PANIERE CON RISPOSTE APERTE
LETTERATURA ITALIANA
SCIENZE PEDAGOGICHE
Docente: Di Veroli Anna
24/11/2020
Lezione 001
47. Indicare gli elementi in base ai quali nel Medioevo gli studiosi giustificavano il mancato sacerdozio
femminile
Il rapporto fra la donna e la Chiesa nell’Occidente medievale è segnato da una lunga serie di esclusioni
che implicarono una progressiva emarginazione dell’intero mondo femminile dal sacro e, specialmente,
dalla sua gestione. Era assolutamente inimmaginabile che una donna, creatura manifestamente inferiore,
dotata di minore intelligenza rispetto al maschio, tecnicamente impreparata ad affrontare testi di difficile
interpretazione, addirittura fisicamente più debole, imperfetta e impura, osasse leggere, commentare e
trasmettere agli altri il contenuto delle Sacre Scritture.
In questo periodo, infatti, a prevalere e a diventare ufficiale fu la teoria che, in linea con le scelte
“apostoliche” del Cristo, assegnava solo agli uomini il sacerdozio. Già nel Decretum di Graziano mulieres
autem non solum ad sacerdotium, sed nec etiam ad diaconatum provehi possunt, e per papa Innocenzo
III, “benché la beata vergine Maria fosse di più alta dignità ed eccellenza rispetto a tutti gli apostoli, fu a
loro, e non a lei, che il Signore affidò le chiavi del regno dei cieli”. Tommaso d’Aquino individuava nel
“significato” del genere femminile l’impedimento a che le donne svolgessero mansioni che non fossero
quelli di profetesse e badesse: il sacerdote doveva sostituire Cristo che consacrava l’eucaristia, e dunque
non poteva essere di sesso femminile. Senza contare che la donna non riceveva la tonsura e che si trovava
in uno stato di sottomissione: tutti limiti che automaticamente le precludevano l’ordinazione.
48. Si descriva com'era la Firenze dell'avo di Dante, Cacciaguida
La descrizione di Firenze che viene fatta da Cacciaguida nel XV canto del Paradiso ci permette di
comprendere la Firenze tra XIII e XIV secolo. L’avo di Dante, nato nel 1091 e morto in Terrasanta durante
la seconda Crociata, racconta al suo pronipote di aver vissuto in una Firenze virtuosa e tranquilla,
completamente aliena alle lotte intestine che caratterizzeranno il secolo di Dante, quando i fiorentini
vivevano ancora comodamente dentro la cerchia di mura che la tradizione fa risalire all’epoca di Carlo
Magno.
La Firenze di Cacciaguida era una Firenze sobria ed onesta; la popolazione non ostentava gioielli e monili
sfarzosi, né le donne indossavano abiti alla moda per rendersi più appariscenti. Se le donne fiorentine, al
tempo di Dante, se ne andavano per Firenze a petto nudo “mostrando con le poppe il petto” (Purg. XIII,
102) totalmente sfacciate, loro come gli uomini, nel lusso degli abiti, le fiorentine e i fiorentini che
Cacciaguida aveva conosciuto ripudiavano la vanità dello sfarzo vivendo nella morigeratezza dei sani
costumi. Le donne, infatti, si dedicavano ad allevare i figli, a filare la lana, a raccontare le leggende della
fondazione di Firenze da parte dei Romani.
A quei tempi, conclude Cacciaguida, certe sfacciate donne fiorentine dei tempi di Dante avrebbero fatto
stupire tutti. L’avo del poeta, insomma, non aveva vissuto il momento in cui la prospettiva del guadagno
alimentò in Firenze l’arte della mercatanzia grazie a cui, nell’arco di un secolo e mezzo, la città divenne
uno dei maggiori centri di potere economico dell’Europa intera.
49. Descrivere com'era strutturata la società fiorentina dell'epoca di Dante
La Firenze di Dante, dinamica e complessa, era anche una città intimamente lacerata, sia dal punto di vista
politico che dal punto di vista sociale e linguistico, e continuamente soggetta alla lotta civile. Nel mentre
in cui il partito guelfo prendeva il comando della città, si acuivano sempre più i contrasti tra il ceto
magnatizio, espressione dei ricchi mercanti fiorentini appartenenti alle Arti Maggiori, e il ceto popolano
delle Arti Minori; le tensioni determinate da queste due parti accompagnarono la giovinezza di Dante che,
sotto l’insegna del guelfismo, combatté nel 1289 a Campaldino contro la ghibellina città di Arezzo.
Dopo la cacciata dei Ghibellini, la Firenze guelfa si divise ulteriormente in due schieramenti: i Guelfi
Bianchi, di cui fece parte il Poeta, capeggiati dalla famiglia dei Cerchi, e che guardavano con simpatia i
Ghibellini esiliati, e i Guelfi Neri, capeggiati dalla famiglia Donati, di ascendenza filopapale. La complessa
realtà storica vissuta da Dante non è altro che il rispecchiamento dell’antica rivalità fiorentina, che vedeva
contrapporsi la vecchia aristocrazia e la nascente borghesia affarista.
Con l’affermarsi della fazione dei Neri, i Bianchi persero ogni controllo e carica pubblica, venendo
allontanati dalla città. Lo stesso Dante, accusato di corruzione e baratteria, fu costretto a ritirarsi in esilio,
abbandonando l’amata Firenze.
50. Si riassuma come Dante immaginava il Paradiso.
Il Regno del Paradiso, descritto da Dante nella sua Commedia, non è più connesso alla Terra: tutto è eterno
ed etereo. Le parti che compongono il Paradiso non hanno una struttura fisica e concreta perché ogni
elemento è prettamente spirituale. Riallacciandosi alla cosmologia tolemaica Dante immagina che, oltre
una sfera detta “sfera del fuoco”, che divide il mondo terrestre dal Regno del Cielo, intorno alla Terra
ruotino nove cieli disposti uno dentro l’altro. Questi cieli sono composti di una sostanza detta etere e
muovendosi brillano, emettono suoni soavi, e riescono ad influenzare gli avvenimenti che hanno luogo
sulla Terra e le persone che la abitano.
Nel Paradiso le anime beate non hanno restrizione e sono ammesse a godere di ogni luogo: Dio non fa più
distinzioni, le varie sedi sono tutte collegate e accessibili.
51. Con brevi cenni si tratteggi lo stile adottato da Dante nella Divina Commedia
Dante si serve dei più svariati apporti linguistici (dal fiorentino al provenzale, ai dialetti italiani, al latino,
al greco e all'ebraico) e stilistici (dal registro basso e plebeo a quello illustre). Secondo Dante “La divina
Commedia” ha uno stile medio, tra lo stile elevato o tragico ed elegiaco o umile, dovuto ai differenti
linguaggi usati. Leggendo l'Opera, infatti, si può notare uno stile diverso per ogni cantica. Nella prima
cantica il tono è cupo e dolente: il poeta ci fa assistere a scene altamente drammatiche; nella seconda
siamo trasportati in un'atmosfera serena, in cui le anime soffrono rassegnate la penitenza che le renderà
degne d'ascendere alla beatitudine, e in essa la poesia attinge toni soavi, nei quali il dolore si dissolve in
un'attesa piena di speranza della gioia eterna; nella terza, infine, si procede in una luce sempre più viva
verso la suprema felicità di perdersi nella contemplazione di Dio, e il tono della poesia si fa sempre più
gioioso, fino all'"amor che muove il sole e l'altre stelle".
Il poema dantesco non poteva appartenere a nessuno dei generi della tradizione precedente e, quindi,
non c'era un termine per definirlo. Per Dante, l'Eneide era una tragedia perché vi domina lo stile tragico,
cioè alto e sublime. Secondo questo pensiero, egli definì il proprio poema Commedia perché prevale lo
stile comico, ovvero medio e comune. Tuttavia, il termine Commedia viene usato solo nell'Inferno, mentre
nel Paradiso si parla di Poema Sacro.
52. Si descriva la condizione di Beatrice, quando Dante la incontra nel Purgatorio
Nel XXX canto del Purgatorio Dante, dopo essere stato costretto a lasciare Virgilio alle soglie del paradiso
terrestre, incontra finalmente Beatrice. La donna beata espone a Dante le sue colpe e i suoi peccati, per
prepararlo con un pianto liberatorio di pentimento al Paradiso. Beatrice ha un atteggiamento duro e
intransigente ed esorta Dante a guardarla bene, rivelando il proprio nome e accusando il poeta di aver
osato accedere al Paradiso Terrestre dove l'uomo è felice. Dante abbassa lo sguardo verso le acque del
Lete, ma poiché si vede riflesso in esse e si vergogna, volge gli occhi all'erba. Beatrice gli sembra tanto
severa quanto lo è la madre che rimprovera aspramente il figlio.
53. Si illustrino le caratteristiche del Purgatorio.
Il purgatorio è il secondo dei tre regni dell'Oltretomba cristiano visitato da Dante nel corso del viaggio,
con la guida di Virgilio. Dante lo descrive come una montagna altissima che si erge su un'isola al centro
dell'emisfero australe totalmente invaso dalle acque, agli antipodi di Gerusalemme. L'isola è collegata al
centro della Terra da una natural burella, una sorta di cunicolo sotterraneo che si estende in tutto
l'emisfero meridionale e dove scorre un fiumiciattolo, probabilmente lo scarico del Lete.
Secondo Dante, le anime destinate al Purgatorio dopo la morte si raccolgono alla foce del Tevere e
attendono che un angelo nocchiero le raccolga su una barchetta e le porti all'isola dove sorge la montagna.
Qui arrivano su una spiaggia e sono probabilmente accolte da Catone l'Uticense che del secondo regno è
il custode; quindi, alcune attendono nell'Antipurgatorio un tempo che varia a seconda della categoria di
penitenti cui appartengono (contumaci, pigri a pentirsi, morti per forza, principi negligenti). L'attesa può
protrarsi a lungo, ma non oltrepassare il Giorno del Giudizio in cui queste anime, comunque salve,
accederanno al Paradiso. Terminato il periodo di attesa, i penitenti attraversano la porta del Purgatorio
che è presidiata da un angelo, quindi accedono alle sette Cornici in cui è suddiviso il monte. In ogni Cornice
è punito uno dei sette peccati capitali, in ordine decrescente di gravità e dunque con un criterio opposto
rispetto all'Inferno: essi sono la superbia, l'invidia, l'ira, l'accidia, l'avarizia e prodigalità, la gola, la lussuria.
All'ingresso di ogni Cornice ci sono esempi della virtù opposta (il primo dei quali è sempre Maria Vergine),
mentre all'uscita ci sono esempi del peccato che si sconta; gli esempi possono essere raffigurati
visivamente, dichiarati da delle voci o dai penitenti, rappresentati con delle visioni. Il passaggio da una
Cornice all'altra è assicurato da delle scale, talvolta ripide e difficili da salire.
Le anime dei penitenti soffrono delle pene fisiche, analoghe per molti versi a quelle infernali e con un
contrappasso, ma con la differenza che i penitenti non sono relegati per l'eternità in una Cornice ma
procedono verso l'alto: quando un'anima ha scontato un peccato e si sente pronta a proseguire, passa
alla Cornice successiva. Le anime si trattengono nelle varie Cornici un tempo che varia a seconda del
peccato commesso, che in certi casi può essere nullo o protrarsi per anni o secoli. In ogni caso la pena non
può andare oltre il Giudizio Universale, dopo il quale i penitenti accedono al Paradiso.
Quando l'anima di un penitente ha scontato per intero la sua pena, il monte è scosso da un tremendo
terremoto e tutte le anime intonano il Gloria: a quel punto l'anima accede al Paradiso Terrestre, che si
trova in cima alla montagna dopo il fuoco dell'ultima Cornice.
54. Si descrivano gli elementi che accomunano tutte le donne dantesche dell'Inferno
Le figure femminili che Dante incontra nel suo viaggio ultramondano non sono molte, forse perché le
donne non avevano una vita sociale attiva, di conseguenza si sapeva meno quello che succedeva loro o
che loro stesse facevano. La caratteristica che le accomuna è la fragilità, ciò che invece le distingue è la
loro sistemazione nei tre diversi regni che il poeta visita e di conseguenza i loro comportamenti e il loro
attaccamento alla vita terrena.
Nell'inferno, infatti, le figure femminili sono vendicative, odiano chi le ha uccise e sono ancora molto
legate alla vita terrena; nel purgatorio e nel paradiso invece, viene meno qualsiasi risentimento. Le anime
del purgatorio vogliono essere ricordate dai loro cari nelle preghiere per accelerare il cammino di
penitenza. Nel paradiso, infine, ambiscono soltanto a raggiungere Dio.
55. Si descriva l'atteggiamento di Dante nei confronti di Francesca da Rimini, V canto dell'Inferno
Dante, che possiede un’anima nobile e sincera, prova compassione per i dannati, poiché è consapevole
che essi, per l’eternità, non potranno vedere Dio né conoscere la beatitudine del Paradiso.
È in questi momenti che la missione di Dante si fa ancora più forte, poiché è suo il compito di riportare
l’umanità verso il cammino cristiano; la redenzione futura non potrà però cancellare, e nemmeno
attenuare, i peccati che queste anime hanno compiuto in vita, dimenticando la fede verso Dio. Ecco allora
che la pietà e la commozione non riescono a superare il forte sentimento della giustizia divina provata da
Dante. Questo atteggiamento dantesco è molto evidente nell’episodio di Paolo e Francesca: i due amanti
danno l’impressione di essere coinvolti in un amore sincero e non sembrano certo dei perversi.
In questo canto, il poeta dà voce a Francesca e crea un personaggio di struggente spessore.
Il racconto di Francesca suscita la commozione e la pietà di Dante, tanto che questo sviene per la pietà
provata al termine del racconto di Francesca. La giovane donna, infatti, è diversa dagli altri dannati, che
esprimono la loro sofferenza con grida, parole blasfeme e lamenti; ella si rivolge a Dante in modo cortese,
dolce e con tono pacato, nonostante soffra molto come gli altri peccatori.
Il poeta prova questo sentimento perché, da un lato, si rattrista, partecipando alla sventura amorosa, e
non resiste alle lacrime dei due amanti; dall’altro, è avvinto dalla perplessità tipica di un uomo di fede,
che non può perdonare l’adulterio commesso da Paolo e Francesca e crede che il peccato sia una
conseguenza della fragilità umana.
56. Si descriva com'era la Firenze dell'avo di Dante, Cacciaguida
La descrizione di Firenze che viene fatta da Cacciaguida nel XV canto del Paradiso ci permette di
comprendere la Firenze tra XIII e XIV secolo. L’avo di Dante, nato nel 1091 e morto in Terrasanta durante
la seconda Crociata, racconta al suo pronipote di aver vissuto in una Firenze virtuosa e tranquilla,
completamente aliena alle lotte intestine che caratterizzeranno il secolo di Dante, quando i fiorentini
vivevano ancora comodamente dentro la cerchia di mura che la tradizione fa risalire all’epoca di Carlo
Magno.
La Firenze di Cacciaguida era una Firenze sobria ed onesta; la popolazione non ostentava gioielli e monili
sfarzosi, né le donne indossavano abiti alla moda per rendersi più appariscenti. Se le donne fiorentine, al
tempo di Dante, se ne andavano per Firenze a petto nudo “mostrando con le poppe il petto” (Purg. XIII,
102) totalmente sfacciate, loro come gli uomini, nel lusso degli abiti, le fiorentine e i fiorentini che
Cacciaguida aveva conosciuto ripudiavano la vanità dello sfarzo vivendo nella morigeratezza dei sani
costumi. Le donne, infatti, si dedicavano ad allevare i figli, a filare la lana, a raccontare le leggende della
fondazione di Firenze da parte dei Romani.
A quei tempi, conclude Cacciaguida, certe sfacciate donne fiorentine dei tempi di Dante avrebbero fatto
stupire tutti. L’avo del poeta, insomma, non aveva vissuto il momento in cui la prospettiva del guadagno
alimentò in Firenze l’arte della mercatanzia grazie a cui, nell’arco di un secolo e mezzo, la città divenne
uno dei maggiori centri di potere economico dell’Europa intera.
57. Si descriva il concetto che il mondo medievale aveva della donna
Nel Medioevo la donna era considerata un essere inferiore, cosa che era confermata e ribadita dalla
Chiesa. Nel diritto canonico, infatti, se fino a S. Tommaso la donna era stata "cosa necessaria all'uomo",
con i Padri della Chiesa, divenne “la porta dell'Inferno".
Fin dal suo ingresso nel mondo partiva svantaggiata: la nascita di una bambina era vista come una
disgrazia e provocava nei padri l'angoscia per la dote, che le avrebbero dovuto fornire.
Nel Medioevo le donne potevano scegliere tra matrimonio e famiglia o cella del monastero. Erano
considerate ben poco, gli uomini erano padroni di tutto e di tutti. Alle donne talvolta non era permesso
neppure di partecipare a culti religiosi, a manifestazioni politiche.
Il matrimonio era di solito combinato dai genitori degli sposi, e veniva preceduto da una promessa
solenne, con lo scopo di costituire e definire la dote il cui contributo era dovuto prevalentemente dallo
sposo. Per essere giudicata una buona moglie doveva saper cucinare, lavorare a maglia, fare il bucato,
attingere l'acqua dal pozzo, filare, tenere ordinata e pulita la casa, raccogliere la legna, governare il
bestiame, aiutare gli uomini nei lavori rurali. La sua vita, pertanto, era vista come votata a due sole attività:
le cure casalinghe e la procreazione.
A scuola, nei luoghi di studio, nei centri di istruzione superiore le donne erano quasi del tutto assenti;
l'educazione femminile era quasi totalmente trascurata e le ragazze vivevano sempre chiuse in casa, fatta
eccezione per i momenti in cui accompagnavano la madre in chiesa.
58. Si parli diffusamente della società medievale e della nascita della letteratura volgare
ll basso medioevo (XI-XIV secolo) è caratterizzato da un grande fermento nei diversi ambiti. Nella
letteratura è legato al passaggio dal latino ai volgari nazionali: se fino all’incirca all’XI secolo gli intellettuali
e i poeti si esprimevano per iscritto usando soltanto il latino, da qui in poi avranno la possibilità di
scegliere. Per molti verrà naturale utilizzare entrambi gli idiomi in base al genere letterario e al pubblico.
La prima fioritura della letteratura volgare si registra in Francia intorno al 1000, nell’ambiente ricco e
raffinato delle corti, dove si venne a formare un pub
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