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Parte I - Emozioni e relazioni educative

La relazione in classe

La relazione tra maestro (colui che aiuta gli allievi ad imparare) e allievo (colui che apprende) è buona se l’insegnante non si limita solo a spiegare e a interrogare, ma si mostra sensibile ai problemi degli alunni.

Quando la relazione è buona:

  • Gli studenti amano la materia e la trovano più facile;
  • Scelgono di continuare gli studi;
  • Hanno un buon rapporto anche con i compagni.

Il rapporto tra maestro e allievo è spesso condizionato da idee preconcette, cioè da idee che si sono formate ancora prima che maestro e allievo si incontrassero effettivamente. Le più diffuse idee preconcette che riguardano gli insegnanti riguardano:

  • L’età: insegnante giovane = meno competente; insegnante anziano = più competente;
  • Il sesso: gli uomini sono più capaci di mantenere la disciplina;
  • Lo stato civile: gli insegnanti sposati sono più comprensivi.

Le idee preconcette sugli alunni sono legate alle aspettative degli insegnanti circa l’attenzione e la disciplina: l’alunno disciplinato e attento viene considerato a priori “bravo”.

Per ovviare a questa situazione, l’insegnante dovrebbe:

  • Osservare gli alunni, sospendendo la valutazione sulla persona, cioè andando oltre i singoli comportamenti;
  • Osservare se stesso per capire quali siano le caratteristiche degli allievi che risultano per lui sgradevoli.

La motivazione ad apprendere è propria della natura umana, ma può essere bloccata o favorita dall’insegnante. Tale motivazione può essere di due tipi:

  • Motivazione intrinseca: l’apprendimento è visto come qualcosa che gratifica e riempie di orgoglio;
  • Motivazione estrinseca: l’apprendimento è legato al giudizio degli altri, al voto e alla ricompensa.

Per rafforzare la motivazione intrinseca, che produce apprendimento a lungo termine, l’insegnante deve:

  • Spingere gli alunni a ricercare autonomamente, seguendo i loro interessi;
  • Abbandonare l’idea che esista un’unica via, quella da lui stesso scelta, per giungere all’apprendimento.

Il tema della motivazione rende evidente un paradosso: un’importante finalità educativa è quella di rendere gli alunni completamente autonomi e capaci di gestire il proprio apprendimento, ma a scuola:

  • C’è una forte dipendenza dell’alunno dal maestro, che agisce da mediatore tra alunno e sapere;
  • Gli alunni devono imparare anche quei contenuti per i quali non provano interesse.

Ne deriva che per essere efficace, l’insegnante deve saper trasmettere le conoscenze e stimolare negli alunni il desiderio di apprendere qualsiasi materia.

Stile di insegnamento e clima della classe

La modalità con cui l’insegnante conduce il lavoro in classe può essere:

  • Stile formale: l’insegnante decide e gli studenti sono ricettori passivi. La disciplina è rigida;
  • Stile informale: gli alunni vengono coinvolti nelle scelte e sono attivi ricercatori di conoscenza. Le regole sono negoziate dalle due parti;
  • Stile misto: l’insegnante applica i due stili precedenti secondo il momento, gli obiettivi e il contesto della classe.

La modalità di conduzione della classe dipende dalla concezione dell’insegnante circa le finalità della scuola. Il clima della classe è influenzato da:

  • Le modalità con cui l’insegnante conduce il suo lavoro;
  • Dalla personalità dell’insegnante;
  • Dalla personalità degli studenti.

La relazione tra insegnanti e alunni può fondarsi su due modelli:

  • Modello competitivo: al centro della relazione c’è il potere dell’insegnante che stabilisce gli obiettivi e giudica. L’apprendimento è strettamente connesso alle ricompense piuttosto che all’interesse. Questo modello è preferito dalle famiglie che ritengono che nella vita occorra primeggiare;
  • Modello cooperativo: gli obiettivi sono raggiunti in gruppo e il potere è in parte delegato alla classe.

La disciplina in classe

L’ordine in classe costituisce un importante elemento per poter insegnare in modo efficace. L’insegnante per mantenere l’ordine può:

  • Imporre a tutti il silenzio assoluto;
  • Organizzare il lavoro in modo che tutti siano impegnati e quindi poco propensi a creare disturbo.

Le modalità attraverso le quali l’insegnante mantiene la disciplina è legato allo stile di insegnamento:

  • Stile formale: la disciplina, rigida e imposta, è considerata un mezzo per raggiungere gli obiettivi didattici;
  • Stile informale: le regole sono negoziate con gli alunni e la disciplina fa parte degli obiettivi sociali;
  • Stile misto: si passa da uno stile all’altro a seconda della situazione (ad esempio, prima o ultima ora di lezione).

Fontana osserva che quando un insegnante incontra problemi a gestire la disciplina dovrebbe chiedersi:

  • Quanto la situazione dipenda dagli alunni e quanto da se stesso;
  • Se il suo modo di reagire migliora o peggiora la situazione;
  • Dovrebbe mantenere la calma e non sentirsi in colpa se non ottiene immediatamente il miglioramento della situazione.

Le emozioni a scuola

Considerando i soggetti quali “organizzazione dinamica in cui emozioni, relazioni e funzioni cognitive sono in iterazione reciproca”, risulta evidente che le emozioni sono presenti anche a scuola. Nell’organizzazione dei vari elementi che costituiscono una persona, ogni cambiamento riguardante una parte ha ripercussioni anche su ogni altra.

Comunemente si è portati a ritenere che nella scuola le funzioni cognitive debbano prevalere su quelle emotive. Vari studiosi, richiamandosi alle osservazioni di Bowlby, hanno approfondito gli studi sui modelli operativi interni che sono cognitivi ed emotivi contemporaneamente.

Il bambino che entra nel contesto scolastico, porta con sé schemi di relazione che si traducono in aspettative, pensieri e giudizi. Anche l’insegnante è portatore di schemi. Le interazioni reali sono quindi il frutto dell’incontro di diversi soggetti che si riferiscono a schemi diversi.

Rispetto a questi processi, la differenza più importante tra un bambino e un adulto è che mentre nell’adulto le funzioni emotive e cognitive sono più mature e flessibili, nel bambino sono limitate e immature.

La gestione delle emozioni nel processo di insegnamento-apprendimento

Blandine e Graniero, riprendendo il pensiero di Bion, definiscono l’apprendimento come un processo stimolato dalla partecipazione attiva del soggetto a un’esperienza che viene fatta propria. L’apprendere comporta l’accogliere dentro di sé ciò che è ancora sconosciuto, che, in quanto tale, è qualcosa di informe che dà angoscia.

Il confronto con il nuovo, infatti, comporta emozioni contrastanti: paura e senso di inadeguatezza, ma anche curiosità e desiderio di sperimentare le proprie risorse. Questa capacità di tollerare il dolore mentale dell’apprendere è definita “capacità negativa della mente”, cioè capacità di integrare pensieri ed emozioni contraddittorie. Il bambino non possiede ancora tale capacità. Naturalmente l’insegnante possiede invece una “capacità negativa della mente”, cioè la capacità di gestire anche le emozioni negative legate al disagio degli alunni nei confronti dell’apprendimento.

La professionalità relazionale dell’insegnante

La “capacità negativa” dell’insegnante è chiamata in causa in due processi:

  • Far dialogare dentro di sé la propria progettualità didattica con l’uso originale che ne fanno gli allievi;
  • Integrare in sé e nella relazione con gli studenti gli elementi costruttivi e distruttivi attivati dall’apprendimento.

La “capacità negativa” dell’insegnante è quindi quella competenza de

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PED/01 Pedagogia generale e sociale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher assuntarappi di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Pedagogia generale con laboratorio e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Milano - Bicocca o del prof Kanizsa Silvia.
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