L'educazione nell'epoca della sua riproducibilità tecnica antropotecnica e biosfera
Lezione (1-10-2010)
Con questo lavoro ci proponiamo di analizzare la crisi globale, intesa come sociale, economica e ambientale, che minaccia la sopravvivenza delle specie animali e in particolare dell’uomo, il quale si trova a rischio nel momento della sua maggiore diffusione. L’uomo deve fare i conti con il suo stato d’urgenza per poter sviluppare una civiltà pedagogica attenta alla cura dell’uomo e del mondo. Le pratiche umane mediante le quali si avvia il processo di costruzione dell’uomo, non devono essere distruttive per evitare lo stato di irreversibilità in cui questa crisi può incappare. È quindi questo un discorso sia formativo e pedagogico, sia ecologico.
Le scienze di oggi rischiano di maltrattare la saggezza, giungendo ad un contesto di banalizzazione in cui l’homo sapiens viene minacciato continuamente, rischiando di arrivare alla sua estinzione e a quella delle altre specie animali. È la saggezza maltrattata che ha determinato la crisi globale ed è da questa presa di coscienza che possiamo cominciare a costruire una proposta che miri alla salute dell’uomo e del Pianeta. È necessaria un’educazione non soltanto per i bambini ma prima di tutto per gli adulti.
La crisi in cui ci imbattiamo però, non è ancora arrivata al suo stato di irreversibilità, non è ancora tutto perduto ma è tutto nelle nostre mani e nelle nostre pratiche. È lì che sta il nostro futuro, non nelle mani dei politici che, avanzando proposte mediocri mascherate da toni virulenti, non sono capaci di affrontare la crisi globale.
Non c’è bisogno di un’ulteriore critica ai messaggi educativi oggi proposti, lo fanno già in tanti, ma piuttosto dobbiamo costruire un messaggio educativo attento a questa crisi che non guardi soltanto al degrado visibile, ma anche al degrado interiore e morale che è in ciascuno di noi. Ci affidiamo troppo spesso alla psicanalisi e alla psicoterapia per venire a capo di questo degrado interiore senza renderci conto che il malessere che proviamo di fronte alla nostra vita civile e personale deriva dal processo di civilizzazione occidentale (e globale) e dalla nostra formazione.
Di fronte ad una crisi globale però, non è possibile portare avanti proposte individuali, ma piuttosto è necessaria una proposta educativa più globale. Come? Morin ci dice che non basta fare una testa ben fatta ma bisogna sviluppare un modello educativo che permetta di trasformare il rapporto con noi stessi. Noi da soli non bastiamo, è necessario inoltre formulare una proposta politica e sociale che non punti ad una rivoluzione totale, ma sia in grado di intrecciare rivoluzione con conservazione, come ha affermato Morin.
Il primo processo da innescare è la trasformazione di se stessi, cambiando il modo di vedere il mondo e la vita. Se vogliamo cambiare il mondo dobbiamo cominciare a cambiare noi stessi: è questa la novità della rivoluzione.
L’elemento conservatore della rivoluzione globale riguarda la conservazione della salute del Pianeta, ciò significa che la rivoluzione non deve essere una distruzione totale, ma una promozione di qualcosa di meglio, distinguere cioè ciò che non è buono da ciò che lo è per conservarlo, arrivando così ad un compromesso tra uomo e mondo. Importante da sottolineare è che non dobbiamo sperare in una rivoluzione, perché la speranza porta a lasciar andare le cose come sono, ma la rivoluzione è una realtà che va preparata e messa in atto.
Il problema del mondo va affrontato a partire dalle pratiche dell’uomo, selezionando le arti di vivere che permettono lo sviluppo del Pianeta ed eliminando ciò che è “marcio”. L’obiettivo è dunque la costruzione di una civiltà pedagogica che, cogliendo il problema della crisi globale, sia capace di rivoluzionare e allo stesso tempo conservare la realtà in cui viviamo. La nostra civiltà pedagogica cui aspiriamo sente il bisogno di educarsi e di autoformarsi a partire dall’altro. Si tratta quindi di un lavoro che permetta lo sviluppo dell’empatia attraverso la diffusione dei modi di vivere attenti al rapporto con l’altro e attenti alla presa di coscienza dei problemi globali. In altri termini possiamo dire che è necessario curare la civiltà di oggi malata di successo e di denaro attraverso una saggezza che permetta di vivere filosoficamente cioè che punti al continuo miglioramento di sé e del mondo.
Lezione (04-10-2010)
Poca è la consapevolezza sul rapporto che intercorre tra i singoli modi di agire personali e il contesto con le relative implicazioni sulla biosfera. Ma qual è la struttura che connette queste diverse dimensioni? A detta di Betson è il contesto. Per quel che riguarda la vita, la struttura è data dalle diverse arti di vivere: tutti sono impegnati a dare il meglio di loro stessi nella propria professione. Questo meglio è tanto causa quanto effetto.
Il contesto vitale del pianeta è scandito dalla necessità di correre verso una coscienza globale del mondo e della sua crisi. L’educazione deve decidere se continuare a campare o fare una scelta di fondo forte volta a questa presa di coscienza, costruendo una visione capace di integrare forme di saggezza diverse. Noi siamo costantemente chiamati a scegliere tra rincorrere i consumi e cercare di migliorare noi stessi. Il problema sta nel trovare il modo di far entrare in scena la saggezza dove vige la banalità.
L’arte di vivere nasce nell’antica Grecia: Socrate è stato uno dei primi a porsi il problema di come prendersi cura della polis, partendo dalla semplice constatazione “So di non sapere”; in seguito, Eraclito ha affermato che “Vivere e morire sono uno e lo stesso del pensare”. Dovremmo recuperare il pensiero antico nel vivo di quest’attività e delle nostre pratiche, ma oggi c’è sempre meno spazio per un tale tipo di visione.
Nell’epoca della riproducibilità tecnica ci troviamo ad essere educatori in un mondo completamente trasformato. Per Edgar Morin, se è urgente allertare lo è ancora di più cominciare, portare l’educazione in un ambito in cui gli elementi trattati diventino imperativi, cominciando ad allenarsi e a cambiare la propria vita.
Due sono i concetti da mettere in relazione: la creatività, importante in un mondo che soffoca il senso di vivere che deve essere invece recuperato, bisogna puntare a un senso che sia più carne; gli imprevisti, il mistero della sorpresa. Riguardo all’imprevisto, ci sono diversi atteggiamenti che possono portare a un miglioramento e a un’ascesi che può essere misurata attraverso una scala universale:
- Grado zero: Incompetente;
- Livello 1: Esordienti. Il soggetto è insicuro e dipende molto da chi l’ha istruito;
- Livello 2: Principiante. Il soggetto non deve avere nessuno al proprio fianco, segue i principi fondamentali;
- Livello 3: Competente. Il soggetto sa quello che deve fare e come farlo in maniera autonoma;
- Livello 4: Molto competente. Il soggetto può accettare situazioni fuori dalla norma, ci prova, il suo è uno standard qualitativo superiore;
- Livello 5: Esperto. Il soggetto è uno specialista, è eccellente;
- Livello 6: Virtuoso. Il soggetto eccede nella sua eccellenza. Il virtuoso è in grado di adattare le sue competenze ad ogni tipo d’imprevisto, affrontandolo in modo creativo. Incomincia ad avere una propria volontà di andare oltre verso qualcosa di nuovo, compiendo un movimento ricorsivo e riproponendo in modo creativo la propria ascesi e così giunge a esordire nuovamente con la sua eccellenza nell’eccellenza.
Lo stesso Heideger sosteneva che si riesce a comprendere l’importanza di una cosa solo nella sua difficoltà e la sua essenza può essere colta nel suo esserci. Pertanto, i ruoli non sono predeterminati, un’ascesa è possibile: c’è sempre un meccanismo di avanzamento. La creatività è l’elemento comune ad ogni pratica, è un allenamento di fronte all’imprevedibile. L’arte di vivere è creatività nella ripetizione che va verso il meglio, opponendosi alla routine che ricade invece nella banalità.
Lezione (07-10-2010)
In questo percorso vogliamo far riferimento ad una educazione che non sia caratterizzata da linearità, ma da circolarità, cioè ad una idea di educazione che non sia frontale, in cui c’è una sorgente e un ricevente, ma in cui appaiono più voci e più mezzi che costruiscono il percorso di apprendimento insieme, migliorandone così la qualità. Prima di tutto è necessario cominciare dall’incontro con l’altro, in cui è possibile verificare che il soggetto è toccante e toccato, ascoltante e ascoltato, osservante e osservato. Questo “essere a due” è chiamato dal filosofo Ponty come carne, che corrisponde alla convinzione che non esista una reale dicotomia tra uomo e mondo, ma che al contrario i due condividono la stessa condizione di esistenza.
È da precisare però che in questa carnalità il soggetto non si riduce totalmente al mondo esterno, ma piuttosto esso organizza la sua esistenza attraverso un rapporto di reciprocità col mondo, ciò implica una dimensione di visibilità e allo stesso tempo di spiritualità. Questo rapporto tra visibile e invisibile è chiamato chiasma dal filosofo finlandese. All’incontro segue l’accettazione dell’altro, in una forma di empatia che richiede particolare attenzione nell’osservazione.
Per una buona educazione infatti è necessaria l’osservazione che non è un movimento unidirezionale ma dialettico, perché l’osservatore si deve chiamare in causa riflessivamente, si tratta quindi di una osservazione che osserva sé stessa, di una osservazione partecipata ed empatica che ha come obiettivo il miglioramento di sé. In questo caso dunque si intende l’educazione come un continuo apprendimento dall’altro, che avviene sia in contesti formali sia in contesti informali.
Il vero problema della relazione con l’altro sta nella incapacità di imparare dall’altro e di cogliere ciò che l’altro sta insegnando. Questo problema è legato all’accettazione, che non può essere reale se non attraverso una vera ascesi dell’occhio che possa così permettere all’uomo di crescere e migliorarsi. Ciò comporta un estraniamento, un superamento delle barriere culturali per conoscere ed imparare.
Gordon Pask afferma che la prima regola per conoscere è chiedere, così da ricevere quello che egli chiama teach back, che permette di ricevere dall’altro un insegnamento che è sempre problematico, si tratta quindi di un elemento necessario per una buona riuscita della comunicazione. Pask fa una netta distinzione tra teach back e feedback: il primo che è cosa l’altro vuole insegnarci e il secondo è cosa vogliamo che l’altro ci insegni.
Cosa fondamentale da sottolineare per quanto riguarda il teach back è che bisogna fare dell’altro un’occasione di apprendimento: citando Proust “il tempo perduto può diventare un tempo ritrovato”. Il terzo punto del percorso dell’educazione è l’accompagnamento. Questo significa che l’educazione non deve prescindere dall’insegnamento dell’altro ed inoltre la vera fonte e la vera occasione di apprendimento sta nell’imprevisto e nell’inaspettato.
Fondamentale è prima l’incontro con l’altro ed il messaggio che egli vuole mandare, di seguito viene la costruzione di un progetto insieme che consiste nella condivisione delle parole, cioè una progettazione ontologica in cui si torna alle origini delle parole per la ricerca dell’essenza.
Quarta ed ultima categoria è l’entropatia, termine preso in prestito da Husserl, la quale ha come obiettivo la costruzione di una civiltà e di una educazione capace di vedere l’altro attraverso i suoi occhi.
Maiallarè ha fatto una ricostruzione storica dell’educazione: in un primo tempo essa era debole in cui l’educazione era frontale, segue poi un tempo medio che caratterizzava l’educazione per la sua circolarità, e terzo ed ultimo dei tempi è il tempo forte, che corrisponde all’obiettivo cui tendiamo oggi, cioè il tempo dell’entropatia, in cui l’insegnamento dell’altro è la condizione per condividere i problemi.
Lezione (08-10-2010)
La formazione dell’uomo nell’epoca della civiltà tecnica è per la prima volta messa in crisi dalle pratiche, dalle tecniche e dalle economie umane. Si sta assistendo ad una trasformazione antropologica dell’uomo che da homo sapiens a homo demens, ha in mano tutti i mezzi che possono minacciare la sua specie e la sua sopravvivenza oltre che la biosfera. Peter Sloterdeijk afferma che il vero problema di oggi è la formazione dell’uomo nello stato d’urgenza e di crisi in cui si trova.
Il filosofo tedesco ha costruito una pedagogia del mountain improbable che mostra la complessità della biosfera nell’età tecnica e che soltanto dalla sua vetta, dopo una scalata colma di difficoltà che sfiora l’impossibile, si può vedere lo sporco che si accumula a valle. Sloterdeijk sviluppa l’immagine del mountain improbable perché sente il bisogno di costruire un’idea di formazione dell’uomo che non sia quella del prato fiorito che nasconde il brutto e la crisi cui assistiamo.
Tutto questo tenendo in considerazione due punti fondamentali: il primo è che la vita umana oggi è riproducibile tecnicamente e il secondo è che la scalata del mountain improbable è una scalata quotidiana. Oggi assistiamo quotidianamente a corse al successo e al consumo sfrenato, non tenendo conto di quanto questi atteggiamenti possano gravare sul nostro pianeta, ma chi è saggio si sforza di dire che la biosfera così non può andare avanti.
Abbiamo bisogno di una cultura dell’immortalità, di un senso del limite e di imparare a morire o altrimenti possiamo dire che abbiamo bisogno di un successo diverso e di un consumo più attento alla natura, vogliamo un successo diverso che dal piano fisico passi a quello spirituale e planetario. Come? Costruendo una filosofia di vita che consideri e che non faccia finta di non vedere la crisi che l’uomo sta affrontando, promuovendo un’autoformazione che tenga conto del mountain improbable e che trasformi la vita in una vita filosofica.
Prepararsi, allenarsi, esercitarsi sono condizioni necessarie per il proprio miglioramento, per costruire la propria anima e per poter migliorare la propria vita. È necessario quindi promuovere per tutti la dimensione acrobatica della vita.
Lezione (11-10-2010)
Visione del filmato di Annie Leonard “La storia delle cose” e del filmato introduttivo al libro di Peter Slotrdijk “Devi cambiare la tua vita”.
Lezione (14-10-2010)
Guardando alla formazione dell’uomo nel mondo di oggi sono molti gli spunti di riflessione:
- Che formazione è quella dell’uomo di oggi?
- Che tipo di macchina è l’uomo di oggi?
- Che rapporto ha l’uomo con il suo medium, cioè il linguaggio, e con i media?
In merito a questi argomenti il filosofo tedesco Werner Jaeger offre un interessante riferimento. Lavorando sulla filosofia di Platone arriva a considerarla come uno dei vertici raggiunti da una civiltà spirituale che coincide con la Paideia, il cui ruolo è fondamentale nella formazione del pensiero greco. La paideia mostra come debba formarsi l’uomo migliore inserito in una nuova realtà e tra nuovi valori.
Alla luce di queste affermazioni bisognerebbe coglierne il rapporto con la formazione dell’uomo mediatizzato, dell’uomo spettacolarizzato, dell’uomoglobale. Quello che oggi si pone è un problema antropologico e fondativo: che cos’è l’uomo e il conoscere che può possedere.
Il problema dello spettacolo viene a porsi come problema dell’uomo secondo Gay Debord, è il mondo realmente rovesciato dove il falso diventa immediatamente vero e viceversa. Oggi non si può parlare dell’uomo senza fare riferimento alle masse e a tutto ciò che ne consegue. René Girard formula la sua teoria sul mimetismo: l’uomo imita dagli altri desideri, opinioni, stili di vita, ma al di là dell’oggetto è il modello ciò che attira e il soggetto può anche arrivare ad ambire di essere l’altro. Rispetto all’appropriazione dell’oggetto, inoltre, si sviluppa una rivalità mimetica contagiosa ma quando tale violenza non può scaricarsi sul nemico diretto si sfoga su un altro bersaglio e spesso tutti si concentrano su una stessa vittima, questo è il capro espiatorio.
Lo psicologo Adriano Zamperini arriva a definire l’uomo come uno “spettatore indifferente” poiché posto di fronte alla televisione e inerte verso l’altro e a ciò che lo circonda, quella che delinea è una società popolata da passanti distratti e noncuranti. George L. Mosse nella sua opera “La nazionalizzazione delle masse” cerca invece di analizzare come queste siano state portate al nazismo tramite la penetrazione, all’interno degli strati della popolazione, di simboli, codici ideologici che esaltino la nazione e portino a una mobilitazione dei fini nazionali. La strada da seguire sarebbe forse quella di recuperare l’idea della formazione all’altezza della paideia greca ma poiché per l’uomo moderno un tale modello non può funzionare bisogna prendere tale confronto in maniera critica.