PATOLOGIA GENERALE
Cosa studia la patologia generale? La patologia generale NON studia le malattie (o si chiamerebbe patologia clinica), quanto tutte le
condizioni caratterizzate da un’alterazione di una qualche funzione: un organo che non funziona più, un processo metabolico che si
interrompe, una funzione che non si esplica più. Tutte queste condizioni portano, inevitabilmente, alla rottura di un equilibrio. L’equilibrio di
tutte le funzioni corporee (metaboliche, funzionali e organiche), integro in condizioni di salute, si chiama OMEOSTASI, quell’insieme di
meccanismi che presiedono l’equilibrio idrico, elettrolitico, acido-base e termoregolatorio. Quando l’omeostasi si rompe, vengono poste le basi
per lo sviluppo di una patologia.
In caso di rottura dell’omeostasi, il nostro organismo non entra immediatamente in crisi portando all’instaurarsi della malattia; piuttosto, cerca
di correre ai ripari prima che essa si instauri, mediante un processo detto di ADATTAMENTO (che può o meno essere avvertito a livello
cosciente), dato dalla capacità delle cellule (sia dei tessuti che del sistema immunitario) di modulare alcune loro funzioni in risposta ad eventi
stressanti, in modo da raggiungere una condizione di equilibrio diversa da quella originaria, ma che consenta comunque il mantenimento dello
stato di salute.
L’incapacità dell’organismo di adattarsi alla rottura dell’omeostasi (a causa, ad esempio, di un patogeno troppo aggressivo, o di un sistema
immunitario deficitato o compromesso), è ciò che porta all’instaurarsi di vari fenomeni di “deviazione dal normale stato di salute”:
FENOMENO morboso: rappresenta la più piccola e semplice deviazione dalla normale funzione morfologica, biochimica o funzionale
di una cellula, di un tessuto o di un organo, alla quale può anche non seguire alcuna sintomatologia.
Una classica deviazione elementare è l’alterazione del gene di una cellula; la sua trascrizione può dare vita a una serie di proteine
modificanti la funzionalità della cellula stessa, e, se l’errore non è corretto in tempo, portare alla loro degenerazione.
PROCESSO morboso: risulta dalla correlazione di più fenomeni morbosi che, generalmente, compaiono in regolare successione, con
caratteristiche che contraddistinguono l’evento come degenerativo, reattivo o riparativo.
STATO MORBOSO: è una deviazione statica nel tempo (ovvero che può permanere per ore, giorni mesi o anche anni), dalla normale
condizione di salute, senza che l’individuo portatore dello stato patologico (es: danno d’organo, mancanza di un arto, etc) sia
necessariamente minorato nell’armonia funzionale generale dell’organismo.
MALATTIA: la malattia è situazione dinamica (il danno è in evoluzione, e non statico come lo è nello stato morboso) e clinicamente
visibile in cui viene alterato, temporaneamente o definitivamente (se acuta o cronica), il normale equilibrio funzionale esistente
nell’organismo.
In inglese il concetto è ulteriormente suddiviso in “Illness” (stato di “non salute”, ovvero uno stato in cui l’equilibrio funzionale è
alterato senza che sia riscontrabile, anche a seguito di metodi diagnostici, la positività ad un determinato patogeno; es: HIV) e
“Desease” (quando la malattia si manifesta in modo palese con sintomi clinici; es: AIDS).
Il nostro organismo, nei confronti di un agente patogeno, può essere:
Refrattario: quando, ovvero, non c’è corrispondenza tra la cellularità del microbo e la cellularità del tessuto che lo ospita (es: il cane
non può essere infettato dal virus del Morbillo, mentre l’uomo non può essere infettato da alcuni parassiti del cane patogeni
specie-specifici, sebbene alcuni virus possano, ad un certo punto, fare il cosiddetto “salto di specie”), o quando il virus, incontrando
barriere integre, non riesce a penetrare nell’organismo e a produrre l’infezione.
Recettivo: quando l’organismo non riesce a frapporre tra sé e l’agente patogeno un sistema difensivo adeguato, che viene così a
mancare (es: pelle o mucose lacerate, barriera ematoencefalica permeabilizzata etc), o il patogeno è talmente aggressivo o presente
in grandi quantità da riuscire a raggiungere la sede d’azione, così che l’organismo ne subisce le conseguenze.
Resistente: quando l’organismo innesca dei meccanismi di difesa tali (sistema immunitario) da eliminare gli agenti patogeni.
Reattivo: quando il sistema immunitario reagisce in maniera esagerata all’attacco dei patogeni (es: allergie, risposte autoimmuni).
La medicina studia:
La DENOMINAZIONE della malattia, ovvero il nome di chi l’ha scoperta o dell’organo che coinvolge.
La DEFINIZIONE della malattia, ovvero la descrizione del tipo di danno e dei sintomi che la identificano.
L’EZIOLOGIA della malattie, ovvero le cause che la provocano, le quali possono essere:
Determinanti: quando la causa è una conditio sine qua non, in assenza della quale la malattia non può svilupparsi (es: se il
virus dell’influenza non entra nell’organismo, il soggetto non va incontro all’influenza).
Coadiuvanti: quando alla causa determinante si sovrappongono altre cause, dette appunto “coadiuvanti”, che peggiorano
ulteriormente lo stato di salute del paziente (es: se il soggetto contrae il virus dell’influenza e questa, oltre a determinare
l’influenza, induce anche una sovrapposizione batterica, spesso una bronchite).
Endogene: quando a causare il danno è una causa interna all’organismo.
Esogene: quando a causare il danno è un agente esterno (es: batterio, virus).
La PATOGENESI della malattia, ovvero l’effetto/danno da essa provocato.
L’ANATOMIA PATOLOGICA, ovvero quella parte della biomedicina che studia l’alterazione tissutale provocata dalla malattia, in
particolare a livello cellulare.
La SINTOMATOLOGIA della malattia, ovvero i sintomi OBIETTIVI (detti “SEGNI”), ovvero quelli che il medico osserva durante la visita
ma che il paziente non riconosce, e di quelli SOGGETTIVI (quelli propriamente detti “SINTOMI”), ovvero quelli che il paziente
racconta.
Le malattie possono essere asintomatiche (quando non causano sintomi visibili, anche se prima o poi potrebbero palesarli; es: AIDS),
silenti (quando non causano mai sintomi visibili) o sintomatiche (quando esprimono sintomi visibili, riconoscibili tramite anamnesi,
ispezione, palpazione, percussione, etc).
La DIAGNOSI della malattia, ovvero il suo riconoscimento clinico da parte del medico; questo, per ulteriore conferma, può decidere
di approfondire la diagnosi con radiologie, radiografie o esami del sangue.
La TERAPIA, che non è solo farmacologica, ma può anche essere chirurgica.
La PROGNOSI, ovvero la durata della patologia diagnosticata.
Le malattie possono essere classificate:
1) In base al coinvolgimento degli organi:
Malattia topografica (malattia di distretto): malattia che incide su una determinata regione del corpo, come nel caso di un’affezione
alla spalla o al braccio.
Malattia di apparato: malattia che incide su un determinato apparato (ovvero su un insieme di organi o tessuti, anche diversi tra
loro, ma accomunati da un’unica funzione o dislocazione corporea), come nel caso dell’apparato gastrointestinale, che dalla bocca
all’ano, è costituito da un unico tubo di circa 15 m, e da vari organi accomunati da un’unica funzione, che è la digestione
Malattia anatomica (malattia d’organo): una malattia che incide su un determinato organo del corpo, come nel caso di una malattia
dell’occhio, del fegato, dei reni, eccetera (epatiti, bronchiti, polmoniti, pancreatiti).
Malattia funzionale (malattia di disfunzione): è una malattia metabolica, come nel caso del diabete o della fenilchetonuria (malattia
causata da un’eccessiva produzione o da una scarsa eliminazione di fenilalanina).
Malattie sistemiche: come nel caso delle malattie ematologiche (es: leucemia).
Le malattie possono essere classificate anche in base all’eziologia, alla patogenesi (malattie infettive, tumorali, infiammatorie, da radiazioni,
genetiche) o all’epidemiologia (studio delle malattie in base alla distribuzione nel territorio)
2) In base al coinvolgimento cutaneo: la cute, oltre a svolgere il ruolo di barriera protettiva, permette gli scambi tra l’ambiente interno ed
esterno e, di conseguenza, può a volte ravvisare una sintomatologia causata da patologie che non sono per forza cutanee, ma che hanno una
genesi interna; in base alla dislocazione della sintomatologia e al dolore, si identifica una malattia:
Puntiforme: quando il dolore è delimitato in un punto preciso del corpo.
A zone o chiazze: quando le manifestazioni sono distribuite, “a chiazze”, su più zone del corpo (sia internamente che esternamente),
come nel caso delle malattie esantematiche.
Locale: quando l’infiammazione coinvolge una parte del corpo, come nel caso dell’artrosi del cingolo scapolare, la quale coinvolge
scapola, la clavicola e le prime vertebre cervicali e dorsali.
Totali: malattie che coinvolgono TUTTO il corpo, come nel caso della psoriasi, malattia cutanea che può determinare una
compromissione di tutto l’organismo.
Le cause di malattia sono distinte i 3 blocchi: FISICHE, CHIMICHE e BIOLOGICHE.
1) Cause FISICHE di malattia:
Energia radiante: le radiazioni si dividono in eccitanti (es: quelle UV, che, se da un lato permettono la formazione della vitamina D ,
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possono anche provocare eritemi e, nel peggiore dei casi, ustioni della pelle ed edemi) e ionizzanti (raggi X, α, γ), così dette perché in
grado di ionizzare, ovvero trasformare molecole in ioni. Quando una radiazione ionizzante colpisce il nostro organismo, tende a
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dividere l’H della molecola dell’acqua dall’O , il quale, caricato elettronicamente (O , ione superossido), si comporta da cosiddetto
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“radicale libero”, ovvero come uno ione instabile (e dunque molto reattivo) che, al fine di stabilizzarsi, tende a strappare elettroni
alle cellule, provocando, se presente in eccesso (o se i sistemi di neutralizzazione dei radicali normalmente presenti all’interno delle
cellule non funzionano bene), denaturazione proteica, perossidazione lipidica (a sua volta promotrice di aterosclerosi) e/o rottura del
DNA (soprattutto le radiazioni γ), con conseguente produzione di proteine denaturate o non prodotte affatto.
Il nostro organismo, in realtà, produce quotidianamente radicali liberi, ma questi vengono eliminati mediante sistemi di
detossificazione, i quali sono tuttavia saturabili. Nel momento in cui i radicali liberi vengono dunque prodotti in eccesso, la cellula
precipita in una condizione di tossicità.
Corrente elettrica: una corrente continua (ovvero una corrente di intensità e segno costante) può provocare polarizzazione delle
membrane, variazioni di permeabilità, aumento della viscosità proteica e aritmie (il cuore funziona attraverso il potenziale elettrico
pacemaker); una corrente alternata (ovvero una corrente il cui senso cambia al variare del flusso di induzione magnetica) può
provocare inversione del flusso degli elettroliti o contrazione tetanica muscolare, una contrazione incontrollata, involontaria e
continuativa nel tempo, che può a sua volta provocare asfissia per contrazione continuativa dei muscoli respiratori.
Variazioni di temperatura: l’organismo possiede un centro di termoregolazione settato sui 37° (“set point”); variazioni lievi di tale set
point nell’arco delle 24 ore sono del tutto normali, mentre variazioni importanti possono risultare problematiche. A tali importanti
variazioni, al fine di controbilanciare l’aumento o la diminuzione della temperatura esterna, il nostro organismo reagisce già a livello
periferico, grazie ai termocettori situati sulla cute (tramite sudorazione o blocco di quest’ultima) e a livello vasale (tramite
vasodilatazione o vasocostrizione). Nel momento, tuttavia, in cui il set point è eccessivamente spostato in alto o in basso, i
meccanismi di termoregolazione entrano in tilt, non riuscendo più a rispondere adeguatamente per bilanciare l’eccesso di freddo o
caldo; è a questo punto che si entra nel campo delle cosiddette “patologie da caldo o freddo”. Queste possono essere causate da:
Colpi di calore: se la temperatura dell’ambiente è > 40-45° C o se l’umidità è elevata (il soggetto sperimenta ansia,
irritabilità, nausea, vomito, delirio, disturbi visivi etc), soprattutto in caso di bruschi cambi di temperatura ambientale della
stanza in cui ci si era “acclimatati”.
Le prime manifestazioni del colpo di calore sono agitazione, ansia, irritabilità psichica, nausea, vomito (tutte manifestazioni
neurovegetative) e svenimento, causato dall’ipovolemia, a sua volta provocata dalla riduzione dei liquidi presenti nel
compartimento ematico (e dunque della pressione sanguigna) per via dell’elevata sudorazione. Ne consegue l’ispissatio
sanguinis, un aumento della componente corpuscolata del sangue (rispetto alla componente liquida): il sangue diventa più
denso, rallenta, determina la formazione di emboli e, nei casi peggiori, di trombi che causano ostruzioni.
La prima cosa da fare in caso di colpo di calore, dunque, è idratare immediatamente il paziente, e se questi è svenuto, fargli
una flebo.
Colpi di sole: l’irraggiamento solare che colpisce in modo diretto la regione cranio-nucale (da cui passano tutta una serie di
vasi che irrorano l’encefalo) può causare forte cefalea, lipotimia e calo della pressione arteriosa (per improvvisa
vasodilatazione) fino a crisi ipotensiva e blocco renale.
Assideramento e congelamento: se la temperatura scende e si mantiene per diverso tempo < 20 °C o più, il corpo
(soprattutto le estremità) va incontro a progressivo congelamento, con segni iniziali quali vasocostrizione (per evitare ogni
dispersione di calore e limitare i danni), brividi intensi, blocco della sudorazione, orripilazione, formicolio (parestesia),
intorpidimento e perdita della sensibilità della punta delle dita; successivamente, per temperature ancora inferiori,
l’organismo procede verso la formazione di bolle (l’edema raggiunge spesso gli strati dell’epidermide o il derma),
l’immobilità e il blocco delle funzioni cerebrali, il quale porta a sua volta al blocco dei sistemi autonomi, e dunque degli atti
respiratori e del ritmo cardiaco (se il freddo perdura, il soggetto va incontro ad arresto cardiaco); segue la sonnolenza fino
alla perdita di coscienza, e infine la cristallizzazione dell’acqua contenuta all’interno dell’organismo, con una conseguente
interruzione di tutti gli scambi metabolici.
L’organismo va infine incontro a fenomeni ischemici e necrotici (simili a quelli provocati dalle ustioni, con l’unica differenza
che in questo caso l’agente causale dovrà agire per numerose ore per provocare il danno).
Se il freddo coinvolge tutto l’organismo è detto IPOTERMIA; se interessa zone localizzate, viene detto CONGELAMENTO.
Ustioni: la gravità di un’ustione dipende dalla natura della fonte, dal tempo di esposizione e dall’estensione dell’area del corpo
esposta.
Le ustioni possono essere fisiche, se provocate da calore (fiamme libere, corpi roventi, liquidi surriscaldati), da radiazioni o da
elettricità (ustioni nel punto di entrata e uscita della corrente elettrica, ma nei casi più gravi folgorazione, con bruciatura dei tessuti
profondi, ossa comprese), oppure possono essere chimiche, se provocate da sostanze acide e caustiche (es: calce viva, la varechina,
l’acido muriatico e la soda caustica).
Classifichiamo diversi gradi di ustione:
I grado: colpisce solo lo strato superficiale dell’epidermide e causa eritema (con gonfiore, bruciore e dolore al tatto),
iperemia attiva (cute bollente, dovuta alla vasodilatazione dei capillari), liberazione di mediatori dell’infiammazione, dolore
ed edema (fenomeno vasculo-essudativo, caratterizzato da un aumento della permeabilità dei vasi, con un conseguente
aumento del passaggio di liquidi da questi ultimi agli spazi interstiziali).
La riparazione della cute è rapida.
II grado: identica a quella di I grado, ma con l’interessamento del derma oltre che dell’epidermide, e la formazione
aggiuntiva di bolle (o flittene); il dolore è molto intenso e, sebbene la risoluzione sia anche qui abbastanza rapida, vi è la
possibilità di penetrazione batterica, ipercheratosi, desquamazione e iperpigmentazione (formazione di macchie scure e
discromie).
III grado: l’ustione è grave e coinvolge gli strati più profondi della cute e il tessuto sottocutaneo, con formazione di necrosi
tissutale e, dopo la rimozione del tessuto necrotico (necessaria per evitare infezioni batteriche e sepsi), di una cicatrice
discromica.
IV grado: presenza di aree necrotiche diffuse, con interessamento degli strati più profondi tissutali, e dunque complicanze
vascolari (ipovolemia; il soggetto va reidratato, come nel caso del colpo di calore), distruzione dei grossi vasi del connettivo
(con conseguente anemia e scompensi idro-elettrolitici), possibile distruzione dei nocicettori (se il paziente non lamenta
dolore, l’ustione è più grave), sepsi e shock settico.
V grado: carbonizzazione dei tessuti (tipico delle folgorazioni); spesso morte per arresto cardio-circolatorio e insufficienza
respiratoria o blocco renale.
Domanda: ustioni; quali complicanze gravi in caso di ustione? (setticemia, sanguinamento, disidratazione e shock ipovolemico);
qual è il problema più grosso da risolvere in un soggetto ustionato? (la disidratazione conseguente alla perdita di liquidi)
Suoni e ultrasuoni: vivere o lavorare in un ambiente caratterizzato da un rumore eccessivo, non solo può portare a disturbi di natura
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