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Introduzione

Una constatazione che attraversa tutta la letteratura pedagogica è che per insegnare con successo si debba intrattenere un buon rapporto con i propri allievi. Sul significato di “buon rapporto” ci sono state e ci sono ancora opinioni controverse. Per un lungo periodo di tempo si è pensato che il modello di educazione si basasse sull’idea che l’apprendimento richieda impegno, sofferenza e fatica e affinché i bambini apprendano l’educatore deve esercitare la sua autorità e imporre le regole da lui fissate.

Questo modello “tradizionale” è il modello più presente nel pensiero comune; pur provando affetto per i suoi alunni l’insegnante deve avere il polso necessario per tenere a freno anche i bambini più irrequieti. Alla base del rapporto tradizionale vi è l’immagine dell’alunno un po’ stereotipata e uniforme, in realtà negli ultimi anni si è fatta l’idea che è necessario adattare proposte didattiche e metodologie diverse in base agli allievi, che si differenziano per intelligenza, personalità, modalità di apprendimento.

È bene che l’insegnante sia flessibile, e che anche l’autorità sia graduata a seconda dell’alunno (es: essere più fermi con alcuni, più accondiscendenti con altri). Quindi oltre alle competenze relative alla disciplina deve essere curato il rapporto insegnante-alunno, che determinerà il successo o l’insuccesso del processo di insegnamento-apprendimento. Per far ciò occorrono anche conoscenze di materie psicologiche, pedagogiche e sociologiche.

La figura del “buon maestro” è legata a molteplici fattori, quali il carattere, la capacità di mettersi in relazione, le conoscenze, le competenze: la riuscita è quindi un mix di elementi. Questo ha fatto nascere il sospetto che il buon insegnante sia tale per le proprie capacità relazionali piuttosto che per quelle acquisite, in realtà molti testi spiegano quali siano le modalità più efficaci per indurre il miglior apprendimento. Oggi si pensa che il clima di classe sia determinato dall’insegnante che è in una posizione di potere, e si pensa che il successo o l’insuccesso della classe dipendano da lui.

Altro fattore che influenza il rapporto insegnante/alunno dipende dalla scuola stessa, che ha delle regole implicite e esplicite, ha certi spazi, arredi e materiali, ha un certo tipo di popolazione scolastica (es: stranieri) che richiederà a volte la presenza di mediatori linguistici o insegnanti di sostegno. Tutti questi elementi determinano il tipo di relazione educativa, ed è importante che l’insegnante sappia prendere decisioni e capisca cosa lo spinge a prendere delle decisioni piuttosto che altre e cosa queste comportano sul piano del rapporto con la classe.

Questo testo affronta la relazione in classe e propone linee di intervento molto generali che portino ad un buon rendimento scolastico.

Emozioni e relazioni educative

Ciò che aiuta gli alunni a studiare e apprendere, è lo star bene in classe, essere a proprio agio con i compagni e avere buoni rapporti con l’insegnante. In questa parte del libro verranno trattati gli elementi che aiutano a rendere fruttuoso il lavoro di classe: le caratteristiche di una buona relazione educativa, metodi di insegnamento, il clima di classe, la capacità dell’insegnante di leggere e lavorare con e sulle emozioni, sue e degli alunni.

La relazione di classe: il ruolo del maestro

Ogni relazione in cui delle due persone o più implicate una ricopra il ruolo di maestro e una di allievo, si può definire relazione educativo-didattica: il processo di insegnamento-apprendimento può avvenire in una scuola come nella famiglia. Nella scuola i ruoli sono stabili: sono gli allievi ad imparare, mentre il maestro ha il sapere e deve aiutare ad apprenderlo. Ciò che influisce nel processo di apprendimento è il rapporto maestro-allievo, infatti se la relazione è buona gli studenti dicono di amare la materia e trovarla facile, e riescono a rimanere in pari, se la relazione è meno buona capita che la materia venga rifiutata e che si arrivi alla bocciatura.

Questo influisce molto anche sulle scelte future, come abbandonare gli studi o indirizzarli a materie precise, dipende quindi da quanto gli insegnanti siano in sintonia con gli allievi e siano anche “persone”. I buoni rapporti portano quindi a migliori rendimenti, ma è comunque necessario che l’insegnante sappia qual è il suo ruolo e sappia ricoprirlo in modo sereno ma fermo, e che il ruolo di insegnante è diverso da quello del genitore.

All’inizio, nella scuola d’infanzia o nei primi anni di elementari, si richiede agli insegnanti una maggiore comprensione, invece più avanti viene apprezzata di più la sua competenza. L’essere insegnante-persona dipende da come si conducono le lezioni in classe e non da quanto si interessa della vita degli allievi. Se ne deve interessare nel momento in cui la qualità del rendimento del bambino non sia ottimale e può essere dovuta alla vita privata, ma non bisogna mai essere troppo invadenti.

Maestro e allievi: immagini di ruolo

Prima di incontrarsi, maestro e allievi hanno già un’idea di come dovrebbe essere un buon maestro e un buon allievo. Alcuni elementi che possono influenzare l’idea di buon insegnante, sono: la sua età (giovane= meno capace; più anziana= più abile), il sesso (maestro= tiene più a bada i bambini, spiega meglio ma viene meno incontro alle necessità dei bambini) e lo stato civile (maestro sposato= calmo, poco nervoso, più comprensivo). Anche gli insegnanti si fanno le loro idee sugli alunni, già dal primo giorno di scuola, sulla base del loro modo di stare in classe e di rispondere alle sollecitazioni: ritengono quindi di essere in grado di dire chi sarà bravo e chi meno.

Avranno le loro preferenze che gli studenti noteranno (sanno chi è il cocco) e quelli meno voluti si giustificheranno con un “ce l’ha con me”. Tutto questo incide sull’immagine che ogni studente ha di sé e sull’apprendimento. La ricerca “Pigmalione in classe” (di Rosenthal e Jacobson) ha dimostrato che gli studenti tendono a soddisfare le aspettative dell’insegnante, sia positive che negative. I maestri spesso non ammettono di avere preferenze perché questo non rientra nell’idea di insegnante giusto che non fa differenze, comunque una soluzione è osservare tutti gli studenti facendogli notare gli aspetti positivi e negativi, quindi che nessuno è perfetto. A volte si guardano le persone con pregiudizi e non si vede com’è realmente la persona, quindi un’osservazione a tutto tondo ci leverà le lenti deformate.

Relazione educativa e motivazione ad apprendere

Lo scopo dell’attività educativa è spingere l’allievo a desiderare di apprendere. La motivazione che ognuno ha, non dipende solo dall’insegnante ma anche dalla famiglia, dai compagni di classe, e dall’ambiente sociale in cui i ragazzi vivono. Gli studi psicopedagogici sulla motivazione all’apprendimento hanno notato come questa dote sia innata ma può essere deviata da modelli relazionali sbagliati. Apprendere è motivante in sé: si impara a fare o sapere qualcosa di nuovo, è gratificante e da una buona immagine di sé. Per non far calare la motivazione è necessario rafforzare l’immagine di sé dell’alunno.

Nella letteratura psicopedagogica si è insistito sulla distinzione tra motivazioni intrinseche (naturale desiderio di conoscere) e motivazioni estrinseche (motivazioni legate al giudizio degli altri, al sistema di ricompense e punizioni). Capiterà che l’alunno studierà non per avere conoscenza ma per avere un bel voto. Secondo alcune teorie per mantenere alta la motivazioni in coloro che è estrinseca, sono necessarie lodi esterne a differenza di coloro in cui è intrinseca: l’insegnante dovrà dosare bene lodi e punizioni, dovranno essere sempre veritiere perché i bambini si rendono conto ad esempio se una lode è falsa (quindi non crederanno più al maestro). Le finalità dell’educazione sono quelle di rendere gli allievi autonomi, autonomia raggiunta se l’insegnante lavorerà anche sui loro interessi, facendo leva sulle motivazioni intrinseche.

Stile di insegnamento e clima di classe

La relazione educativa è determinata anche dalle modalità con cui l’insegnante conduce il suo lavoro. È l’insegnante a decidere i metodi di insegnamento e le modalità di verifica del lavoro, se utilizza il metodo “tradizionale” (formale) gli alunni sono recettori passivi, se utilizza uno stile informale gli alunni saranno attivi. È stato effettuato un esperimento da Lewin, Lippit e White che hanno osservato come il metodo di insegnamento influenzi sia le modalità di apprendimento che le relazioni tra i compagni: i bambini inseriti nel gruppo “autoritario” si dimostrarono competitivi e individualisti, nel gruppo democratico i bambino collaborarono e nel gruppo laissez faire ci furono difficoltà.

Ciò dimostra l’influenza dell’insegnante nel determinare il clima di classe. Lo stile adottato dalla maggior parte delle insegnanti è un compromesso tra quello formale e quello informale (definito da Bennet “misto”), e la scelta su uno dei due può essere influenzata dalle finalità della scuola. Bennet ha studiato i metodi delle insegnanti scozzesi notando che quelle che adottavano un metodo formale vedevano la scuola elementare come una preparazione alla scuola successiva, mentre quelle con metodo informale la vedevano come un percorso a sé stante.

La scelta del metodo dipende molto dalla personalità: se un insegnante è estroverso ed esuberante tendrà a creare un clima caldo e a utilizzare uno stile informale che promuove il lavoro di gruppo; se è introverso tenderà a utilizzare un metodo formale e quindi più freddo. Il tipo di insegnamento genererà apprezzamenti e risultati diversi, solitamente le famiglie e gli alunni preferiscono il metodo formale. Spesso però gli alunni in particolare quelli meno bravi, preferiscono il metodo informale con lavori di gruppo, in modo che possano sentirsi responsabili della cooperazione, e diventano più attivi nella ricerca del sapere.

La disciplina in classe

L’insegnamento efficace dipende molto dal mantenimento dell’ordine in classe, dal far rispettare le regole, ovvero dalla disciplina. L’insegnante deve gestire un gruppo molto eterogeneo, può tentare di imporre a tutti di stare zitti e fermi (impossibile anche per un adulto, come dice Fontana), ma il risultato è che la scuola diventi una prigione in cui i bambini non possono né parlare né muoversi. Il rumore di sotto fondo che viene a crearsi irrita l’insegnante, e può essere dovuto spesso dalla noia o da studenti ritenutisi perdenti che voglio boicottare chi li fa sentire così.

Un’alternativa è organizzare il lavoro in modo tale che tutti si tengano impegnati. La ricerca di Rutter e collaboratori, ha notato che le classi più brillanti sono quelle in cui le lezioni non vengono interrotte di continuo per ristabilire l’ordine e quelle in cui gli insegnanti non si dilungano nei preparativi della lezione. Il mantenimento della disciplina è legata anche al tipo di stile di insegnamento prescelto, ad esempio in una classe condotta con uno stile formale la disciplina sarà più rigida, mentre in una con stile informale anche le regole verranno negoziate con gli alunni.

La disciplina dipende anche dalla personalità dell’insegnante, che magari ogni tanto cambia metodo e gli alunni lo avvertono e agiscono di conseguenza (es “oggi ha la luna storta”, “oggi ha dormito bene”). Quindi l’insegnante prima di agire deve osservare anche se stesso mantenendo calma e serenità, prenderà poi delle decisioni e se i risultati non saranno quelli sperati, non dovrà sentirsi in colpa.

Emozioni a scuola

Le emozioni sono presenti sulla scena scolastica e rappresentano un aspetto non eliminabile della vita degli studenti. Anche la gestione delle emozioni è parte integrante del ruolo dell’insegnante. Le emozioni nel sistema persona. Le emozioni sono processi sempre attivi nel soggetto (bambino e adulto), infatti essa è considerata un sistema, un’organizzazione in cui corpo, comportamenti, comunicazione, funzioni cognitive, emozioni, interagiscono tra di loro.

Un bambino che appare concentrato su un compito in classe utilizza oltre le funzioni cognitive, tutto se stesso: sono coinvolti aspetti metacognitivi (i giudizi che da sul compito e sulle proprie capacità), funzioni motorie (muovere il piede, cambiare espressione del viso) e le emozioni (es regolare il livello d’ansia). Tutto ciò è attivo anche quando il bambino sembra che abbia la testa per aria e guardi nel vuoto. Si è provato così a considerare separate l’area emotiva da quella cognitiva, il corpo dalla mente, la razionalità dall’affettività: molti studi appoggiano questa teoria, ma dicono comunque che interagiscono tra di loro.

Un bambino che entra in un contesto scolastico porta con sé schemi di relazione propri o degli altri che si sono formati in diverse occasioni e relazioni vissute fino a quel momento: questi schemi sono numerosi e vengono attivati a seconda dell’ambiente e della relazione in cui i soggetti sono inseriti. Ad esempio il sistema scolastico attiva sistemi di relazione con i pari (bambini con bambini) che con gli adulti (bambino e insegnante). Un insegnante come un bambino gestisce le emozioni in un determinato modo, che si declina in schemi diversi a seconda delle situazioni: la differenza tra un bambino e un adulto riguarda la maturità delle funzioni cognitive e emotive, che permette maggior controllo.

La gestione delle emozioni nel processo di insegnamento-apprendimento

Blandino e Garnieri definiscono l’apprendimento come un processo stimolato dalla partecipazione attiva del soggetto ad un’esperienza. Apprendere significa accogliere dentro di sé qualcosa che non si conosce che dà angoscia, poiché c’è il timore di scontrarsi con i propri limiti: il confronto col nuovo alterna così momenti di insoddisfazione e blocco a momenti di riuscita e conquista.

La capacità negativa della mente è la capacità di tollerare il dolore mentale dell’apprendere, capacità che il bambino non ha ma può apprendere ad esempio quando questo è agitato e l’insegnante contiene le sue ansie facilitando il superamento delle difficoltà e della fatica. Quindi i bambini hanno necessità di essere accompagnati dagli adulti che hanno fiducia nelle loro capacità, che li osservano con curiosità, gli adulti devono fungere da base sicura nei momenti di difficoltà.

Prima del bambino deve essere l’insegnante a gestire le proprie emozioni, poiché il benessere del primo dipende da quello dell’adulto.

La professionalità relazionale dell’insegnante

La professionalità relazionale dell’insegnante è un lavoro mentale di gestione delle relazioni a scuola nella loro complessità. Si tratta di curare la scelta dei contenuti, la modalità con cui trasmetterli, prendersi cura della fatica emotiva che l’apprendimento può comportare, non rimanere delusi se gli esiti desiderati non coincidono con quelli effettivi. L’insegnante deve essere pronta a modificare i propri metodi in caso di fallimento.

La professionalità relazionale dell’adulto riguarda quindi la gestione delle proprie emozioni, intervenire sui toni emotivi della relazione, favorire l’emergere delle emozioni positive. Accogliere le emozioni contribuisce all’apprendimento relazionale che può avere una ricaduta sul compito scolastico sia per i bambini che per gli insegnanti.

Le emozioni della relazione

Numerosi studi hanno analizzato le dinamiche che caratterizzano la relazione di insegnamento-apprendimento, hanno posto l’attenzione sul fatto che ci sono significati, emozioni e pensieri che contribuiscono alla costruzione della relazione. Alcuni autori dicono che lavorare in gruppo dia origine ad una vita autonomia rispetto a quella degli individui. Bion ha definito assunti di base le modalità di funzionamento mentale e comportamentale del gruppo, di cui i soggetti sono inconsapevoli.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PED/01 Pedagogia generale e sociale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Hilary1993 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Pedagogia generale con laboratorio e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Milano - Bicocca o del prof Kanizsa Silvia.
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