Approdi dell'umano
Il dialogare minore
Approdo è un termine in diretta connessione con il vivere e l'agire e a cui è possibile attribuire significati che hanno a che fare con la quotidianità e che sono lontani dal mondo accademico. Esso suggerisce un senso di movimento verso un punto desiderato quale il fine o meta, al quale si è giunti con gioia. Mentre il termine umano veicola i traguardi che indicano il crescere e l'armonizzarsi interiore di ogni singolo. Il rispetto per l'uomo comporta che si riconoscano in lui degli approdi che gli consentano una sorta di apertura verso l'esterno. Quindi in ambito educativo, approdi dell'umano indica la volontà di allontanarsi dalle ideologie dominanti, dai tecnicismi e da una certa umiliazione di cui sembrano affetti educatori e pedagogisti.
L'approdo di cui si parla è il dialogare minore. L'autrice preferisce usare il verbo, in quanto ritiene che quest'ultimo esprima meglio la sua intenzione e si avvicini maggiormente alla realtà rispetto al sostantivo. Il dialogare è posto nel vivo degli approdi dell'umano, ma oggi sono molteplici i settori in cui viene implicato, come la filosofia dell'educazione. Quest'ultima, nel cui ambito il dialogo è nato, ritiene che il dialogare sia un insieme che va di volta in volta ripulito dagli sterpi dell'utilizzo e del mal impiego, ed è su questa che il discorso educativo trova forza. Per cui il dialogo è un obiettivo, un approdo, a cui si arriva dopo un percorso.
Propedeusi al dialogare
Nel campo educativo, l'umano, e tutto ciò che lo riguarda, comporta un supplemento di dubitosità e di speranza. La riflessione sull'umano, con finalità educative, conduce a due fili che percorrono tutta la ricerca fatta sull'uomo del mondo occidentale. Il primo conduce ad incontrare posizioni diverse espresse in modi differenti ma accomunate da un'idea affermativa sull'uomo. L'uomo lo si vede come una sorta di sorgente d'energia, punto originario di dinamiche e dotato di un senso e di un valore proprio, capace di accogliere il diverso senza perdere la propria identità, anzi accrescendo il bisogno di ricevere al fine di attuare potenzialità tutte sue.
All'educazione si riconoscono quindi compiti particolari. Infatti alla responsabilità dell'educatore appartiene una singolare giustizia verso il soggetto e anche il rendere l'altro interessato alla conoscenza e all'impiego del proprio potenziale. In questa cornice si arriva sino a vedere nella parola lo strumento e forse anche il veicolo primario dell'accensione del potenziale umano. La parola intesa come mistero vede intendere anche l'uomo stesso come mistero sacro e inviolabile.
Il secondo filo conduce a un'idea di uomo ricevente. Il suo volto è modellato da fuori, come da fuori lui riceve il suo senso e il suo valore. L'educazione non costretta a nessuna attenzione all'uomo, può spaziare nei campi sterminati dell'oggettivo e partecipare all'accelerazione del progresso. In questo caso la parola resta all'esterno, essa appartiene al mondo della convenzionalità, dell'utilizzo e dello sfruttamento. E questo non muta anche se la si impiega nell'educativo in cui è soltanto un mezzo per avere risultati programmati e precisi.
Tra i due fili quindi si è scelto il primo. Approdi dell'umano, con intento educativo, è credere di poter rivalutare le forze che l'uomo possiede, e i mezzi che sono alla sua portata e che sono preziosi, e tra questi occupa un posto unico il dialogare. Un dialogare come approdo della persona, come luogo giusto in cui viva in totale pienezza le proprie potenzialità e il suo stesso essere persona con le persone. L'autrice dunque vuole seguire una strada non per considerare il dialogo in sé, ma per inserirlo nel cuore del discorso educativo.
I problemi maledetti dell'educativo
L'autrice usa questa espressione, propria di Dostoevskij, per affrontare il tema dell'educativo senza addolcimenti. Un linguaggio rigoroso e un appropriato procedimento scientifico, in senso formale, sono una veicolazione di contenuti come la convenienza per questo non sono problemi maledetti. Altrimenti, il linguaggio preso in senso formale, rivela un'appartenenza a tale classe. Kierkegaard a tal proposito suggerisce la possibilità, ma anche l'obbligatorietà, quando si tratta di problemi strettamente legati all'uomo, di conservare, sotto la propria cultura, il tessuto vivo del proprio pensare, sentire e della singolarità del proprio esprimere. Quindi è d'obbligo non perdere e conservare, almeno in parte, la propria primitività.
Ci sono diversi motivi perché la primitività ceda il posto all'accumulo oggettivo di dati e conoscenze, in particolare l'autrice ne rileva due. Il primo è il disagio interiore connesso con la primitività: si è soli durante un percorso in cui si diventa responsabili verso sé e verso gli altri. Il secondo è il disagio esteriore: enunciare qualcosa senza un apparato di note o citazioni che appare così poco scientifico.
Il problema maledetto quindi è la giustificazione e la funzione della primitività, il come tenerla viva e il cosa la atrofizza, il senso forte di regresso e progresso, il suo diritto ad esserci in un momento in cui formazione e tecnica sembrano non aver bisogno di nient'altro. L'educativo è una realtà che può essere oggettivata e detta ma che per sé, sta o dovrebbe stare in un rapporto singolare con ogni essere umano. Della realtà educativa tutti hanno un'esperienza, positiva o negativa, legata al processo di vivere, portando l'uomo così ad avere un proprio sentito reale che facilita l'avvertimento interiore.
Chi salva dunque questa primitività la spende bene sia nel vivere, sia nell'indagare l'educativo e scrivere su di esso. Tale primitività è uno strumento impagabile da unire ad altra strumentazione per riflettere sulla perfettibilità umana. Altrimenti quella sull'educativo è una delle riflessioni più segnate dalle precomprensioni del soggetto che riflette. L'idea uomo si compone di molti tratti, esso può essere considerato un enigma o un mistero. L'enigma si risolve, può essere risolto dalla chimica ed è soltanto questione di tempo mentre il mistero è inesauribile, il discorso non può mai essere chiuso.
Nel senso dettato da Dostoevskij solamente se l'uomo ha in sé il mistero, i problemi dell'educativo sono maledetti. È di chiara evidenza che quando si impone una nuova idea-uomo, l'universo educativo si problematizza. Forse il problema maledetto è quello che concerne una realtà espressa in modi differenti negli autori che l'hanno avvertito. È indubbio che l'intensità attribuita all'essere dell'uomo e il conseguente senso del suo vivere nella società e nel cosmo impongono un maggior numero di problemi maledetti.
In questo contesto dunque deve esserci il bisogno di aiutare l'altro a diventare quel singolo che solo lui può essere, aiutarlo a trovare il senso della propria vita che ne dia l'unicità. L'educatore così deve essere presente e attivo senza però lasciare segni della sua presenza. Tra i fattori che pesano sull'educativo c'è la non isolabilità in quanto ogni porzione dell'umano se isolata si snatura e anche così il proprio sapere.
Per la definizione dell'educativo mediante l'impiego di sinonimi, incide l'idea-uomo che si ha. Infatti se la persona umana è oggetto di un'attenzione rispettosa, senza la presenza di disprezzo, i termini della definizione o della descrizione hanno un senso pieno. Paideia, disciplina, educazione, liberazione e umanazione sono alcuni tentativi per indicare una realtà complessa. Questa realtà è la ragione più profonda dell'esperienza umana, è l'aspetto più misterioso del rapporto interpersonale e da lei dipende la qualità della vita.
Per quanto riguarda il discorso educativo, grande difficoltà è legata all'individuazione.
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