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Laura Boella: Sentire l'altro

Parte prima: Conoscere l'empatia

Introduzione

Empatia risale al greco pathein = soffrire, patire e corrisponde al tedesco Einfuhlung che rimanda al verbo sentire. EMPATIA = atto tramite cui ci si rende conto che l’altro è soggetto di esperienza come noi: vive sentimenti, agisce; capire ciò che sente è essenziale alla convivenza → condizione umana = condizione di pluralità.

L’empatia è un sentire se stessi, proiettare, attraversare i propri sentimenti, stati d’animo in ciò che si ha davanti → sentire se stessi in un oggetto/soggetto. Essa rimanda a due movimenti:

  • Soggetto empatizzante che va verso, dentro una persona, un oggetto
  • Caratteristiche dell’oggetto/soggetto penetrano nel soggetto empatizzante che si lascia penetrare.

↓ Superamento della distanza; un ritrovare se stessi nella cosa/persona. Spesso si usano parole come sinonimi dell’empatia, le quali nascondono il vero significato: ad es. empatia ≠ compassione = ponte tra la vulnerabilità dell’altro e una morale di giustizia (ha una connotazione morale-politica).

Esperienza del dolore ≈ situazione di emergenza che “costringe” ad aprirsi all’altro, ad essere buoni; per aprirsi all’Altro c’è bisogno della sofferenza.

Al contempo, assumendo che il soggetto entra in un mondo preesistente incontrando inevitabilmente Altri, ne consegue che il legame con gli altri venga vissuto come un fatto ontologico, esistenziale: Altri = componente esistente indipendentemente anche quando non c’è una reale relazione → si forma l’idea che non ci sia nulla da comprendere circa l’incontro dell’Io e dell’Altro.

Inoltre, Lewinas → verso l’altro si prova una responsabilità originaria che assume il carattere di addossarsi le pene altrui in quanto “obbligati”; ma la responsabilità verso l’altro ≠ un fare esperienza appropriata, viva, concreta della relazione. Alterità abita la dimora della propria interiorità; nel quotidiano ci sono un’infinità di scambi sociali, ma un eccesso di stimoli, di pluralità porta a dispersione e a una riduzione dell’incontro con l’altro ai minimi termini → carenza del riconoscimento di chi è l’altro → impossibilità di scambiare la mia esperienza con quella altrui, rendendo l’incontro un momento di relazione viva.

L’incontro concreto aggiunge qualcosa di nuovo, non si limita a rendere esplicito il vincolo che ci lega agli Altri, ossia l’intersoggettività. Altro = condensazione di molteplici esperienze: conoscere un altro soggetto = percepire non solo un corpo, ma anche un’anima, vuol dire accostarsi a qualcuno che fa parte del mondo esterno, ma che possiede un’interiorità, che è un oggetto, ma c’è anche un soggetto, dotato di una vita propria.

Vuol dire venire a contatto con un frammento vivente del mondo in cui vivo. Il reciproco riconoscimento porta a una nuova nascita per entrambi ► EMPATIA = capacità specifica di sentire l’Altro, non è una comunione sentimentale, un sentire la stessa cosa, un assorbire le emozioni altrui. Ragioni storiche, filosofiche, culturali hanno fatto sì che il nostro senso dell’Altro si polarizzasse tra due estremi:

  • Esperienza involontaria e inconscia di un’interdipendenza corporea (es. simbiosi madre-figlio)
  • Fenomeno morale del patire per il dolore altrui

Perciò, oggi è all’o.d.g. la riattivazione di una sfera complessiva di esperienza, del sentire l’altro, nelle sue molteplici manifestazioni (amore, amicizia, aiuto...) ognuna delle quali modula in modo sempre diverso il rapporto tra corpo emozioni, conoscenza e volontà.

Un nuovo inizio

La fortuna dell’empatia (accusata di irrazionalismo) si interrompe con l’avvento della fenomenologia, che nel primo decennio del Novecento rivoluziona il metodo della conoscenza. Tra il 1910 e la metà degli anni Venti, la fenomenologia si trova di fronte a un bivio che riassume come la strana storia dell’empatia.

  • Edmund Husserl dice dell’empatia che si tratta di un enigma oscuro e addirittura tormentoso.
  • Max Scheler, un pensatore agli antipodi di Husserl come formazione e personalità, tra il 1913 e il 1923 pubblica un libro, Essenza e forme della simpatia, in cui smonta l’edificio teorico delle etiche della simpatia e compie un lavoro di distinzione terminologica tra le diverse forme del “sentire insieme” (Mitgefuhl): il contagio emotivo, l’unipatia o identificazione, la simpatia propriamente detta o condivisione di un sentimento e l’empatia, che rifiuta, considerandola una proiezione dell’io sull’altro.

Tra Husserl e Scheler è in gioco l’alternativa che ancora oggi si propone a chi lavora sull’empatia:

  • Quella tra una visione più attenta ai vissuti soggettivi (emotivi e cognitivi) che mettono in condizione di comprendere l’altro,
  • Una più interessata ai fenomeni antropologici, culturali, di psicologia dello sviluppo, ma anche delle masse, in cui si verifica una fusione, un flusso di emozioni e di sentimenti precedente (o che annulla) la distinzione tra l’io e l’altro.

Edith Stein → Assimilò il metodo fenomenologico di Husserl, pur essendo consapevole della non compiutezza, definitività della dottrina fenomenologica. Nel suo studio, Il problema dell’empatia (1917): si chiese che cosa fosse il fenomeno dell’empatia, del rendersi conto di quel che fa sentire, sente, vuole, pensa l’altro. Questo libro è valido per due motivi:

  • Si libera dell’idea paralizzante che l’empatia sia un “enigma”
  • La affronta come problema completamente autonomo dalla sua complessa e ambigua storia.

La prima cosa da fare era ritrovare il significato specifico dell’empatia a partire da un contesto denso e confuso. Il primo insegnamento della Stein consiste nell’aver effettuato una rottura di piani, nell’essersi spostata su un altro piano rispetto a quello frequentato dai più influenti teorici dell’empatia, azzerandone all’istante i falsi problemi. La sua ricerca mira infatti a chiarire l’essenza dell’atto che sta alla base di tutte le forme attraverso le quali ci accostiamo a un altro → EMPATIA. La Stein mira pertanto a ricercare ciò che, in ogni essere umano, fonda l’unità di sensibilità, emozioni, conoscenza, volontà, slancio verso l’assoluto.

La certezza che la realtà fuori di noi esiste e che non sia semplicemente un fantasma, un’allucinazione, un punto di vista soggettivo, deriva, diceva Husserl, dallo scambio di esperienza con altri che, come noi, percepiscono, sia pure in forme diverse, lo stesso mondo. L’accesso alla realtà del mondo esterno è garantito dunque non solo dalla percezione delle cose, ma anche dall’atto che ci restituisce l’esistenza degli altri e le loro prospettive: l’empatia.

Per la Stein sviluppare questa tesi non significava solo anticipare le ricerche sulla costituzione del mondo spirituale, che avrebbero completato l’indagine del mondo naturale: ella mira infatti a riabilitare un’ambigua, per quanto seducente esperienza emotiva, restituendole pari dignità rispetto agli atti della coscienza che ci fanno conoscere le cose.

L’empatia (con le sue regole specifiche che interessano la vita del sentire), diventa così un tramite essenziale per l’accesso alla realtà. Essa rafforza il senso di realtà acquisito attraverso la conoscenza della natura e delle cose che popolano il nostro ambiente di vita, completandolo con i dati relativi agli individui concreti e ai significati che essi si scambiano all’interno del mondo storico, culturale e spirituale.

L’empatia richiama immediatamente una serie di esperienze quotidiane che permettono di percepire l’esistenza dell’altro e insieme di “comprenderne” la personalità, le motivazioni che lo muovono ad agire, e quindi di entrare in un rapporto di scambio, di comunicazione. Le espressioni del volto (es. rossore) possono essere simulazione di un affetto, ripensamento interiore di un gesto. Sono operazioni fondamentali per la relazione intersoggettiva, per il rapporto con il mondo della natura, nonché per la vita storica, artistica, morale e spirituale, che si svolge in un contesto comunitario.

Tali operazioni non sono esclusiva di una teoria dei sentimenti, né dell’etica, né dell’estetica, ma si attengono all’esperienza umana. Ecco perché è importante conoscere l’empatia: per osservare e descrivere il fondamento originario del nostro esistere insieme agli altri. Bisogna capire che l’empatia non è la stessa cosa di simpatia, di compassione o di amore.

L’empatia mette in contatto con l’emozione altrui, dolorosa o di altro tipo, ma non è identificabile con la partecipazione emotiva, la condivisione di un affetto o con altre forme particolari di comunicazione con gli altri. Essa è piuttosto la via per accedere all’intera persona dell’altro e rappresenta quindi la condizione di possibilità di sentimenti di simpatia, amore, odio, pietà, compassione, nonché delle molteplici forme di comprensione degli altri.

L’attrazione, la repulsione, la vicinanza, la lontananza, l’estraneità… rende, tortuoso, frettoloso l’accesso all’esistenza di altri che abitano il nostro mondo. Facciamo infatti spesso ricorso a costruzioni, finzioni, schemi convenzionali che impoveriscono l’esperienza, la rendono troppo dipendente dagli attaccamenti e dai vincoli naturali e pratici che rappresentano il modo istintivo di accostarsi alla realtà. Occorre sgombrare il campo per far emergere ciò che orienta dall’interno e dà un ordine essenziale all’esperienza che facciamo degli altri.

Il suo lavoro è un’elaborazione dell’approccio fenomenologico all’essenza dei fenomeni. Applicato all’empatia, questo procedimento le restituisce spessore e densità reale, consentendole di mostrarsi in tutta la sua ricchezza e complessità, che allude a strati di esperienza molteplici, non riducibili né agli stati affettivi né alle operazioni dell’intelletto, ma che coinvolgono le dimensioni di ricettività e di partecipazione all’essere che sono proprie della vita soggettiva considerata nella sua profondità.

→ Nuovo schema della vita della coscienza non più fondato sul contatto che l’io ha con se stesso, bensì sulla relazione con gli altri e con ciò che è altro da noi. Empatia non è né naturale, né innata, ma non è nemmeno frutto di una “costruzione” dell’intelletto o della volontà. Essa corrisponde alla dimensione del vivere comune in virtù della quale ogni volta che iniziamo a parlare, ci rivolgiamo a qualcuno: la dimensione del sentirsi chiamati e di rispondere (che non è molto diverso dall’essere responsabili).

Alla Stein non fu possibile acquisire piena consapevolezza della strada che aveva imboccato. Alla luce soprattutto degli sviluppi del pensiero di Husserl e della tematica del “mondo della vita”, può sembrare perlomeno forzato concentrare nell’empatia il processo attraverso il quale la coscienza scopre di essere costituita da ciò che è estraneo o è incondizionatamente altro e non primariamente da ciò che è proprio dell’io. E, in effetti, lo studio della Stein restituisce solo le linee generali di un movimento di esperienza, complesso e differenziato.

Comunque quali che siano i limiti e le approssimazioni, essi non ostacolano affatto il riconoscimento delle intenzioni profonde del suo lavoro, oggi in grado di costituire il punto di partenza per capire che cosa significhi sentire l’altro: l’essere in relazione è l’orizzonte entro il quale si manifesta la totalità dell’io, entro il quale il soggetto si presenta nell’interezza delle sue esperienze.

L’empatia invita a concentrare l’attenzione sulle dimensioni dell’esperienza il cui schema è il movimento, il passaggio costante e reciproco dall’esterno all’interno, da sé agli altri, dai momenti materiali-vitali legati al corpo e la mondo fisico-naturale (e che si riversano sulle emozioni, sulla volontà e sull’agire) al raccoglimento in ciò che può anche assumere valore assoluto.

Nella prospettiva dell’empatia, l’esperienza soggettiva comprende la dimensione fisiopsichica, la presenza di altri soggetti e, con essi, la società, la storia, la cultura, l’arte, la tradizione, la religione. E ciò significa che l’essenza della persona non si risolve né nella riflessione sui propri atti, né nella percezione e conoscenza della realtà oggettiva esterna. Essa è piuttosto un momento sorgivo di apertura, di partecipazione all’essere, e quindi ospita, nelle sue ombre e nelle sue luci, nelle sue angosce e nelle sue illusioni, le varie esperienze del dolore e della gioia, del desiderio di immortalità, del vivere nella comunità civile e politica, del credere in Dio.

L'intreccio tra l'esperienza dell'io e quella dell'altro

L’analisi della Stein parte dunque dal fenomeno concreto: la presenza dell’altro si rivela a ciascuno di noi attraverso l’esperienza globale e immediata di ciò che di essi è visibile (il volto, i gesti, i movimenti) udibile (le parole), tangibile (le carezze, lo sfiorarsi) e di ciò che nessuna manifestazione sensibile esprime, perché è invisibile.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PED/01 Pedagogia generale e sociale

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