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Percorso genealogico

L'educazione muove dalle origini della società occidentale e valorizzerà i popoli antichi. Questi ultimi avevano lo svantaggio di disporre di meno strumenti, ma ciò comportava anche un vantaggio: la mancanza di strumenti li costringeva ad utilizzare fino in fondo la dotazione della persona. La pedagogia si costruisce lungo una precisa genealogia di autori dall’antica Grecia fino ad arrivare al ‘900.

L'antica Grecia

  • Concetto di “kosmos”
  • Concetto di “logos”
  • Concetto di “areté”
  • Concetto di “paideia”

Il teatro era una costruzione che si presentava come una sorta di completamento di qualcosa di naturale. Esprime in modo compiuto ciò che la conformazione del territorio permetteva di svolgere. La civiltà greca si presenta a noi esemplare per il riconoscimento che l’essere umano esprime cultura come natura trasformata, proseguendo un completamento di ciò che l’ambiente implicitamente offre. Anche l’educazione è espressa come la manifestazione di qualcosa che è implicito, nascosto nell’educando. Si utilizzano quattro termini per porre in luce la prospettiva culturale antica:

  • Kosmos: ordine, contrario di caos, armonia, è la composizione delle parti nel tutto e viceversa. Esprime in modo evidente qualcosa che i greci hanno colto con chiarezza e, a partire dal quale, hanno costruito una visione di società che ancora ci appartiene. Il mondo, per l’essere umano, non è solo un ammucchiarsi di fatti, ma si esprime attraverso molteplici eventi. L’importante è cogliere che tali eventi non sono casuali, ma avvengono secondo un ordine: l’ordine delle cause e degli effetti. Noi siamo dotati di un qualcosa che ci permette di cogliere quest’ordine: il logos.
  • Logos: significa due cose: parola e pensiero. Deriva dal verbo “leghein” che significa raccogliere. Il pensiero, infatti, raccoglie i fatti e li ordina. L’essere umano, attraverso di esso, sa riconoscere un ordine in quello che accade. Ciò può apparire banale, ma non lo è perché noi, talvolta, ci dimentichiamo di pensare, soprattutto al giorno d’oggi. La nostra civiltà è prevalentemente civico-razionale, si basa cioè sulle immagini e sulle emozioni. Questo rischia di farci dimenticare che dobbiamo ordinare quello che incontriamo attraverso il pensiero. Da questa azione dipende la nostra capacità di vivere in maniera protagonistica, vivendo e non lasciando vivere. Anche la parola raccoglie, ma in modo diverso. Mentre il pensiero raccoglie in quanto ordina gli eventi in una costruzione ordinata, la parola raccoglie perché permette di condividere il pensiero. L’esperienza di quest’ultimo è totalmente personale; è attraverso la parola che noi possiamo esprimere il pensiero. La parola allude ad una esperienza di tipo interpersonale e la sua potenza è quella di racchiudere dentro una comunità.
  • Arete: virtù, sinonimo di eccellenza. Attraverso questa parola i greci connotano l’espressione eccellente di una data realtà. Non è esclusiva degli esseri umani. Per questi ultimi l’eccellenza è ricondotta al logos: il pensare bene e il parlare bene. Può sorgere il quesito: e la pratica? Per i greci condizione necessaria e sufficiente per agire bene è pensare bene. Così facendo hanno però svalutato molto la volontà e l’hanno considerata una componente irrilevante della persona. L’areté è un concetto importante perché i greci si interrogano su cosa sia l’essere umano e maturano una risposta di tipo razionale. Non si affidano, infatti, ad una mitologia o ad una teologia, ma cercano di maturare un pensiero argomentato.
  • Paideia: significa sia cultura che educazione. I greci utilizzano un’unica espressione per esprimere questi due concetti perché hanno colto che l’essere umano è l’unico animale che diventa pienamente sé stesso attraverso la produzione e la fruizione della cultura. Infatti, i latini tradurranno il termine paideia con humanitas e coglieranno cioè che l’educazione è la dinamica attraverso la quale ci si umanizza, attraverso la cultura. Ma cos’è la cultura? Cultura è natura trasformata intenzionalmente. Questa risposta non è però sufficiente perché non ogni tipo di trasformazione di ciò che esiste è cultura. La tecnica fa parte della cultura perché esprime la sua trasformazione intenzionale, ma ha sempre una valenza utilitaristica, è sempre funzionale a qualcosa. C’è, però, tutto un ambito di cose prodotte dall’uomo non classificabili come utili (arte). Esiste una misura che supera l’utile e questo è l’essenziale. Quest’ultimo è più importante dell’utile perché l’utile serve a fare qualcosa, ma l’essenziale esprime chi siamo. L’arte esprime quello che siamo senza finalità utilitaristiche. La tecnica risponde all’utile, la cultura risponde anche all’utile, ma soprattutto all’essenziale perché ci aiuta a conoscere noi stessi. Luigi Stefanini, studioso del ‘900, dice: “per l’essere umano ogni conoscere deve diventare un conoscersi”. Accedendo alle conoscenze non impariamo soltanto qualcosa di utile, ma impariamo anche qualcosa che ci può aiutare a rispondere alla nostra domanda fondamentale: chi siamo? La componente utilitaristica della cultura potrà servire ad apprendere un lavoro, per esempio, ma noi sappiamo che non viviamo per lavorare, ma lavoriamo per vivere. La misura dell’utile (lavoro), quindi, è superata da una misura più ampia che è quella che riguarda ciò che noi possediamo. Ciò che è essenziale per l’essere umano è la libertà (capacità di oltrepassare il bisogno); noi siamo liberi quando non subiamo una costrizione (bisogno).

L'educazione omerica

  • L’educazione come irrobustimento fisico e addestramento al combattimento
  • L’educazione come “musike” affidata ai poeti
  • L’ideale della “kalokapathia”

Nei poemi omerici troviamo presentato un tipo di educazione che non subisce i limiti dell’educazione occidentale. È un curricolo (pratica completa dell’educazione) completo. Comprende una componente riguardante la pratica militare e l’addestramento fisico (per i guerrieri), ma non manca la componente culturale. Quest’ultima viene ricondotta al termine greco ‘musiké’ (arti liberali, arti delle muse). Le arti liberali sono quei saperi che l’essere umano pratica dopo aver risposto al bisogno (arte: esprime l’essenziale, va oltre la tecnica). L’ideale di educazione è legato ad un termine greco ‘Kalokagathia’ (kalos, agathos: bello e buono) che esprime una corrispondenza tra bellezza fisica e rettitudine morale. La scultura greca tende infatti a rappresentare una realtà concreta, ma nella forma dell’ideale. I soggetti rappresentati esprimono vigore fisico e, contemporaneamente, forza morale. Questo richiamo è ancora importante per noi oggi perché ci aiuta a cogliere il limite che si presenta ogni volta che trattiamo il corpo e la fisicità come un oggetto passivo. Questo richiamo all’arte greca, che associa bello e buono, ci aiuta a riconoscere nella fisicità qualcosa che esprime quello che noi siamo. Più che corpo la fisicità umana è corporeità. È importante cogliere la differenza fra i due termini. Il termine corpo allude infatti alla passività, corporeità indica, invece, qualcosa di attivo ed espressivo. Questo concetto connota la libertà dell’essere umano. Il pudore è essenziale perché esprime ciò che non è disponibile, ciò che si sottrae all’uso. Se ci sottraiamo al pudore non abbiamo come risultato la libertà, ma la licenza (si può usare tutto e si può anche essere usati; ciò porta all’annientamento della nostra libertà).

Antica medicina e paideia

  • Originalità della medicina greca
  • Osservazione confronto e generalizzazione
  • L’adattamento al caso singolo
  • Anamnesi, diagnosi, prognosi
  • L’affinità con l’educazione

La medicina greca ha qualcosa di originale rispetto alle altre medicine antiche (egizia…). Viene definita medicina ippocratica (da Ippocrate – 6-5 sec. a.C.) ed è importante perché non si limita ad osservare, ma è attenta a cercare una causa razionale di ciò che accade (la medicina egizia, invece, si appoggiava a mitologie naturalistiche). Essa fa una comparazione fra situazioni apparentemente simili e arriva a formulare un’interpretazione di ciò che accade al malato che permetta di ricondurre ad un’unica tipologia di fatti diversi. Non solo arriva a considerare una visione globale di ciò che accade, ma fa i conti con la singolarità e cerca di adattare la casualità generale al caso specifico. Questa dinamica è molto simile a quella utilizzata nell’educazione. Anch’essa, infatti, deve portare ad esprimere la singolarità e non può essere l’applicazione di un modello universale. Ci sono tre concetti che associano la medicina all’educazione:

  • Anamnesi: ricostruzione di ciò che è accaduto. Quando educhiamo qualcuno dobbiamo interrogarci sul suo stato, sull’esperienza da cui proviene.
  • Diagnosi: riconoscimento della situazione attuale, come sta il paziente. Nell’educazione ci si deve interrogare su chi sia l’educando al momento.
  • Prognosi: proiezione ipotetica di come potrà evolvere il percorso della malattia. Nell’educazione noi ci proiettiamo su un avvenire diverso da come al momento si presenta.

Socrate (469-399)

Socrate è una figura a due facce:

  • Una positiva, ancora oggi esemplare: dialogo socratico
  • Una negativa: con Socrate e i sofisti inizia la torsione di tipo cognitivo che accompagnerà il percorso del pensiero occidentale sull’educazione.

Aspetto positivo: il dialogo socratico

  • Ironia e mieiutica
  • La “personalizzazione”
  • L’intellettualismo etico

Socrate è un sofista (sapiente). Nel V sec. a.C. si verifica un cambiamento socio-economico: emerge la classe borghese legata ai traffici commerciali. Un certo numero di persone si arricchiscono attraverso il commercio e arrivano a competere con gli aristocratici (proprietari e guerrieri). Ad Atene vigeva un sistema politico democratico. Il potere era esercitato da un’assemblea, ma i cittadini che potevano prendervi parte erano solo una minoranza degli abitanti della città. Questa nuova classe necessita di qualcuno che li istruisca ad essere persuasivi nell’assemblea. I sofisti sono questi educatori che offrono conoscenze a chi ne ha bisogno. Socrate è un sapiente, ma il suo modo di educare è diverso da quello dei sofisti. Egli non pretende dai suoi discepoli la passività (limitarsi a registrare i contenuti e ripeterli). Per lui l’allievo deve essere attivo. Inoltre, Socrate non si fa pagare perché impartisce un insegnamento in cui prevale la riconoscenza. Socrate praticava il suo insegnamento percorrendo le vie e le piazze di Atene; in genere l’oggetto della riflessione era la virtù, l’eccellenza e mirava all’essenziale (i sofisti insegnavano invece la retorica, l’arte di parlare bene- solo utile). Quando gli veniva posto un quesito da un suo allievo andava ad interrogare un esperto. Per esempio, di fronte alla domanda di chi fosse coraggioso, si rivolse ad un generale, guerriero con la responsabilità di guidare un altro. Questo rispose, ma Socrate mostrò di non essere soddisfatto e attraverso una serie di domande condusse l’interlocutore ad affermare l’insufficienza della sua risposta. Questa è la parte di dialogo socratico denominata ironia. Con questo termine si allude all’intervento che Socrate fa per demolire la certezza nell’interlocutore che la risposta data sia definitiva. L’intervistato si rende conto dell’insufficienza della sua risposta e si mette a cercare la risposta corretta. In questa seconda fase si esprime la meieutica. Socrate afferma che sua madre era levatrice e dice di sé che pure fa da levatrice, ma non di corpi perché possano partorire il bambino, ma di anime affinché possano partorire la verità. Quindi dice di sé: io sono uno che svolge la stessa funzione della levatrice in quanto aiuto a generare non i corpi, bensì le anime. Con la meilutica ci dà il modello di ciò che significa educare. È importante fare due considerazioni strategiche:

  1. La risposta data a Socrate inizialmente non va bene perché ha un limite, è impersonale. Egli vuole che la risposta sia il risultato di un atto personale, di uno sforzo, di una conquista. L’educazione non è la replica standardizzata dei comportamenti, ma bisogna fare la fatica di assimilare e trasformare i contenuti.
  2. L’interpretazione di coloro che hanno visto in Socrate un esempio di relativismo (ciascuno ha la sua verità) è totalmente errata. C’è un episodio della sua vita che toglie ogni dubbio e demolisce questa interpretazione: la sua morte. Egli venne accusato di due crimini: non riconoscere le divinità della città (empietà) e corrompere la gioventù, non praticare con gli allievi un comportamento educativo. Socrate si difende respingendo entrambi i capi d’accusa, l’assemblea procede al voto e questo è per pochi suffragi contrario a Socrate, che viene condannato a morte attraverso la somministrazione della cicuta. Egli è in carcere e Platone ci descrive l’ultimo dialogo fra lui e i suoi discepoli. A questo viene offerto di fuggire, ma lui si rifiuta perché desidera dimostrare, attraverso la sua morte, che ha voluto essere obbediente alle leggi e di essere innocente. Socrate riconosce una misura oggettiva: la misura della legge. Ciò vuole dire che Socrate non è un relativista. La verità esiste, è unica, ma dell’unica verità siamo chiamati ad appropriarci in modo personale, facendo la fatica dell’assimilazione.

Aspetto negativo: l'intellettualismo etico

Socrate processa il dualismo antropologico:

  • Anima = essere umano
  • Corpo = estraneo all’essere umano, puro veicolo occasionale.

Ha la convinzione che per fare il bene sia sufficiente conoscere intellettualmente il bene. Il nostro agire è legato al desiderio e questo è legato alla corporeità, cioè alla percezione. La pratica del comportamento dipende non soltanto dall’intelligenza, ma anche dalla volontà. Socrate non ha chiaro il concetto di volontà scommette tutto sull’intelligenza, ma dà riscontro ad una visione dell’uomo impropria e incompleta.

Platone (428/7 – 438/7)

Educazione come capacità di astrazione

  • Alla scuola di Socrate
  • L’antropologia dualistica
  • Valore formativo della matematica per introdurre nella dialettica come “visione generale”

Platone fu l’allievo di Socrate che ci ha trasmesso più informazioni sul maestro. Nell’affresco “Scuola di Atene” di Raffaello Platone e Aristotele sono posti al centro. Il primo è ritratto mentre tiene il braccio alzato e con l’indice della mano destra indica il cielo. Questa modalità di rappresentare il personaggio vuole indicare che la realtà materiale è tutta apparenza. La vera realtà è eterna, sta al di fuori dello spazio e del tempo, al di fuori della fisicità ed è rappresentata dalle idee. Questa dottrina arriva a questa disposizione perché ritiene che l’unica realtà vera è quella spirituale. Per Platone, dato che la nostra vera identità è lo spirito, il nostro corpo è un aspetto che ci è completamente estraneo, definito “carcere dell’anima”. Esiste un’affinità con il mondo attuale: quando noi trattiamo il nostro corpo come un oggetto ci comportiamo come Platone. Bisogna però tenere presente che il nostro corpo è, in realtà, un soggetto, non un oggetto. Se la usassimo è come se usassimo noi stessi. La sua concezione antropologica è dualistica: distingue, separa e oppone nettamente anima e corpo (“L’anima è incarcerata nel corpo”; “Il corpo è la tomba dell’anima”). Platone punta sull’educazione come capacità di estrarre. Egli fonda una scuola: l’Accademia. Pone al suo centro le matematiche (aritmetica + geometria). Quale scopo ha in mente Platone? Egli vuole formare la classe dirigente, i politici. La caratteristica che deve avere un buon politico è quella di pensare globalmente, abbracciare con uno sguardo l’intera realtà e, così facendo, saprà elaborare dei progetti (“Occorre agire localmente e pensare globalmente”). La scienza della globalità è chiamata dialettica, la visione generale delle cose. La matematica serve proprio a diventare dialettici, questo perché essa è il sapere astratto per eccellenza. Astrarre significa estrarre da qualcosa ciò che di questo qualcosa è la caratteristica fondamentale. Muove dai casi simili per far emergere ciò che accomuna tutti. Per esempio, in natura, non esiste nulla di quadrato, questa è un’astrazione perché io me lo sono costruito nella testa, ho elaborato un concetto rispetto al quale in natura potrò trovare molte cose che vi assomigliano, ma non troverò mai il quadrato. La stessa cosa vale per...

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PED/01 Pedagogia generale e sociale

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