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L'educazione non è finita, Demetrio

Prima parte: Dove si è nascosta l'educazione?

L'educazione è smarrita

Noi siamo quell'insieme di parole che abbiamo continuato ad usare, senza più interrogarle, dalle quali non riusciamo più ad allontanarci. Ogni parola, importante od effimera, costituisce una fonte di identificazione, un universo intimo, oltre che uno strumento necessario a comunicare con il prossimo. Educazione è una delle parole più importanti della nostra vita. È impossibile raccontare di noi in modo compiuto ed eloquente prescindendo da questa parola, come da tante altre a cui questa è riconducibile: amore, dolore, felicità, conquista, scopo nella vita, cambiamenti, … sono tutte situazioni esistenziali in cui si impara, volenti o nolenti. Nel corpo e nell’animo l’educazione è una parola che ha a che vedere con l’inconscio, con tutto quello che abbiamo assimilato senza accorgercene, al di là dei filtri e delle censure della coscienza.

Ammettendo, per assurdo, che un’amnesia la cancellasse dalla nostra mente, le conseguenze sarebbero alquanto gravi poiché:

  • Svegliandoci avremmo dimenticato il nostro nome. L’educazione ci ricorda chi siamo;
  • Non sapremmo prendere un attrezzo o la penna in mano. L’educazione è sapere;
  • Cammineremmo ancora a carponi. L’educazione è evoluzione umana;
  • Non potremmo commuoverci per la perdita di qualcuno o per un amore ritrovato. L’educazione è riconoscersi negli occhi di un altro;
  • Non riusciremmo a mettere insieme le idee per il giorno dopo. L’educazione è aver imparato a ragionare;
  • I nostri figli ci toglierebbero il saluto. L’educazione è saper conquistarsi la stima degli altri;
  • Ignoreremmo che cos’è la riconoscenza. L’educazione è provare gratitudine e saperla manifestare;
  • Il nostro cervello sarebbe già in coma profondo senza saperlo. L’educazione è vigile coscienza di esistere;
  • Non capiremmo dove e perché abbiamo sbagliato. L’educazione è senno del poi e ci muove al rimorso e al rimpianto.

Ogni parola è frutto d’esperienza. È indispensabile domandarsi se l’educazione non si sia nascosta proprio dove non la si vuole vedere, se sotto tanta enfasi che mette in risalto il ruolo dell’educazione non ci sia forse un vuoto di idee e di principi, se non si debba allora ridarle vigore con i fatti, nutrendola e corroborandola con forza in qualche idea. Non è indispensabile cercarne nuovi significati, data la sua importanza nella vita di noi tutti si richiede un maggiore sforzo di comprensione per ridarle giusto peso e dignità.

L’educazione ha avuto a che fare con tutto ciò che siamo, che abbiamo cercato per noi e saputo, o dovuto, capire per assecondare i nostri desideri. L’educazione lascia dietro di sé scie amare, anche rispetto a quello che non avremmo mai voluto diventare. Ha a che fare con le scelte e le occasioni perdute. L’educazione alimenta la preziosa facoltà di desiderare, ci aiuta a sperare, ad andare avanti, a perseverare nella ricerca della nostra sorte al passato e per il tempo che ci resta da vivere. L’educazione agisce quando non la ripensiamo e aggiorniamo, continua a lavorare dentro di noi per noi o contro di noi (se troppo poca), a nutrire i nostri comportamenti (se troppo abbondante).

L’educazione vuole solo che le si dia una mano, che le si venga incontro inventando, attingendo, proponendo esperienze cui si addica l’aggettivo “educativo”. L’educazione vuole per prima cosa essere rieducata proprio da chi ha educato. È reversibile: si tratta di incominciare a rinunciare agli stereotipi che la imprigionano. A rendere i ricordi educativi è il filo conduttore rappresentato dal fatto che abbiamo avuto la possibilità in tali situazioni di scoprire qualcosa in più del mondo intorno a noi e soprattutto di noi stessi. Non solo con l’infanzia o l’adolescenza; l’educazione ha a che vedere con gli incontri successivi, fatali per la carriera; con errori irreparabili e poi rivelatisi provvidenziali, con i successi dovuti a figure di educatori obliate o ancora vivide nella memoria. Scopriremmo che l’educazione orienta il nostro agire ad ogni passo, poiché l’educazione è anche tutto ciò che ci è mancato nella vita.

L'educazione non è finita, Demetrio

Non impariamo soltanto dalle figure umane, ma anche dai luoghi, dalle circostanze felici o avverse, dai nostri sbagli. L’educazione, nonostante sia ancora così essenziale, indispensabile e parte intrinseca di ogni vicenda umana, ha conosciuto tempi migliori: si ragionava di più sul suo ruolo, sul suo valore e sulle sue virtù, si riponevano in essa grandi speranze, si lottava per difenderla quando, grazie ad essa, la libertà, il riscatto sociale, l’emancipazione dalla povertà erano aspirazioni condivise.

Da Platone in poi, l’educazione è stata arbitra di ciò che è buono e di ciò che è male, di ciò che ha cercato o evitato per la propria felicità, per la sopravvivenza del proprio gruppo, per l’identità comune. Un’educazione concepita solo come mondo di valori ispiratori di costumi, di orientamenti, di virtù ha rappresentato l’inizio della sua fine: quando sulla scena apparvero la scienza (la quale ha bisogno di prove prima di pronunciarsi) e le filosofie negative e “deboli” (le quali hanno bisogno di procedimenti dubitativi, di decostruire ogni parola o ogni linguaggio prima di azzardare un’opinione, e non più qualche verità assoluta).

La troppa enfasi, la prolissità eccessiva e la retorica hanno contribuito a danneggiarla, come l’accanimento critico nei suoi confronti da parte della biologia, della psicoanalisi e delle psicoterapie. Queste ultime si sono sostituite a quell’educazione che credeva, da sola, di salvare, di proteggere, di guarire le malattie delle persone e del mondo. Da un lato, l’educazione si trova ad essere smarrita e denudata come mai era accaduto prima, dall’altro, e queste sono le vere cause del suo non riuscire più a riconoscersi e a identificarsi con quei saldi piedistalli valoriali, le condizioni materiali del nostro esistere, i nostri bisogni e desideri, i nostri diritti hanno subito, e vanno subendo, cambiamenti radicali senza sosta.

Soltanto cercando nelle nostre storie e cercando dove l’educazione sia andata a rifugiarsi possiamo tentare di riscriverne il senso. L’educazione non può più essere riscoperta per via deduttiva, facendola discendere da valori desueti, bensì induttiva, attingendo alla particolarità delle nostre storie, nelle quali orme di educazione ve ne sono a iosa. Un metodo simile ci invita a rintracciare nell’esperienza, nei fatti che ci sono capitati, nei maestri o antimaestri incontrati lungo il cammino, le tracce e i sintomi di qualcosa cui altro senso non possiamo attribuire che non si riconduca a quanto l’educazione continua a rappresentare.

Senza qualche mappa ideale meno enfatica che incoraggi l’educazione a uscire di nuovo allo scoperto, essa si ridurrebbe soltanto alla registrazione autobiografica di quel che ci accade. Questa constatazione è utile a dimostrare che non vi è vita senza educazione, ma non possiamo abbandonarci soltanto a disamine personali perché l’educazione ha mire più ambiziose: il suo scopo è sempre stato quello di mettere un poco d’ordine nel caos dell’esistenza.

Davanti alle domande educative che si vanno differenziandosi sia per categorie e aspirazioni sociali, sia in relazione ai mutamenti del corso della vita, è possibile individuare ancora qualche scopo comune? Le posizioni sono differenti: c’è chi preferisce ispirarsi alla più assoluta anarchia liberistica, scorgendo nel disordine, nell’arrangiarsi, nel far da sé il toccasana di ogni male; e c’è chi ritiene che basterebbero poche regole generali alle quali richiamarsi, nel disegnare che cosa possiamo chiedere all’educazione di tornare ad essere.

Le proposte, le suggestioni, le utopie non mancano, però si riconducono alla scuola in quanto principale fonte di educazione. Ma la scuola non è che una delle “case” dell’educare e non vi è da stupirsi se da diverse fazioni si torni ad invocare la de-scolarizzazione, come la soluzione vincente di quella che è stata ritenuta una macchina del vuoto, dispendiosa e inutile. È bene non accreditare alla scuola ogni potere in fatto di educazione, è molto meglio ridimensionarla, quando si guarda all’educazione non soltanto come uno stadio della vita.

Per ricondurre ogni fonte dell’educazione agli uomini e alle donne concreti, occorre prima di tutto ridarle un senso ispirato umanisticamente in un lavoro che compete ad ogni individuo consapevole e affidabile, il che significa imparare a lavorare su di sé affinché la propria educazione non si debba mai concludere, affinché ci si possa dedicare ad imparare da chi sta cercando di educarsi ancora. E niente può sostituirsi al potere dell’esperienza diretta, dell’imparare facendo. Purtroppo le nostre pigrizie intellettuali preferiscono avvalersi di frasi fatte, amiamo guardare quello che succede senza intervenire.

L’educazione dovrebbe essere interrogata al di fuori di ogni schieramento di parte, di ogni preconcetto. Va avvicinata per quel che genera di conforme, di difforme e a volte perfino di mostruoso. Tanto i valori, quanto i disvalori più spregevoli che elargisce nella sua inquietante innocenza concorrono in ogni caso alla formazione dell’individuo. Per questi motivi l’educazione deve tornare all’uomo, affinché possa estrarre gli umori più fecondi, i quali sono tali solo se concorrono a perpetuare le esistenze, a renderle più degne, a evitare che esse si distruggano in nome di valori che includono già dentro di sé lo sterminio e la sopraffazione.

Dell’educazione si è cercato di dire tutto il bene possibile, fingendo non poco sulla sua natura, ritenendola di per sé un’edificante, metafisica e spirituale parola. Ma l’educazione ci penetra nella carne, nei gesti, nel cervello e a volte così profondamente da non abbandonarci più, da resistere persino ai cambiamenti radicali che consiglierebbero una revisione dei suoi codici. L’assumiamo con l’aria, con le parole che ci hanno insegnato o negato, con l’affetto che ci hanno garantito o sottratto, con i giochi che abbiamo giocato, con le dosi massicce di esposizione a qualunque cosa potesse colpire i nostri sensi; la sua natura è a tal punto vitale da chiederci di addomesticarla, l’educazione ci appartiene e noi apparteniamo ad essa, eppure non sappiamo riconoscerle né i meriti, né le indegnità che ci ha insegnato, non basta un’intera vita a scrollarcela di dosso, a dimenticare quanto di lei ha contribuito al nostro malessere, a non poter diventare come tutti gli altri. Non si vive senza imparare, senza sostare a regole di convivenza, senza poter scegliere qualche idea, uno stile di vita, senza adattarsi o rinnovarsi, quando sia giunto il tempo opportuno.

L’educazione c’è, ma il fatto di esistere non la assolve poiché accettiamo di lasciarle fare quel che vuole. È confusa l’educazione che aspira a incidere sul presente e sul futuro, a esercitare il suo peso con autorevolezza, a non rassegnarsi alla deriva delle intelligenze, allo scoramento, alla voglia di ingaggiare una lotta con il peggio dell’umanità e con il male dentro di noi. È possibile che ciò accada se riconosciamo all’educazione le sue qualità proteiformi, quando vengono accettati non passivamente quei momenti salienti che ci segnalano circostanze nelle quali il cambiamento ci travolge. Quando, per evitare di essere sommersi, sono i salvagenti del sapere ad aiutarci e a permetterci di ritrovarci. Una moltitudine respinge qualsiasi suggestione educativa preferendo attribuire a media di massa il compito di farsi persino diseducare. Per i curiosi, gli inquieti, gli indomiti avidi di conoscenza, l’educazione invece non può finire mai, si trasforma in autoeducazione.

Gli equivoci dell'esperienza educativa

Gli equivoci di cui l’esperienza educativa è costellata sono tanti e complicati. Bisogna chiedersi:

  • Educare è istruire e insegnare?
  • Educare è ammaestrare?
  • Educare è curare e alleviare?
  • Educare è guidare e indirizzare?
  • Educare è assuefare?
  • Educare è sedurre?
  • Educare è manipolare?
  • Educare è chiedere che si venga imitati?
  • È copiare, costringere, spiegare?

I termini precedenti che hanno a che vedere con questa parola senz’altro omnicomprensiva possono risultare amorfi, neutrali, freddi se non li rivisitiamo alla luce di qualche metro di misura morale: l’educazione, quali siano le sue diverse declinazioni e quali gli accenti, dipende dagli orientamenti etici, civili, altruisti o immorali, barbarici, egoistici che ispirano le nostre vite e che crediamo debbano vincolare quelle altrui.

Il primo equivoco (educare è istruire?) è tra i più ricorrenti e di annosa disputa. Ci imbattiamo in esso quando riferendoci all’educazione pensiamo in verità all’istruzione; dal momento che se si ritiene che l’istruzione sia già una via all’educazione, per molti la più importante, ne restringeremo le facoltà, i poteri, la grandezza critica e speculativa che questa questione sempre possiede.

C’è chi ritiene che l’educazione, come mai prima d’ora, abbia conosciuto, su un piano ormai planetario, la promettente diffusione attuale. Si scrivono nel mondo a getto continuo libri profetici sulle magnifiche sorti di cui l’educazione starebbe diventando l’indiscussa protagonista del nuovo millennio. Purtroppo si rivelano tuttora ancorati a visioni ottocentesche circa il potere miracoloso dell’istruzione di salvarci dalla miseria, dalla fame e persino dalla guerra.

Le fonti di sapere, gli interscambi tra fruitori e costruttori di conoscenza utilizzabili in tutti gli istanti del giorno e della notte, riguarderebbero pur sempre quote minoritarie di giovani e ancora meno adulti, per le quali l’informazione continua, incessante, permanente rappresenterebbe un bisogno vitale ineludibile. I saperi si trasformerebbero in educazione autentica nel momento in cui essi venissero usati per generare cambiamenti, a livello di opzioni individuali e di comportamenti collettivi, se non di massa. E questo è un principio che risulta adeguato per definire qualsiasi esperienza che si reputi educativa: si educa e ci si educa se impariamo qualcosa che ci fa diversi da prima. Di conseguenza, chi si limita a ridurre l’educazione al passaggio di informazioni, di abilità e capacità, possiede una percezione piuttosto riduttiva della questione, poiché l’educazione per loro sarebbe finita quando non ci fossero più erogazioni di informazioni e più passivi ricettori d’esse.

Tra i pessimisti c’è chi accusa l’educazione di contribuire ad accrescere la povertà sia culturale sia sociale ed economica, poiché acuirebbe ora le differenze, ora i privilegi tra chi può usufruirne fino all’eccesso e chi non sfoglia un libro o un giornale per il resto della vita e non trae alcun profitto tangibile da quello che ha appreso. I descolarizzatori più drastici rincarano la dose: vogliono dimostrare ai politici che denaro, certe carriere e successo possono essere conseguiti anche quando si abbandoni la scuola prima del tempo o non si acceda alla formazione universitaria. Tra i catastrofisti, che giustificano anche filosoficamente quello che dicono, c’è chi reputa che più si tira la corda alla pubblica istruzione, più occorrerà accentuare scelte di pedagogia scolastica autoritaristiche, selettive e restrittive. La scuola, in tal modo, tornerebbe a essere maestra di vita: insegnerebbe ai più piccoli e agli adolescenti che la vita è lotta.

L’istruzione, a lungo ritenuta il requisito dell’emancipazione, del progresso umano e civile, non è più quell’ascensore sociale, di cui parlavano i sociologi, bensì ora un puro accessorio opzionale, ora un modo efficace per ridurre le pressioni sul mercato del lavoro. Istruzione è una parola rassicurante, non possiede la vaghezza dell’educazione, il suo etimo ci tranquillizza e fa ordine nelle idee confuse, poiché si mantiene fedele alla sua origine latina: in-struere, cioè ficcare dentro, instillare, inserire qualcosa in qualcuno, si tratti di una nozione, di un’abilità o di un sentimento. L’istruzione può essere programmata, i suoi esiti, prevedibili e verificabili, sono quantificabili anche algebricamente. Di istruzione ce n’è bisogno e ne occorrerebbe molta di più, ma non la si contrabbandi con quanto si chiede all’educazione (che la include), cui però appartiene solo in parte. Se è vero che un’istruzione di base efficace può generare effetti di carattere educativo, cambiando la vita delle persone, non è detto che questa miriade di istruiti sia stata anche influenzata sul piano della dimensione etica o morale. Se l’istruzione può essere impartita, lasciando indietro i più lenti e ritardatari, l’educazione ha a che vedere con i destini individuali: è il soggetto, spesso con la complicità o la resistenza del suo inconscio, a essere l’unico arbitro di un successo o di un fallimento di tipo educativo. Chiunque si occupi della sua educazione dovrebbe accettare il suo eventuale fallimento, la sua inadeguatezza ed è proprio per questo che l’educazione non piace ai pratici e ai grossolani.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PED/01 Pedagogia generale e sociale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Sara F di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Pedagogia generale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Messina o del prof Romano Rosa Grazia.
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