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Gaston Mialaret.

Pedagogista francese, visse nel 20° secolo, i temi da lui trattati sono la didattica della matematica, la

psicopedagogia dei mezzi audiovisivi, l’apprendimento della lettura, la formazione degli insegnanti. Mialaret

ha dato un contributo alla definizione delle scienze dell’educazione, qui viene presentato tramite due brani

che testimoniano l’evoluzione del pensiero del pedagogista.

Nel primo brano sintetizza in un diagramma l’aspetto dinamico dell’azione educativa e della riflessione ad

essa relativa: si tratta della distinzione tra azione e pensiero, che porta a pensare alla stessa distinzione tra

educazione e pedagogia. Da questa compenetrazione tra azione e pensiero in realtà educative, hanno

origine le scienze dell’educazione: Mialaret vuole dimostrare la loro vastità, e lo fa attraverso le numerose

discipline che ne risultano implicate. Ad esempio basti pensare alla situazione scolastica, in cui l’educatore

deve conoscere il bambino, e quindi non può ignorare le nozioni della psicologia genetica moderna; egli si

mette in contatto sia con i bambini che con i genitori, deve quindi possedere anche nozioni di psicologia

generale e psicosociologia. Mialaret vuole sottolineare la complessità delle situazioni educative e motivare la

vastità dell’insieme delle scienze educative.

Nel secondo brano, scritto a 10 anni di distanza dal primo, Mialaret descrive il suo “Quadro generale delle

scienze dell’educazione”: si tratta di un modello di classificazione, che comprende le discipline che si

occupano dell’educazione. Le tre categorie principali delle scienze dell’educazione sono: quelle che

studiano le condizioni generali e locali dell’educazione, quelle che studiano il rapporto pedagogico e lo

specifico atto educativo, quelle della riflessione e dell’evoluzione. Mialaret propone una descrizione

dettagliata delle singole discipline per far notare che hanno in comune un preciso oggetto di studio. Ad

esempio: la storia dell’educazione non è solo uno sguardo al passato, ma può essere un mezzo per

comprendere il presente (fa quindi parte delle sc. Dell’educaz); oppure le scienze dei metodi e delle tecniche

costituiscono un settore importante delle scienze pedagogiche, non vi è una teoria precisa date le diversità,

in generale i modi di trasmissione possono essere la parola, l’immagine, l’oggetto, l’educatore; i metodi

educativi possono essere lavori di gruppo, metodi di gruppo, scuola senza classi.

Tutte quelle discipline sono accomunate dallo studio delle condizioni di esistenza, di funzionamento e di

evoluzione delle situazioni e dei fatti educativi. In base al comune oggetto di studio le scienze

dell’educazione riconoscono il criterio di raggruppamento in una famiglia delimitata dagli altri campi della

ricerca scientifica.

Gilbert Leopold de Landsheere.

Pedagogista belga, visse nel 20° secolo, il suo lavoro è indirizzato alla ricerca e alla sperimentazione di

strumenti utili nella formazione degli insegnanti.

Tra le sue principali opere c’è l’”Introduzione alla ricerca in educazione”, qui sostiene che l’educazione non

potrà mai diventare scienza pura, dal momento che la natura umana nella sua complessità sfugge ad ogni

determinismo dal punto di vista del comportamento umano. Questo non significa che non bisogna servirsi

delle conoscenze scientifiche per agire nel campo dell’educazione, a tale scopo l’autore fa una distinzione

tra ricerca pedagogica e ricerca educativa: quest’ultima, dopo qualche progresso è passata attraverso

una fase di incoerenza; la ricerca pedagogica, intesa come insieme di regole metodologiche, si è rilevata

chiusa in se stessa poiché non aperta alle scienze umane, le uniche che possono permettere uno studio più

approfondito. Egli attribuisce un ruolo importante alla filosofia nell’insieme delle scienze umane: la tecnica

pedagogica ci fornisce i mezzi per intervenire sul bambino, mentre la filosofia fornisce all’educazione uno

scopo e coordina gli strumenti che si posseggono.

Aldo Visalberghi.

Pedagogista italiano, visse nel 20° secolo, ha contribuito agli studi pedagogici grazie all’elaborazione teorica

e alle ricerche sperimentali sul campo. Fu un profondo studioso di Dewey. 3

Nell’opera “Pedagogia e scienze dell’educazione”, si è soffermato sul rapporto tra pedagogia e scienze

dell’educazione; il suo contributo si distingue poiché offre uno schema in cui le scienze dell’educazione sono

disposte in modo circolare, in cui è evidente una gerarchia. Visalberghi giustifica la circolarità dello schema

in virtù della “circolarità delle conoscenze pedagogiche” e della loro struttura “enciclopedica” nel senso

etimologico della parola (enciclopedia= cultura del circolo). Giunge a quello schema dopo una serie di

considerazioni: come ha detto Rousseau, è necessario che l’insegnante conosca i propri allievi, egli si fa

infatti portatore della richiesta di una psicologia scientifica che illumini l’opera dell’educatore. Ma non basta

conoscere la materia da insegnare e l’allievo, occorre anche conoscere i metodi più efficaci con cui

insegnare, esigenza posta in evidenza da Pestalozzi, e la società in cui si opera, esigenza sottolineata da

Dewey, ma anche Durkheim. Chi si deve fare carico di tutte queste cose, non è più solo l’educatore, poiché

esistono numerosi operatori, che prendono in Visalberghi il nome di “operatori di processi formativi”. Da qui

nasce il diagramma con al centro questi ultimi: esso è diviso in quattro settori, che sono fondamentali per la

competenza dell’insegnante: il settore psicologico (conoscenza del bambino), settore sociologico

(conosc. società), settore metodologico didattico (conosc.dei metodi), settore dei contenuti (conosc.

materia). Ogni settore presenta 6 discipline, la cui posizione mostra la forza di aggregazione generale

nell’insieme, si tratta di un insieme coerente e si potrebbe anche dire incompleto infatti alcune materie non

sono presenti (es: filosofia dell’educazione). Le discipline si presentano come un’enciclopedia aperta (non

definitiva) delle scienze dell’educazione.

Piero Bertolini.

Pedagogista italiano, visse nel 20° secolo, si interessa principalmente della riflessione teoretica, della ricerca

scientifica sul campo e della prassi educativa.

Nell’opera “L’esistere pedagogico” Bertolini rielabora i principi della fenomenologia di Hussler relativi alla crisi

del mondo e delle scienze moderne, in relazione alla pedagogia intesa come scienza. L’autore evidenzia il

limite di una visione della pedagogia come scienza di tipo naturalistico, e per contrastare questo pensiero

usufruisce della fenomenologia di Hussler, che prevede l’idea di scienza come una rigorosa e critica, ma non

naturalistica. Si tratta di lasciare spazio alle scienze eidetiche (le essenze, oggetti ideali della mente

indipendenti dalla realtà) che percepiscono come valore dell’esperienza le intenzioni umane. Queste scienze

si fondano sul mondo-della-vita (Lebenswelt), che rappresenta il fondamento necessario di ogni scienza:

Hussler fa così una distinzione tra le “scienze di dati di fatto” e “scienze edeietiche”, le prime sono quelle

che inseguono il puro fatto positivo riducendo tutta la realtà ad esso, le seconde si sforzano di cogliere le

strutture del mondo nelle sue forme essenziali. Uno dei concetti portanti di questa posizione filosofica è

quello di intenzionalità; da questa impostazione Bertolini fa derivare i quattro livelli di definizione del concetto

di “esperienza educativa”: la prima riflessione, suggerisce che l’esperienza educativa è sia un fatto naturale

che culturale, e dalle considerazioni di Laporta si potrebbe dire che tramite l’esperienza educativa l’uomo da

natura si fa cultura. La seconda riflessione porta a comprendere che l’esperienza educativa non è una

prerogativa del singolo, ma richiede una relazione con il dato, con altri individui, con la società. La terza

riflessione estende il significato e l’uso del termine “pedagogia”: questo termine ha subito un processo di

trasformazione nel corso del tempo, ma anche oggi è usato secondo accezioni diverse. Per pedagogia si

deve intendere quel difficile movimento che l’umanità ha compiuto e compie per dare all’attività educativa

un’autonomia, il problema sta nel far passare la pedagogia dalla riflessione alla scienza. La quarta

riflessione vede l’esperienza come una razionalmente fondata. In un rapporto dialettico tra esperienza

educativa e riflessione pedagogica, si crea un processo a spirale che li collega e legittima entrambi. Bertolini

giunge a definire la pedagogia scientificamente fondata attraverso l’analisi fenomenologica dell’esperienza

educativa. Infine, l’enciclopedia mira a costruire una pedagogia come scienza, secondo una logica a spirale.

4

2. Pensare l’educazione. Premessa.

Fattori storici, culturali, sociali e ideologici hanno determinato nel tempo diversi modelli educativi, e già da

Rousseau si notò il legame tra educazione, politica e filosofia. Legame tra educazione e politica:

l’educazione è sia un fenomeno sociale tra le persone e sia tra le istituzioni di uno Stato, è così che ogni

società delinea una scuola che sia funzionale rispetto ai suoi fini. Rapporto tra filosofia e educazione:

quando la filosofia si occupa di educazione con l’obiettivo di formare modelli educativi, è influenzata dal

preciso periodo storico e dalle esigenze di rinnovamento. Quindi dal nesso educazione-politica-filosofia

derivano i modelli educativi; i principali ideatori di modelli educativi sono Rousseau, Dewey, Makarenko,

Gentile.

Rousseau. Il suo pensiero sull’educazione parte da una critica verso la società in cui vive, corrotta, e lui

ipotizzerà una possibilità di cambiamento: l’agente di tale cambiamento è l’educazione, che permette di

formare uomini liberi capaci di dar vita ad una società migliore. Rousseau scrisse nella metà del 700, il

periodo degli enciclopedisti e illuministi. Il modello educativo che emerge è puerocentrico, con al centro il

bambino, in vista di una società democratica. Per Rousseau la natura umana è buona, mentre la società è

corruttrice; è visto da Lévi-Strauss come il fondatore delle scienze dell’uomo per la distinzione che attua tra

stato di natura e stato di società.

Dewey. Sintesi del modello educativo espresso da Dewey è contenuta nel titolo di una sua opera,

“Democrazia e educazione”: egli ha sviluppato un modello educativo in base alle idee di una società

democratica. L’idea di democrazia poggia su una concezione di individuo che coopera con gli altri in una

società diventando agente positivo di cambiamento e progresso. Quindi il compito della scuola è formare gli

individui capaci di comprendere l’idea di democrazia, ma senza forzatura. La democrazia di cui parla Dewey

prevede la partecipazione di tutti gli individui alla regolazione della vita.

Makarenko. Propone un modello educativo in cui il rapporto tra politica ed educazione è così forte che si

fanno coincidere i due elementi: scrisse nel periodo della Russia sovietica, e i suoi ispiratori furono Marx,

Lenin. Il suo ideale perseguito era “l’uomo sovietico”, ovvero il cittadino che sia un lavoratore qualificato e

politicamente istruito ed educato. Secondo lui le scienze come la biologia e la psicologia sono politicamente

neutre e dannose, e quindi non possono indicare gli scopi dell’educazione.

Gentile. Il suo modello educativo compare per vari motivi: la necessità di dare agli studenti le coordinate di

base del modello scolastico, Gentile rappresenta un caso di coincidenza di ruoli culturali e sociali (filosofo,

ministro della pubblica Istruzione, docente, intellettuale), è l’ideatore della Riforma Gentile. Clima culturale:

antipositivista del primo 900. La filosofia e la pedagogia di Gentile nono indivisibili poiché accomunati dagli

stessi principi teoretici; il suo ideale di società prevede un carattere conservatore, deve essere divisa in

classi in base ad una gerarchia, e deve essere una società a cui la scuola deve rispondere in modo

funzionale. Si tratta di una società stratificata, in cui a gruppo sociali diversi corrispondono soluzioni

formative per precisi sbocchi lavorativi; con la sua riforma ne è derivata una struttura scolastica rigida e

selettiva.

Jean-Jacques Rousseau.

Filosofo e pedagogista svizzero, visse nel 18° secolo, sviluppa una nuova idea di educazione.

L’”Emilio” è un romanzo pedagogico strutturato in 5 libri, che ha per oggetto l’educazione di un bambino

immaginario, dalla nascita al matrimonio; il suo intento è quello di mostrare dei criteri educativi suggeriti

attraverso l’ideazione di situazioni concrete. Egli propone quindi un’educazione per ogni tappa d’età,

asseconda lo sviluppo naturale delle facoltà dell’individuo anziché anticiparle, perciò Rousseau parla di

educazione naturale, perché segue le leggi della natura dell’individuo; il soggetto sul quale si deve operare

è il bambino, bisogna iniziare conoscendo gli allievi. Ciascuno di noi è educato da tre specie di maestri: lo

sviluppo interiore delle nostre facoltà e dei nostri organi è l’educazione della natura; l’educazione degli

uomini ci insegna l’uso da fare di questo sviluppo; l’educazione delle cose è l’acquisto della nostra 5

esperienza sugli oggetti che ci commuovono. Egli enuncia un paradosso secondo cui la più importante e

utile norma di tutta l’educazione, è quella di non guadagnare tempo, ma perderlo: si tratta di impedire che

nulla sia fatto, per preservare il bambino dai pregiudizi, dai condizionamenti, dalle influenze sociali, perché

egli dovrà ragionare con la sua testa. La maestra di vita sarà l’esperienza, sotto il controllo dell’educatore

che attuerà una prima educazione fino ai dodici anni, una prima educazione negativa. Ciò che vuole fare

Rousseau, è dare vita ad una nuova organizzazione dello Stato passando attraverso l’opera educativa: la

soluzione è portare fuori Emilio da quella realtà, lontano dalla famiglia perché riproduce difetti e vizi della

società, cos’ che si possa educare l’uomo nuovo.

Infanzia (1-2 anni). L’educazione dell’uomo inizia alla sua nascita: il fanciullo è attento a ciò che colpisce i

suoi sensi, e solo con il movimento acquistiamo l’idea dell’estensione. Rousseau suggerisce di far

camminare molto il bambino, fargli cambiare luogo, per insegnargli a giudicare le distanze.

Fanciullezza (3-12 anni). È dal secondo stadio che inizia la vita dell’individuo, è ora che acquista la

coscienza di se stesso; la facoltà che si sviluppa più difficilmente, è la ragione, ma se i fanciulli fossero

ragionevoli non avrebbero bisogno di essere educati. La natura vuole che i fanciulli siano fanciulli prima di

essere uomini; la ragione a questa età è il freno della forza, e il fanciullo non ne ha bisogno. Se si prova ad

imporre il dovere dell’obbedienza, con minacce, promesse, i fanciulli fanno finta di essere convinti dalla

ragione perché sanno che l’obbedienza è per loro vantaggiosa e la ribellione nociva. La prima educazione

consiste nel garantire il cuore dal vizio e la mente dall’errore, così si formerà il più saggio degli uomini. I

fanciulli si affezionano alle cose, non alle persone, e la prima idea che bisogna fornirgli è quella di proprietà,

bisogna quindi che possegga qualcosa di suo. Bisogna inoltre ricordare che i fanciulli ricordano quello che

hanno fatto o gli è stato fatto, non quello solamente detto; non bisogna imporre il castigo come castigo, ma

mostrarlo come conseguenza naturale della loro cattiva azione; non bisogna punirli per una menzogna, ma

mostrargli i suoi cattivi effetti, come non essere creduti anche quando si dice la verità. A questo proposito

esistono due tipi di menzogne: quelle di fatto, che riguardano il passato, e quelle di diritto, che riguardano il

futuro. La necessità di mentire è prodotta dalla legge dell’obbedienza. Con l’educazione naturale, il fanciullo

non avrà bisogno di mentire, perché non verrà punito, imparerà quindi che la menzogna non giova niente.

Preadolescenza (13-15 anni). Ecco il terzo stadio, in cui il fanciullo si vede circondato da tutto ciò che gli è

necessario, non ha nessun bisogno immaginario, l’opinione degli altri non funziona su di lui. Questo è il

tempo più prezioso della sua vita, in cui le forze si sviluppano più velocemente dei suoi bisogni: egli le

sfrutterà in cure che gli possano giovare in caso di necessità. È questo il tempo dei lavori, degli studi: è la

natura stessa che indica questa scelta, si tratta del principio naturale della curiosità, che lo porterà al

desiderio di sapere. Il primo libro che leggerà Emilio sarà Robinson Crusoe, lo stato dell’uomo nell’isola è

quello che il fanciullo dovrà apprezzare, il mezzo più sicuro di metter da parte i pregiudizi è mettersi al posto

di un uomo isolato. Il nostro allievo prima aveva solo sensazioni, ora ha delle idee, ora giudica. Il modo in cui

si formano le idee è ciò che da carattere allo spirito umano.

Diventato adulto grazie a questa educazione, Emilio sarà pronto ad entrare nella società formata da tanti

Emilio e potrà realizzarsi il patto sociale. L’Emilio è quindi un’opera sulla formazione dell’uomo fuori della

società ma per la società, è la soluzione al problema del rinnovamento morale e politico della società,

affrontabile tramite l’educazione.

John Dewey.

Ha scritto “Il mio credo pedagogico”, in cui espone i punti chiave della sua concezione educativa. Espone le

principali tesi della scuola progressiva, termine come quello di educazione progressiva che identifica il

modello americano di rinnovamento pedagogico, che si diffuse poi in Europa. L’argomento centrale consiste

nel concepire l’educazione come il processo tramite cui i giovani diventano membri attivi di una società. Tale

processo avviene in un’interazione tra individui, e presenta due aspetti: quello psicologico e quello

sociologico. Dewey riconosce una posizione centrale all’aspetto psicologico, ed è questo che lo discosta

dall’educazione tradizionale che nono considerava l’elemento psicologico dell’educazione. Si connota così il

carattere puerocentrico della scuola attiva, valorizzare l’elemento psicologico, cioè quello individuale,

significa impostare il processo educativo a partire dalle potenzialità dagli interessi e dalle attitudini degli 6

allievi. Occorre che l’insegnamento si concentri sugli interessi, che per Dewey rappresentano delle capacità

sorgenti. L’educazione promuove quindi il progresso sociale attraverso un processo in cui l’aspetto

psicologico e quello sociologico risultano interdipendenti. Dewey elabora il suo concetto di “educazione

come processo di vita”, attraverso cui chiarisce il ruolo che deve avere la scuola nella vita del bambino: la

scuola è una forma di comunità, che sviluppa individui capaci di collaborare tra loro, di partecipare alla vita di

comunità. Questa forma di “vita sociale semplificata” permette di perseguire una reale educazione morale,

in quanto i principi morali sono inerenti all’attività di lavoro e di pensiero. Moralità e socialità coincidono,

infatti l’individuo forma se stesso attraverso i rapporti di collaborazione con gli altri. Altra importanza, hanno

le attività manuali nella scuola, oltre a favorire la collaborazione, esse hanno un significato intellettuale

poiché attraverso esse il pensiero si sviluppa: l’esperienza, è il fine e il processo dell’educazione. La

concezione di Dewey si può riassumere con il principio “imparare mediante il fare”, principio guida della

scuola attiva.

Il brano “Il lavoro e lo svago” è tratto da “Democrazie e educazione”, e mostra l’importanza sociale della

concezione “conoscere e fare”, che doveva avere come conseguenza il superamento della divisione tra studi

professionali e studi umanistici. La necessità di risolvere questa scissione, è per l’autore il problema

dell’educazione di una società democratica: conservare il dualismo invece, mantiene il significato di

alimentare le distinzioni sociali. Dewey spiega come democrazia ed educazione stiano tra loro in un rapporto

di reciprocità, sottolineando il ruolo che ha la scuola nel realizzare un particolare ideale sociale. L’educazione

è un processo sociale, quindi l’ideale democratico non potrà svilupparsi al di fuori di una educazione

scolastica che ne rifletta i valori e le finalità, anche nell’organizzazione del corso di studi.

Anton Makarenko.

Educatore e pedagogista, visse tra il 19 e 20° secolo, gli venne affidata la direzione di un istituto per ragazzi

abbandonati da rieducare, colonia che chiamò “M. Gor’kij”, è qui che prende corpo il collettivismo

pedagogico.

Una delle sue opere più importanti è “Il mestiere di genitore”, in cui sono presenti dei racconti che sono

finalizzati a sottolineare gli aspetti positivi della vita famigliare sovietica. Il suo pensiero pedagogico è

mostrato attraverso degli argomenti, quali le finalità che deve avere l’educazione, le caratteristiche del

metodo pedagogico, il concetto e la funzione del collettivo nell’educazione. Makarenko mostra il legame tra

gli scopi dell’educazione e quelli politico-sociali del paese: afferma che non si può fare educazione se non

c’è uno scopo politico preciso. Il tema rilevante del pensiero pedagogico di Makarenko, è quello relativo al

collettivo, che definisce come la forma principale del lavoro educativo: i ragazzi presi in considerazione,

vivevano in una colonia e non avendo una casa non partecipavano ad altri collettivi. La vera educazione

(sovietica) deve essere organizzata in modo che si creino dei collettivi unitari, forti; la scuola deve formare un

unico collettivo, in cui ogni membro deve sentirsi legato ad esso. Si può organizzare un collettivo solo se si

pone uno scopo generale, nel suo caso il collettivo era comporto da oltre 500 persone di diverse età, ed essi

riuscivano a costituire un organo dirigente. Il valore del gruppo prevale su quello dell’individuo, quelli

dominanti sono il lavoro, la disciplina, il senso del dovere. Per quanto riguarda la disciplina, per Makarenko

è l’effetto dell’educazione: mentre prima della rivoluzione si trattava di una forma di tirannia, oggi è fenomeno

morale e politico, e chi è indisciplinato significa che va contro la società. La disciplina è il prodotto dell’intera

azione educativa, quindi dell’istruzione, dell’ed. politica, dei conflitti…

Nel “Poema pedagogico” l’autore espone il lavoro educativo svolto nella colonia Gor’kij, e dalle singole

esperienze ne sottolineava le derivazioni teoriche; tema ricorrente è quello della rigida disciplina, che

impone al gruppo, e si focalizza sul comportamento di chi non la rispetta, Makarenko lavora sul gruppo

cercandolo di farlo rientrare nelle norme che il gruppo stesso si è dato. Il primo esempio racconta di come

l’autore si sia scontrato con un ragazzo che non ha rispettato un turno delle pulizie, e come quest’ultimo si

sia ribellato fino a cedere dopo una “punizione fisica”: questo vuole spiegare che i fini collettivi fossero da

raggiungere, persino con soluzioni più dure. Altro tema relativo alla gestione del collettivo, è lo stile di vita,

inteso come tradizioni, abitudini, si parla delle emozioni, degli atteggiamenti e del tipo di relazione sociale più

adeguati ad una partecipazione alla vita di gruppo. Lo stile è qualcosa di delicato che va curato, seguito

giorno per giorno, da cui può dipendere il successo del gruppo. Makarenko vede nella pratica educativa, la 7


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze della formazione primaria
SSD:
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Hilary1993 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Pedagogia generale con laboratorio e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Milano Bicocca - Unimib o del prof Kanizsa Silvia.

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