Un modello italiano di pedagogia critica - Rita Fadda
La radice del termine "critica", viene dal verbo krino "io giudico", ne dichiara la funzione: criticare significa giudicare. Il giudicare presuppone qualcosa che sia fatto oggetto di giudizio. La ricerca, che è esercizio critico e giudizio, non è mai guidata da pregiudizi o criteri a priori, non è mai conclusa. La critica non è constatare e non vi sono dunque regole prefissate di metodo critico. Come produrre quindi giudizi adeguati? Il momento determinante del procedere critico è la domanda, il procedere critico è una serie di domande e di risposte che aprono nuove ricerche. La critica è anche crisi, in quanto è giudizio aperto e provvisorio. È esercizio della libertà come luogo per mettere a nudo la natura di ciò che ci condiziona.
Criticare è andare oltre ciò che appare come evidente e risolto. Ciò che caratterizza maggiormente la critica, dunque la pedagogia critica, è l'atteggiamento di apertura costante. In ambito pedagogico ci si trova di fronte al dramma della scelta tra ciò che è lecito considerare educativo e ciò che non lo è.
Il primo modello di pedagogia critica in Italia è quello sviluppatosi nel corso degli anni Ottanta coordinato da Alberto Granese. In questo periodo regnavano empirismo e scientificità rigorosa. La pedagogia aveva una struttura prettamente tecnica. Si tratta del momento di maggiore svalutazione della pedagogia, estremamente emarginata. Il passaggio dal modello pedagogico classico al modello delle scienze dell'educazione, l'apertura ad altre discipline, hanno prodotto frantumazione e confusione.
Il punto di partenza di questo gruppo di studiosi fu quello di rivalutare la pedagogia come disciplina di ricerca, di allontanarla da quell'edulcorazione con le scienze dell'educazione. Le scienze dell'educazione si fondano su modelli e regole di tipo formale ricavate dal piano scientifico. Il primo volume del gruppo ha per titolo "Destinazione pedagogia. Itinerari di razionalità pedagogica". Il titolo è significativo: richiama il percorso verso qualcosa che non si è concluso.
Questa prima fase può essere definita "critica endoscientifica (interna alla scienza) epistemologica (da Epistéme, stare sopra – si occupa delle condizioni in cui si può avere conoscenza scientifica e dei metodi per raggiungere tale conoscenza)", in quanto volta a operare una ricerca delle strutture conoscitive e dei modelli di razionalità presenti in pedagogia. Questo è già di per sé un elemento innovativo, ma ci si rese conto che occorreva oltrepassare la dimensione epistemologica per ricercare l'identità e la specificità della pedagogia.
Si indaga dunque sui problemi originari relativi alla formazione-educazione dell'uomo. È la fase di "Matrici, dimensioni e modelli della formazione del pedagogista", dove viene chiarito il ruolo e la funzione di questo. Riguarda il processo di formazione dell'operatore pedagogico, evitando scissioni fra teoria e pratica.
La terza fase del lavoro di gruppo è probabilmente quella più ardua: viene presa in esame la categoria pedagogica fondante, in quanto comprende quella di educazione e di formazione. Il titolo di questi studi è "Dimensioni del problema formativo. Saperi, processi, interventi". Il suo proposito è quello di non isolare questa analisi al solo aspetto pratico, ovvero le pratiche di formazione. Non solo: si è cercato di restituire alla pedagogia il ruolo di guida.
Si passa alla quarta fase "La formazione. Studi di pedagogia critica" dove ruolo fondamentale è quello dell'ermeneutica (interpretazione dei testi per stabilirne l'esatto senso attraverso un approccio critico), in precedenza mai teorizzata esplicitamente. Lo scopo era quello di trasporre il pensiero ermeneutico alla teoria e alla pratica educativa.
L'ultimo lavoro è "Prospettive ermeneutiche in pedagogia", dove si tenta di mediare la rigorosità delle scienze dimostrative e il carattere riflessivo dell'ermeneutica. La pedagogia è anche critico-negativa, in quanto tenta di esplorare territori che la scienza ha messo da parte. Critico-radicale perché è radicale la domanda stessa che si pone: la domanda sull'uomo, chi è, cosa è chiamato a diventare.
In seguito a questo gruppo di studio sono emersi numerosi temi e categorie, a causa proprio dello spirito critico di rimettersi sempre in gioco. La vita umana è cambiamento continuo: "panta rei" definisce questo senso di precarietà che l'uomo patisce. Filosofia e scienza nascono come tentativo di contrastare questa instabilità. Si ricercano saperi definitivi e universali, tentando di insabbiare la diversità che è propria dell'esistenza umana. Questo ha provocato una tendenza a costruire modelli e schemi e a considerare "disturbo" tutto ciò all'infuori di essi.
Rischiosa è anche la tendenza della scienza a procedere secondo classificazioni ed etichette che, in ambito pedagogico, negano la molteplicità dell'uomo, isolando il diverso dal resto della società. L'etichetta è una forma di violenza, perché è giudicante e affibbia un ruolo a una persona. Rappresenta l'incapacità di uscire dal proprio punto di vista, aspetto importante per Bateson. Ma anche l'etichetta di normale è, nella nostra società, gravosa e dolorosa, in quanto obbliga ad essere forti ed efficienti.
Quella in cui viviamo è stata definita "l'epoca dell'ignoranza" e delle "passioni tristi" in quanto non possiamo più fare a meno di tecnologie a noi sconosciute. La scienza procura oscurità e incertezza, tende a privare l'uomo della sua facoltà di scelta.
Uno dei punti di debolezza dell'attuale pedagogia è rappresentato dal distacco fra teoria e pratica. Le teorie pedagogiche sono spesso concepite al di fuori della vita vissuta e dell'esperienza. La vita è spesso relativa e parziale, dunque è necessario guardare oltre il contesto, sfuggire all'ovvio. Maria Zambrano descrive la condizione dell'esule per perpetuare tali scopi. L'esule è colui che va continuamente verso lo sconosciuto, verso l'oltre. È distanziato dalle cose che deve conoscere, ed il suo è un ri-conoscere più che un conoscere, è una rivelazione che si mostra a chi ha uno sguardo di meraviglia nei confronti del mondo, che non si lascia condizionare dalle apparenze.
Il sapere deve essere dunque di tipo contemplativo. La pedagogia deve riorientarsi per uscire dagli schemi e dai teoreticismi. Il sapere della vita è il "sapere dell'anima" che non esclude altre forme di sapere, ma le completa. Occorre un cambiamento di prospettiva per rivisitare il concetto di pratica e il suo ruolo. Questa non consiste né in applicare passivamente teorie prodotte da altri, né applicare le tecniche di intervento universalmente. Luigina Mortari afferma che il pratico è un ricercatore sul campo. Deve cimentarsi lui stesso con l'educazione, mettendo in gioco se stesso con tutti i rischi che comporta.
La scelta è l'essenza della critica. L'obiettivo principale del critico è di porre la persona nelle condizioni di divenire legislatore di se stesso, capace di scegliere e di decidere per se stesso. Le emozioni rappresentano strumenti conoscitivi fondamentali, nonostante non siano ancora ben considerate in ambito educativo.
Bisogna tenere conto della crisi che attraversa l'uomo nell'epoca della tecnica e del disincanto. La sua identità consiste nella sua funzionalità, ed è costantemente minacciato dal fascino dei media, dalle leggi dell'economia, che rischiano di omologarlo. Si tende a vivere meno la differenza e divenire indifferenza. Ci si riduce ad essere e non ad esistere. Di conseguenza, si perde la differenza fra i valori, e la pedagogia risulta ancora più difficoltosa da attuare. Il compito della pedagogia critica è quello di mettersi in gioco anche in questo contesto disastrato.
Un modello di teoria critica dell'educazione – Enza Colicchi
Il fine dell'autrice è quello di delineare un modello di teoria dell'educazione critica. Una criticità ispirata ai canoni kantiani. Kant utilizza il termine "critica" per designare il processo mediante il quale la ragione intraprende la conoscenza di se stessa. Il suo compito è sia negativo che positivo: negativo in quanto stabilisce i limiti della ragione, positivo perché in questi limiti stabilisce le...
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