Definire le scienze dell’educazione
Premessa
Nella seconda metà dell’800 si inizia a discutere della possibilità di rendere scientifico l’ambito di studi dell’educazione, al termine pedagogia si affianca “scienza dell’educazione”; in seguito si è giunti a parlare di “scienze dell’educazione”.
Dalla “scienza” alle “scienze” dell’educazione
Il sociologo Emile Durkheim e il filosofo John Dewey, si posero come obiettivo di analizzare le possibilità di fondazione della scienza dell’educazione; entrambi si inquadrano nel movimento culturale del positivismo, la cui idea principale era riconoscere la scienza come mezzo per conoscere, quindi anche il metodo dello scienziato sociale deve essere metodico e scientifico.
Il problema di Durkheim è fare una distinzione tra pedagogia e scienza dell’educazione: per lui la prima è riflessione sui fatti educativi e, in quanto tale, non può essere scienza dell’educazione; la seconda è solo un progetto che deve realizzarsi, al quale una volta compiuto dovrebbero contribuire la sociologia e la psicologia.
Dewey sostiene che è impossibile che un’unica materia possa riassumere tutti i contenuti di una scienza dell’educazione; per lui la psicologia e la sociologia sono in grado di affrontare in modo scientifico i processi educativi, così come la filosofia ha il ruolo di dare ipotesi di lavoro operative (filosofia= stesso ruolo della pedagogia per Durkheim).
L’affermarsi delle scienze dell’educazione
A partire dagli anni 50 si assiste alla crescente necessità di trattare i fatti educativi in maniera scientifica. In Italia, autori come Francesco De Bartolomeis, si impegnano nell’identificare le varie forme della ricerca scientifica in pedagogia; per lui la scienza pedagogica è una scienza pluralistica, parla infatti di psicologia dell’educazione, sociologia dell’educazione e pedagogia sperimentale. Fa queste distinzioni perché l’educazione è così complessa che non può essere oggetto di una sola scienza.
Negli anni 70 con Gaston Mialaret, si afferma il distacco dall’idea del gruppo delle scienze pedagogiche, egli condivide il pensiero di Durkheim riguardo la possibilità dell’educazione di diventare oggetto di conoscenza scientifica di più scienze (economiche, storiche) definite pedagogiche.
Alla fine degli anni 60 in Italia, e degli anni 70 in Francia, si assiste all’affermarsi della dizione “scienze dell’educazione”. Mialaret propone un quadro generale delle scienze dell’educazione, compare una suddivisione in 3 categorie prive di ordine gerarchico; Aldo Visalberghi propone invece uno schema circolare, poiché mostra bene la circolarità delle conoscenze pedagogiche.
Verso gli anni 80 vi è un accostamento tra i termini pedagogia e scienze dell’educazione, che evidenzia il ruolo della pedagogia come luogo della riflessione sui fatti educativi. Lo scopo di Piero Bertolini invece, è quello di realizzare una pedagogia come scienza autonoma, “una scienza dell’uomo e per l’uomo”.
Emile Durkheim
Sociologo e pedagogista, visse nel 19° secolo, ha influito sulla cultura francese ed europea. Nel saggio “Pédagogie”, Durkheim affronta la natura e il metodo della pedagogia.
In particolare analizza i termini “educazione” e “pedagogia”: l’educazione è l’azione esercitata sui fanciulli dai genitori e dai maestri, e non si fa sentire solo quando si comunica coscientemente; la pedagogia invece consiste in teorie, sono dei modi di concepire l’educazione, non un modo di praticarla.
L’autore giunge alla considerazione che c’è differenza tra scienza dell’educazione e pedagogia: si può dire che la pedagogia sia un’arte, termine affibbiato a qualsiasi prodotto del raziocinio che non è la scienza, a ciò che è pratica senza teoria, ad esempio si chiama arte l’esperienza pratica acquisita dal maestro di scuola, arte militare, arte politica.
Tra l’arte e la scienza c’è la riflessione, che prende la forma di teorie, si tratta di combinazioni di idee e per questo si avvicinano alla scienza; si tratta di programmi d’azione, si potrebbero quindi chiamare “teorie pratiche”. In questo senso per Durkheim la pedagogia è una teoria pratica, poiché non studia in modo scientifico i sistemi di educazione, ma riflette così che possa fornire delle idee che dirigano l’attività dell’educatore.
Così intesa la pedagogia non è educazione e non è scienza dell’educazione, poiché mira ad orientare la pratica educativa anziché mirare alla conoscenza pura dei fatti educativi. La sola pedagogia non può fornire le basi scientifiche all’educazione perché è soprattutto riflessione; ne consegue che la scienza dell’educazione è ancora allo stato di progetto e poco possono aiutare la sociologia e la psicologia poiché anch’esse scienze nascenti. Sarebbe prudente pazientare finché queste scienze abbiano fatto dei progressi, ma la pazienza non è permessa. La pedagogia per Durkheim è quindi la riflessione applicata secondo un metodo scientifico alle cose dell’educazione. Oggi la pedagogia è indispensabile per l’educazione: l’arte dell’educatore è fatta di istinti, abitudini, ed è necessaria l’intelligenza e la riflessione, perché non deve applicare a tutti la stessa regolamentazione, ma dovrà variare in base alle diverse intelligenze. Per poter adattare le pratiche educative è necessario averle sottoposte alla riflessione pedagogica. La pedagogia deve guidare e aiutare l’educazione considerando il sistema del suo tempo.
John Dewey
Filosofo e pedagogista, visse nel 19° secolo, fu colui che diede vita alla “scuola laboratorio”; per lui il filosofo, l’educatore e il riformatore sono inscindibili. Dewey ha dato un notevole contributo allo sviluppo dell’educazione, e viene presentato in due brani dell’opera “Le fonti di una scienza dell’educazione”.
Nel primo brano ci si interroga sull’esistenza di una scienza dell’educazione, e sul significato della parola “scienza”: si deve intendere l’idea di scienza con sufficiente elasticità, così da poter comprendere tutte le discipline considerate scienze, inoltre per Dewey la scienza significa la presenza di metodi sistematici di ricerca, i quali consentono una migliore comprensione.
L’autore introduce il binomio scienza-arte e compie un’analogia con l’ingegneria: quest’ultima è nella pratica attuale un’arte, e l’ingegnere non si lascia imporre una linea da seguire rigidamente (è l’operaio non qualificato che la segue), ma vi è posto per i progetti originali. Questo per dire che vi è una possibile degenerazione del metodo scientifico da parte di chi rincorre ricette e attua in modo meccanico procedure scientifiche. La scienza è in opposizione con l’educazione intesa come arte: la scienza si può considerare un certificato di garanzia, che illumina la visione e rischiara la via, invece l’educazione è rappresentata dalla tradizione, dalla riproduzione imitativa, dalle qualità innate o acquisite dall’insegnante.
Nel secondo brano affronta la scienza dell’educazione, quali sono le sue fonti e il suo contenuto scientifico. Secondo Dewey la scienza dell’educazione non si trova nei libri, ma nelle menti degli individui impegnati nelle attività educative. L’autore sviluppa la questione attraverso un paragone con l’ingegneria: gli uomini costruivano ponti anche quando non esisteva nessuna scienza matematica e fisica, ma con la loro nascita ne ha usufruito. Le scienze matematiche e meccaniche sono per se stesse le scienze che sono, non scienze per costruire i ponti: “diventano” tali nel momento in cui parti di esse pongono l’attenzione sull’arte di costruire ponti.
Questo per spiegare che non esiste una scienza particolare e indipendente dell’educazione, ma è il materiale ricavato da altre scienze che rappresenta il contenuto della scienza dell’educazione. La scienza dell’educazione non ha un contenuto suo proprio, ed esso va ricercato per Dewey a partire dalla psicologia e sociologia, che mantengono una posizione privilegiata.
Francesco De Bartolomeis
Pedagogista italiano, visse nel 20° secolo, i temi trattati riguardano la scuola attiva, la pedagogia scientifica, il tempo pieno, il lavoro di gruppo, psicologia del bambino.
Il testo vuole essere un contributo a favore di una evoluzione degli studi pedagogici nel nostro paese; l’autore vuole sottrarre la pedagogia al dominio della filosofia, la quale impedisce lo sviluppo in direzione scientifica. Secondo De Bartolomeis vi è sempre stato da un lato il filosofo, teorico, e dall’altro il pratico: l’esigenza scientifica punta si alla concretezza, ma armata anche di ipotesi e metodi. Fare pedagogia scientifica significa quindi organizzare il lavoro di osservazione, elaborare dati, stabilire controlli; quindi il carattere scientifico si realizza in vari modi a seconda dei problemi che si vogliono chiarire.
Le necessità della pedagogia come scienza, possono essere soddisfatte solo da una molteplicità di specializzazioni, le principali sono: psicologia dell’educazione, sociologia dell’educazione e pedagogia sperimentale, esse forniscono dati che la pedagogia poi utilizza per le sue ricerche. La pedagogia può realizzare la sua autonomia se ammette la sua eterogeneità, ovvero la necessità di collaborare con altre scienze che non possono essere ricondotte ad una sola data la varietà.
Lo stesso discorso vale per l’educazione, la sua natura, i mezzi e i fini non rientrano in esclusiva nella scienza dell’educazione; ciò che fa dell’educazione una scienza è l’attitudine scientifica verso i problemi dell’educazione, e comprende una classe di metodi, ricerche e competenze educative.
Gaston Mialaret
Pedagogista francese, visse nel 20° secolo, i temi da lui trattati sono la didattica della matematica, la psicopedagogia dei mezzi audiovisivi, l’apprendimento della lettura, la formazione degli insegnanti. Mialaret ha dato un contributo alla definizione delle scienze dell’educazione, qui viene presentato tramite due brani che testimoniano l’evoluzione del pensiero del pedagogista.
Nel primo brano sintetizza in un diagramma l’aspetto dinamico dell’azione educativa e della riflessione ad essa relativa: si tratta della distinzione tra azione e pensiero, che porta a pensare alla stessa distinzione tra educazione e pedagogia. Da questa compenetrazione tra azione e pensiero in realtà educative, hanno origine le scienze dell’educazione: Mialaret vuole dimostrare la loro vastità, e lo fa attraverso le numerose discipline che ne risultano implicate.
Ad esempio basti pensare alla situazione scolastica, in cui l’educatore deve conoscere il bambino, e quindi non può ignorare le nozioni della psicologia genetica moderna; egli si mette in contatto sia con i bambini che con i genitori, deve quindi possedere anche nozioni di psicologia generale e psicosociologia. Mialaret vuole sottolineare la complessità delle situazioni educative e motivare la vastità dell’insieme delle scienze educative.
Nel secondo brano, scritto a 10 anni di distanza dal primo, Mialaret descrive il suo “Quadro generale delle scienze dell’educazione”: si tratta di un modello di classificazione, che comprende le discipline che si occupano dell’educazione. Le tre categorie principali delle scienze dell’educazione sono: quelle che studiano le condizioni generali e locali dell’educazione, quelle che studiano il rapporto pedagogico e lo specifico atto educativo, quelle della riflessione e dell’evoluzione. Mialaret propone una descrizione dettagliata delle singole discipline per far notare che hanno in comune un preciso oggetto di studio.
Ad esempio: la storia dell’educazione non è solo uno sguardo al passato, ma può essere un mezzo per comprendere il presente (fa quindi parte delle sc. Dell’educaz); oppure le scienze dei metodi e delle tecniche costituiscono un settore importante delle scienze pedagogiche, non vi è una teoria precisa date le diversità, in generale i modi di trasmissione possono essere la parola, l’immagine, l’oggetto, l’educatore; i metodi educativi possono essere lavori di gruppo, metodi di gruppo, scuola senza classi.
Tutte quelle discipline sono accomunate dallo studio delle condizioni di esistenza, di funzionamento e di evoluzione delle situazioni e dei fatti educativi. In base al comune oggetto di studio le scienze dell’educazione riconoscono il criterio di raggruppamento in una famiglia delimitata dagli altri campi della ricerca scientifica.
Gilbert Leopold de Landsheere
Pedagogista belga, visse nel 20° secolo, il suo lavoro è indirizzato alla ricerca e alla sperimentazione di strumenti utili nella formazione degli insegnanti. Tra le sue principali opere c’è l’“Introduzione alla ricerca in educazione”, qui sostiene che l’educazione non potrà mai diventare scienza pura, dal momento che la natura umana nella sua complessità sfugge ad ogni determinismo dal punto di vista del comportamento umano. Questo non significa che non bisogna servirsi delle conoscenze scientifiche per agire nel campo dell’educazione, a tale scopo l’autore fa una distinzione tra...
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