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Prefazione

Cresce la sensibilità al corpo. Cresce il numero di coloro che vedono nel corpo il riflesso di un’appartenenza soggettiva. Il crescente riferirsi al corpo si moltiplica anche nelle forme più varie. Se per un verso sembra cedere al ricorso di protesi e surrogati virtuali, dall’altro si assiste allo sviluppo esponenziale di proposte (palestre, diete) che ne celebrano il suo essere oggetto su cui si concentra l’idea di un benessere salutistico. Si assiste a una schizofrenia dell’immaginario del corpo.

Questo libro raccoglie la domanda di tutti coloro che si interrogano sul significato e sulle modalità di un ascolto autentico del corpo. Il corpo di cui si parla nei luoghi della formazione e della cura è ancora un corpo che rischia di risultare deputato e astratto. È un corpo che poco si ascolta, immobilizzato, impossibilitato a esprimere le risorse e le potenzialità dei suoi linguaggi.

Occorre rinunciare alla tentazione di rendere oggetto il corpo. Imparare a stare con il proprio corpo in una relazione viva quindi equivale a ridare voce a sensibilità e saperi per molto tempo sacrificati, per ritrovare un interesse reale per l’altro, a coinvolgersi. Il superamento della divisione fra teoria e pratica a favore di una visione integrata di una “teoria come azione”.

Il corpo connette esperienze. Per far vivere il corpo nelle relazioni occorre osservarlo e permettergli di agire. E sviluppare un pensiero per comprenderlo. Bisogna ricontattare il valore di gesti dimenticati. Gesti come esercizi di attenzione, esercizi spirituali. Il termine latino gestus designa ogni tipo di movimento e di atteggiamento concernente il corpo nella sua interezza; i gesti mettono in relazione le persone tra loro. Parlare dei gesti significa parlare del corpo.

Secondo questa logica e questo modo di vedere il corpo si rompono anche alcuni schemi accademici, soprattutto per quanto concerne la tradizionale forma della lezione ex cathedra. Imparare muovendosi.

Capitolo primo: nel gesto. dal biografico all'universale

1.1 Apprendere a vedere

L’immortalità romanzo di Kundera si apre con la descrizione di un uomo che osserva. L’uomo, alter ego dello scrittore, sta guardando una signora sui 60 anni immersa nell’acqua durante una lezione di nuoto con il suo istruttore. La comicità involontaria dei suoi esercizi di respirazione finisce per affascinare il protagonista. Così riflette sulla vita, la fatica e la spietatezza dell’avanzare degli anni.

A un certo punto però, a lezione di nuoto conclusa, qualcosa interrompe il divagare libero e filosofico dei suoi pensieri. La signora fa un gesto di saluto con la mano e sorride. Quel sorriso e quel gesto appartengono a una donna di 20 anni. L’autore si chiede come è possibile che un personaggio da lui appena inventato per essere bene identificabile come individuo singolo, attraverso un semplice gesto ritorni come soggetto indistinto delle fantasticherie di colui che l’ha creato!

Al mondo ci sono molti meno gesti che individui. Il gesto è molto più individuale dell’individuo. Molta la gente, pochi i gesti. È incredibile la quantità di cose che si rivelano della vita che ci circonda e ci comprende osservando i gesti. Pessoa sostiene che possiamo cogliere relazioni, significati, mondi a partire dal dettaglio di un semplice movimento. Il gesto manifesta le stesse funzioni della parola – pensiero. È un linguaggio senza parole con i propri codici e sottocodici.

1.2 I gesti che ci trasformano

Il gesto e il pensiero, il corpo e la mente sono inscindibili, sono elementi di un unico processo conoscitivo, vogliono essere l’oggetto di riflessione di questo testo. Si tratta di un campo vasto e il rischio è quello di smarrirsi. La tesi che farà da base a tutto il discorso è un ribaltamento di prospettiva. Un cambiamento che si innesca sui cambiamenti più generali attraverso cui siamo transitati, nei modi di guardare a come noi ci relazioniamo e comunichiamo.

Per molto tempo si è considerata la comunicazione sulla base delle informazioni che ci scambiamo sui contenuti. L’enfasi posta sulla trasmissione del messaggio ha dato il “la” a un vero e proprio orientamento di studi di matrice comportamentista. Impegnata a convincere l’altro. Il grafico nel quale, la questione della comunicazione si risolve in buona sostanza nel capire come l’emittente A riesca a raggiungere con il proprio messaggio il ricevente B. Per lo stesso B vi è la stessa identica necessità.

Di lì a breve è apparso limitante considerare la relazione in termini di semplice orizzontalità: le linee, da rette, si sono diversificate fino a comprendere A e B in una rappresentazione circolare per arrivare a scoprire che nella loro relazione era pur compreso un ulteriore punto di vista C. All’interno di questo paradigma, le parole d’ordine sono diventate “abilità”, “efficacia”, “competenza” affinché ciò che abbiamo da dire possa fluire in maniera da risultare pertinente. Fortunatamente questo sguardo non è l’unico di cui disponiamo.

Secondo altri studiosi della comunicazione, al di là delle informazioni che ci scambiamo sui contenuti, vi è una domanda fondamentale che sempre rivolgiamo al nostro interlocutore: “Come mi vedi?”. Non si comunica solo per informare l’altro: si comunica anche per convincerlo a fare qualcosa, per esprimersi, per il bisogno elementare di stabilire un contatto.

Jakobson provò a comprendere tale complessità parlando di:

  • Funzione referenziale: quando, comunicando, si indicano e si descrivono elementi della realtà.
  • Funzione espressiva: quando si privilegiano gli stati emotivi.
  • Funzione poetica: sensibile alla forma.
  • Funzione segnalante: tesa a ottenere l’attenzione dell’interlocutore.
  • Funzione conativa: impegnata a convincere l’altro.
  • Funzione meta comunicativa: volta alla co-definizione degli impliciti comunicativi.

Tutto questo ci permette di riflettere sull’ampiezza del fenomeno. Con la scuola della “Pragmatica della comunicazione” di Palo Alto di cui Watzlawick è stato uno degli esponenti, viene posta attenzione per gli aspetti definiti “di relazione” e la comunicazione che diventa competenza relazionale interattiva del sistema. Da ciò discende che acquisire consapevolezza di sé, della propria comunicazione, debba includere l’imparare a discernere il piano dell’autopercezione (come mi vedo io) da quello di come mi vedono gli altri.

La comunicazione non si produce semplicemente ma si partecipa (il posto che occupiamo, l’ordine nel quale parliamo, il tempo che prendiamo esprimono di noi più di quanto intendiamo dire).

1.3 Il corpo delle espressioni

Il corpo delle espressioni e non l’espressione del corpo. Ribaltamento di prospettiva. Vi è una diversa considerazione per il ruolo che il corpo riveste nelle dinamiche espressive e comunicative. Esiste qualcosa che viene prima che precede l’intenzionalità del corpo, qualcosa di cui il corpo medesimo si riduce a essere veicolo. In realtà nel cambiamento di visione le cose non stanno proprio così. Ci si rende conto che senza il corpo non sarebbe possibile nessuna espressione.

L’invito quindi è quello di osservare quali effetti la relazione fra corpi produce nella comunicazione. La conoscenza comincia da se stessi, la conoscenza di sé nasce sempre dall’incontro con l’altro. Il passaggio da una visione lineare a una complessa della relazione comunicativa chiede una nuova attenzione per gli aspetti cosiddetti analogici: quelli che a differenza del codice digitale proprio del linguaggio verbale e del codice iconico insito nel segno, mettono al centro le qualità non verbali incluse nei nostri scambi comunicativi.

La distinzione tra questi tre codici risale agli studi avanzati nel campo della fisica degli anni '50. Il codice analogico si basa sui processi continui riconducibili alle funzioni creative e intuitive dell’emisfero destro del cervello; esso opera secondo criteri di decodificazione più/meno, necessitando di un contesto relazionale per qualificarsi. Viceversa la logica digitale del computer si esplica per scale discontinue (on/off) dove ogni elemento non dispone di un rapporto diretto con ciò che rappresenta. La comunicazione digitale è utile per indicare, descrivere.

Il mondo della corporeità è analogico per eccellenza, tutti i suoi principali elementi (spazi, tempo, posture, tono, movimenti ecc.) implicano una codificazione che si può cogliere solo in un continuum. Il corpo è ciò che rappresenta. Negli scambi comunicativi le nostre emozioni sono indotte solo in minima percentuale (7%) dalle parole rispetto al ruolo svolto dalla voce (38%) e dalla gestualità (55%).

Nonostante l’importanza del comportamento non verbale non disponiamo di un’ampia letteratura scientifica. Come valido riferimento restano le ricerche nell’ambito dell’etologia umana dai quali discendono in buona parte le riflessioni più recenti della comunicazione non verbale (CNV). In “L’uomo e i suoi gestiMorris, nell’indagare il linguaggio muto, ricostruisce le sequenze di movimenti che determinano le azioni, innate o apprese; come queste diventino gesti, e come i gesti trasmettano messaggi.

Alle acquisizioni morrisiane l’autore del libro vuole offrire elementi utili a rilanciare l’interesse per un campo di ricerca. Il rapporto che ci lega ai nostri gesti non si può risolvere assumendo quale unico criterio la loro efficacia, secondo la logica di causa – effetto. Il senso delle nostre azioni non è riducibile a una questione tecnica.

Il senso dell’interazione non verbale non è dunque da ricercare isolando i soggetti delle relazione, bensì nello spazio corporeo aperto dall’incontro, poiché solo concentrandosi su “ciò che sta in mezzo” è possibile provare una reale “inter-esse” per l’altro, e riconoscere quanto la relazione che si instaura a tale livello sia sempre autoriflessiva, circolare, dialogica, rimanda alle reazioni. Tale modalità si riconosce già nelle prime interazioni.

In ogni relazione possiamo far leva sul potenziale insito nelle capacità di imitazione e di sintonizzazione. L’imitazione è il rispecchiamento, la disponibilità a riflettere i sentimenti che l’altro ci sta comunicando; la sintonizzazione rappresenta una risorsa più articolata per penetrare nell’esperienza emotiva altrui. Negli ambiti della formazione, un educatore o un terapeuta sensibile agli aspetti corporei della relazione sarà un osservatore più attento di come i corpi si dispongono e si muovono nello spazio. Non isolerà più i singoli comportamenti.

Una pedagogia dei gesti e dei movimenti si offre come pedagogia dell’ascolto e della presenza, portando così a un diverso atteggiamento e un differente posizionamento in relazione all’altro. Sapere cosa provo attraverso il corpo attraverso il mio corpo non mi permette solo di capire cosa l’altro prova, bensì di generare un’effettiva sintonizzazione, di evidenziare e nominare emozioni e sentimenti che in-informano la relazione con quel particolare bambino, adolescente o adulto che sia.

1.4 Aderire a un gesto per aprirsi a un mondo

Bateson quando siamo apparentemente immobili a conversare non comunichiamo solo con le parole, per il fatto che non esistono parole “pure” perché sono sempre intessute di movimenti, sguardi, toni di voce. B. ricavò una serie di consapevolezze con cui leggere la complessità dell’apprendimento e della comunicazione umana, consapevolezze che riassume in una classificazione in tre livelli:

  • Proto apprendimento o apprendimento 1: serie di processi connessi con l’acquisizione di informazioni o abilità che si inscrivono all’interno di schemi di pensiero noti, già esercitati dal soggetto. (Conoscenze provenienti dalla scuola come pure dalla vita di ogni giorno.)
  • Deutero apprendimento o apprendimento 2: ogni qualvolta le conoscenze in gioco comportano per essere apprese, una messa in discussione dei nostri schemi di riferimento, costringendoci a rivedere modalità, motivazioni e ragioni sottese alla nostra domanda di conoscenza. (Apprendere ad apprendere.) Capacità di riflettere non solo su cosa ma anche su come si impara, si comunica, sulle condizioni che favoriscono od ostacolano il processo del conoscere, sulla storia personale.
  • Apprendimento 3: i processi mentali riconducibili a questo apprendimento sono più complessi da rendere conto. Per avvicinare la sostanza di questo livello occorre affidarci alle ragioni del cuore.

Le ragioni del cuore si comprendono con i registri comunicativi analogici, corporei, privilegiando le loro peculiarità e differenze rispetto alla continuità e alla linearità della cognizione cosciente. Non siamo noi a scegliere i nostri gesti ma sono i gesti in un certo senso a scegliere noi. I gesti non ci appartengono: siamo noi ad appartenere a loro. Non possiamo esercitare un controllo volontario sui processi di ragioni “autonome” del nostro cervello. Il linguaggio del corpo ci racconta. La relazione ci precede.

Dobbiamo cominciare a pensare ogni azione, al pari di ogni pensiero, come parte di un processo più grande. Il cognitivismo classico intendeva la mente al pari di una macchina logica, dalle funzioni centralizzate nel cervello i cui processi consistevano nella manipolazione di simboli e dove la memoria era vita come processo di recupero di informazioni immagazzinate a breve, medio e lungo termine; vedeva l’ambiente esterno come un elemento per lo più disturbante e il corpo come un dispositivo di ricezione di input e un elaboratore di output.

La visione tradizionale delle scienze cognitive ha sempre ritenuto che l’essere umano comprenda l’altro attraverso la capacità di “leggere nel pensiero” grazie all’attribuzione all’altro dei propri stati mentali. Il paradigma connessionista considera la cognizione come un’attività sempre più decentrata, la memoria come rigeneratrice di modelli, l’ambiente una risorsa attiva nella risoluzione dei problemi cognitivi e il corpo parte integrante dell’intero processo cognitivo.

Ciò che è in gioco in queste dispute è l’identità ovvero le interazione che sovrintendono il mutuo riconoscimento degli individui appartenenti a una medesima classe sociale. Il sistema dei neuroni mirror (specchio) va modificando il nostro modo di concepire i meccanismi alla base della comprensione delle azioni osservate, rivelando come la capacità di comprendere gli altri è dipendente dalla natura relazionale dell’azione. Esperimenti condotti hanno confermato la presenza di attività neuronali simili in specifiche zone cerebrali nel caso in cui si sia soggetti attivi di un’esperienza coinvolgente, come in quello in cui si sia semplicemente spettatori.

Il sistema dei neuroni mirror è il correlato neurale di questo meccanismo, descrivibile come simulazione incarnata. Un nuovo strumento concettuale rende conto della ricchezza e della molteplicità delle esperienze che condividiamo ogni volta che ci mettiamo in relazione con gli altri: il sistema della molteplicità condivisa. Tale sistema ci consente di riconoscere gli altri come nostri simili e verosimilmente rende possibile la comunicazione intersoggettiva e una comprensione implicita degli stati mentali altrui.

Un altro sguardo è quello di ricerche condotte da Michael D. Gershon (neurobiologo) in merito all’esistenza di un secondo cervello situato nell’intestino. Ha mostrato come le viscere siano in grado di controllare il proprio comportamento tramite un sistema autonomo, chiamato sistema nervoso enterico. L’intestino lavora in modo autonomo, aiuta a fissare i ricordi legati alle emozioni e ha un ruolo fondamentale nelle decisioni viscerali, spontanee e inconsapevoli.

Il collegamento tra “il cervello della testa” e il “cervello della pancia” è dominato in certi campi connessi alle emozioni dall’intestino. La teoria del secondo cervello sembra confermare la visione antica delle medicine tradizionali orientali che da sempre individuano nell’intestino una sorta di cervello emozionale dell’esperienza umana. Anche il nostro patrimonio linguistico è ricco di espressioni che richiamano a questa connessione tra pancia e emozioni (un evento che è rimasto sullo stomaco, che dà alla nausea ecc.).

Interessante sottolineare il fatto che la produzione da parte dei due cervelli di sostanze quali la serotonina è innescata dagli stimoli esterni come il cibo, i suoni e i colori, al pari di quelli interni, ad esempio i ricordi e le abitudini. Pensiero, corpo e ambiente formano quell’unico sistema al quale siamo soliti dare il nome di mente.

Capitolo secondo: la mente prende corpo

2.1 Prima il corpo o la mente?

L’uomo ha sempre cercato di dare risposta all’interrogativo riguardante le proprie origini e come ben sappiamo, la “questione della scimmia” ha occupato un posto centrale in tali riflessioni. Quando, come e perché i destini dell’uomo e della scimmia si sono separati? Alcuni studi hanno indagato le conseguenze di questa mutazione. Fra questi Andre Leroi-Gourhan (paleontologo).

Quando l’antenato dell’uomo si spostava in posizione quadrupedica, tutti e 4 i suoi arti erano impegnati nella deambulazione. Con la conquista della posizione eretta completa l’uomo erectus si scoprì libero di utilizzare altrimenti gli arti superiori. Da quel momento prese avvio la vera storia dell’umanità.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PED/03 Didattica e pedagogia speciale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher kristina.vitiello di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Pedagogia del corpo e della psicomotricità e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Milano - Bicocca o del prof Gamelli Ivano.
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