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La violenza di genere: aspetti giuridici, psicologici e sociologici

Lez. 0219 - Lo stalking da un punto di vista psicologico

Il termine stalking deriva dal verbo inglese to stalk che significa: fare una posta a una persona. Questo termine è stato usato dagli esperti americani per definire in maniera definitiva e sintetica un pattern comportamentale consistente in una serie di azioni intrusive, indesiderate, ripetute nel tempo, con caratteri di sorveglianza e controllo, di ricerca di contatto e/o di comunicazione verso la vittima intimorita.

Lo stalking è una vera e propria sindrome comportamentale che si manifesta a causa della presenza di una relazione patologica tra vittima e perpetratore, e di conseguenza anche una patologia nella comunicazione tra le parti. Nel catalogo delle attività tipiche dello stalking, vi sono alcune condotte perpetranti, che singolarmente possono essere ritenute accettabili: telefonate, messaggi, lettere, e altri meno accettabili: inseguimenti, appostamenti, diffusione di immagini o video imbarazzanti della vittima, inviare fiori ed oggetti indesiderati, fino ad arrivare agli estremi come minacce di fare del male alla famiglia della vittima, di danneggiare le sue proprietà, o di farle direttamente del male.

Tra i comportamenti che socialmente potrebbero essere ritenuti accettabili, si può arrivare ad una situazione illecita e inaccettabile in base all'impatto che tali comportamenti hanno sulla preda, e dal suo sentirsi spaventata ed intimorita. Lo stalking, a prescindere dalla presenza o meno di violenze e aggressioni fisiche, produce, per la sua natura persistente e intrusiva, un forte impatto sulla vittima, determinando una pluralità di effetti devastanti tali da comprometterne il benessere fisico, psicologico e sociale.

Chi subisce queste condotte, infatti, vede trasformarsi completamente la propria personalità e quotidianità, poiché, braccato dal molestatore assillante, finisce per sentirsi impotente e incapace di difendersi e reagire, portato, per sopravvivere a tali situazioni, a modificare pesantemente il proprio stile di vita e le proprie abitudini.

Protezione ed interventi per proteggere le donne

Non esistono delle linee comuni per difendere le donne vittime di stalking, poiché le linee da seguire variano a seconda della situazione in cui si trova la vittima (se lo stalker è un partner o uno sconosciuto). In ogni caso, le prime linee guida fondamentali nella protezione delle donne sono:

  • Interrompere ogni rapporto con il molestatore, documentare gli atti persecutori, informare la rete di supporto personale (familiari, amici e colleghi) e chiedere aiuto (istituzionale e non);
  • La vittima dovrà rendersi invisibile, evitando le discussioni e gli incontri chiarificatori (spesso prologo di esiti drammatici), non rispondendo più a telefonate, sms e email (può essere utile utilizzare segreterie telefoniche e sistemi per il blocco delle email indesiderate), non accettando regali e altri oggetti, cambiando la propria routine quotidiana (ad es. non frequentare più determinati luoghi, modificare spesso il percorso casa-lavoro o casa-scuola, ridurre la vita sociale, cambiare residenza, ecc.);
  • Il ricorso ad una qualsivoglia forma di aiuto, informale (amici, familiari, colleghi, compagni di scuola ecc.) o formale (forze dell'ordine, avvocati, medici, servizi sociali, associazioni vittime ecc.), così da spezzare l'isolamento in cui con frequenza chi subisce queste condotte si trova ed incrementare le possibilità di una concreta risoluzione della situazione critica, anche prevedendo un diretto intervento istituzionale sullo stalker.

Lez. 0301 - Le forme di violenza prenatale

Spesso si pensa che lo stato di gravidanza renda la donna più vulnerabile e quindi la protegga dal subire violenza. Purtroppo, così non è, e spesso una donna che era vittima di IPV (Intimate Partner Violence), prima della gravidanza, continua ad esser vittima anche durante e dopo. Oltretutto, in alcuni casi, gli episodi di violenza in gravidanza tendono ad aumentare a causa dell'aumento dello stress, dell'innalzamento dei conflitti di coppia, gelosie, sospetti e influente è anche lo stato socioeconomico della coppia.

Alcuni studiosi hanno individuato vari tipi di IPV sulla donna incinta: azioni di maltrattamento fisico (schiaffi, pugni, calci, ecc.), di abuso psicologico (aspre critiche anche in pubblico, prese in giro, offese relative all’aspetto fisico e/o alle capacità della donna, decisioni prese al suo posto, rifiuto di parlare di violenza sessuale (costringendo la donna ad avere rapporti sessuali anche rischiosi per la gravidanza).

Tra le più frequenti conseguenze a carico della donna, gli autori individuano innanzitutto danni di tipo fisico come ematomi, fratture, traumi addominali, complicanze durante la gravidanza o il parto, aborto, parto prematuro, distacco della placenta fino alla morte del nascituro, difficoltà nell’allattamento al seno; tra le problematiche di natura psichica vengono invece riscontrate prevalentemente depressione, ansia, sintomi da disturbo post-traumatico da stress, abuso di fumo, alcol o sostanze, ma anche un limitato o nullo ricorso alle normali e routinarie cure prenatali, ansia e depressione, fino ad arrivare a un più alto rischio di suicidio nel corso della gestazione.

La scarsa attenzione alle cure e agli esami medici prenatali spesso deriva dallo stato di isolamento nel quale le vittime sono costrette a vivere.

La violenza contro le donne in gravidanza

Spesso si pensa che lo stato di gravidanza renda la donna più vulnerabile e quindi la protegga dal subire violenza. Purtroppo, così non è, e spesso una donna che era vittima di IPV (Intimate Partner Violence), prima della gravidanza, continua ad esser vittima anche durante e dopo. Oltretutto, in alcuni casi, gli episodi di violenza in gravidanza tendono ad aumentare a causa dell'aumento dello stress, dell'innalzamento dei conflitti di coppia, gelosie, sospetti e influente è anche lo stato socioeconomico della coppia.

Jasinski (2004) sottolinea che lo stress di per sé non comporta necessariamente violenza e riscontra più alti livelli di stress nelle coppie primipare e in quelle che fronteggiano una gravidanza indesiderata, soprattutto dove è il partner maschile a non accettare lo stato gravidico della donna, spesso per il timore che il nuovo nato possa allontanare la partner o impegnarla a scapito della relazione di coppia.

La violenza post-natale

Al riguardo, vi sono 2 filoni di studio: uno in cui definiscono l'IPV, una forma di violenza diretta per il bambino sia che partecipi direttamente o indirettamente agli episodi di violenza, e uno in cui riflettono sulla trasmissione della IPV a livello generazionale, che vede i bambini vittime di violenza assistita potenziali abusatori nei confronti del partner e dei figli una volta divenuto adulto.

Nel periodo post-natale, in condizioni ottimali, nasce tra la madre e il proprio bambino un rapporto di connessione stabile e sicura, rispondente al bisogno del bambino, che lo conducono ad uno sviluppo di rappresentazioni oggettuali coerenti. In condizioni di particolare stress questa configurazione viene destabilizzata generando uno stile di attaccamento madre-figlio insicuro e creando delle rappresentazioni incoerenti e instabili.

Lez. 401 - Ripensando alla maternità imposta, discutere le principali conseguenze sulla relazione caregiver-bambino

La maternità imposta è un fenomeno che porta un carico di sofferenza emotiva e psicologica a carico della vittima, a seguito di un rapporto sessuale non voluto, questo perché la vittima si trova in una situazione di dover prendere una decisione circa la prosecuzione della gravidanza, e il dolore esistenziale per la violenza subita e per la maternità imposta dopo la violazione della sua sessualità. Un quadro così complesso comporta delle conseguenze distruttive non solo sulla sfera emotiva e psicologica della madre, ma anche sulla sfera emotiva e sullo sviluppo psicologico e cognitivo del bambino e soprattutto nel rapporto tra madre e figlio.

Più nel dettaglio, la madre, vittima di abuso sessuale, e spesso anche di IPV, subisce un aumento dello stress, a causa di un suo continuo stato di allerta e di paura, che le impediscono di tutelare il proprio benessere, comportando un rischio di sviluppo di problemi d'ansia e di umore, confluendo in problemi di salute mentale. Vi è altresì, un rischio di sviluppare un disturbo da stress post-traumatico PTSD, e nell'immediatezza dell'abuso, la vittima può manifestare uno stato di inconsapevolezza dell'abuso.

Emblematica è la testimonianza di una donna, che temeva di portare in grembo un mostro. Nel 17% delle donne che subiscono tali effetti, la sintomatologia può proseguire nel tempo, sfociando in disturbi psicosomatici e stati depressivi, disturbi che hanno esiti anche sullo sviluppo intrauterino del feto, aumentando la possibilità di successiva psicopatologia del bambino, il quale durante la gravidanza il cervello del nascituro è in stato di formazione e i segnali che riceve dall'esterno possono provocare disturbi cognitivi e nella condotta.

I diversi fattori di stressors cumulati, influiscono anche dopo la nascita, nell'interazione caregiver (madre) e bambino, e sull'adattamento della genitorialità, alterando la percezione del neonato e la capacità della madre di comprendere i bisogni del bambino, di sintonizzarsi emotivamente con lui e di prendere decisioni, compromettendo il rischio di pregiudicarne le competenze genitoriali.

Ripensando alla violenza in gravidanza, quali sono a vostro avviso i fattori più significativi nel determinare la sua insorgenza?

A mio avviso i fattori che determinano la violenza in gravidanza sono:

  • Una pregressa situazione di Intimate Partner Violence (IPV), all'interno della coppia. Come dimostrano infatti alcuni dati Istat, purtroppo per il 50,6% delle donne che subiscono violenza, le violenze continuano anche in gravidanza, e che per il 17% di questi casi l'incidenza di casi di violenza è diminuita, mentre per il 16.6% è addirittura aumentata.
  • Una situazione di gravidanza imposta, il cui esito è una gravidanza indesiderata, e lo stress che ne deriva rende una donna 2,5 volte più a rischio di subire ulteriori forme di IPV.

Lez. 51 - I fattori di rischio del femminicidio

Secondo alcuni dati statistici, il rapporto di coppia è l'ambito a più alto rischio di femminicidio, di fatti, in Italia, tra il 2000 e i primi 10 mesi del 2018 i casi di femminicidio registrati sono stati 3100, con una media di più di 3 donne uccise a settimana, e in 3 casi su 4 si è trattato di un omicidio perpetrato da un partner o da un ex partner o da un parente.

Altri fattori di rischio che non di meno, espongono la donna al rischio di violenza ultima ed estrema sono classificati in base al tipo di soggetto, e in base ai tipo di relazione.

I fattori in base ai tipi di soggetto sono: da parte dell'autore:

  • Soggetto socialmente svantaggiato;
  • Vittima di abuso in età infantile;
  • Precedenti comportamenti violenti con altre partner;
  • Possessività;
  • Detenzione regolare o irregolare di armi;
  • Precedenti penali;
  • Problemi di salute mentale;
  • Abuso di sostanze.

Da parte della vittima:

  • Soggetto socialmente svantaggiato;
  • Ha subito storie precedenti di violenza domestica;
  • Ha problemi di salute mentale;
  • Abusa di sostanze.

I fattori in base al tipo di relazione sono:

  • Il tipo di relazione (se conviventi, coniugati o fidanzati);
  • Presenza di violenza nella relazione;
  • Separazione;
  • Stalking;
  • Presenza di bambini che spesse volte assistono passivamente alle violenze, con conseguenze psicologiche ed emotive importanti.

Fattori di rischio in base al contesto sociale sono:

  • Problemi relativi alla rete di sostegno;
  • Problemi di accesso alle risorse della comunità;
  • Assenza di servizi e strutture adeguate;
  • Problemi di coordinamento delle risorse del territorio.

Il femminicidio

Il femminicidio è l'ultimo atto di violenza estremo che viene perpetrato dal partner omicida ai danni della vittima, ultimo gesto di una serie di episodi di violenza nella coppia e tragica fine di un rapporto malato. Molte campagne di sensibilizzazione contro la violenza citano uno slogan con il preciso scopo di portare le donne vittime di violenza a una presa di coscienza riguardo la loro condizione di vita, dove fa da padrone la violenza fisica e psicologica e che non è una condizione normale: “Se ti picchia, o se ti fa del male, non è amore“.

La lotta contro il femminicidio, le campagne di sensibilizzazione promosse da associazioni ed ONLUS, nascono da una vera e propria emergenza. I dati statistici sui casi di femminicidio in Italia e nel resto del mondo, sono ben poco rassicuranti, e denotano la diffusione di un fenomeno che ci porta ad essere ben lontani dall'essere tutti parte di una società civile, dove vigono il normale rispetto della vita, del valore e delle esigenze altrui e le pari opportunità di genere. Cito solo alcuni dati statistici italiani prelevati dall'EURES (Ente di Ricerca Privato): Tra il 2000 e il 2018 sono state uccise 3100 donne, con una frequenza di 3 casi su 4 si è trattato di un partner, di un ex partner, o di un parente. Ed ecco che emerge l'elemento forse più drammatico del femminicidio: la famiglia, il compagno, il marito, il luogo dove la donna dovrebbe essere ritenuta più al sicuro, la persona che dovrebbe proteggere la sua compagna, le toglie la vita.

Lezione 0701 - Pensando ai bambini orfani speciali, quali sono gli argomenti delle lezioni che hanno suscitato maggiormente la tua attenzione? Perché?

L'argomento che ha suscitato maggiormente la mia attenzione riguarda le conseguenze psicologiche ed emotive che i bambini orfani speciali subiscono a seguito della perdita della madre, nel loro sviluppo psicologico e cognitivo e di crescita, perché mi hanno portato a riflettere sui danni incalcolabili che ci sono dietro ad un gesto di violenza, danni che vengono sempre troppo spesso sottovalutati, e come un evento così drammatico, crei sintomi nel breve e medio-lungo termine nell'adattamento psicosociale del bambino. L'aver assistito alla morte della propria mamma, e che questa sia avvenuta per mano dell'altro genitore, altra figura significativa, fa derivare conseguenze sul piano dell'attaccamento, della sicurezza, dello sviluppo di convinzioni e disfunzioni della fiducia in sé e nell'altro.

Le sintomatologie post-traumatiche a breve termine sono: immagini e pensieri intrusivi dell'accaduto, disturbi del sonno, difficoltà di concentrazione e calo delle performance scolastiche, appiattimento emotivo, ansia da separazione, autobiasimo per l'accaduto, accompagnato da vergogna e senso di colpa. Le sintomatologie riscontrabili a medio-lungo termine sono la stigmatizzazione per essere identificato figlio di un omicida, problemi di integrazione con i coetanei, isolamento e ritiro sociale, sintomi depressivi, lamentele somatiche, difficoltà di relazione con i pari, comportamenti impulsivi e distruttivi, attività illegali e in epoca adolescenziale difficoltà di attaccamento e comportamenti sessuali precoci. Molti bambini subiscono una evoluzione psicopatologica verso un disturbo del lutto persistente complicato.

Non si tratta di un normale processo di elaborazione del lutto, perché hanno assistito direttamente alla perdita della loro madre, e il contesto di caregiving successivo (nonni materni, non è un contesto che aiuta nell'elaborazione del lutto, in quanto, le persone affidatarie sono anch'essi alle prese con l'elaborazione di un loro lutto, riscontrando una difficoltà nell'ascoltare i bisogni del bambino, determinando un'intesa di stati emotivi interni negativi, per un periodo di gran lunga superiore rispetto ad un normale processo di elaborazione di un lutto. In molti casi viene rilevato un persistente stato di dolore e afflizione cronico, superiore a 6 mesi, ed è contraddistinto da negazione della morte, inettitudine. La letteratura parla di una vera e propria sindrome che prende il nome di Child Traumatic Grief dalla commistione del trauma subito, e della relazione di dolore ad esso connesso.

Ripensando al fenomeno della violenza domestica ed al femminicidio, quali ritiene di essere i fattori di rischio più importanti?

I fattori di rischio più importanti che possono portare al femminicidio ritengo siano sicuramente la presenza di una relazione violenta tra i due partner, dove l'autore generalmente può essere un soggetto socialmente svantaggiato o con problemi di salute mentale, che abusi di sostanze, e che abbia subito abusi in età infantile. Da parte della vittima anche alcune sue caratteristiche la rendono più esposta, per esempio: la sua posizione sociale svantaggiata, l'aver subito in storie precedenti già della violenza, o l'abuso di sostanze.

Commenti le novità della nuova legge Codice Rosso alla luce di quanto finora studiato, sulla violenza domestica ed il femminicidio

La legge Codice Rosso, è stata approvata dal Parlamento il 14 luglio 2019 ed ha apportato una serie di modifiche inserendo nuovi reati e introducendo nuove procedure abbreviative per aiutare le tante donne che quotidianamente sono minacciate, perseguitate, stalkerizzate, sottoposte a violenze fisiche o psicologiche da ex compagni, mariti, o semplicemente da conoscenti, in un paese in cui i dati parlano di una vittima ogni 72 ore.

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I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher rafgio00 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di violenza di genere e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università telematica "e-Campus" di Novedrate (CO) o del prof Todini Paola.
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