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L'emozione elicits la condivisione sociale delle emozioni: teoria e review empirica

Bernard Rimé - Dipartimento di Psicologia, University of Louvain, Louvain-la-Neuve, Belgio

Abstract

La review dimostra che una visione individualistica delle emozioni e della loro regolazione è insostenibile. Primo, dubito della plausibilità di un allontanamento dall’interdipendenza sociale nella regolazione delle emozioni. Secondo, dimostro che ci sono varie ragioni per le esperienze emotive negli adulti che elicitano un processo di condivisione sociale delle emozioni, ed ho recensito le prove a supporto di ciò. Terzo, miro agli effetti che la condivisione sociale comporta a livello interpersonale e collettivo. Quarto, esamino il contributo della condivisione sociale alla regolazione delle emozioni insieme alle rilevanti prove empiriche. Infine, sono revisionate le varie funzioni che ha la condivisione sociale delle emozioni ed è discussa la rilevanza che essa ha per gli scienziati dell’emozione.

Keywords

Affetto, attaccamento, coping, emozione, regolazione delle emozioni, empatia, espressione, relazioni interpersonali, narrazione, self-disclosure.

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La regolazione delle emozioni nei bambini

La regolazione delle emozioni nei bambini è universalmente riconosciuta come un processo interpersonale sin dall’avvento della teoria dell’attaccamento. Invece, i concetti prevalenti per la regolazione delle emozioni e coping emotivo negli adulti sono generalmente privi di una connessione con l’interdipendenza o con le relazioni sociali - per esempio, coping focalizzato al problema e focalizzato all’emozione, agency (rappresentanza) personale, coping per trovare significati ed espressione o soppressione emotiva. Così le prospettive attuali implicano che nel corso del loro sviluppo gli individui eliminino la dipendenza sociale. Per diventare adulti maturi, gli individui dovrebbero dimostrare la loro abilità nel regolare i problemi di adattamento indipendentemente da un intervento esterno. Tale assunto si adatta ai valori prevalenti della scienza psicologica Western che enfatizza l’autonomia e la separazione rispetto alla relazionalità.

Nella ricerca psicologica, l’individuo sano è visto come una persona “autosufficiente, indipendente e che dipende solo da sé, capace di affermare se stesso e di influenzare il suo ambiente”. Questa prospettiva è stata definita “individualismo ruvido (rugged individualism)”, o prospettiva Lone Ranger, “uomo contro gli elementi”. Essa contrappone l’uomo agli elementi in una lotta per la sopravvivenza. In tale contesto, il controllo e l’azione sono messe in risalto, mentre aspetti sociali e comuni del coping sono ignorati. La presente review dimostra che nel campo dell’emozione e della regolazione, una visione individualista ruvida è insostenibile.

Regolazione interpersonale delle emozioni nel corso evolutivo: è uno spostamento lontano dall’interdipendenza plausibile?

Il corso evolutivo della regolazione delle emozioni

I processi interpersonali contribuiscono alla regolazione delle emozioni dei bambini in molti modi differenti. Primo, i neonati segnalano tutti i loro disagi e i loro bisogni emettendo segnali emozionali. I caregiver reagiscono a questi segnali con regolarità e continuità riportando così l’attivazione emotiva dei neonati alla baseline. Una volta stabilito l’attaccamento tra un neonato e il caregiver, il bambino cerca attivamente il caregiver in situazioni stressanti. La presenza, il contatto ed il comfort dei caregiver placa efficientemente lo stato emozionale del bambino.

Secondo, placando i bambini, i caregiver permettono loro anche di esplorare situazioni minacciose e di sviluppare gli strumenti cognitivi necessari a prevenire ulteriore stress emotivo. In questo senso, le azioni dei caregiver non solo costituiscono le precondizioni per la sopravvivenza fisica e psicologica del bambino, ma garantiscono loro anche l’accesso al mondo.

Terzo, mentre i mammiferi fanno ricorso essenzialmente al contatto fisico per la regolazione delle emozioni della loro prole, gli esseri umani utilizzano anche il linguaggio. Molto prima che i bambini siano in grado di comprendere qualsiasi parola, gli adulti parlano loro nelle situazioni stressanti: etichettano la situazione e l’esperienza che ne deriva, rendendo chiari cause ed effetti, suggeriscono rimedi, formulano suggerimenti per la regolazione, e propongono strategie di coping. Tale contesto dà al bambino linee guida per valutare gli eventi, per etichettare le emozioni, e per percepire i cambiamenti corporei, per risposta, regolazione e coping emotivi.

Quarto, i caregiver dotano i bambini di informazioni e significati culturali che li proteggano dall’impatto del mondo misterioso e pericoloso in cui vivono e diano loro rifugio dall’impatto stressante della cruda realtà. Tali strutture di conoscenze permettono loro di affrontare il mondo senza paura ed anche con relativa fiducia.

Quinto, le conversazioni degli adulti espongono i bambini ad un ambiente sociale pieno di storie e narrazioni. Mentre ascoltano le descrizioni degli adulti, i bambini imparano a discriminare gli eventi quotidiani da quelli eccezionali, a scoprire sia quello che dovrebbe normalmente succedere, sia quello che potrebbe accadere, ad ampliare la loro conoscenza teoretica, a sfruttare la trattativa del significato che le descrizioni degli adulti comportano, e a loro volta a sviluppare abilità di negoziazione quando affrontano eventi che non si evolvono come avevano previsto.

Sesto, i bambini sono allenati attivamente nello sviluppare una capacità unica della specie umana: imparano a diventare narratori. Acquisiscono la capacità di informare quella della loro stessa specie di cosa sta accadendo loro, di scambiare commenti su questa esperienza, di informarli di quali siano i loro bisogni in merito, e di come dovrebbero essere accuditi. Questa capacità permette ai bambini anche di negoziare ex post facto la valutazione - il significato e le implicazioni della situazione che hanno incontrato. Per lo stesso motivo, i bambini informano gli altri di cosa potrebbe succedere, di come qualcuno potrebbe reagire, di quali potrebbero essere le conseguenze di tale situazione, e le azioni da compiere per prevenire situazioni simili nel futuro. Il beneficio di questa capacità narrativa per lo sviluppo di una conoscenza condivisa su situazioni ed esperienze emozionali è perciò immenso.

Cosa è stato imparato?

Questa rapida review sul corso evolutivo della regolazione delle emozioni evidenzia la mole di conoscenze ed abilità rilevanti per la regolazione che i bambini acquisiscono in questo processo. I bambini imparano che i processi interpersonali (1) hanno la capacità di lenire lo stress emotivo, (2) li possono aiutare a confrontare cognitivamente e a processare gli elementi di distress, il che aiuta a ridurre il potere stressante di questi elementi, (3) li possono aiutare ad apprendere e comprendere verbalmente le esperienze emotive, (4) generano conoscenze e significati appropriati alla cultura per proteggerli dall’impatto emotivo della condizione esistenziale, (5) li dotano di storie e narrazioni colme di informazioni di cosa potrebbe accadere e come di potrebbe negoziare il significato di tali situazioni, (6) offrono loro l’opportunità di condividere con gli altri le proprie esperienze emotive, di scambiare commenti e punti di vista su tali esperienze, e allo stesso modo, di contribuire, a loro volta, alla conoscenza condivisa delle emozioni.

Ricapitolando, i bambini acquisiscono progressivamente la capacità di inserire le loro esperienze di delusione delle loro aspettative all’interno della loro narrativa culturale, e di proporre spiegazioni o significati possibili per queste esperienze. Imparano a portare le proprie storie nella costruzione culturale che li protegge, e questo per partecipare allo sforzo continuo con cui i membri della loro comunità tentano di consolidare la cupola sicura sotto la quale vivono.

Il corso dello sviluppo successivo: due ipotesi contrastanti

Attualmente si possono confrontare due ipotesi sul corso dello sviluppo successivo. Da un lato, una prospettiva individualistica predice che questo complesso processo che coinvolge lo sviluppo dei contatti personali, dello scambio sociale, e delle costruzioni collettive sulle esperienze emotive svanisca nell’adolescenza. Per diventare adulti maturi, i giovani abbandonerebbero l’interdipendenza sociale e svilupperebbero invece la loro abilità di regolare problemi adattivi indipendentemente da qualsiasi intervento esterno. D’altro canto, sostengo che i vari processi della regolazione interdipendente delle emozioni non svanisca nel corso dello sviluppo. Al contrario, inizialmente limitati a caregiver genitoriali, i bambini sono esposti progressivamente ad un circolo sociale più ampio durante l’adolescenza e l’età adulta. Questo circolo coinvolge essenzialmente figure di attaccamento elettive come amici e partner romantici. Da questa prospettiva, per come risultano nell’infanzia, contatti interpersonali, scambio sociale, e costruzioni collettive sulle esperienze emozionali rappresentano semplicemente prodotti di sviluppo consecutivi che spianano la strada a pratiche interdipendenti che si trovano ad un vero e proprio nucleo della regolazione adulta delle emozioni. Come per i bambini, i processi interdipendenti tamponano le emozioni degli adulti, stimolano il processamento cognitivo delle esperienze emozionali degli adulti, aumentano le loro conoscenze personali sulle emozioni, e contribuiscono al rafforzamento delle loro relazioni interpersonali ed integrazione sociale. Soprattutto, i processi interdipendenti alimentano la costruzione di una massiccia base di conoscenze e la produzione di significati ricercati collettivamente in ogni cultura sin dagli albori della consapevolezza umana.

Conseguenze delle esperienze emotive

Nel mondo animale, la risposta emotiva termina quando le circostanze emotigene svaniscono. Quando un predatore si avventa sulla preda, nel branco circostante ci sono intense manifestazioni emotive. Nessuna preoccupazione o problemi di alcun tipo si manifestano nel branco dopo l’incidente. Gli esseri umani differiscono diametralmente dagli animali a tal proposito. Nella nostra specie, qualsiasi emozione lascia conseguenze cognitive e sociali a lungo termine. Questo è il caso non solo di eventi di vita importanti e di esperienze emotive traumatiche, ma anche di emozioni quotidiane come gioia, rabbia, paura, tristezza, vergogna e simili. I modelli animali che ispirano la ricerca sulle emozioni sono semplicisticamente cieche a queste conseguenze.

Conseguenze delle emozioni negative

Gli esseri umani sono continuamente impegnati in attività di raggiungimento dell’obiettivo. Le emozioni negative si presentano quando le circostanze interferiscono con queste attività. Il rallentamento o il blocco del raggiungimento di un obiettivo si traduce in uno stato emotivo negativo. Tuttavia, le prospettive attuali generalmente ignorano che tale stato non è che la punta dell’iceberg. Uno stato emotivo negativo alimenta il lavoro cognitivo. Stimola inoltre lo scambio sociale. In più, attiva il sistema di attaccamento.

Le emozioni negative alimentano il lavoro cognitivo

Le attività di raggiungimento dell’obiettivo si basano su due capacità complementari: (1) la capacità di predire gli stati del mondo e le conseguenze delle azioni di qualcuno, e (2) la capacità di controllare le situazioni e di portare avanti gli stati del mondo che si sono pianificate. Esercitare queste capacità presume l’affidamento su una lunga base di conoscenze che gli individui possiedono in varie forme - schemi modelli del mondo, teorie implicite, prospettive sul mondo, assunzioni, e così via. Perciò, quando le condizioni interferiscono con il raggiungimento o il conseguimento di un obiettivo, le componenti di questa base di conoscenze sono invalidate. Quando gli elementi dell’esperienza degli individui disconfermano gli aspetti dei loro schemi, modelli, teorie o assunzioni, subentra uno stato di dissonanza cognitiva. Questo porta alla predizione che le emozioni negative siano necessariamente l’inizio degli sforzi cognitivi verso la riduzione della dissonanza.

Tale ragionamento è stato anticipato da autori classici. Hadley Cantril (1950) notava che le emozioni subentrano quando la gente confronta eventi per i quali il loro mondo presunto non li aveva preparati. Egli afferma che in situazioni che sfidano la propria comprensione del mondo, le emozioni supportano una ricerca di significato. Allo stesso modo, Georges Kelly (1955) sostiene che le emozioni abbiano luogo nel momento in cui gli eventi “non si attaccano” alle costruzioni che ognuno attribuisce loro, convincendo così gli individui a modificare le loro costruzioni. Sia Cantril che Kelly considerano le emozioni come brillante lavoro cognitivo.

Ricerche su condizioni che avviano il lavoro cognitivo comportano considerazioni molto simili. Hastie (1984) dimostra che la deviazione dal corso atteso degli eventi offre la più elementare istigazione del ragionamento causale. Kruglanski (1996) considera l’attività cognitiva come tipicamente avviata quando viene percepita una discrepanza tra uno stato attuale ed uno desiderato. Martin e Tesser (1989) argomentano che quando la progressione verso un obiettivo viene bloccata, o quando si verifica una discrepanza tra lo stato attuale delle cose e la situazione attesa, si incontrano le condizioni per lo sviluppo di un’attività cognitiva ruminativa. Che tali condizioni siano connesse all’emozione è stato reso noto da Mandler (1984) il quale afferma che sono due le diverse condizioni a poter causare l’emozione: quando accade qualcosa di non atteso, o quando qualcosa di atteso non accade. Dunque, le condizioni che elicitano l’emozione si sovrappongono a quelle che elicitano una ricerca cognitiva. Dissensi, sorprese, eventi inattesi, incidenti, infortuni, ed anche catastrofi mobilitano tutti l’attenzione verso la produzione di significato. Quando le previsioni falliscono, le aspettative vengono disconfermate le attività in progresso sono bloccate, la produzione di significato emerge al meglio.

Numerosi dati confermano che le emozioni negative alimentano il lavoro cognitivo. Dopo un evento emotivo negativo, ci si impegna nella ricerca attiva delle informazioni. I ricordi degli eventi negativi inoltre riaffiorano alla coscienza sotto forma di pensieri intrusivi, immagini mentali, o ruminazione mentale. Gli episodi traumatici provocano specialmente reminiscenze ricorrenti ed intrusive mesi o addirittura anni dopo l’evento. Tra le conseguenze degli eventi emotivi collettivi, la traccia dell’evento prolifera ed è dimostrato che media la formazione della memoria dell’evento. Tutto considerato, le varie osservazioni supportano la proposizione che le esperienze emozionali negative alimentino il lavoro cognitivo.

Le emozioni negative stimolano confronto sociale, narrazione e conversazione

I bias individuali portano la gente della nostra cultura a convincersi che i loro organi di senso siano essenzialmente la fonte delle informazioni. Questo è assolutamente incorretto. Nel processo di sviluppo, i bambini combinano continuamente due fonti di informazione: i loro organi di senso e la gente intorno a loro. È questa doppia dipendenza a permettere loro di etichettare, categorizzare, comprendere, e dotare di significato oggetti ed eventi che incontrano. Che questo processo non svanisca negli adulti è stato ben spiegato da quello che Festinger (1954) chiama confronto sociale, precetto secondo cui gli individui sono continuamente motivati a valutare le loro percezioni ed opinioni. A questo scopo, essi comparano le loro prospettive con quelle degli individui che li circondano. Grazie a questo processo, gli individui raggiungono delle convenzioni su punti di vista, valori, opinioni, concetti sul mondo. Il consenso sociale produce una realtà sociale tanto oggettiva quanto più oggettivi siano loro stessi. Il confronto sociale agisce specialmente quando si mancano standard oggettivi o quando si affrontano esperienze confusionarie. Come evidenziato dal lavoro cognitivo, esse elicitano esperienze emotive tipicamente costituite da esperienze confuse e perciò ci si aspetta che stimolino il confronto sociale.

Schachter (1959) dimostra che l’esposizione ad una condizione emotiva elicita la motivazione personale a cercare un contatto sociale. Nei suoi studi classici, i partecipanti che erano ansiosi all’idea di essere sottoposti a shock elettrici preferivano aspettare la compagnia di altre persone mentre coloro per i quali la minaccia era minore preferivano aspettare da soli. Questo effetto di “stress ed affiliazione” ha generato considerevoli ricerche. Schachter stesso ha adottato una spiegazione dell’effetto basata sul confronto sociale: gli individui che devono affrontare situazioni stressanti cercherebbero di ridurre l’ansia suscitata interagendo verbalmente con altri che condividono lo stesso destino, usando così gli altri come indicatore per valutare il proprio stato emotivo. La prospettiva di Schachter porta all’inferenza che emozioni negative alimenteranno lo scambio verbale ed il confronto sociale.

Schachter non era l’unico nel considerare le emozioni come incentivo per la comunicazione sociale. Bruner (1900) ritiene che la narrazione giochi un ruolo centrale nel contesto di circostanze emotive. Secondo la sua prospettiva, nessuna storia potrebbe emergere fino a quando gli eventi si adeguano alle aspettative dettate dal senso comune. I motivi per una narrazione si fanno avanti quando solo quanto le aspettative vengono violate. Secondo Bruner, una storia mira a restituire circostanze inusuali in una forma che abbia senso e le renda comprensibili. Ciò è particolarmente adatto a connettere l’eccezionale all’ordinario. Perciò, afferma Bruner, se ci si imbatte in...

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/01 Psicologia generale

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