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Inutile fingere che educare ed educarsi sia una passeggiata per tutti, occorre prenderne coscienza e armarsi di

coraggio.

Iniziamo dai protagonisti principali, dai più piccoli. Quando il gioco finisce e va messo da parte i genitori

troppo apprensivi sono disposti a sostituirsi alle vittime di turno pur di alleviare le loro fatiche e, facendosi

avvocati dei loro figli, rimproverano insegnanti e maestri di esigere troppo. I giovani è bene si inizino alla

vita mostrando di saper superare, oltre agli ostacoli scolastici, le ansie e le preoccupazioni che ogni risultato

comporta. Gli adulti però non sopportano che costoro si mettano alla prova in solitudine e ben si guardano

dal suggerire qualche impegno che preveda il corpo a corpo con se stessi, la capacità di sfidarsi,

un’iniziazione a fare a meno del gruppo.

Lo sfinimento educativo degli educatori non va inteso soltanto dal punto di vista delle inutili cure elargite.

C’è uno sfinimento “ontologico” ben più preoccupante: ci si chiede a che pro rinunciare alle piccole e grandi

gioie della maturità, a quel poco tempo libero che invece viene devoluto a chi nemmeno ti ascolta.

Le forze dei più si indeboliscono, i cedimenti e le tentazioni a mollare la presa sono un assillo, ma le energie

vitali in altri si rigenerano: la difficoltà li spinge a persistere costi quel che costi e sono disposti a tutto pur di

fare sentire la propria presenza e accettano di sopportare attacchi, ingiustizie e offese.

Nella più parte dei casi, lo sfinirsi reciproco trasforma la relazione con le figure educali ufficiali in una

continua improvvisazione e recita a soggetto, dove il canovaccio e i personaggi della tragicommedia sono

sempre gli stessi in un conflitto intergenerazionale che rinnova le sue manifestazioni.

Una volta che si accetti d’istinto di sfinirsi, l’adulto scopre che lui o lei per primo sta cambiando, che deve

accettare di avvalersi di altre categorie mentali all’inizio respinte. Lo sfinimento sfinisce meno, di solito chi

comprende al volo che sottrarsi ad esso non serve a nulla, che l’unica via d’uscita è restare in mezzo alle

turbolenze. Soltanto all’apparire dei singoli attori che hanno imparato a recitare a soggetto, a esporsi in un

monologo, si scoprirà allora che quello sfinimento è valso ben a qualcosa: a formare persone, a vederle

stagliarsi in un primo piano, staccandosi dai diversi sfondi che spesso erano la vera ragione di apprensione e

inquietudine.

Non esistono antidoti certi allo sfinimento. Illudersi che sia possibile staccare la spina dalle preoccupazioni

educative è pensiero della maggior parte dei genitori. Certo non libera lo sfinito o la sfinita, ma tenere un

diario di questa storia per lo meno documenta quel che si sta vivendo, è un modo per osservarsi, sfogarsi,

raccontarsi pagina dopo pagina.

Ognuno di noi ha episodi da narrare, ansie e paure di cui lamentarsi, tentativi falliti e tentazioni d’odio verso

i figli e verso gli scolari. Le migliori intenzioni pedagogiche naufragano davanti alle manifestazioni di aperto

rifiuto a voler sentire ragione, ad accettare un qualche consiglio.

La depressione è malattia che fa detestare il proprio lavoro, induce ad allontanarsene assumendo

comportamenti stereotipati, giudicanti, aggressivi ed umilianti.

L’essere capaci di perseverare nel proprio ruolo d’adulto è una vera impresa titanica man mano che l’età dei

ragazzi e degli scolari cresce:le tentazioni a delegare sono continue.

È sfinita l’educazione che dovremmo essere noi a guidare, senza abbandonarla alla deriva del caso, dei

media, delle suggestioni più allettanti di una paternale, di un divieto, di un rimprovero.

Più la necessità di saper educare si incontra con quella di continuare ad occuparsi della propria educazione

adulta, più i sintomi di un’iniziazione non oltre rinviabile compaiono presto. Il problema diffuso è

rappresentato da una vita adulta sempre più lunga e dispersiva, che più tardivamente si sveglia al suo destino,

che a fatica rinuncia alla sua libertà e licenze, alle sperimentazioni amorose, alla propria ricerca di sé per

errori e tentativi.

L’immaturità è diventata una virtù stessa della maturità: ci si racconta questa favola un po’ per

autogiustificare l’esuberanza della voglia di trasgredire ancora, di prolungare le incertezze giovanili perché

educare stanca, avvilisce, demoralizza.

Gli educandi vanno a cercarsi altrove quel che non chiamiamo educazione, eppure lo è. In strada, nell’etere,

interagendo tra loro, costruendo nuovi banchi virtuali e piattaforme elettroniche. Senza mai ritenere che

questo basti a mettersi l’animo e la coscienza in pace, la soddisfazione di essere riusciti a contrastare lo

sfinimento con lo sfinimento stesso fa di ogni impresa educativa un’esperienza eroica.

L’educazione è una silenziosa, poco spettacolare, lunga marcia, da perseguire a testa bassa senza troppi

cedimenti, dinanzi alle moine dei minuscoli o già puberi seduttori, richiede che la distanza reale tra le età

venga affermata nei fatti, che non la si anneghi sfuggendo ai conflitti, ricorrendo a accoglienti e assolutorie

maniere. L’amore si rivela più educativo solo se all’amato talvolta sembri di non esserlo sempre e di non

avere il diritto assoluto ad essere amato.

L’educazione non è finita, Demetrio

Un altro equivoco alimentato di recente dalla letteratura psicopedagogica, dalla fortuna anche pubblicitaria

della parola cura (in ogni sua diversa forma) contribuisce ad accrescere la confusione e a tranquillizzare

genitori ed educatori quando ritengono che basti prendersi cura di qualcuno, compresi se stessi, per aver fatto

tutto quello che si poteva fare. Cure affettive materne e paterne, cure materiali, mediche… costituiscono la

“base sicura”, il requisito necessario affinché si possa crescere senza paure e sani, in grado di essere capaci

di amare restituendo l’affetto ricevuto sotto forma di premure verso chi sia invecchiato.

Il prendersi cura di qualcuno, garantirne la sopravvivenza, appartiene da millenni all’istinto umano e non

solo. Trascurare tale prodigarsi significa collaborare al decadimento della propria umanità. Come possiamo

affermare che la cura non sia sempre la grande educatrice di cui tutti parlano? Perché dalle sue pratiche

dipende tanto la vita inconscia quanto la genesi della consapevolezza di ciascuno di noi. Quegli atti mancanti

o troppo abbondanti potranno incidere variamente sui nostri modi di curare-educare, di scegliere una

professione che si occupi degli altri o viceversa di respingerne il solo pensiero.

Le prestazioni di cura, questo è l’odierno fraintendimento, non esauriscono tutta l’educazione e non

disegnano con sicurezza il nostro e altrui destino.

Le cure sono un’opportunità dovuta, sacrosanta, un diritto universale. Occorre che le istituzioni facciano di

più per garantirle, che non venga fatto mancare nulla ai affinché diminuisca la quota smisurata di infelici

curati male. Tuttavia, una buona riuscita educativa non ne è l’automatica derivazione. Poiché una overdose di

attenzioni, di proiettività equivale spesso a una privazione del peso svolto dai vissuti conflittuali, da quel

prendersi cura anomalo che invece di togliere di mezzo gli ostacoli li a va cercare per metterli sul cammino

di chi sta crescendo. Forse le madri e i padri sono diventati troppo curanti più che educandi.

La cura se non compensata da contemporanee, energiche e strattonanti azioni di richiamo al rispetto di regole

di convivenza, facilmente può mutarsi in trappola, senza riuscire a comunicare qualche valore educativo

autentico, che pure le appartiene. La cura è ingrediente del lavoro educativo e viceversa se può contare

sull’esistenza di una preoccupazione non solo emotiva per le sorti di chi sta entrando nella vita.

La cura trasmette un suo sapere, ma il ritenere che questo basti è mettersi e mettere su una strada sbagliata.

L’educazione, invece, è trasmissione di saperi anche indigesti, di orientamenti di valore incompresi, di

incentivi a pensare con la propria testa. L’educazione è comunicazione di cose da imparare e memorizzare,

per restituirle e reimpiegarle nella migliore visibilità e spendibilità sociale.

Tanto più si penserà che le cure siano il bene assoluto e sufficiente, il prerequisito per avere voglia di

imparare, tanto più si perpetuerà un equivoco tra i più preoccupanti per le sorti dell’educazione.

3. L’educazione è sbiadita

L’educazione si è scolorita perché le idee, i principi, le utopie si sono stinte, se non estinte.

L’educazione che non faceva problema è slavata anche perché è il mondo che tende a sbiadirsi omologando,

standardizzando e appiattendo.

Si tratta di individuare nelle sue diverse direzioni di senso, indipendentemente dalle convinzioni e dalle fedi,

ciò che rappresenta un patrimonio comune, civile, umano da ricondurre a poche idee, rispetto alle quali non

si debba sempre ricominciare a negoziare e patteggiare. L’educazione deve tornare a essere il metodo

indispensabile per esercitare il diritto a vivere, a rispettare ogni differenza che non nuoccia apertamente al

bene comune.

Il pericolo è insito nell’educazione quando la si rende una monotona litania individuale e non l’assunzione di

responsabilità collettive, per una collettività sempre più abitata dalle differenze e dalle disparità.

È sbiadita quell’educazione alla quale si affidava il compito di perpetuare le sorti delle generazioni, che per

millenni ha garantito coesione e controllo sociale e senso di appartenenza perché l’educazione è strettamente

intrecciata alla storia delle comunità umane, dalle più minuscole alle più agguerrite e invadenti.

L’educazione si è sbiadita inoltre a causa del carattere delle nostre relazioni interpersonali; non sembra più

abitata dal sentimento del rimpianto.

Il grigiore si è insinuato nel fare educazione perché è diventato un mestiere o un’occupazione noiosa, poco

concepita come una delle scommesse più ardue, perché appiattita nel presente, nella routine quotidiana,

senza la passione di guidare verso un plausibile domani. È venuta scolorendosi l’imponderabilità

dell’educazione, che ne rappresenta il fascino quando se ne intendano misurare ad ogni costo gli esiti,

quando se ne persegua la descrizione in tutte le sue pieghe più triviali e perverse, archiviandole in cervelli

elettronici, illustrandole in ologrammi e forzandone premesse, metodi, risultati attesi in saggi e dispense

divulgative.

L’educazione non è finita, Demetrio

Sappiamo che l’educazione non condiziona ineluttabilmente una sorte personale annunciata da

predestinazioni biologiche, culturali o sociali. L’educazione avrebbe dovuto riequilibrare gli svantaggi,

pareggiare le opportunità di partenza, essere una vera impresa di promozione umana. Questa sua funzione

positiva, ispirata a giustizia, a preoccupazioni per i più deboli e sfortunati, pare essere tramontata. Le

ricerche indicano che i privilegiati per censo utilizzano le risorse dell’educazione per aumentare i loro

vantaggi di partenza, mentre gli altri vengono lasciati a loro stessi.

È nata una retorica dell’empatia, del disagio di crescere e dei “bisogni” di cura che ai grandi sfuggono

quando non si siedano a prestare ascolto a un adolescente che non vede l’ora di chiudere il colloquio al più

presto, senza irridere all’importanza di sapere che cosa il destinatario all’ascolto desideri, pensi, stia

escogitando, è bene non dimenticare che educare è innanzitutto parlarsi, litigare, contrapporsi o, per lo meno,

disponibilità ad ascoltarsi a turno e ad armi casalinghe alla pari. È soprattutto affermare, convincere,

spiegare, raccontare, infondere entusiasmo, porre domande, rimproverare, ammettere i propri errori.

Gli adulti, oltre che a schiarirsi la gola per dire cose sensate, devono anche imparare l’arte del silenzio nella

vita educativa. L’arte di fare insieme cose, dell’andare, del visitare, dell’incamminarsi verso una meta

solitaria non in assordante comitiva. Vivere pedagogicamente in silenzio, senza ascoltarsi, senza

reciprocamente raccontarsi, può valere più di mille prediche. È far sentire la presenza adulta in altro modo, è

educare al valore delle intese profonde, dei cenni, della complicità affettiva che prescinde dalle parole

genitoriali. C’è più senso educativo nell’insegnare a tacere, a camminare in silenzio insieme, ad assaporarne

il gusto meditabondo, a sospendere l’eloquio interminabile che nasconde tante verità.

4. L’educazione è impaurita

L’educazione ha paura, perché la spaventa, sentendosi fragile, opporsi alla vita, allo stato delle cose,

all’ingiustizia, a quanto di peggio riesca a produrre per l’ignavia degli uomini.

L’educazione parla a voce bassa; si è fatta zittire da chi si è e educato, e non solo rassegnato, a perdere ogni

fiducia nei mezzi per contrastare le crudeltà e le sopraffazioni verso chi è più debole.

L’educazione che dovremmo salvare ad ogni costo non può non avere paura ogni ambizione

predeterminatrice, sia si che si ispiri alle scoperte nel campo della genetica e della biologia o piuttosto a

verità intoccabile di qualche divinità. Si rianimerà però e tornerà a se stessa, alla sua umanità e civiltà, se

l’aiuteranno ad introdurre concetti discreti, ma determinanti, nelle storture congenite, nelle condotte

aberranti, nelle sue paure verso il nuovo, l’innovazione, la ricerca di altri approdi. Altre paure, meno

filosofiche e politiche, impediscono all’educazione di uscire dalle trincee in cui si è rintanata.

L’educazione ha paura poiché sono gli educatori senza volto, occulti, a infondergliela oltremisura. In realtà

dovrebbe esserle sconosciuta, perché nascere, fare i primi passi, uscire in strada, avventurarsi nei vicoli delle

prime esperienze di crescita è sempre stato fonte di rischi. L’educazione per farsi riconoscere ha dovuto

sfidare questi timori.

Se educazione è quanto impariamo muovendo verso le cose, aprendoci con irresponsabile entusiasmo, a

chiunque e a qualunque cosa ci venga incontro o che andiamo a cercare, non dovrebbe rintanarsi. Nonostante

tutti i ripari domestici o molto costosi che possiamo predisporre, il prefiggersi di cancellare del tutto (non

solo educando) la dimensione del pericolo equivarrebbe a svuotare l’educazione del suo irresistibile fascino.

Se vogliamo affrontare seriamente i problemi educativi è impossibile fingere alla lunga che si viva nel

migliore dei mondi possibili. Dimentichiamo che avere paura è un sintomo vitale (quindi potenzialmente

ricco di elementi educativi), ma tale da confondere la ragione, con il risultato che la legittima difesa si muta

in attacco preventivo.

L’educazione alla ragione e alla ragionevolezza si trova in difficoltà davanti all’irrazionalità incivile di

reagire all’ignoto, alle sue facce primordiali, davanti: alla diversità (a ciò che è anomalo e ti entra fin in casa

solo per immagini), alla lontananza (a ciò che evoca partenza, viaggio), alla perdita ( a ciò che riaccende il

fantasma della morte, della fine dei privilegi, dell’illusione di immortalità).

- La paura può condurre a non procreare, a non aspirare ad alcun allievo, ad abdicare all’imperativo

genetico di passare a qualcuno le consegne e di saper uscire di scena, quando sia arrivato il proprio

turno.

L’educazione non è finita, Demetrio

- La paura può ingessarti le idee, mentre l’educazione ha sempre bisogno di idee nuove, o può

annichilirti davanti ad una decisione da prendere, quando l’educazione è spingere a scegliere, costi

quel che costi.

- La paura può spegnere sul nascere ogni indizio di creatività, di estro e fantasia, quando l’educare

fecondi anche questi ingredienti, necessari alla mente, al linguaggio, alla voglia di inventare.

Persino certi giochi utili a imparare a vivere generano inquietudini.

Non esistono formule magiche per garantirsi un territorio protetto, uno spazio assolutamente sicuro in cui

crescere all’oscuro di quanto accade oltre il muro di cinta che separa l’incanto dalle terribili verità

dell’esistenza.

Sconfiggere l’ansia che lavora dentro di noi è impossibile; è deleterio trasmetterla come l’unica educazione

giustificabile. È all’interno d’essa che continua a rinascere la paura, come angoscia, panico, irrazionalità; è il

nostro corpo nelle sue oscure cavità immateriali che va indagato per stanare i fantasmi che ci terrorizzano.

L’educazione si è fatta circospetta proprio davanti a quanto potrebbe mutarsi in risorsa e occasione per

apprendere purché la prudenza non chiuda le porte all’imponderabile, fonte, pur dolorosa, di incontri

educativi che chiedono al vivere un coraggio di cui si sono perse le tracce e che non ritroveranno certo

affidandosi alle fiction o alle altrettante false sincerità dei reality show.

Educare è avere coraggio ed educare ad averne. Con la paura si inibiscono quelle indispensabili prove ed

esplorazioni che rendono autonomi e responsabili, le soddisfazioni dell’essere riusciti a fare senza qualcuno

che ci desse una mano.

5. L’educazione è avvilita

Gli avvilimenti in educazione sono storia antica e multiforme. Li si è terrorizzati pedagogicamente per

esorcizzarli per farne un’arma di ricatto, di gratuita tortura.

Millenaria è la pedagogia della crudeltà. Umiliare l’allievo ribelle, o soltanto un po’ diverso dagli altri, con

punizioni corporali, mettendolo alla berlina davanti ai coetanei; offendere per il piacere sadico di riscuotere

plauso e di affermare il proprio potere su un minore; approfittare del proprio ruolo per abusare sessualmente

di figli o scolari; insultare, mortificare, deridere, accusare ingiustamente, reprimere sul nascere talenti e

potenzialità che mai più sapranno ritrovare la loro rivincita. La tipologia delle efferatezze impunite e gabbate

come educative è incalcolabile.

L’educazione è arene di soprusi, vessazioni, ricatti millenari. Non si può capire quanto bene fece

all’educazione e ai suoi destinatari l’interposizione della scuola pubblica; quante cattiverie, meschinità,

crudeltà, ingiunzioni superstiziose e omertà poterono essere arginate e sottratte alla totale licenziosità

“pedagogica” di innumerevoli altri luoghi privati, dove in nome della difesa della loro legittimità, e libertà, di

fare educazione senza sguardi indiscreti, si sono officiati i peggiori delitti contro l’infanzia e l’adolescenza.

Queste prepotenze non cessano nelle relazioni di potere tra adulti: le donne, i non adatti a certi ruoli, i

detronizzati per vecchiaia dai posti che egregiamente avevano occupato vengono demoralizzati con gli stessi

meccanismi di difesa collaudati verso i minori.

Se il primo palcoscenico delle vessazioni e delle violenze è l’infanzia, il peso dell’eredità di tali perversioni a

opera di adulti e non adulti si perpetua all’infinito, nella ripetizione degli stessi gesti.

Sono la prevaricazione, lo scoraggiamento, la ferita all’amor proprio deliberatamente inferta per capriccio, il

ricatto vile, a rappresentare il sommerso intramontabile delle pratiche di avvilimento che nuocciono

all’educazione.

Questi “vizi” educativi degli educatori, con superficialità, vengono ritenuti dal senso comune un corredo

indispensabile all’esercizio della convivenza o di espliciti compiti educativi. Indipendentemente dagli ambiti,

ciò si adempie sempre a favore di un’ideologia che reputa educativo soltanto quanto contribuisce a far

imparare come si fa a sopravvivere.

Non è meno scoraggiante e avvilente osservare che l’educazione buona viene sconfitta da una sorta di

nemesi, di regolamento di conti rinviato fino ai giorni nostri, da una parte consistente di giovani.

Si sono rovesciate le parti poiché a pagare questo abbandono sono gli insegnanti incolpevoli, i genitori forse

troppo distratti dalle proprie voglie, i generosi educatori di strada, che sono divenuti i destinatari di

avvilimenti di ogni sorta; gli zimbelli al centro di ignominie che solo in parte dipendono dall’incontinenza

giovanile e dal gusto sadico di imitare quello che i media, nella più totale franchigia e tolleranza, non

propongono, ma impongono a tutto spiano.

Una delle più grandi virtù dell’educazione, il saper generare l’imitazione dei migliori, si è trasferita altrove: i

giovani prendono a modello quel che gli propone il mercato dei costumi di massa.

L’educazione non è finita, Demetrio

Gli avvilimenti, quali che siano gli offesi e gli umiliati di turno, sono di ben altra natura, e più gravi poiché

non riguardano qualche minoranza allo sbando. La credibilità di un’educazione pensatasi vuole colpire al

cuore, offendendo chi cerca, nelle condizioni più oltre non sostenibili, di innalzare i livelli del proprio lavoro,

cui si aggiunge lo sprezzo, la commiserazione, la distima nei confronti di coloro che per scelta imboccano le

professioni educative, cui va sommata la denigrazione istituzionale, venuto meno il pregio sociale, operata

dalla mancanza di riconoscimenti per tutti gli sforzi generosi e spassionati di chi ci crede ancora. E viene

avvilito nella sua dignità personale e preparazione, trattato come un’anima ingenua e meschina che altro

mestiere non è riuscita a trovare. Così non accade per i facoltosi luoghi in cui si impara, secondo regole più

militari che educative.

L’educazione non sfugge alle umiliazioni e alle offese da parte di chi si è dimenticato delle “buone maniere”.

Da sempre la parola educazione viene intesa e usata in riferimento alla perdita di un poco di garbo abituale o

di reciproca buona creanza. Per consuetudine popolare e aristocratica, è del resto da ritenersi educato chi è

persona ammodo, cortese, gentile e garbata.

Le buone abitudini, i rituali automatici scomparsi, non si traducono in educazione soltanto nelle elementari

forme di attenzione, curiosità, amabilità verso gli altri.

La facoltà di saper stare insieme ai noti e agli ignoti viene avvilita quando manchino moti dell’animo che

dovrebbero mostrarsi secondo spontaneità umana, come la riconoscenza, la gratitudine.

L’educazione subirà il colpo di grazia quando verrà meno ogni sentimento di reciprocità, di scambio.

Lo stesso sentimento e atto del “tradire” rappresenta uno dei motivi conduttori più salienti e dolorosi

dell’educazione data e ricevuta.

- Si tradiscono genitori che avevano riposto tanta fiducia nei figli e profuso tante sostanze per la loro

istruzione.

- Si tradiscono insegnanti che avevamo devotamente seguito per anni, per altri ritenuti più seduttivi,

brillanti, giovanili.

- Si tradiscono persone che ci hanno assolto, spiegandoci come avremmo potuto riprendere la retta

via, ricadendo nuovamente nel peccato.

- Si tradiscono i figli che avevano posto in noi una fiducia totale, per i quali eravamo maestri in tutto.

- Si tradiscono sul lavoro i capi che meglio ci avevano spiegato il mestiere.

- Si tradiscono amici che non solo ci avevano aiutato in circostanze ingrate, ma dai quali avevamo

imparato a riflettere, a pensare a dire grazie.

Tradire non avvilisce, essere traditi sì.

Un’educazione che voglia superare i propri avvilimenti non potrà che occuparsi dei rappresentanti della

prima categoria, augurandosi che i vessatori traggano qualche insegnamento chiedendo perdono.

6. L’educazione è indefinita

Il significato delle parole muta storicamente, poiché è il segno delle trasformazioni culturali. Questo è

accaduto anche all’idea alla nozione, alla categoria mentale di educazione, cui si pervenne attraverso il fare

esperienza di qualcosa di cui si aveva estrema necessità e che aiutava a vivere meglio, a perpetuare la specie,

a conquistare una donna o un territorio di caccia, a costruire navi, e quindi insegnava ad errare.

L’educazione nelle mani umane può renderci migliori o peggiori e, se lasciata a se stessa, ci rende ancor più

disumani di quanto prima non fossimo.

L’educazione delude il più delle volte

L’insuccesso educativo, per i più, è fonte di disdetta e preoccupazione, per noi invece è motivo di grandi

speranze.

È bene evitare la pessima abitudine di ottenere quel che si voleva all’origine dell’evento, che per essere di

successo deve darci risultati a livello di aumento della differenziazione della matrice originaria.

L’insuccesso brucia, eppure, quale stimolo migliore è in grado di risvegliare le forze tenebrose, ma positive,

del ritentare, del riprovarci?

Una mancata differenziazione produrrebbe un processo così uniformizzante da rendere l’educazione un fatto

di natura imitativa rispetto alle matrici originarie.

Educare ed educarsi equivale a non accettare per se stessi o per altri di restare a un livello di stabilità che ci

impedisce di realizzarci come soggetti. L’educazione diviene lotta e diritto alla propria difformità, alla

L’educazione non è finita, Demetrio

propria peculiarità. L’insuccesso davanti ad un ostacolo, al bivio, all’errore, all’imperfezione che ci chiede di

essere superata, diventa il fattore determinante affinché un’educazione come storia in assoluto individuale

possa delinearsi.

Se chiedessimo all’educazione di mostrarsi sempre, di esibire le credenziali dei suoi risultati visibili,

spendibili, encomiabili, verrebbero meno i suoi enigmi. Occorre rispettarne i misteri, i conti che non tornano

o mai puntuali, per questo non possiamo che avvicinarci ad essa se non con rispetto dovuto alle cose

imperscrutabili. Soltanto ogni vita individuale, ogni educazione personale, risponde a tali requisiti, tuttavia

qualcuno si affanna ancora a tentare di definire in che consista la “cosa” educazione. Ciò accade in Italia,

molto meno in Europa ed è pressoché assente oltreoceano, dove la parola “education” si riferisce senza

mezzi termini alla mera istruzione.

Non può che essere mansione fondamentale del pensiero filosofico, scientifico e morale occuparsi di

discutere e di argomentare ciò che significa educare ed educarsi. Non si dà esperienza educativa senza che

chi educa, consapevolmente o meno, non sia chiamato a sua volta a filosofare su quanto a facendo e a

sviluppare una propria educazione, come donna o uomo, a prescindere dal suo agire per il benessere,

l’apprendimento, la cura per gli altri.

La metafora del dramma applicata all’educazione si rivela di grande fecondità in quanto movimento

generatore di cambiamenti, insuccessi, risultati propizi, acquisizione di consapevolezza e miglioramenti.

Ogni storia ha un suo canovaccio (un plot), ha i suoi personaggi, i suoi sfondi e i suoi motivi conduttori e

soprattutto uno o più protagonisti. Ogni storia dipende tanto dalle scelte coraggiose, dalle strategie lente per

raggiungere un obiettivo, dalle svolte repentine, quanto dalle rinunce e dalle rese.

Un evento, di qualunque tipo sia, anche per il giudizio comune e non solo a livello scientifico può ritenersi

educativo dopo il suo accadere e non prima o durante, non prima del suo compiersi esperienziale. Può dare i

suoi esiti, o al contrario dimostrarsi inutile o irrilevante, a distanza di qualche tempo. La piena

consapevolezza di aver educato o di essere stati educati viene dopo.

La dispersione in educazione ne è l’ulteriore ingrediente costitutivo. Ogni evoluzione naturale, di specie, reca

con sé questa componente che gli uomini si affannano da sempre a ridurre e invece ne è intrinsecamente un

dato portante. Progettare di chiudere ermeticamente le teste per evitare che qualcosa di prezioso sfugga, è

non solo dannoso, è eticamente discutibile. Se l’educazione è parte integrante della vita non servirà a nulla:

scivolerà via, con gli anni scolorirà, fino a lasciarci inebetiti come se dovessimo riapprendere tutto da capo.

C’è educazione se c’è assimilazione di qualcosa, sia essa un’informazione, una notizia o un’istruzione

teorica, che non resta mai uguale a prima, che diviene qualcos’altro, che non sarà mai copia dell’originale.

Parte seconda: L’educazione non è finita

1. L’educazione è autodisciplina

La disciplina (dal verbo “discere”, imparare) è temuta come un fantasma d’altri tempi.

- È disciplina ciò che impegna al rispetto di una o più regole che risultano proficue alla lunga già da

qualche indizio immediato; che riesce a generare propensione all’attesa, aspettativa, fatica in chi a

essa si dedica. (La disciplina è consapevolezza di quello che si sta imparando);

- È disciplina ciò che ci aiuta a penetrare con costanza in qualcosa di cui non si comprende il senso

all’inizio. (La disciplina è una via di educazione alla consapevolezza allo scopo e degli sforzi

necessari a raggiungerlo);

- È disciplina ciò che si dimostra un metodo efficace a scoprire, esplorare, creare, inventare, realizzare

quanto per intrinseca motivazione ci invoglia ad affidarci ai suoi criteri. (La disciplina è una via di

educazione alla consapevolezza di impegnarsi in qualcosa, che comporterà oltre a un riconoscimento

formale, l’intima soddisfazione di essere stati capaci, di aver trovato, di essere apprezzati per

questo);

- È disciplina tutto ciò che genera autodisciplina, un’assuefazione partecipe ad assumere un dato stile

mentale, un modus vivendi, una condotta in vari ambiti della conoscenza e delle relazioni umane.

(La disciplina è una via di educazione alla consapevolezza di essere i protagonisti, gli attori

principali, gli autori di un programma, di un progetto, di un’attività cui applicarsi).

L’educazione non è finita, Demetrio

La disciplina, in queste quattro versioni, trasforma ciò che è educazione finita, reputata conclusa, amputata,

negata, in educazione infinita, in un’educazione che non può finire.

Senza autodisciplina non c’è disciplina che riesca del tutto a piegarci. Questa è una delle grandi conquiste

delle società civili, fondate sulla relativizzazione delle culture e delle educazioni.

La disciplina è arte filosofica, non sopruso. È arte del pensiero, arte di convivenza, arte nel dire di no, arte

della parola.

L’educazione non è finita se diventa un’interminabile, infinita, autodisciplina liberale, personale, interiore,

generosa, indocile.

Nelle segrete interiori ha luogo la più autentica, decisiva, cruciale avventura educativa, nel momento in cui si

capisce la propria vita, si sappia capire, che mai si smette di imparare dalla propria vita, senza alcun

guadagno e perdita se non per il sottile, quasi metafisico, piacere di sostare su quanto ormai, morto e sepolto,

continua a germinare.

Per educazione, che è soprattutto guardare avanti a sé senza vedere, che è sperare e desiderare qualcosa che

si possa raggiungere almeno per approssimazioni e tentativi, la parola infinito è quanto mai appropriata.

Nell’accezione compatibile con la nostra finitezza, la presenza di qualcosa che vada oltre noi, che ci

trascenda, che possa essere affidato dopo di noi ad altri, costituisce una tentazione irresistibile.

L’educazione può essere infinita se accetta di essere memoria, se si impegna a ricostruirla. Ricordare è

sentire e sapere per certo che si è vissuto.

La memoria ci rende attivi fino alla fine dei giorni. Allo spegnersi del discernimento, tace la coscienza e

l’educazione con essa; trasmigra però ad altri, resta in loro baia, in paziente sospensione. Nell’attesa che la

perdita fecondi emozioni e pensieri imprevisti, in chi resta.

L’educazione è quindi infinita finché ci è data la fortuna di poter rievocare, di raccontare ad altri la nostra

storia, come ci hanno educato e come ci siamo conquistati la nostra educazione.

L’educazione è infinita perché ne abbiamo bisogno in ogni frangente della vita, nelle svolte, nelle

incombenze funeste, per reagire tanto ai momenti di nascita quanto ai momenti luttuosi.

Ogni giorno nella vita adulta e anziana l’educazione attende che la si richiami presso di noi, per sostenere la

vitalità dell’intelligenza, per non perdere il contatto con gli altri, per mantenere desta l’eco di un prestigio

che con fatica si era conquistato, per suggerirci di lasciarci andare, di abbandonare la presa, di uscire di

scena.

L’infinitudine dell’educazione è pari alla sua finitezza, alla necessità di rinnovarla dentro di sé.

L’educazione è infinita quando si facciano scelte di allontanamento dagli altri e dai traffici usuali, nei quali si

è spesa la più parte della vita.

L’inquieta tensione verso i confini della maturità, verso la sua incompiuta meta, può chiedere ulteriore

sviluppo esistenziale, altre risorse educative: quando sia la vita interiore a imporci più cura di noi, in un

nuovo ulteriore lavorio della mente. Conta soprattutto la riscoperta delle tradizioni sapienziali (filosofiche e

religiose), se sappiamo educarci a stili di vita più sobri, di convivenza meno affannati, di pensiero sempre

meno dedicarti al superfluo e all’inessenziale. La saggezza è l’esito esitante dell’ultima, la più esaltante,

ricerca della bellezza oltre che della vita sana e giusta.

L’educazione è infinita se qualcuno ha lavorato prima rendendola tale, se ha saputo garantirci le risorse per

prolungarla, completarla, desiderarne altra.

La concezione miope secondo quale l’educazione finisce è smentita dalle esigenze delle dinamiche reali,

socioeconomiche innanzitutto.

Il lavoro ha bisogno di precedere le innovazioni, di prevederne l’urgenza sotto la pressione delle continue

sollecitazioni interne e internazionali. Nessun ambito può permettersi di sfuggire ad aggiornamenti, a

riadeguamenti, alle domande di una diversa educazione.

L’educazione è un indicatore delle dinamiche democratiche, di accoglienza, di integrazione e di esercizio dei

diritti di cittadinanza.

Laicità educativa significa smetterla di vedere il bambino come eterno bambino e l’adolescente come

giovane sempre, è concepirli e prepararli ad essere già cittadini, senza indulgere in eccessivi pedocentrismi.

L’educazione non è finita, Demetrio


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Sara F

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Riassunto di Pedagogia generaleL'educazione non è finita - Demetrio. Nello specifico gli argomenti trattati sono i seguenti: Dove si è nascosta l’educazione?, L’educazione è smarrita, L’educazione è sfinita, L’educazione è sbiadita, L’educazione è impaurita, ecc.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in teorie della comunicazione e dei linguaggi
SSD:
Università: Messina - Unime
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Sara F di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Pedagogia generale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Messina - Unime o del prof Romano Rosa Grazia.

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