerche scientifiche e non speculative, con la nascita della scienza pedagogica, indispensabile per riordinare l’educazione del nostro paese. Ospitò personalità pedagogiche, spiegò metodi e così via, allo scopo di informare e chiarire.

Il comitato di redazione della rivista

La redazione romana

La composizione del primo Comitato di redazione della rivista fu nel luglio del 1908. Ricordiamo Varisco, che passò dalla visione positivista a spiritualista, il che ne comportò il distacco con la rivista. De Santis, sostenitore del metodo sperimentale della psicologia, fu assiduo frequentatore di Credaro, e probabilmente fu lui a sensibilizzarlo nei riguardi di questa materia. Ambrosi, evoluzionista-positivista, Taurone okantiano, che dopo si alleò con il fascismo perché improntato a un realismo metafisico, e posto a distruggere lo stato liberale di Giolitti, e De Robertis che ebbe tappe ed esiti emblematici e contraddittori. V'erano anche insegnanti elementari e una maestra. Ricordiamo anche De Angelis, funzionario del ministro della P.I.

I membri esterni al comitato di redazione

Il quadro del comitato di redazione era completato da cinque studiosi non residenti della città capitolina. Giulio Ferreri, Guido della Valle, che fece parte degli intellettuali organici della rivista (cioè che avrebbero affinato la loro pedagogia proprio all’interno di questa), Emilia Santamaria, allieva di Credaro, Pietro Romano e Giuseppe Tambara. Era un comitato per lo più composto da emergenti, che facevano parte di un’equa rappresentanza garantita da ogni ordine e grado scolastico: dalle elementari all’università, e persino i funzionali della P.I.

I direttori locali della "rivista"

A fianco alla Redazione si stabilì di istruire un nucleo di direttori locali che curavano la diffusione e raccoglievano elementi per rendere più valida la rivista. Erano personaggi di certo rilievo per il panorama filosofico. Per la Sicilia incontriamo Colozza, che coordinava l’aspetto speculativo al pratico, per le province del Napoletano troviamo Fornelli, di orientamento positivista, e contribuente alla diffusione dell’hebartismo pedagogico. Paolo Troiano aveva il Piemonte e Giovanni Marchesini il Veneto. Toscana De Sarlo, e si rivelarono i tre se non i più assidui i più significativi esponenti della rivista. Per l’Emilia c’è Ferrari, legato ai primi passi della nascita della rivista.

Tutti questi non sono dati trascurabili: comprendiamo quanto possa esser stata vasta la prospettiva della rivista, che esercitava funzione e sostegno, tanto che erano stati creati gli abbonamenti. All’appello ci sono anche la Lombardia e la Liguria. Era un positivismo in crisi, ma i nostri post positivisti, tutti i nomi citati, pur intenzionati a salvaguardare la legittimità della conoscenza empirica, si avventuravano verso la trascendenza. Nessuna generazione di positivisti mancava all’appello, ma il neokantismo era rappresentato in genere dai più giovani. C’è una significativa convergenza di queste due correnti filosofiche.

Capitolo III: Uno sguardo d’insieme all’esperienza della rivista

Le presentazioni di Credaro

Temi e tendenze nel trentennio di vita della Rivista, è possibile farlo grazie alle presentazioni di Credaro, occasionate da ricorrenze, traguardi, e che quindi segnano le mappe più significative. La rivista non sopravvisse quando nel '39 venne a mancare il suo direttore, lui guidò infatti ininterrottamente la rivista. Solamente con la chiamata alla Minerva, lasciò per un periodo la rivista, chiamando a sostituirlo nel '10 Vecchia e Raulich; nel '12 la direzione passò a Della Valle, che ebbe un netto coinvolgimento nell’atmosfera bellicista nel periodo, iniziando a non essere del tutto fedele alle linee tracciate da Credaro.

La scientificità della pedagogia viene accompagnata dall’italianità, ma non come presa di coscienza nazionale: era esaltazione della natura bellica, e la guerra doveva essere indice di sviluppo di un popolo. Non gestiva la Rivista con omogeneità al lavoro di Credaro, che ebbe un non immediato ritorno alla conduzione della rivista: tornò nel '16, e vi restò fino alla metà del '19, quando fu nominato commissario straordinario della Venezia tridentina. Nel '16 il ritorno del pedagogista non presenta elementi di novità, e il programma rimane quello di portare a compimento il processo di alfabetizzazione delle masse lavoratrici, facendo una specie di appello alle classi dirigenti, che dovevano diffondere disciplina di una salda coscienza nazionale, e il non farlo sarebbe stato stolto ed ingiusto.

Nell’intervento del '18 segue di nuovo l’affermazione della necessità che venga riconquistato l’equilibrio delle nostre forze spirituali, risolvibile con l’emergenza del problema della cultura popolare. Così raggiunse il traguardo della statalizzazione della scuola, con la speranza di un’evoluzione della società italiana. Armani, che ebbe la proposta del '19 di diventare capo redattore, vi rinunciò, e vennero chiamate a sostituirlo Bennetti-Brunelli e Santamaria-Formaggini. (Il Credaro conservò formalmente il ruolo fino al '22).

Durante il periodo la guerra creò delle ovvie difficoltà. Nel '22 ci fu la stentata ripresa di Credaro, spiegabile con l’autorità dello stato fascista e la conseguente riforma di Gentile, che iniziò a segnare il declino degli anni '30. L’effettiva riassunzione di Credaro si ebbe nel '23, dove le due donne si dimisero, esprimendo di non condividere il fatto che il direttore impresse una direzione non specifica al periodico. La rivista era perciò sottoposta ad attacchi incessanti, ed era necessario che assumesse un più determinato carattere filosofico.

Proposero di accogliere solamente gli studiosi che avessero una concezione realistica del mondo, e della pedagogia. Credaro obiettò, ritenendo di non dover chiudere la porta ad alcuno studioso. Era indispensabile una chiarificazione per opporsi ai gentiliani. Tuttavia col ritorno del '23 la rivista ebbe un ovvio salto di qualità, definendosi finalmente come fronte antidealista, e mettendoci dentro il massimo sforzo teorico. Nel '24 si continuava a difendere la propria politica pedagogica, opponendosi vivacemente a Gentile, difendendo così il realismo e tutto ciò che è legato all’esperienza.

Nel '26 si delineò una sostanziale sconfitta nella battaglia contro Gentile, ma non c’è traccia di cedimento del profilo ideale. Molti intellettuali che prima facevano parte della rivista iniziavano a percorrere un percorso molto spesso opposto a ciò che prima delineavano, causa fascismo. Nel '37 mancava la nota di Credaro, dove la rivista entrava nel trentesimo anno di vita.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PED/01 Pedagogia generale e sociale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher CECI9389 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Pedagogia generale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di L'Aquila o del prof D'Arcangeli Marco.
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