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PEDAGOGIA GENERALE E SOCIALE -

3°ANNO SCIENZE MOTORIE

TESTI: FORMARSI ALLA CURA RIFLESSIVA – CORPI IN FORMAZIONE – PEDAGOGIA GENERALE

(SOLO ALCUNI CAPITOLI)

PROF: CUNTI

CAPITOLO 1: INTRODUZIONE E NOZIONI GENERALI

La pedagogia è la scienza che si occupa della formazione del soggetto per tutto l’arco della propria

1

esistenza .

Questa ha come oggetto di studio il processo educativo/formativo che è l’insieme delle modalità

attraverso cui gli individui modificano sé stessi cambiando le idee e i comportamenti al cospetto

delle esperienze. Questo processo cambia non solo le persone ma anche interi sistemi (come scuola,

ospedali ecc.) che poi veicolano altri processi formativi attraverso l’interazione con essi. La

pedagogia si occupa della formazione attraverso l’educazione ed è per questo che si occupa di

processi educativi.

Un tema di interesse della pedagogia è l’orientamento. Per counseling si intende il “fare

consulenza”, quindi il sapersi relazionare con gli altri, capire loro e le loro situazioni ecc.; colui che

esercita questo ruolo è detto counselor.

La pedagogia generale e sociale verte principalmente sull’educazione in ogni ambito educativo, cioè

entra in tutte le relazioni in cui c’è un’influenza sul pensiero altrui (quindi NON riguarda solamente

i bambini).

Come anticipato, la pedagogia entra in gioco durante tutta la vita dell’individuo in quanto il processo

di crescita avviene durante tutta l’esistenza: per crescita non intendiamo quella psico-fisica ma

intendiamo la crescita psichica (cioè durante tutta la vita si cambia continuamente il proprio modo

di pensare, il proprio modo di agire ecc.). Questi cambiamenti avvengono grazie alle esperienze che

facciamo durante tutta la vita e di qualsiasi tipo in quanto, anche la più piccola esperienza, ci lascia

comunque qualcosa e modifica il nostro essere.

Nella vita di un individuo esistono i momenti apicali, cioè dei momenti che ci segnano

particolarmente (tipo il primo giorno di scuola, il primo rapporto sentimentale, il matrimonio, la fine

di un rapporto ecc.) e che quindi ci lasciano degli insegnamenti e ci modificano in modo più netto

rispetto agli altri (questi momenti possono anche avvenire in un giorno qualunque e all’improvviso,

tipo il conoscere la donna della nostra vita ecc.).

Come accennato, le esperienze ci aiutano a crescere e ci modificano quindi possiamo affermare

tranquillamente che anche queste ci educano: le esperienze infatti fanno parte di quella che viene

Un’altra definizione può essere: “la pedagogia è la scienza dell’educazione che riguarda ciascun individuo in tutto l’arco

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dell’esistenza”

definita come educazione informale che consiste nell’educarsi/apprendere un qualcosa senza la

presenza di un educatore ma semplicemente facendo delle cose o vivendo in certi contesti (tipo in

carcere ecc.).

La pedagogia si occupa anche dello sviluppo di contesti positivi nel quale fare esperienze positive e

dalle quali quindi trarre insegnamenti positivi (questi contesti sono tipo la scuola, i luoghi di ritrovo

ecc.). Anche sul lavoro questo aspetto è importante perché un ambiente di lavoro “sano” fa rendere

di più i lavoratori che si sentono più a loro agio, motivati ecc.

Il confine tra educazione formale (cioè quella che avviene in modo “classico” quindi con la presenza

di un educatore) ed educazione informale è molto labile: è bene precisare comunque che una

componente informale è sempre presente in un processo educativo e può influenzare non poco

l’apprendimento in quanto riguarda la componente emotiva ecc.

Durante la formazione formale i contenuti vengono trasmessi dall’educatore attraverso un metodo,

questi poi vengono recepiti dai discenti che li rielaborano e danno un feedback all’educatore che, in

base a questo, continua la sua trasmissione. Chi riceve una educazione, come detto, la rielabora

personalmente e si forma: per formazione infatti, si intende l’esito dei processi educativi.

La formazione è un processo personale che consiste nell’acquisire una forma in base alle

informazioni/esperienze avute: in pratica sarebbe il fatto di formare sé stessi assumendo una forma

che cambia nel tempo, cioè assumere una propria identità che cambia durante la crescita. La

formazione è legata all’educazione sia formale che informale.

2

Si può agire sui processi educativi e la formazione è appunto l’esito di questi.

L’educazione viene fatta anche attraverso comportamenti, comunicazione diretta/indiretta ed

esempi concreti (cioè se un bambino vede un genitore fare una determinata cosa, esso sicuramente

sarà influenzato da questo e si “educherà” di conseguenza): pertanto, una persona educa un’altra

anche in base a come è stato educato in passato o in base a come si comporta quotidianamente.

Dell’educazione non si occupa solamente la pedagogia ma anche altre scienze in quanto questa è

un fenomeno complesso: la pedagogia infatti, è l’unica scienza che da un approccio descrittivo

globale di tutte le componenti che entrano a far parte del processo educativo e da una visione critica

e riflessiva su essa (NON è la sommatoria di tutte le componenti e la parte riflessiva deriva dal fatto

che la pedagogia, in origine, era legata alla filosofia).

Le scienze/discipline sorelle che affiancano la pedagogia nell’educazione si dividono in base a cosa

vogliamo analizzare di questa e sono:

• La Didattica

• La Psicologia, se vogliamo considerare l’apprendimento

• La Sociologia, se vogliamo considerare la socializzazione

• L’Antropologia, se vogliamo considerare l’acculturazione

La psicologia e la sociologia sono state le prime due scienze a formarsi intorno all’800 mentre la

pedagogia si è affermata come scienza più tardi perché era strettamente legata alla filosofia e alla

politica (infatti la filosofia aveva come oggetti di studio l’uomo e lo stato e quindi si legava benissimo 2

Per la definizione di questi vedi la pagina precedente

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alla pedagogia). L’insegnamento e quindi la didattica sono diventate scienze perché si doveva

trovare un modo per insegnare a tutti.

La pedagogia, come detto, riguarda anche la politica in quanto quest’ultima riguarda scuola e

università e quindi il come educare le persone e secondo quali valori/ideali (basti pensare

all’educazione durante il periodo fascista).

Letteralmente, pedagogia significa “accompagnare il fanciullo”.

Cosi come succede nella didattica e nella psicologia, anche la pedagogia fornisce delle linee guida

che però vanno comunque contestualizzate e adattate alle varie situazioni.

La pedagogia si interessa di come educare per arrivare a forme di benessere.

Capire un fenomeno da pedagogista significa capirlo nella sua complessità e orientarlo nel

cambiamento attraverso la relazione.

Esiste anche una pedagogia popolare: consiste nel fatto che ognuno di noi ha delle idee ben precise

su come si educa e queste idee derivano dalle conoscenze possedute e dalle esperienze fatte.

Per epistemologia si intende lo studio dei modi in cui procede la conoscenza scientifica.

CAPITOLO 1.0.1: PRECISAZIONI TERMINOLOGICHE

Educazione: insieme di processi, intenzionali e non (pratiche, interventi o azioni) volti a condizionare

lo sviluppo complessivo della personalità del soggetto, il modo di pensare ed agire.

Formazione: processo di acquisizione di una forma in continuo divenire, che dura tutta la vita, volto

ad offrire al soggetto strumenti di interpretazione e di intervento in relazione ai diversi ruoli ricoperti

dal soggetto stesso.

Istruzione: insieme di metodi e tecniche per mezzo delle quali un individuo acquisisce conoscenze

e capacità.

L’educazione è la più vasta ed ha al suo interno la formazione e l’istruzione.

CAPITOLO 1.1: RAPPORTI TRA PEDAGOGIA GENERALE E PEDAGOGIA SOCIALE

La principale differenza tra queste due pedagogie è sicuramente il contesto nel quale avvengono:

quella che avviene a scuola, per esempio, è sicuramente generale mentre nelle carceri, nelle

comunità e in ambienti simili è sociale in quanto l’aspetto/condizione sociale del “discente” è al

centro del rapporto educativo (in breve: la pedagogia è sociale a causa del contesto nel quale

avviene oppure quando il “discente” ha una condizione sociale particolare oppure si verificano

entrambe le cose insieme). 3

CAPITOLO 1.2: RELAZIONE EDUCATIVA

Nell’ambito del lavoro educativo, la relazione ha uno spazio privilegiato determinante perché in

essa si compie il processo di formazione del soggetto. La relazione si definisce educativa quando ha

lo scopo prioritario di promuovere:

• Sviluppo

• Crescita

• Prevenzione, non solo in senso medico ma anche in senso lato

• Cura, perché educarsi significa anche prendersi cura di se stessi e costruire il proprio

benessere e quello altrui 3

L’aspetto centrale ed essenziale è l’intenzionalità dell’educatore espressa formalmente nel

progetto educativo attraverso azioni mirate, finalizzate, non improvvisate. La maggior parte delle

cose che un educatore fa infatti, sono programmate e quindi fatte con intenzione, il resto delle cose

invece sono fatte in base a quello che “sente di fare” e in base all’educazione e alla formazione che

ha avuto (quindi secondo la propria cultura).

In ogni contesto e nella formazione non bisogna mai fare affidamento solamente sulla teoria (che

comunque bisogna sempre conoscere) ma bisogna anche riflettere sulla pratica e imparare da essa

facendo appunto delle riflessioni in merito (questo perché, ogni cosa che si fa, ha una sua

teoria/motivazione dietro e se la si capisce si può spiegare meglio ciò che si è fatto/visto e quindi

imparare altre cose o comunque saperle spiegare meglio). In pratica, non si impara solo dalla teoria

ma anche dalla pratica (una sorta di learning by doing).

Il “percorso” che si deve seguire è:

PRATICA TEORIA (ricavata dalla pratica) TEORIA (rielaborata) NUOVA PRATICA CON

  

APPLICAZIONE DELLA NUOVA TEORIA

Questa comporta la presa di coscienza e di responsabilità dell’atto di educare in funzione di una scelta, un’idea, un

3 4

progetto CAPITOLO 1.3: FORMARSI ALLA CURA RIFLESSIVA

Come dice anche il titolo del libro di testo adottato, formarsi alla cura riflessiva significa formare sé

stesso e formare anche gli altri in base a questo: in pratica, l’educatore deve prima formare sé stesso

in modo corretto (quindi curare sé stesso) per poi poter formare in modo corretto i suoi

discenti/allievi (curare gli altri). Deve fare questo in quanto quando si educa o insegna qualcosa a

un'altra persona, si trasmette “un pezzo di sé” a questa.

Un’altra cosa che è importante “curare” è la relazione, quindi possiamo allargare il concetto e dire

che bisogna curare sé stessi, l’altro e le relazioni.

Avere cura significa anche capire cosa non va e cercare di migliorarla integrando al meglio le tre

dimensioni che sono: azione, cuore, testa (cioè dobbiamo trovare il giusto equilibrio tra queste tre

cose al fine di risolvere buona parte di tutte le cose che non vanno).

CAPITOLO 1.3.1: FORMAZIONE COME PROCESSO IDENTITARIO DI CURA DI SE

Da piccoli, la concezione del proprio sé è molto variabile e “debole” mentre, quando si cresce,

questa, teoricamente, diventa molto più stabile e mercata e si riesce a staccarsi dalle sollecitazioni

esterne: invece di subirle infatti (cioè di reagire ad esse e quindi dipendere dalle sollecitazioni

esterne), si inizia ad affrontare/agire “contro” queste e si inizia anche ad agire senza sollecitazioni,

cioè si inizia ad elaborare e fare delle cose in modo del tutto indipendente o comunque senza

particolari cause esterne, iniziando quindi a creare una propria identità. Ovviamente, anche in età

adulta, è quasi impossibile non reagire mai ma bisogna comunque cercare di farlo il meno possibile.

L’identità è la risposta alla domanda “io chi sono?” e quindi, in un certo senso, è anche come mi

vedono gli altri. L’identità si deve integrare al meglio in ogni contesto (familiare, amicale,

sentimentale ecc.) e bisogna anche sempre considerare che questi contesti possono influenzare

l’identità stessa (cioè un contesto può aiutare a migliorare e insegnarci delle cose che ci fanno

perfezionare la nostra identità in quel contesto ma anche negli altri).

Il senso di sé è influenzato anche da cosa abbiamo messo nelle relazioni e cosa abbiamo avuto in

cambio e quindi come eravamo percepiti in esse. 5

CAPITOLO 1.3.2: IDENTITA’ COME COSTRUTTO PEDAGOGICO

Per costrutto, grammaticalmente, si intende una idea complessa e quindi da esplorare.

Lo sviluppo dell’identità deve sempre essere in direzione emancipativa. Con il termine

“emancipativa” si intende il fatto che lo sviluppo deve essere sempre in chiave evolutiva e

migliorativa, cioè bisogna avere la tendenza ad andare sempre avanti, senza dipendere dagli altri o

da un qualcosa di esterno e quindi perseguire il proprio benessere con ciò che ci gratifica “dentro”

e in modo vero. Per nostra natura, miriamo sempre al benessere anche se non sappiamo

effettivamente come raggiungerlo, pertanto proviamo a farlo facendo delle scelte che possono

rivelarsi giuste o sbagliate.

La formazione dell’identità (ma anche quella generale), deve avvenire anche in contesti di disagio

(deriva dal greco “dis” che significa difficile, quindi letteralmente significa “di difficile agio”),

pertanto l’educatore deve anche saper leggere queste situazioni e trattarle in modo adeguato (a

meno che non siano patologiche ma questo è un altro discorso). Ovviamente, tornando al concetto

di creazione della propria identità, anche nelle condizioni di disagio non bisogna mai fermare la

propria voglia di andare avanti e migliorarsi (come detto sopra).

Ognuno di noi, riceve una formazione formale grazie alle scuole e alle università. Si definisce

formale in quanto, queste istituzioni, sono create appositamente per formare ed educare le

persone, quindi mettono in pratica piano di insegnamento ben precisi e si servono di figure

professionali che, con il loro lavoro, cercano di far raggiungere degli obiettivi agli allievi e alla fine

ne valutano anche i risultati. La formazione formale che riceviamo, soprattutto a scuola, ci segna in

modo profondo e lascia dei segni tangibili nella nostra identità anche per tutta la vita, pertanto

possiamo dire che questa ci condiziona nelle nostre scelte future e anche nel come gli altri ci vedono

(ecco perché un docente deve essere bravo e deve trattare in un certo modo gli alunni, ma di questo

ne parleremo più avanti).

Come già anticipato nei capitoli precedenti, la formazione di ogni persona va avanti per tutta la vita

(in modo formale e informale) anche perché è un bisogno: in pratica, se non ci si forma

continuamente, non si “resta al passo con i tempi” e quindi si rischia di essere isolati dalla società.

Quando cambiamo dei tratti della nostra identità, oltre a cambiare noi stessi, cambiano anche i

contesti nei quali viviamo in quanto daremo dei segnali diversi a chi ci circonda che quindi ci

percepirà in modo diverso, adeguandosi quindi al nostro “nuovo essere”.

Oggi la nostra esistenza non è definita e standardizzata come molti anni fa: in passato infatti, la vita

era molto più semplice e prevedeva delle “tappe” abbastanza obbligate (scuola, lavoro, matrimonio,

creazione famiglia ecc.), oggi invece c’è molta più libertà di fare cose diverse e ci sono meno vincoli

culturali. Pertanto, l’appartenenza sociale è molto più libera, cioè c’è più liberta di scelta e quindi

diventa di vitale importanza scegliere bene in quanto, come dice Baumann, il mondo è “liquido” e

quindi cambia in seguito a tutte le scelte che si fanno. Proprio questa libertà e varietà di scelte

possibili, ha reso a nostra esistenza meno “lineare” e con obiettivi più difficili da raggiungere.

Un’ultima riflessione va fatta sulla grande facilità che oggi abbiamo nell’accedere all’istruzione: 6

questa facilità però, non corrisponde a risultati eccelsi ma anzi, questi risultano nettamente scarsi

rispetto al grande numero di persone che vi accedono. Questo accade, molto probabilmente, perché

oggi si cerca di dare (giustamente) una formazione di base uguale a tutti e quindi si cerca di far

raggiungere determinati obiettivi a tutta la classe, ignorando però molto spesso, le diversità che

contraddistinguono ogni persona e che risultano decisive nei processi di apprendimento.

CAPITOLO 1.4: MODELLO TRASMISSIVO DELLA DIDATTICA

Questo modello, è basato sulle classiche lezioni frontali, lezioni che prevedono la comunicazione

dei contenuti da parte di un insegnante a una massa di discenti (quindi da 1 a tanti). Questo è un

modello che ormai è in profonda crisi e sempre meno usato in quanto la società di oggi, con tutte le

sue sfaccettature e particolarità, non permette di avere un modo unico di fare lezione a persone

totalmente diverse tra loro.

In questa didattica trasmissiva infatti, il docente tratta e vede gli studenti tutti in modo uguale

(facendo quasi degli stereotipi), senza considerare problemi o differenze di apprendimento che i

singoli studenti possono avere e quindi i risultati sono scarsi e c’è un concreto rischio di far

allontanare dalla scuola gli allievi in quanto essi non sono partecipi del

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PED/01 Pedagogia generale e sociale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher MimmoScogna di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Pedagogia generale e sociale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Napoli - Parthenope o del prof Cunti Antonia.
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