Paniere con risposte aperte: storia della filosofia moderna e contemporanea
Lezione 004
La concezione dell'uomo e della vita del Rinascimento
Per Rinascimento, sviluppatosi nel Cinquecento, si intende specificatamente la rinascita, dopo quella medievale, dell'uomo nuovo, il quale considera se stesso, gli altri, il mondo e Dio in modo nuovo ed in senso non più esclusivamente religioso. L'affermarsi di nuove professioni e mestieri determina un nuovo interesse per la formazione culturale e professionale dell'individuo. L'uomo che ha una buona preparazione culturale e professionale è destinato ad avere successo: l'uomo può essere l'artefice (il costruttore) del proprio destino. L'uomo del Rinascimento ha riconquistato fiducia nelle proprie individuali capacità e nel proprio valore. Anche nei confronti di Dio aspira ad un rapporto più diretto: sente come un peso eccessivo l’autoritarismo della Chiesa e la sua tendenza a regolare i comportamenti individuali fin nel dettaglio. L'individuo vuole essere più autonomo nel praticare la propria fede e nell'interpretare le Sacre Scritture, ruolo questo che la Chiesa considerava esclusivamente suo. Saranno questi nuovi atteggiamenti e questi nuovi modi di sentire che porteranno alla contestazione della struttura gerarchica della Chiesa e quindi alla Riforma protestante cui seguirà la Controriforma cattolica.
Si assiste alla rinascita dell'interesse per la filosofia della natura, non una natura morta ma attiva e viva; una natura come organismo vivente e non come meccanicismo. A causa delle rispettive e specifiche caratteristiche alcuni studiosi ritengono che Umanesimo e Rinascimento siano due periodi storico-culturali da tenere fra di essi distinti.
Lezione 007
I cambiamenti introdotti dalla rivoluzione scientifica
Per rivoluzione scientifica si intende quel lungo processo nel corso del quale, nel sedicesimo e diciassettesimo secolo, ha avuto origine e si è quindi sviluppata la scienza moderna. Con la rivoluzione scientifica cade non solo la cosmologia tolemaica-aristotelica, ma cadono altresì idee da lungo tempo consolidate, riguardanti l'immagine dell'uomo, il lavoro dello scienziato, le relazioni tra scienza e tecnica, tra scienza e filosofia, tra scienza e religione.
Da quando Copernico, con la sua teoria eliocentrica, mette al centro dell'universo il Sole al posto della Terra, entra in crisi anche l'immagine dell'uomo basata sull'antico modello geocentrico, che voleva invece al centro la Terra. Anche l'uomo infatti comincia a perdere la sua centralità nell'universo e deve trovare nuove risposte sulla sua collocazione nel mondo.
La rivoluzione scientifica è preceduta dalla rivoluzione astronomica. Entrambe hanno comportato un cambiamento così ampio dei metodi e delle concezioni astronomiche e scientifiche tali da essere considerate, appunto, "rivoluzionarie", un vero e proprio capovolgimento dei metodi e delle teorie precedenti. Ecco perché si parla di "rivoluzione".
La scienza moderna vuole fornire spiegazioni quantitative e meccanicistiche della realtà e della natura, non limitandosi a descrivere ma misurando i fenomeni naturali e calcolando quali gradi di relazione esistono o non esistono fra di essi. Inoltre, sorge pure l'inquietante interrogativo: se la Terra è un corpo celeste come gli altri e non è più il centro dell'universo, creata da Dio in funzione dell'uomo concepito come il punto più alto della creazione, potrebbe essere allora che esistono anche altri uomini su altri pianeti?
Le nuove caratteristiche assunte dalla scienza moderna trovano soprattutto in Galilei la sua definizione metodologica, in Francesco Bacone la sua filosofia e, successivamente, in Newton una più compiuta sistemazione metodologico-scientifica.
Lezione 009
Il metodo sperimentale di Galilei
Galilei suddivide il metodo della scienza da un lato in un momento risolutivo, o analitico, e in un momento complessivo, o compositivo o sintetico, nonché, dall’altro lato, in "sensate esperienze" e in "necessarie dimostrazioni".
- Momento risolutivo o analitico: consiste nello scomporre un fenomeno complesso nelle sue parti o elementi semplici formulando quindi un'ipotesi matematica.
- Momento complessivo o sintetico: consiste nel tentativo di riprodurre artificialmente il fenomeno in modo tale che, se l'ipotesi formulata è confermata dalla sperimentazione, essa è verificata.
- Sensate esperienze: Galilei intende il momento dell'osservazione induttiva della scienza.
- Necessarie dimostrazioni: Galilei intende il momento ipotetico-deduttivo della scienza, il quale è prevalente in un altro tipo di scoperte.
La matematica, dice Galilei, è uno strumento fondamentale per le scoperte scientifiche, poiché essa, mediante i calcoli e le deduzioni, consente di formulare nuove ipotesi sui fenomeni ("necessarie dimostrazioni"). Però, mentre la matematica pura non ha bisogno, per essere vera, di venir controllata dall'esperienza, la matematica applicata alla fisica ha valore solo se i risultati dei calcoli matematici sono poi confermati dalla sperimentazione nella realtà.
Lezione 011
La concezione cartesiana del cogito, ergo sum
Proprio quando il dubbio sembra non finire mai, Cartesio trova l'ispirazione e scopre quel principio assolutamente indubitabile che diventerà il fondamento del nuovo sapere. Egli osserva, infatti, che mentre si pensa di poter dubitare di tutto, non si può tuttavia dubitare del fatto che si stia pensando, ossia che vi è, che esiste un qualche cosa, un soggetto che pensa. Da qui la celebre affermazione "cogito, ergo sum" (penso, quindi sono, esisto).
La scoperta che quantomeno il soggetto pensante esiste, cioè che esiste la coscienza, l’"io", ossia il pensiero, anche se i contenuti del pensiero potrebbero essere irreali, un'illusione, non è il risultato di un ragionamento graduale e complesso, ma è il frutto proprio di quella intuizione immediata, del tutto evidente, chiara e distinta, che Cartesio cercava come fondamento e base di partenza certa del nuovo sapere.
La scoperta del "cogito", della "res extensa", ha un significato epocale, perché segna lo spartiacque, la separazione-distinzione tra la filosofia antica, impostata sulla metafisica dell'oggetto o dell'essere, cioè sull'ontologia, e la filosofia moderna, fondata da Cartesio, la quale è impostata sulla metafisica del soggetto conoscente, cioè sulla gnoseologia.
La concezione cartesiana del metodo
Il nuovo metodo filosofico, deduttivo, deve cioè partire e basarsi almeno su un'idea generale che per sua propria evidenza sia così intuitiva, chiara e distinta da essere senz'altro vera. A tal fine Cartesio dà avvio al suo metodo secondo le quattro principali regole seguenti: dell'evidenza, dell'analisi, della sintesi, dell'enumerazione e della revisione.
Come passo successivo, Cartesio applica le regole del suo metodo ai vari tipi di conoscenza quali definiti dal sapere tradizionale: la conoscenza sensibile, la conoscenza logico-razionale, la conoscenza matematica. Lo scopo di Cartesio è quello di trovare un principio, un fondamento, una base del sapere e della conoscenza così evidente ed intuitiva, così chiara e distinta, da escludere ogni e qualsiasi dubbio ci si possa immaginare, anche quello che possa esistere un genio maligno.
Per tale motivo applica metodicamente e sistematicamente il dubbio ad ogni tipo di conoscenza: da ciò il nome di dubbio sistematico, o metodico, da lui applicato ad ogni tipo di conoscenza, non per scetticismo ma per verificare se è possibile trovare un fondamento che sia assolutamente indubitabile.
Lezione 012
La concezione hobbesiana del linguaggio
Trattando dei concetti, Hobbes dichiara che essi sono soltanto "nomi di nomi", cioè solamente nomi collettivi, soltanto nostri modi di pensare che tuttavia non esistono nella realtà, perché in essa vi sono solo le singole cose concrete e individuali (non c'è "l'albero" ma solo i singoli alberi concreti). È una evidente concezione nominalistica. I concetti peraltro sono utili poiché consentono le generalizzazioni, ossia consentono, con una sola parola di carattere generale (il concetto), di indicare tutte le cose particolari che appartengono alla medesima specie o genere indicati dal concetto. In altri termini, il concetto permette l’economicità del linguaggio (mediante il solo concetto di triangolo sono indicati tutti i triangoli particolari).
Infine, l'insieme dei segni, cioè di nomi, forma il linguaggio. Ed è il linguaggio, più che la ragione, che differenzia l'uomo dagli animali perché anch'essi possiedono un certo grado di ragione e sanno imparare dall'esperienza passata. Però l'uomo, diversamente dagli animali, può prevedere e progettare a lunga scadenza i suoi comportamenti nonché i mezzi più idonei per raggiungere i propri fini grazie proprio al linguaggio, che invece gli animali non possiedono. Due sono le principali funzioni del linguaggio: permette di comunicare, ma soprattutto permette il ragionamento in virtù di quelle generalizzazioni che sono i concetti.
Lezione 013
La concezione hobbesiana dello Stato
Non può costituirsi uno Stato e perdurare solo in virtù di un patto sociale se non viene creato anche un "potere" che costringa ogni uomo a rispettare le regole del patto stesso. Con il patto sociale gli uomini di una comunità rinunciano ai loro diritti, tranne il diritto della difesa della vita, e li cedono ad un sovrano: un re o una Assemblea come il Parlamento. In tal modo, osserva Hobbes, il patto sociale è stipulato fra i sudditi tra loro e non tra i sudditi ed il sovrano, il quale dunque è al di sopra delle regole del patto sociale, è al di sopra delle leggi dello Stato. Il sovrano è l'unico a mantenere gli originari diritti dello stato di natura, il diritto su tutto, eccetto il diritto sulla vita altrui. Pertanto, lo Stato sorto dal contratto sociale riunisce su di sé un potere enorme. Solo nel caso in cui lo Stato non difenda e non rispetti la vita dei sudditi essi hanno, allora, il diritto di ribellarsi.
Hobbes è quindi il massimo teorico dello Stato assoluto, da lui definito "per metà uomo e per metà Dio mortale", per il suo mostruoso potere e perché è subito al di sotto del Dio immortale e quasi altrettanto potente. Lo Stato assoluto, così mostruosamente potente, è paragonato da Hobbes al Leviatano, cioè al mostro invincibile di cui narra la Bibbia.
La concezione hobbesiana dello stato di natura
Per Hobbes l'originario stato di natura dell'uomo, ossia la condizione caratterizzante l'uomo primitivo, è appunto la bramosia, l'egoismo, cioè la pretesa di aver diritto a tutto; da ciò deriva la sopraffazione, la prepotenza e quindi una continua lotta per prevalere, una continua guerra di tutti contro tutti (bellum omnium contra omnes). L'uomo non è naturalmente buono ma aggressivo come un lupo, si comporta come un lupo nei confronti degli altri uomini (homo homini lupus). Non c'è una giustizia naturale, un amore spontaneo dell'uomo verso gli altri uomini. Questo potrà semmai venire in seguito, col progredire della civiltà e dell'educazione sociale.
Insomma, lo stato originario di natura dell'uomo è quello della legge del più forte, ma anche il più forte troverà, prima o poi, un altro più forti di lui. Da questo stato di cose si può uscire solo facendo ricorso all'istinto di conservazione e alla ragione, unico strumento capace di calcolare i vantaggi e gli svantaggi che derivano dalla condizione di guerra permanente dello stato originario di natura e di indicare quindi la scelta più conveniente. La ragione calcola e fa comprendere che è più conveniente limitare l'egoismo individuale naturale, rinunciare alla pretesa di aver diritto a tutto, per conservare la vita e non essere soppresso dal più forte, scegliendo tutti di osservare alcune precise regole, Hobbes ne indica 19.
Sulla base di queste regole fondamentali gli uomini stipulano fra di loro quel contratto o patto sociale da cui sorge lo Stato. Lo Stato, quindi, non ha un'origine divina o naturale, come si credeva o si voleva far credere, bensì un'origine artificiale; è un prodotto degli uomini.
Lezione 014
La concezione spinoziana delle passioni
Nella sua "geometria delle passioni" Spinoza esordisce affermando che ogni cosa tende istintivamente alla propria conservazione. Quando questo istinto di autoconservazione si riferisce solo alla mente si chiama volontà; quando si riferisce contemporaneamente alla mente e al corpo si chiama appetito; quando l'appetito è cosciente di sé si chiama cupidità. Dall'istinto di autoconservazione segue la gioia, quando si passa da una condizione inferiore ad una superiore, oppure segue il dolore, nel caso contrario.
L'istinto di autoconservazione, la gioia e il dolore sono dunque le tre passioni fondamentali; da esse derivano tutte le altre passioni secondarie con geometrica necessità. Da ciò, per l'appunto, le denominazioni spinoziane di "concezione geometrica dell'uomo" e di "geometria delle passioni". Le passioni secondarie, infatti, derivano sempre meccanicamente da cause esterne: si ama ciò che è causa di gioia e si odia ciò che è causa di dolore. Di conseguenza il libero arbitrio, la libertà umana, è per Spinoza solo un'illusione. Gli uomini si credono liberi solo perché sono consapevoli dei loro desideri, ma in realtà ignorano le cause da cui questi desideri sono determinati, cause che non dipendono da una libera scelta della volontà, ma dal meccanismo di cause ed effetti, necessari ed esterni alla volontà umana, derivante dall'ordine geometrico del mondo. A questo punto Spinoza si domanda se l'uomo, pur non potendo eliminare le passioni ed emozioni, non sia tuttavia in grado di guidarle e controllarle per mezzo della ragione, giungendo così ad una qualche forma di libertà.
Spinoza definisce come schiavitù delle passioni l'incapacità di controllarle e moderarle in qualche maniera. L'uomo però non è fatto solo di passioni, ma anche di ragione, cioè di conoscenza, ed usando la ragione egli, anziché limitarsi a subire passivamente l'istinto di conservazione, può anche manovrarlo e dirigerlo.
La concezione spinoziana della conoscenza
Poiché ogni idea ha il proprio corrispettivo nell'ordine delle cose, poiché ad ogni idea corrisponde una cosa e viceversa, non vi sono allora idee false, come invece ammetteva Cartesio; vi sono piuttosto idee e conoscenze più o meno adeguate, cioè chiare e distinte. Le idee sono più o meno adeguate rispetto agli oggetti corrispondenti non in base all'esperienza, bensì solo qualora vengano correttamente dedotte e ricavate dall'ordine geometrico e necessario del mondo, che è la Sostanza, il Dio-Natura.
Spinoza distingue tre gradi o generi di conoscenza, a ciascuno dei quali corrisponde anche una diversa maniera di concepire la realtà ed un diverso tipo di vita morale, collegando pertanto la conoscenza con la morale: il progresso nella conoscenza, il passaggio da un grado inferiore a quello superiore, comporta anche un corrispondente progresso morale.
- L'immaginazione (=facoltà di produrre immagini) o conoscenza sensibile.
- La conoscenza razionale. È una forma di conoscenza che sa produrre idee adeguate, cioè chiare e distinte, e che consente la conoscenza scientifica del mondo.
- La conoscenza intuitiva. Mentre la conoscenza razionale procede gradualmente, di causa in causa, senza mai giungere tuttavia alla causa prima ed alla totale comprensione della serie delle cause ed effetti, la conoscenza intuitiva è quella dell'intelletto che riesce a cogliere immediatamente ed intuitivamente, in un colpo solo, come tutte le cose derivino necessariamente dal Dio-Natura, comprendendo altresì la legge universale che governa tale ordine.
Lezione 015
La concezione spinoziana di Dio
Giungendo alla conoscenza intuitiva, forma suprema della conoscenza e della morale, l'uomo supera i limiti del tempo, la sua condizione di essere finito, ed acquista consapevolezza di essere parte del Dio-Natura, di derivare da Dio come parte dell'infinito intelletto divino: è questo "l'amore intellettuale di Dio" cui il sapiente può arrivare. In tale forma di amore la somma conoscenza coincide col sommo bene e la somma virtù. È un amore cui non si giunge attraverso la fede ma attraverso l'intelletto, che conduce la mente ad una unione mistica col Dio-Natura e conduce l'uomo alla somma virtù, la quale è premio a se stessa e non ha bisogno di compensi né terreni né ultraterreni. È un'unione mistica che tuttavia non ha nulla di soprannaturale (come invece nella mistica cristiana) giacché è il frutto dell'esercizio dell'intelletto, della riflessione intellettuale. Da ciò appunto la definizione "amore intellettuale di Dio". Si ritrova il concetto socratico della coincidenza tra conoscenza, bene e virtù. L'amore di ciascuno per Dio è altresì parte dell'amore con cui Dio ama in se stesso tutti gli uomini, che sono suoi "modi di essere".
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Paniere risposte aperte con fuori paniere di Storia contemporanea corretto
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Paniere con risposte chiuse di storia della filosofia moderna e contemporanea
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Paniere nuovo (2023) completo (aperte e chiuse) di storia della filosofia moderna e contemporanea
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