Il sacro
Nonostante la modernità abbia relegato il sacro tra le credenze irrazionali del passato, e quindi ridotto la vita dell'uomo a quella del suo corpo, facendo coincidere la sua durata con quella dello stesso corpo, il mistero del sacro non appare in alcun modo scalfito.
Cosa è il sacro?
Il concetto di sacro è uno dei più complessi e per molti versi sfuggenti, anche se il significato della parola che lo designa sembra essere intuitivamente compreso dalla stragrande maggioranza delle persone che tuttavia, se richieste di definirlo cadrebbero in un profondo imbarazzo, pur essendo in grado di distinguere tra ciò che è sacro da ciò che è profano. Non è un caso perciò che comunemente, anche da parte di molti studiosi, il sacro venga definito in opposizione al profano.
Le radici del sacro sono conficcate in profondità nelle culture sociali sia dell’Oriente che dell’Occidente. Una di queste radici è quella che lega l'uomo dell'Occidente all'esperienza religiosa del popolo d'Israele. La Bibbia consegna all'uomo contemporaneo, attraverso Ezechiele, un'antica distinzione tra sacro e profano. Nell'orizzonte dell'antico testamento il sacro può essere definito semplicemente come ciò che appartiene al mondo del divino, mentre il profano è ciò che appartiene al mondo dell'umano al cui interno l'uomo può muoversi liberamente.
Riprendendo la citazione di Ezechiele si osserva che l'impuro e il puro sono intimamente connessi con il sacro e il profano. L'impuro è una sorta di sacro di minor potenza, mentre il puro appartiene interamente al profano. Ora mentre l'uomo diligente e attento può evitare il contatto con il sacro, ciò appare molto più difficile per quanto riguarda il contatto con l'impuro. Occorre tenere conto che l'impurità è prodotta essenzialmente da due elementi: dagli animali che hanno contatto stretto con la terra e del ciclo vitale.
Il più impuro degli animali è ritenuto essere il serpente perché strisciando sulla terra ha con questa il maggior contatto. L'impurità degli animali deriva dal fatto che nell'antico testamento la terra era ritenuta essere sacra e quindi gli animali che hanno con essa un contatto stretto partecipano della sua sacralità. Il contatto con il ciclo vitale di cui il sangue è l'elemento importante, fa sì che la carne non dissanguata possa essere ritenuta impura e che gli animali carnivori siano ritenuti impuri poiché si nutrono di carne intrisa di sangue.
Da queste impurità ci si può facilmente purificare nel caso si debbano affrontare situazioni che richiedono uno stato di purità. Vi sono altre tradizioni teologiche che legano l'impuro al peccato. Il serpente è diventato impuro a causa della punizione seguita alla tentazione esercitata nei confronti di Eva. Prima era un animale a quattro zampe delle quali è stato privato dalla punizione divina e quindi costretto a strisciare.
L'ambivalenza del sacro
Nell'orizzonte dell'antico testamento il sacro appare essenzialmente ambivalente perché da un lato, esso si manifesta come il tremendum che uccide e dall'altro come il fascinans che seduce. Il fatto che il sacro non sia più dovuto solo all'atto della creazione ma all'intervento di Dio nella storia ha come conseguenza la differenziazione degli uomini secondo la quantità di sacro che ognuno di essi possiede.
Anche nella cultura greca e in quella latina era presente una concezione dell'ambivalenza del sacro. Esso era inteso sia come santo che come maledetto. Anche in questo caso la contaminazione era prodotta dal contatto con il sacro e questo rendeva vietato e quindi indisponibile l'oggetto contaminato all'esperienza profana. Questo perché non si può avvicinare senza pericolo un oggetto impuro o consacrato, trovandosi nella condizione di profani, cioè non preparati ritualmente.
Il cosiddetto tabù è precisamente la condizione delle persone, degli oggetti e delle azioni “isolate” o “vietate” per il pericolo rappresentato dal contatto. La tabuizzazione riguarda gli oggetti e le persone che possiedono una forza di natura incerta, un carattere universalmente attribuito al sacro. Così come molto spesso il tabù indica semplicemente l'insolito, il pauroso. In questi casi esso viene rapidamente superato, ciò avviene non appena l'oggetto o la persona nuova, insolita, diviene familiare.
Questa ambivalenza del sacro manifesta anche l'atteggiamento contraddittorio dell'uomo nei suoi confronti. Infatti, da un lato, egli cerca di garantire e incrementare la propria realtà esistenziale con il contatto con le manifestazioni del sacro, dall'altro lato, ha paura di perdere la sua realtà profana integrandosi nel piano ontologico del sacro.
È interessante osservare che proprio a causa di questa ambivalenza del sacro dovuta al suo carattere insolito e straordinario, che in molte culture premoderne la scelta degli sciamani, avviene tra persone nevropatiche. Questo stato psichico indica che essi erano stati scelti dalla divinità quindi era loro dovere sottomettersi a questi diventando sciamani, sacerdoti o stregoni.
Il mana
Nella seconda metà dell'ottocento godette di un grande rilievo la scoperta in Melanesia del mana, in quanto alcuni importanti studiosi credettero, erroneamente, di poter derivare da esso tutti fenomeni religiosi. Il mana, almeno come lo intendevano i melanesiani, era una forza misteriosa e attiva posseduta da certe persone, in generale, dalle anime dei morti e da tutti gli spiriti. L'atto grandioso della creazione cosmica è stato possibile solo grazie al mana delle divinità. Ma oggetti e uomini hanno il mana perché l'hanno ricevuto da certi esseri superiori, in altre parole perché partecipano misticamente al sacro.
Il mana è però una forza diversa da quelle di tipo fisico e il suo esercizio è caratterizzato da un’assoluta arbitrarietà. Esso è responsabile di tutto ciò che è efficace, dinamico, creatore e perfetto. Il mana non può essere impersonale perché è sempre legato agli esseri personali. Ma non solo, la sua presenza nelle esperienze religiose elementari non è universale.
Queste due osservazioni consentono di rigettare l'ipotesi dell'esistenza di un periodo prereligioso dominato dalla magia, perché questa può essere fondata solo su l'esistenza di una forza impersonale di tipo universale.
L'esperienza del sacro
Per indicare la manifestazione del sacro lo stesso Eliade propone il termine ierofania il cui significato etimologico può essere dato dall'espressione: qualcosa di sacro ci si mostra. Nella manifestazione del sacro gli oggetti, pur continuando ad essere ciò che sono a far parte dell'ambiente cosmico che li circonda, diventano un'altra cosa.
La ierofania, in quanto manifestazione del sacro, è in se stessa paradossale perché indica che il sacro per manifestarsi ha bisogno di incorporarsi in un oggetto profano e ciò fa sì che essa mostri sempre la coincidenza di coppie di opposti quali: sacro e profano; essere e non essere; assoluto e relativo.
La paradossalità della ierofania, ma anche del cristianesimo, è ritenuta essere un segno della libertà di cui gode Dio e consente di assumere qualsiasi forma, anche la più elementare o degradata. “Tutte le ierofanie non sono che prefigurazione del miracolo dell'incarnazione, che ogni ierofania è soltanto un tentativo fallito di rivelare il mistero della coincidenza uomo-Dio”.
A questo punto, è necessario sottolineare che il sacro va sempre al di là della ierofania, così come del mana. Il sacro si mostra in oggetti profani e quindi non può mai rivelarsi nella sua totalità ma solo in modo parziale e limitato.
Le quattro tappe di Rudolf Otto
Per Rudolf Otto il sacro è quell'elemento speciale che si sottrae totalmente alla ragione e che si presenta come ineffabile, è scoperto dall'uomo attraverso un cammino simbolico e mistico che si sviluppa lungo quattro mappe:
- La prima tappa è raggiunta quando l'uomo si percepisce come creatura al cospetto di Dio;
- La seconda tappa è l'esperienza del terrore mistico, del tremendum;
- La terza tappa è quella della mysterium in cui la persona sperimenta il numinoso come il radicalmente altro, come il mistero;
- La quarta tappa corrisponde al fascinans, ed è quella in cui la persona è sedotta dal numinoso, in cui sperimenta la grazia.
È da sottolineare poi come per Otto, il sacro è legato all'esperienza dell'uomo religioso e che non è oggettivabile al di fuori di essa. L’homo religiosus cerca con tutte le sue forze di stare in un universo sacro, perché al di fuori di questo universo egli sente che la sua vita perde ogni scopo e senso. Solo la partecipazione al sacro gli consente un'esperienza totale di vita.
A questo punto è necessario però precisare che il mondo profano, totalmente profano, è una scoperta recente dello spirito umano. Ed è questo che fa sì che l'uomo contemporaneo desacralizzato incontri enormi difficoltà nel comprendere le dimensioni esistenziali dell'uomo religioso nelle società arcaiche. La modernità, infatti, ha creato una frattura profonda tra il cosmo dell'uomo premoderno e quello dell'uomo moderno. Questa frattura si manifesta nella vita quotidiana delle persone perché riguarda l'esercizio delle funzioni vitali dell'essere umano.
L'uomo religioso non percepisce lo spazio come omogeneo perché avverte la presenza in esso di fratture che separano settori dello spazio diversi tra di loro dal punto di vista qualitativo. L'esperienza della discontinuità e della disomogeneità dello spazio per Eliade è primordiale. In particolare è la ierofania che frantuma l'omogeneità della percezione umana dello spazio rivelando l'esistenza di una realtà assoluta immersa in una non realtà circostante. La rivelazione del sacro in un luogo fornisce però il punto di fuga intorno a cui lo spazio può essere strutturato e organizzato, consentendo all'uomo di orientarsi e di dare un senso alla sua presenza nel mondo.
Questo punto di fuga viene a porsi come un centro, ovvero come un punto fisso assoluto e costruisce intorno a sé un ordine permettendo quindi, il sorgere del mondo. Per il greco classico il mondo è un tutto in cui le singole parti che lo formano stanno tra di loro in un rapporto armonico disegnato dall'ordine universale.
La manifestazione del sacro consente all'uomo la orientatio che è la funzione che consente all'uomo arcaico di superare l'angoscia di sentirsi gettato nella realtà di uno spazio apparentemente senza confini. La orientatio, che crea il mondo e consente all'uomo di trovare il senso dell'esistere, non è una dimensione spaziale essendo costituita da un insieme di credenze o ipotesi sul mondo e da valori.
In Platone l'ordine universale è costituito da un insieme di valori tra i quali si segnalano in modo particolare quelli dell'amicizia e della comunione, del rispetto e dell'ordine. L'ordine universale secondo Platone è l'insieme delle forze che spingono dei, uomini, cielo e terra a vivere un rapporto di reciproca armonia e di unità. Aristotele afferma anche che questo ordine è immutabile. Le parti che formano il mondo possono anche cambiare senza che per questo si modifichi l'ordine universale e quindi il mondo. Il mondo è immutabile non perché non si modifichino la realtà che lo formano ma perché è immutabile l'ordine che tesse queste realtà nell'unità del mondo.
La ricerca del significato del mondo nel pensiero greco classico esplora quel luogo misterioso in cui vi è la ricerca della conciliazione della mutabilità e della precarietà delle cose esistenti con la stabilità e l'immutabilità. Il discorso fatto per lo spazio può essere fatto a proposito della città, che svolge la funzione di imago mundi e quindi di spazio sacro. Infatti per l’homo religiosus la città era un'immagine del cosmo che riproduceva al proprio interno la logica della creazione del mondo e che perciò collocava gli uomini che la abitavano nella dimensione sacra della creazione, e in questo modo li proteggeva dalle forze della distruttività presenti nello spazio non sacralizzato.
Il centro sacro del mondo
Le società tradizionali e arcaiche concepivano lo spazio da loro abitato e conosciuto come un mondo ai confini del quale vi è l'ignoto ed informe. La vita era ritenuta possibile solo all'interno dello spazio così limitato, ovvero dello spazio organizzato intorno al centro sacro, perché al di fuori di questo spazio si estendeva il territorio sconosciuto e inquietante del non mondo. In altre parole, questo significa che ogni mondo altro, diverso dal proprio, era ritenuto un luogo del caos, il regno dei morti.
Ogni spazio abitato era strutturato, intorno ad un luogo sacro per eccellenza: un centro, che era costituito come tale da una ierofania, in altre parole da una costruzione rituale. Questo centro non aveva nulla a che fare con la geometria ma esclusivamente con quella dimensione sacra e mistica della cultura sociale in cui era collocato. Questo faceva sì, che potessero esistere più centri sacri.
La funzione del centro sacro era di garantire l'unità del luogo con il cosmo, offrendo quindi all’uomo, che lo abitava, la partecipazione alla vita cosmica. Tra l'altro, il centro era anche considerato quel luogo sacro in cui le tre dimensioni cosmiche, il cielo, la terra e gli inferi, entravano in contatto solitamente attraverso un'asse cosmico. In questo centro lo sciamano poteva salire al cielo e parlare con le divinità, oppure scendere al regno dei morti dove scorrono le acque simboliche del caos primigenio da cui è nato il mondo. Il centro del mondo garantiva all'uomo arcaico la concreta possibilità di unione, comunicazione con l'intero cosmo, restando nel contempo ancorato alla sua forma di essere terreno ed alla sua personale identità.
Anche nel mondo indoeruropeo sono presenti tradizioni relative al centro. Ad esempio i templi italici costituivano l'intersezione dei mondi divino, terrestre e infernale, così come il mundus rappresentava il luogo di incontro degli inferi con la terra. Un'altra concezione importante legata al centro sacro del mondo è quella che vede in esso l'ombelico della terra, il luogo in cui iniziava la creazione.
L'albero cosmico
Una variante molto diffusa del centro è quella dell'albero cosmico che si erge al centro dell'universo e che sostiene come un'asse portante il cielo, la terra e gli inferi. Si tratta di un albero che in molte tradizioni ha le radici che raggiungono gli inferi e i rami che toccano il cielo. È interessante osservare che questo albero nelle differenti tradizioni ha 7 o 9 rami che corrispondono ai livelli celesti o ai cieli planetari.
Dall'albero cosmico in molte tradizioni viene ricavato, attraverso un procedimento rituale, un palo sacrificale che diventa l'asse che collega terra, cielo e inferi e per mezzo del quale l’iniziato può salire in cielo. In molti antichi rituali attraverso il palo rituale collocato nel centro del mondo l'iniziato saliva al cielo, parlava con la divinità, scendeva gli inferi dove poteva incontrare i demoni e/o le anime dei morti e ritornava sano e salvo sulla terra. In alcune tradizioni al palo veniva appoggiata una scala e venivano fatte delle tacche in un numero, variante tra 7 o 9, che corrispondevano a quello dei cieli.
Lo sciamano ha un rapporto mistico con l'albero cosmico, infatti nei suoi sogni iniziatici il futuro sciamano si accosta all'albero cosmico e riceve da Dio tre rami di quest'albero che gli serviranno per costruire le casse dei suoi tamburi. Questo rito sciamanico sottolinea ulteriormente che la possibilità di salire al cielo era data al di là del tipo di mezzo utilizzato.
In altre tradizioni come quelle del Nord America e alcune africane, il palo che deriva dall'albero cosmico che lo simboleggia è quello centrale dell'abitazione o della tenda. Spesso è il foro centrale dell'abitazione che viene utilizzato per far uscire il fumo. Questa omologazione del palo o del foro centrale dell'abitazione all'albero cosmico indica che la casa è considerata un centro del mondo. Tra l'altro la scala come ponte tra terra e cielo la si incontra anche nella Bibbia nel sogno di Giacobbe “una scala poggiava sulla terra, mentre la sua cima raggiungeva il cielo; ed ecco gli angeli di Dio salivano scendevano su di essa.”
In ogni caso è bene ricordare che la scala può simboleggiare questa rottura ontologica solo se situata al centro del mondo che è il luogo in cui si realizza un inserimento del sacro nel profano. Accanto ai centri costruiti nello spazio esistono in alcune tradizioni religiose dei centri collocati all'interno dell'essere umano. Un esempio è costituito dal mandala indiano, che è un disegno formato da una serie di cerchi, concentrici o meno, iscritti in un quadrato. La formazione in alcune scuole consisteva nell’interiorizzazione del mandala attraverso uno una costruzione mentale di supporto alla meditazione o l'identificazione del mandala con il proprio corpo.
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