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Si tratta della paura della malattia, spesso collegata alla morte.

1. Ammalarsi da bambini

La malattia dal punto di vista dei bambini. Per i bambini la malattia è una sofferenza sia fisica

che psichica; spesso colpevolizzano se stessi, pensano che magari la malattia sia colpa di un loro

atteggiamento sbagliato e vedono gli strumenti per la cura come una tortura (visione ancora più

alimentata dai genitori, quando dicono ad esempio “ti porto via da quel dottore cattivo”. I bambini

hanno reazioni diverse: c’è chi si chiude in se stesso, chi rifiuta le cure, chi vuole più attenzioni del

solito.

La malattia del bambino vista dai genitori. Spesso anche i genitori colpevolizzano se stessi, per

non essere stati abbastanza attenti. Essi hanno reazioni diverse: c’è chi diventa straordinariamente

docile e permissivo di fronte ai voleri del figlio e chi diventa iperprotettivo provocando insicurezza

nel bambino.

Bambini e genitori di fronte all’ospedalizzazione. Il ricovero ospedaliero, è visto dai bambini

come uno dei castighi peggiori; a ciò reagiscono con ansia, depressione, senso dell’abbandono

perché lasciati li dai genitori (ai quali spesso si chiede una presenza continua). Si ritrovano in un

nuovo letto, ad avere una vita pubblica, condividere la stanza con altre persone, dottori che

entrano ed escono. Ma più saranno preoccupati i genitori, più lo saranno anche i figli.

Le reazioni dei genitori. Per non terrorizzare i bambini, spesso i genitori tengono loro nascosta la

malattia o un’operazione: capita però che il bambino capisca cosa stia succedendo, ma temono di

fare domande e rimangono in silenzio. Il risultato, soprattutto in caso di malattie mortali, è che sono

lasciati soli alle loro paure.

Un aspetto particolare: la sala giochi. Giocare permette al bambino di ridurre l’ansia e la paura

della malattia; in particolare giocare diventa quasi necessario, per passare il tempo. Le sale giochi,

in cui sono presenti diversi materiali, diventano un luogo di incontro tra genitore e bambino in cui la

malattia passa in “secondo piano”. Sono luoghi che ricordano casa, l’asilo, in cui c’è la presenza di

animatori o volontari: a volte però questi luoghi diventano noiosi per i bambini, perché si fanno

sempre le stesse cose. In generale la sala giochi serve a distrarre il bambino dalla malattia. Vi è

così una contraddizione: il bambino deve considerarsi malato (per giustificare la permanenza in

ospedale) e a momenti alterni no (quando gioca o deve fare i compiti per non rimanere indietro).

2. Operatori sanitari e bambini in ospedale

Operatori sanitari e bambini malati. anche per i medici è difficile affrontare la malattia dei

bambini: molte volte fanno ricorso alla maturità del bambino (“non piangere, sei un ometto!”), ma in

ogni caso preferiscono mantenere un certo distacco. Se si affezionassero di ogni bambino e si

commuovessero, perderebbero la loro lucidità e professionalità: se un bambino è molto malato o

muore essa crolla e iniziano i sensi di colpa. . I medici devono quindi indossare una maschera e

identificare i bambini per la loro malattia, questo permette loro di soffrire di meno. Inoltre

rimanendo freddi, risultano antipatici, ma si mostrano sicuri e precisi, ovvero come si aspettano i

genitori.

Le paure di fronte al bambino malato. Il terrore dei medici è quello di non riuscire ad aiutare o

guarire il bambino, provocando una svalutazione della propria professionalità. Il medico può quindi

diventare molto freddo con il bambino e aggressivo con i genitori, ritenuti i responsabili del male

del bambino. Altro terrore è provocargli dolore sia fisico che psichico, per questo gli nascondono la

malattia; ma quando il bambino ne è consapevole, teme di essere abbandonato, quindi non ne

parla nemmeno lui e prova ad essere un bravo bambino.

Il bambino invisibile. Quando i medici parlano dei bambini, lo fanno in maniera generale, parlano

di bambini ideali e non reali o specifici. Sono stati intervistati numerosi pediatri, quasi tutti

concordano sulla visione del bambino come un’entità da proteggere con cui è un piacere interagire

e creare un rapporto. L’immagine di innocenza e spontaneità, permette ai medici di rompere le

barriere create tra sé e il paziente: il rapporto ovviamente varia, con i più piccoli è difficile

comunicare, già dai 3 anni in su è più semplice e si diventa amici, mentre dagli 8 anni in su è più

difficile da un lato perché sono coscienti e fanno domande sulla malattia, capiscono cosa viene

loro fatto, ma se c’è fiducia viene superato tutto. Ma per instaurare un rapporto di fiducia, dicono

alcuni medici, occorre molto tempo, a volte c’è a volte non c’è, spesso ci sono troppi bambini,

troppi affollamenti per cui è più difficile relazionarsi con tutti. Però, una volta che il medico è

identificato come figura di riferimento e ci si fida di lui, il lavoro è più facile, perché i bambini si

lasciano sottoporre alle terapie.

Medici e “pazienti pediatrici”: una relazione a due o a tre? Il rapporto medico-paziente, quando

si tratta di bambini, non è mai un rapporto a due, perché c’è sempre la presenza dei genitori. Nei

convegni o nei testi medici si parla di “pazienti pediatrici”, espressione che deriva dalla difficoltà dei

medici di interagire direttamente con il bambino, se non tramite parole e gesti dei genitori. Il

medico quindi non sa quali siano realmente le parole del bambino e quali della madre, frutto

magari di interpretazioni sbagliate: capita infatti che i genitori non capiscano i segnali dei bambini e

o li portano troppo spesso dal medico per niente, oppure li portano solo in casi estremi. Per i

medici, è difficile anche comunicare direttamente ai genitori, soprattutto quando si tratta di malattie

gravi: in seguito a delle interviste, alcuni medici hanno detto che basta non utilizzare un linguaggio

troppo tecnico e tutti riescono a capire, ma il difficile è trovare le parole giuste in base agli umori,

alle reazioni, e alla sensibilità dei genitori, ed essere pazienti. infatti per i genitori la malattia del

figlio è un evento insopportabile, e spesso dopo lo shock iniziale o collaborano o rifiutano di capire

quello che sta succedendo. Il medico deciderà quindi se trattare i genitori da pari, da cooperatori

per la cura o assumersi tutte le responsabilità tenendoli fuori: il modo migliore di lavorare e

cooperare con i genitori è prima di tutto riconoscerli responsabili del bambino e che vanno coinvolti

nella cura, tenere lontane le ostilità, gestire l’ansia, anche perché non bisogna dimenticare il

legame familiare tra bambino e genitori.

Il genitore detestabile. In realtà la presenza del genitore aiuta il medico, che si libera da ogni

responsabilità (di non riuscita della cura, ansia nel lavorare con bambini malati) rigettandola su di

loro: in effetti il medico non può farsi carico di tutte le ansie derivate dalla sofferenza di ogni

bambino. A volte però il genitore, spesso definito detestabile, diventa una persona da tenere

lontana per non intralciare l’operato dei professionisti. Il problema è che i medici si sentono sfruttati

e sono continuamente sotto pressione da parte di coloro che vogliono “sapere tutto e subito”, ma

non si tiene conto che non esiste solo quel bambino e che sono necessari dei tempi di diagnosi.

Oggi grazie ai media, anche chi non è medico è più informato, ma a volte i genitori si sentono così

competenti che non accettano i consigli dei medici, per questo alla base del loro rapporto ci deve

essere la fiducia e ascoltare le prescrizioni e seguire le manovre per la cura.

Il medico estraneo. I genitori spesso hanno problemi di comprensione causati dall’uso del

linguaggio, d’altro canto a volte i medici sono poco disponibili nel chiarire i dubbi. Dato questo

evidente problema, i genitori, a cui non bastano mai le informazioni, si rivolgono a più medici per

“essere sicuri”, ma questo accade anche quando i medici sono stati chiari ed esaustivi. Il problema


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze della formazione primaria
SSD:
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Hilary1993 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Pedagogia generale con laboratorio e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Milano Bicocca - Unimib o del prof Kanizsa Silvia.

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