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Passione e solitudine

La tematica della solitudine costituisce una colonna portante nella letteratura ottocentesca e in particolare nelle opere di François-René de Chateaubriand. Possiamo considerare la solitudine sotto due generali accezioni. Una è positiva, ovvero la solitudine scelta come mezzo di libertà e meditazione. Ci si allontana dalla società per conoscere meglio sé stessi senza condizionamenti esterni. La seconda è in qualche modo il prolungamento della prima, portata all’estremo, quindi acquisisce un connotato negativo. Ci si esclude o autoesclude categoricamente dalla società. Anche se probabilmente il motivo è una “quête” di libertà, si finisce per chiudersi al mondo e ritrovarsi ingabbiati, come in una prigione.

Nonostante questo, la mente, libera di fantasticare, si immerge in uno stato di “rêverie” quasi alienante, infatti il protagonista del romanzo René verrà spesso richiamato dagli interlocutori della sua storia perché la sua mente divaga, si perde nella dimensione del sogno ad occhi aperti. “En prononçant ces derniers mots, René se tut et tomba subitement dans la rêverie” (René, Lettura universale Marsilio, p.88).

Solitudine e ennui nell'800

Il tema della solitudine nell’800 è strettamente legato all’ennui, la malattia del secolo. Tra le varie accezioni di questa parola ci interessa quella che riguarda il malessere, l’impressione di vuoto e di possatezza spesso causati dalla non azione. Un rimedio all’ennui può essere intraprendere impegni ed occupazioni per contrastarla. Eppure esiste un altro tipo di ennui, da cui difficilmente ci si può sbarazzare. Parliamo dell’ennui caratterizzata da “mélancolie vague”, che comporta una lista di mancanze: la non azione, l’assenza di desiderio o piacere per qualsiasi cosa, e così via; a questa noia però non c’è rimedio.

René sarà incoraggiato dalla sorella a trovare un qualche impegno (“Mais, mon frère, sortez au plus vite de la solitude, qui ne vous est pas bonne; cherchez quelque occupation. […] Il vaut mieux, mon cher René, ressembler un peu plus au commun des hommes, et avoir un peu moins de malheur” p. 108-110) e di sposarsi. Anche padre Souël nel suo discorso finale ribadisce la necessità di intraprendere impegni sociali per vivere (“Je vois un jeune homme entêté de chimères, à qui tout déplaît, et qui s’est soustrait aux charges de la société pour se livrer à d’inutiles rêveries” p.132). L’altro rimedio individuato dal prete è naturalmente la religione: disprezza quasi la solitudine, palesando che l’uomo non sa stare da solo (soprattutto senza un Dio che renda più elevato un mondo di chimere) e se lo fa si fa del male: “Jeune présomptueux qui avez cru que l’homme se peut suffire à lui-même! La solitude est mauvaise à celui qui n’y vit pas avec Dieu” (p.134).

La solitudine in "Atala" e "René"

In Atala, Chactas inizia a narrare la sua storia a René partendo dalla sua giovinezza e dal suo disgusto dalla vita in società che lo ha spinto a “riprendere la vita dell’indiano”. L’héros è subito caratterizzato dal tratto distintivo della solitudine: “je fus saisi du dégoût de la vie des cités. Je dépérissais à vue d’œil: tantôt on me trouvait assis au bord d’un fleuve, que je regardais tristement couler. Je me peignais les bois à travers lesquels cette onde avait passé, et mon âme était tout entière à la solitude” (p.72, Atala, Lettura universale Marsilio). L’immaginario è dunque quello di un uomo solo che si sente un étranger con le accezioni di straniero ed estraneo al contempo, che medita in solitudine e decide di tornare alla vita selvaggia per la quale ha sempre avuto un’inclinazione.

Possiamo notare però che in Atala il campo semantico della solitudine è più limitato rispetto a quello presente in René. Dopo essersi conosciuti, Chactas e Atala si ritrovano insieme ma in solitudine nella foresta, ma il tema portante sarà piuttosto la passione. René è invece l’eroe solitario per eccellenza, con un’inclinazione malinconica che sembra accomunare un’intera generazione creando una rete di “frères” tra gli eroi romantici ottocenteschi. L’ennui di René è un tormento dell’anima (malinconica e inquieta) che sfocia in solitudine, inazione e una sofferenza fuori dall’ordinario: “Un penchant mélancolique l’entraînait au fond de bois; il y passait seul des journées entières, et semblait sauvage parmi des Sauvage” (p.70). È un personaggio singolare, la cui sofferenza acuta genera in lui quasi un motivo di vanto, perché si sente superiore alla massa sociale. È orgoglioso della sua diversità e sensibilità.

La solitudine di René è dunque in parte volontaria, si “autoesilia” in una comunità indiana in America e si sottrae alla società e a qualsiasi impegno correlato. Un ruolo fondamentale è quello del décor, funzionale ad esaltare in un romanzo la passione e nell’altro la solitudine. In Atala gli scenari principali sono ambientati nella foresta, situazioni notturne e sublimi (ad esempio la tempesta) che rimandano all’ardore della passione. L’atmosfera crea confidenza e tutto sembra spingere i due innamorati l’uno tra le braccia dell’altro, tanto che Atala riesce a stento a non cedere alla tentazione. È uno scenario abbastanza dinamico, soprattutto quando incontrano nei boschi l’innamorato che chiede in sposa la vergine, le spose novelle che visitavano.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-LIN/03 Letteratura francese

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