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e più o meno decorate. Il titolo dell’opera letteraria

materiale, chiamate umbilicus, si

trovava alla fine del rotolo, sull’ultima porzione di testo, e questo per un motivo

pratico, ossia perché quando il libro era completamente svolto non lo si riavvolgeva,

ma lo si lasciava non avvolto, e infatti i rotoli erano conservati nelle biblioteche o in

casa in posizione orizzontale, e così in questo caso chi voleva leggere un rotolo

bastava che aprisse il lembo e trovava subito scritto il titolo dell’opera. Non c’era

proprio l’abitudine di riavvolgerlo. C’erano poi delle etichette che pendevano e,

riguardo a ciò, queste etichette erano note come ex libris, ossia pendevano dai libri, da

questi ex libris derivano i nostri attuali segna libro.

Ma con quale strumento

si scrittorio si scriveva il

questo periodo? Con un

calamo. Si trattava di Esempio di calamo

una cannuccia di origine

vegetale dotata di una punta con tagli differenti, e quindi più o meno aguzza. Dal IV

sec d.C. accanto al calamo ci si serve anche della penna di volatile, la penna d’oca. Poi

dal secolo XI si adopera soltanto la penna d’oca.

Nella vita di tutti i giorni, in questo periodo, si utilizzavano anche moltissimo le

tavolette di legno duro, ed anzi esse furono la materia scrittoria più largamente usata

nel mondo greco romano Su queste tavolette non si scrivevano libri, ma lettere,

appunti, conti, documenti, insomma per tutti

Esempio di tavolette cerate e di stilo gli usi della vita quotidiana che non fossero

libri, per i quali si usavano solo libri. Tali

tavolette erano piccole, portatili, ed erano

fatte di legno, specificatamente di due tipi.

Le prime erano le tavolette di cera. Si tratta

di un nome improprio, giacché dobbiamo

un’asticella di legno leggermente

pensare ad

incavata, ma proprio leggermente, e su

questo spazio leggermente incavato veniva

versato un impasto detto impropriamente di

cera, e di qui il nome di tavolette cerate, ma

in realtà costituito in parte da cera e in parte

da gomma lacca fusa, di origine vegetale. Una volta che questo impasto si era

solidificato vi si poteva scrivere sopra, facendo di fatto un incisione, attraverso uno

stilo. Lo stilo aveva una punta, ma dalla parte opposta terminava con una spatola, e

15

così, con un vertere stilum, cioè girando, si poteva cancellare tutto e riutilizzare la

stessa tavoletta più e più volte, sebbene anche un testo scritto su papiro poteva essere

cancellato, ma ciò dipendeva in primis dal tipo di inchiostro, che poteva essere di due

tipi, di base metallica o di base vegetale, e quindi se l’inchiostro era di base vegetale

(come il nero fumo ad esempio) lo si poteva cancellare dilavando, ovvero inumidendo

una spugnetta, mentre un’altro metodo era la raschiatura, un metodo

le dita, o con

però, questo, più legato alla pergamena, cosa che non sorprende considerando la

fragilità del papiro, mentre la pergamena si poteva sia dilavare che raschiare.

Comunque, ricordiamo che pochi frammenti sono giunti fino a noi di papiro, magari

per condizioni particolari, e si veda il caso di Ercolano, oppure i papiri di Ravenna,

che sono comunque dei documenti pontifici (e quindi di epoca altomedievale), o

ancora una collezione di papiri merovingici. Ritornando però alle tavolette, dobbiamo

ricordare quelle dealbate, ossia tavolette di legno non scavate ma imbiancate, e in quel

caso non si incideva ma si scriveva a inchiostro, ma comunque tali tavolette non erano

frequenti. Infine, le tavolette potevano circolare singolarmente, però, di solito, erano

legate insieme da un lato formando dittici (due tavolette) o polittici (due o tre

tavolette), e ancora tavolette assemblate a soffietto, ossia a fisarmonica, specie per

esempi di quest’ultima tipologia sono stati trovati a

documenti più elaborati, ed

Vindolanda, nell’Inghilterra del Nord. Lì si trovava un accampamento romano e i testi

scritti dai militari dell’accampamento erano lettere a soffietto e scritte a inchiostro,

già nell’età di Adriano. L’uso delle tavolette ebbe

però si consideri che siamo

comunque vasta fortuna e continuità, tanto che ancora nel 1427 Bernardino da Siena

scrive sulle tavolette le sue prediche, anche se si trattava in questo caso di tavolette

con sopra un impasto di pece, quindi tavolette molto scure. Ma chiudiamo riflettendo

su una cosa, ovvero abbiamo detto che le tavolette erano spesso riunite in dittici o

polittici, e questa struttura ha costituito il vero archetipo per il futuro codice.

Lezione del 17-12-2013

Parliamo oggi della circolazione del libro in epoca romana. Le prime testimonianze di

circolazione libraria risalgono al V sec a.C., ma le notizie più consistenti vengono

dagli autori classici, in particolare da Cicerone, che ci riferisce tanti elementi utili a

ricostruire il percorso di un libro dal momento in cui l’autore lo componeva fino alla

vendita nelle librerie. Vediamo così i metodi di scrittura. Tali metodi dipendevano,

primariamente, dal genere letterario, e così, ad esempio, le opere poetiche erano

verosimilmente scritte direttamente dall’autore, invece per altri generi letterari pare

che l’autore dettasse i suoi pensieri a uno scriba, a uno stenografo (colui che scriveva

le “note”, ossia segni convenzionali stenografici, e per questo era chiamato notarius),

e infatti sappiamo per certo che sia Plinio il Vecchio che Plinio il Giovane dettavano i

loro pensieri ad uno scriba, e pare che questo metodo fosse molto diffuso, tanto che

Quintiliano lo conferma nelle Istituzioni oratorie parlando diffusamente contro il

metodo della dettatura. Secondo Quintiliano, infatti, se lo scriba non raccoglieva bene

i pensieri si causavano molti errori, e aggiungeva poi che tale metodo nel suo tempo

era molto diffuso. Un altro metodo per la composizione libraria, particolaremente

usato per le opere filosofiche, consisteva in pratica nel fatto che gli allievi di un

filosofo raccoglievano il suo pensiero tramite degli appunti, e quindi in questo caso il

discepolo ascoltatore scrive il testo. D’altronde, non esistendo allora il diritto d’autore,

spesso gli studenti diffondevano il pensiero del maestro anche contro il suo volere.

Comunque, emblematico di tale sistema di riproduzione e diffusione rimane il caso

delle lezioni di Epitteto, filosofo stoico del II sec d.C., che furono raccolte e pubblicate

da un suo allievo, Ariano, uomo politico e scrittore di lingua greca. Esistevano poi

degli editori. L’editore in base alle previsioni di vendita faceva copiare un certo

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numero di esemplari del manoscritto d’autore, e poteva o vendere egli stesso,

direttamente, le copie ai lettori, e quindi come editore venditore, oppure l’editore

vendeva le copie di un testo alle botteghe di librai. Ovviamente solo gli autori più

famosi avevano una certa sicurezza di trovare un editore e di vendere una certa

quantità di copie, mentre ben più difficile per gli autori meno noti era trovare un

editore, e tale difficoltà li spingeva a dedicare le loro opere a personaggi potenti,

influenti, giacché tale dedica poteva spingere l’illustre personaggio a finanziare

l’opera dell’autore ancora poco noto. Un altro modo per pubblicizzare le proprie opere

era ricorrere alla lettura pubblica. Tali letture pubbliche erano chiamate recitationes.

L’editore, dunque, si preoccupava di far realizzare più copie di un testo, ma come

riusciva in ciò? C’erano due modi possibili. Immaginiamo un certo numero di schiavi

copisti che scrivevano sotto dettatura contemporaneamente, e tale modo di produzione

libraria può spiegare i frequenti errori fonetici che si trovano nei manoscritti antichi,

proprio perché i copisti potevano non capire colui che dettava. E questo era un

metodo. Un altro metodo poi consisteva nell’affidare a singoli copisti porzioni di testo,

e anche in questo caso ci potevano essere degli errori fonetici poiché, comunque, nel

mondo antico la pratica di lettura è ad alta voce, e così anche una persona singola

nella sua stanza leggeva ad alta voce potendo confondersi essa stessa con conseguenti

errori. Pare che questo secondo metodo fosse il più usato, e ciò si capisce perché sono

All’operazione di

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stati trovati frammenti di papiri letterari con dei segni sticometrici

copiatura seguiva infine il momento della correzione, un’operazione, questa, fatta da

un personaggio noto come corrector , la cui preparazione era, come si può ben capire,

fondamentale per garantire una buona qualità della copia stessa, ma tale preparazione

purtroppo, come attestano i manoscritti a noi giunti, poteva variare dal pessimo

all’eccellenza. Se tra un autore e un editore c’era un rapporto molto stretto, e basti

pensare a quello strettissimo tra Cicerone e il suo editore Attico, poteva accadere che

l’autore chiedesse che fosse ritirate tutte le copie della sua ultima fatica letteraria in

vendita per potervi apporre delle correzioni, o comunque migliorarla, ma ciò accadeva

in pochissimi casi. Cicerone stesso, in delle sue lettere, ricorda di aver chiesto ad

Attico di poter ritirare una sua opera già messa in commercio per poterla correggere.

A Roma i nomi più famosi di editori librai, nomi giunti sino a noi, sono quelli dei

fratelli Sosii e Trifone, personaggi che erano al contempo editori e librai facendo

copiare e vendendo dei libri, anche se Marziale cita solo dei librai, e non degli editori,

e cita Atretto e Secondo. Le taberne librarie si trovavano presso il foro romano, presso

l’Argiletum e vicino al tempio della pace, quindi sempre nell’area del foro. La via con

la più alta concentrazione di libreria a Roma, intorno al II sec, era il Vicus sandalarius,

proprio vicino al tempio della pace.

Ma parliamo ora delle biblioteche. Le prime biblioteche furono private, e risalgono al

III sec a.C. in concomitanza della nascita della letteratura latina e della conquista della

Grecia. Cicerone ricorda le ricchissime biblioteche di Lucio Emilio Paolo e di Silla, e

lo stesso Cicerone possedeva sette ville in Campania, oltre a una casa su Palatino, e in

ciascuna di queste residenze egli stesso ci dice che aveva delle biblioteche. Durante

l’età imperiale uomini, studiosi di letteratura e di scienza, possedevano biblioteche

nelle loro abitazioni private di città e di Campania. Virgilio possedeva una sua

D’altra parte lo stesso Vitruvio

biblioteca, e lo stesso vale per Plinio, Persio, Marziale.

ritiene ovvia la presenza in una casa signorile romana di una biblioteca. Una casa

degna di tale nome doveva presentare anche una biblioteca. In generale, i locali adibiti

a biblioteca prevedevano una parte latina, la biblioteca latina, una parte greca, e in età

tardo antica anche parte cristiana. A conferma di questo ricordiamo la villa dei papiri

ad Ercolano. Tale villa fu scoperta nel 1750, e ci ha restituito circa 1800 rotoli e

10 Segni di conteggio delle righe scritte per essere pagati.

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11

frammenti di ogni grandezza . Sconosciuto ne è il proprietario. Si diceva che fosse il

suocero di Giulio Cesare, Lucio Calpurnio Pisone cesonino, però si tratta solo di una

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supposizione . La maggior parte dei rotoli sono stati trovati in un ambiente molto

piccolo, di tre metri per tre. I rotoli letti contengono opere filosofiche di contenuto

epicureo più o meno databili al III-II sec a.C. Ma la villa ha anche restiuto tra i rotoli

appunti, brogliacci di un altro filosofo, Filodemo di Gadara, che visse intorno al primo

secolo a.C., e a lungo in Campania. In sintesi Cavallo ritiene che questa stanza di tre

metri per tre fosse la stanza di lavoro di Filodemo, e dunque nella misteriosa villa

avrebbe abitato tale studioso e, soprattutto, i rotoli ritrovati avrebbero fatto parte della

sua biblioteca personale, la biblioteca greca, anche considerando che in un altro

ambiente della villa sono stati trovati dei frammenti latini, fra cui il famoso Carmen de

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bello actiaco del 31 a.C, il primo componimento poetico giunto fino a noi in latino, e

tali ritrovamenti hanno indotto il Cavallo a supporre che in un altro ambiente ci

dovrebbe essere la biblioteca latina.

Per quanto riguarda le biblioteche pubbliche, ricordiamo che Svetonio ci dice che

Cesare pensò al progetto di una biblioteca pubblica per tutti gli abitanti di Roma,

progetto che non poté poi realizzare. Invece, il primo ad erigere una biblioteca

pubblica, nel 74 a. C., fu Gaio Asinio Pollione. Ma la prima vera biblioteca pubblica

fu fondata da Augusto, nel 28 a.C., e si trattava della biblioteca palatina. Tale

biblioteca conteneva, per la parte latina, soprattutto opere di taglio giuridico (più di

opere di taglio letterario poetico) ed era ornata dai ritratti di famosi letterati e oratori.

Fu incendiata per due volta, la prima volta durante l’impero di Nerone, e ancora sotto

Commodo, e infine fu completamente distrutta nel 393. Sulla scia di Augusto anche

Tiberio fondò una biblioteca nel tempio di Augusto (Biblioteca templi Augusti), e

ancora Vespasiano, e infine con Traiano abbiamo la biblioteca più famosa di tutte,

appunto la biblioteca traiana, ossia la biblioteca Ulpia. Tale biblioteca si trovava dove

oggi si trova proprio la colonna traiana, ed anzi la colonna traiana era messa al centro

di un atrio che divideva la biblioteca greca da quella latina. Tale biblioteca era aperta

ancora nel V sec, fino al 450. In età costantiniana, nel IV sec, a Roma erano aperte e

consultabili 28 biblioteche pubbliche, e ricordiamo che anche le terme avevano una

zona bilioteca, e dunque c’era una grandissima diffusione sociale della lettura. Ancora

dal V sec in poi solo le istituzioni ecclesiastiche fondarono bilioteche, e ne ricordiamo

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due, le più antiche, la biblioteca di papa Ilaro , biblioteca fondata nel Laternao, e la

biblioteca di Agapito presso la chiesa di San Giovanni e San Paolo. Le biblioteche

pubbliche si trovavano anche nel resto di Italia, a Tivoli, Como, Tortona, come erano

presente in Africa a Cartagine, in tutta la Grecia, a Durazzo, e poi ovviamente

Costantinopoli. La biblioteca di Costantinopoli fu fondata dal figlio di Costantino nel

sotto l’imperatore

IV sec d.C., e le ultime notizie di questa biblioteca risalgono al 726,

Leone III, e a questa data poteva contare 36500 volumi.

Come ultima notizia da riprendere dobbiamo dire che la scrittura su rotolo di papiro

era realizzata su un lato solo di solito, quello interno, il recto, mentre pochissimi erano

i papiri scritti su fronteretro, e si chiamavano rotoli opistografi.

Infine la prossima volta vedremo la capitale rustica, scrittura che ha un arco

cronologico compreso fra il primo e il sesto secolo d.C.

Lezione del 7-1-2014

11 Oggi oggetto di studio nel centro internazionale per lo studio dei papiri ercolanesi a

Napoli.

12 Per un approfondimento si ricordi che Guglielmo Cavallo ha molto studiato questa

struttura.

13 Ricorda la battaglia di Atio del 2 settembre del 31 a.C.

14 Papa nella seconda metà del V sec d.C. 18

La capitale rustica si colloca fra il I e il VI sec d.C. Il modello alfabetico è maiuscolo,

e quindi molto vicino a quello della capitale epigrafica, di cui abbiamo parlato. Il

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tratteggio delle lettere, infatti, è identico a quello della capitale epigrafica, e le lettere

vengono disegnate alla stessa maniera, come se fossero scolpite, con lo stesso

tratteggio, mentre le modifiche che noi osserviamo sono dovute al fatto che diversi

sono la materia scrittoria e lo strumento scrittorio, cioè non più pietra ma materiale

morbido, papiro e anche pergamena, e non più lo scalpello ma il calamo. Si tratta di

una scrittura posata, ovvero dal ductus (la sua velocità) lento, appunto posato, e le

lettere sono separate, senza legamenti, mentre se avessimo detto “una scrittura

avremmo voluto intendere una scrittura con pochi legamenti.

tendenzialmente posata”

Ma ritorniamo alle caratteristiche generali della capitale rustica. Si nota una

separazione rigida delle lettere fra di loro, ma non c’è separazione fra le parole, le

parole non sono separate, e in paleografia un testo senza tale separazione viene

Passiamo poi alla valutazione dell’allineamento. In

definito in scriptio continua.

generale tale scrittura avrà un buon allineamento delle righe, con righe ben parallele, e

per giunta la capitale rustica presenta lettere più alte che larghe, e dunque con un

rapporto fra altezza e larghezza che tenda più sulla verticalità, e infatti questa è una

caratteristica della capitale rustica, l’andamento verticale delle lettere. Il modulo delle

lettere si presenterà grande.

I senatori colti, laici, del periodo del VI sec commissionavano libri di pregio di opere

classiche (e il testo a cui facciamo riferimento nella tavola che segue è tratto non a

caso da Virgilio), e tale classe sociale usava per i propri libri la capitale rustica. Invece

la cultura cristiana veniva espressa in forma libraria ricorrendo ad altre scritture, come

l’onciale o la semionciale. Quindi vi è proprio una diversificazione tipologica testuale

nella produzione dei libri in questo periodo, e a testimonianza di ciò ricordiamo il

Virgilio Romano, un testo miniato; il Virgilio Vaticano, miniato anch’esso, il Virgilio

Palatino, il Virgilio mediceo, il Virgilio Sangallese (da San Gallo, in Svizzera), e il

Virgilio Augusteo. Dunque sei testi di Virgilio, tutti databili tra IV e VI sec, non oltre,

e poi altri due testi, non di Virgilio, ossia un libro di Terenzio, il Terenzio Bembino,

perché proprietario ne fu Pietro Bembo, e poi il testo di Prudenzio, sette opere di

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Prudenzio in miscellanea. Questi otto testi sono conservati oggi in biblioteche che

sono la Biblioteca Apostolica Vaticana, cioè la biblioteca che si trova nella città del

Vaticano a San Pietro, e in questa biblioteca sono conservati il Virgilio Romano,

Vaticano, Palatino, Augusteo, e il Terenzio; mentre il Virgilio Mediceo è conservato

alla laurenziana, quello sangallese si trova nella biblioteca comunale di San Gallo;

infine Prudenzio si trova a Parigi nella biblioteca nazione. Infine, si aggiunga che il

Virgilio Auguste è conservato alla vaticana per alcuni fogli, mentre altri fogli si

trovano a Berlino, quindi è smembrato. Queste sono le testimoniane maggiori della

scrittura capitale rustica, specie per un suo secondo periodo. Ci sono pochissime

la “b” con il puntino e la “q” con il

abbreviazioni in questa scrittura, due soltanto

puntino, b per bus, e la qu per que. Come punteggiatura si trovano ogni tanto i punti a

mentre per la punteggiatura, ogni tanto si trovano dei punti a mezza altezza che

separano le parole, ma alcune volte la separazione non corrisponde alla separazione

17

giusta delle parole. Potemmo poi trovare dei nessi, e si ricorreva ai nessi solo a fine

15 Da intendersi sempre come ordine, numero e direzione dei tratti.

16 Si ricordi, in merito, che in codicologia si distingue tra luogo di origine di un

manoscritto e luogo di provenienza. Il luogo di origine è il luogo dove il manoscritto è

stato scritto fisicamente, mentre la provenienza è l’ultimo luogo di conservazione del

manoscritto. che il nesso è l’unione

17 Si ricordi sempre non spontanea di due o più lettere che

devono avere almeno un tratto in comune. Il nesso nasce in ambito epigrafico, infatti

se l’ordinatore non aveva inserito bene il testo alla fine dell’ideale rigo per far

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rigo per cercare di fare entrare la parola finale nello specchio grafico della pagina, e

nel caso della tavola che segue vediamo una giustificazione della pagina soltanto a

sinistra, e non anche a destra, e ciò è normale considerando che sono versi, meglio

esametri. In particolare, si trattata di una pagina tratta dal sesto libro dell’Eneide.

Ma passiamo alla lettura della tavola che segue alla successiva pagina. Trascrizione

Atque priamides nihil o tibi amice relictum

omnia deiphobo solvisti funeris umbris

set me fata mea et scelus exitiale Lacaenae.

His mersere malis illa haec monimenta reliquit

namque ut supremam falsa inter gaudia noctem

egerimus nosti et nimium meminisse necesse est

cum fatalis equus saltus super ardua venit

pergama et armatum peditem gravis attulit alvo

illa korum simulans euhantis orgia circumducebat

phrigias flammam media ipas tenebat

ingentem et summa danao ex arce vocabat

tunc me confectum curis somnoque gravatum

infelis abuit thalamus pressitque iacentem

18

ducis et alta placidaeque simillima morti

egregia interea coniunx arma omina tectis

et movet et fidum capiti subduxerat ensem

19

intra iecta(m) Menelaum et limina pandit

scilicet id magnum sperans fore munus amanti

et famam extigui veterum sic posse malorum

quid inrumpunt thalamo comes additus una

hortator scelerum oelides di talia Grais

instaurate pio si poenas orere posco

20

set te qui vivum cas us age face vicissim

Tav. 2

Capitale rustica (V-VI sec. d. C.).

Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Pal. lat. 1631 (c.

147r).

Virgilio, Eneide, VI.

rientrare il testo si tendeva ad usare il nesso, e tutto ciò passa alla capitale rustica per

mantenere lo specchio grafico senza uscire dalle linee di giustificazione.

18 Si noti nella tavola la qu con il puntino que

19 Si noti nella tavola la emme cassata

20 Si noti la piccola esse sovrascritta prima dimenticata dal copista

20

21

Notiamo, dopo la lettura, come al posto di sed si trovi set, e questo accade spesso per

latino non classico, e anche l’at iniziale sarebbe adque. Ancora, al settimo rigo che

il

compare la parola “equus”, e si tratta di una parola sbagliata, poiché la parola corretta,

stando all’edizione critica, sarebbe “ecus”, ossia non cavallo ma eco. Inoltre, sempre

al settimo rigo si nota che il copista aveva scritto due esse, e poi il correttore,

accorgendosi dell’errore, ha sbarrato una delle due esse, l’ha cassata con un tratto di

penna orizzontale. Dunque la esse è cassata co un tratto di penna obliqua, e tale

operazione è stata fatta dal correttore partendo dall’idea che poi la lettera avrebbe

dovuto essere cancellata, ma poi la lettera non è stata cancellata. Ancora al rigo 16 e

soprascritta una A piccola ed è cancellata la E, e dunque il copista aveva scritto la

congiunzione “et” ma, secondo il correttore non ci voleva la congiunzione et, ma la

e non “etmovet”, e di qui le correzioni. Al rigo 17

preposizione a- per il verbo amovet, All’ultimo

la emme, inoltre, è stata cassata correggendo tectam con tecta. rigo si nota

poi una esse dimenticata e inserita poi in sopralinea e in modulo più piccolo. Ancora al

rigo 20 si noti la A rimpicciolita di modulo dal copista per farla rientrare nel margine.

In generale, comunque, le lettere hanno tutte un modulo uniforme ad eccezione della

A iniziale, ma tutte le lettere iniziali, nelle descrizioni paleografiche, con le quali

comincia la pagina, oppure lettere che si trovano all’interno della pagina ma lettere

ingrandite (magari per indicare l’inizio di un paragrafo), sono da evidenziare, e si

chiamano lettere del così detto apparato distintivo cioè che si distinguono dalle altre.

Quindi, se per questo esempio si dovesse dire da cosa è formato l’apparato iniziale,

dovremmo dire che abbiamo soltanto la A iniziale di atque, che è ingrandita. In altri

esempi che vedremo troveremo che spesso erano usati alfabeti diversi per le lettere

ingrandite, ma in questo caso no, è sempre una A dell’alfabeto latino della capitale

rustica, soltanto è un po’ più grande rispetto alle altre. Ancora notiamo che la G del

rigo finale presenta un vezzo ornamentale che si ritrova anche altrove nella tavola.

Interessante è comunque notare che simili vezzi non si trovano mai all’interno di una

parola, ma in fine con funzione ornamentale, puramente estetica. Infine le lettere

sovrascritte in una descrizione paleografica si indicherebbero con una nota di riferi-

mento.

Lezione del 14-1-2014 21

Perché la capitale rustica era chiamata rustica? Perché il Virgilio augusteo fu il

primo testimone recuperato di questa forma di scrittura, e quando i fogli furono

esaminati i paleografi definirono tale scrittura come “elegante”, giacché tutti i tratti

curvi si possono iscrivere in un quadrato come cerchi perfetti, ma quando furono

esaminati gli altri testimoni, che abbiamo già elencato, si notò che le forme alfabetiche

non erano come quelle del Virgilio Augusteo dal punto di vista calligrafico, ossia

erano più alte che larghe, non erano eleganti, e allora si penso di chiamarle “rustiche”.

Tale definizione è poi rimasta nella terminologia.

Ora, però, focalizzeremo l’attenzione su tre secoli, II-III-IV secolo, ossia i secoli legati

ad eventi fondamentali per la storia della Paleografia latina. Cominciamo dal II secolo.

nell’uso dell’alfabeto latino,

In questo secolo avviene un cambiamento importante

ossia si afferma la struttura alfabetica minuscola. Quindi dalla scrittura maiuscola,

tanto in campo librario che in campo usuale (scrittura di tutti i i giorni), si sviluppa la

scrittura minuscola, ovvero una scrittura le cui lettere si inseriscono in un sistema

quadrilineare. Uno dei momenti più importanti, questo, della storia della scrittura

latina perché ha determinato il modo di scrivere a mano, e poi a stampa, dei secoli

successivi nell’emisfero occidentale. tale processo di formazione parte un po’

Però,

prima del II secolo, già nel I secolo, infatti, nell’uso scolastico, nella documentazione

e in campo privato, gradatamente sono stati inseriti nell’alfabeto maiuscolo elementi

21 Formato ricordiamo da solo sei fogli divisi tra Berlino e la biblioteca vaticana

22

minuscoli. Perché? La ragione va individuata nella necessità di scrivere con una certa

scioltezza e velocità, e dunque per ragioni di economia di esecuzione con una

progressiva semplificazione del tratteggio delle lettere. Questo fenomeno di

trasformazione semplificazione, secondo Petrucci, si riscontra a partire dal I sec nella

località francese di Condatomagos dove si lavorava la terracotta (chiamata in latino

terra sigillata). Ora, in questa località vi era una sola fornace, e così i vari artigiani di

terracotta avevano la necessità di distinguere le stoviglie prodotte da ciascuno di loro e

per far ciò si doveva segnare ogni stoviglia, prima di inserirla nel forno, con una

abbreviazione identificativa. Ora, sono giunti fino a noi i cocci di queste segnalazioni

fatte da quei artigiani, e Petrucci, analizzando 61 di tali frammenti, è giunto alla

conclusione che già in quei segni identificativi vi era un alfabeto maiuscolo

semplificato, cioè con dei tratti già minuscoli. Quindi è sicuramente l’ambito della vita

quotidiana quello in cui questo processo di trasformazione grafica avviene. Il

fenomeno poi si consolida nel II secolo e nel III è ormai avvenuto. Nel III secolo ci

troviamo ormai nel pieno della crisi dell’Impero Romano, mentre i nuovi gruppi di

potere sono militari, imperatori soldati, e funzionari imperiali, non più la classe

senatoria (che intanto continuava a usare la capitale rustica per testi della tradizione

classica). I nuovi gruppi di potere si servono della scrittura che già usavano

abitualmente, ed insegnata a scuola, e cioè quella a base minuscola e che, proprio a

partire dal III secolo viene introdotta anche in campo librario, quindi per scrivere libri.

Modello di Alfabeto minuscolo

Vediamo l’alfabeto minuscolo, come modello ideale. Prendiamo ora come esempio il

modello minuscolo della A che, in generale, è dato dal primo tratto e poi da un

22

secondo e il primo tratto sarà fatto sempre più velocemente fino a quando diventa

arrotondato, e il secondo rimane di traverso, il tutto in una progressiva fusione dei

tratti e senza staccare il polso dal foglio. La B sarà data da due tratti più o meno chiusi,

22 Si ricordi che no sempre la A maiuscola aveva la traversa.

23

più o meno accostati. Invece la “c” rimane sempre divisa, spezzata al centro con due

tratti, e il secondo un po’verso l’alto. La E in particolare si semplifica con il primo e il

tratto fusi insieme. La F scende un po’ sotto

secondo il rigo, ed è data da due tratti. La

“G” cambia molto d’aspetto dalla sua forma maiuscola. La R si trasforma,

velocizzandola, in primo tratto e poi secondo e terzo fusi diventano alti, più o meno

alti, sul rigo, ma fatto sta che due tratti si fondono e si ha una erre minuscola di due

tratti. La S sarà più arrotondata e ha due tratti, il primo tratto è dritto, il secondo va

verso l’alto e diventa arcuato 23 . Erre ed esse minuscole tendono a confondersi, ma in

generale la erre è ondulata, mentre la esse è invece più arrotondata. Questo come

principio generale, ma ovviamente ci si aiuta poi leggendo il testo. La t minuscola ha

due tratti e resta sul rigo. Per la x il tratteggio resta sostanzialmente uguale a quello

maiuscolo, troviamo comunque un secondo tratto allungato sotto il rigo. La zeta ha

diversi disegni minuscoli, o si conserva l’aspetto maiuscolo, e quindi con tre tratti,

oppure si trova un’altra forma di z simile ad una ci cedigliata con due tratti e che va

sotto il rigo. Le varianti comunque per l’alfabeto minuscolo sono tantissime.

Nel III sec è anche la forma del libro che cambia. Tra il III e il IV secolo si afferma

infatti il codice di pergamena. La pergamena deriva da pelle animale. L’unità base del

codice di pergamena sono i fascicoli rilegati. I fascicoli sono un insieme di fogli di

pergamena. In base al numero dei fogli di pergamena scelti per creare un fascicolo

esso assumeva nomi indifferenti, e così un fascicolo di due fogli si chiama binione, tre

fogli ternione, quattro fogli quaternione, cinque foglio quinione, sei fogli senione, e

poi c’è ancora il settenione, e poi si preferisce dire “fascicolo di otto, nove, dieci

fogli...”. Bisogna poi soffermarsi sul quaternione, che era la tipologia di fascicolo più

diffusa, di quattro fogli, ed è rimasta nella nostra terminologia con riferimento al

“quaderno”. Anzi nell’antichità, quando si doveva indicare il fascicolo, lo si chiamava

comunque quaternus, indipendentemente dal numero dei fogli, ed ecco perché noi

abbiamo poi ereditato questo termine.

Dunque il codice era dato da un certo numero di fascicoli rilegati in vari metodi. Ora

consideriamo che di solito, una volta che si sceglieva il numero dei fogli che

componeva il fascicolo di un codice, e supponiamo di dover comporre un libro con il

primo fascicolo di tre fogli, ecco di solito anche tutti gli altri fascicoli erano ternioni, e

quindi un codice era dato da un numero di fascicoli tutti uguali. Però, soltanto l’ultimo

fascicolo poteva avere un numero di fogli differenti rispetto a tutti gli altri che

componevano il codice, e questo perché, se arrivati alla fine del volume non si

riempiva tutto il fascicolo, allora non si sprecavano le pagine rimaste vuote, e quindi si

si arrivava alla fine dell’ultimo fascicolo del codice e

rifilava il fascicolo; oppure

c’era bisogno di più fogli, e quindi si aggiungevano. Quindi di solito l’ultimo fascicolo

non ha lo stesso numero di fogli degli altri fascicoli, ma può avere un numero di fogli

vario in base alla necessità. Il foglio di pergamena piegato da origine alle carte,

produce due carte e quattro pagine. Il foglio di pergamena, poi, ha una colorazione

differente, infatti la pelle animale ha una colorazione più scuso e una colorazione più

chiara in base al lato, il lato carne è il più chiaro, e di solito si chiama recto del foglio

di pergamena, mentre il lato pelo ha una colorazione più scura ed è di solito il verso

del foglio di pergamena. Dato questo principio della colorazione, gli artigiani

medievali quando assemblavano un fascicolo non lo assemblavano a caso, ma, come

ha studiato Gregory, seguendo questa regola: il lato pelo contro il lato pelo e il lato

carne contro il lato carne. Questa è la regola di Gregory, che un codicologo deve

sempre vere verificare. Quindi, riassumendo, i fogli di un fascicolo si disponevano

lato pelo contro lato pelo, e lato carne contro lato carne, e in questa maniera il

fascicolo aveva una sua uniformità estetica di colorazione, e la pagina sinistra era

23 Per la esse bisogna ricordare che nella forma maiuscola si eseguiva prima la parte

centrale, poi la parte inferiore e poi la parte superiore, e dunque l’evoluzione è

fondere la parte centrale e inferiore 24

colorata nella stessa maniera della pagina di destra. Un codicologo verifica sempre se

questa regola è rispettata in un codice, anche perché se un manoscritto presenta una

mancata applicazione della regola di Gregory si potrà pensare, allora, che sia stata

tirata via una carta, oppure aggiunta. Dunque questa regola fa comprendere se sono

state sottratte carte o aggiunte. Il testo poteva essere disposto su righe, e quindi i fogli

potevano essere rigati.

La rigatura fu fatta nel corso dei secoli con varie tecniche, e la più antica è la rigatura a

secco, che veniva effettuata con uno strumento a punta rigida che incideva la

pergamena lasciando un solco, e poteva essere effettuata o su fogli singoli o su più

fogli sovrapposti, e in quest’ultimo caso, di conseguenza su primo foglio la rigatura

evidente, mentre sull’ultimo foglio si vedeva solo una traccia.

era più Alcune volte sul

margine del foglio si praticavano dei forellini con uno strumento chiamato punctorium

e da quei forellini si facevano partire le linee guida della rigatura a secco. Esempi di

questa rigatura si ritrovano anche sui documenti papali. Un altro si sistema per

effettuare la rigatura consisteva nell’uso della mina di piombo, i piombini. Questo

sistema fu usato a partire dal XII sec, soprattutto fra XI e XII. Il piombino, attaccato in

qualche maniera ad uno strumento, lasciava sul foglio una colorazione bluastra, grigio

blu, e questa era appunto la rigatura di mina di piombo. Poi ci fu un altro tipo di

rigatura, quella a inchiostro, lo stesso inchiostro usato per scrivere. Ovviamente si

capisce che una rigatura a inchiostro sarà fatta su fogli singoli, non su più fogli.

L’insieme delle righe

Ultimo modo era quello con la graffite, di colorazione grigiastra.

all’interno delle quali era disposto il testo si chiama quadro di giustificazione.

Si scrivevano prima i fogli e poi avveniva l’assemblaggio con i vari fascicoli e la

coperta. Così si aveva il modello da copiare, di solito posto in alto a destra, si

prendeva il foglio, si copiava la prima metà sinistra, poi si faceva asciugare, poi si

passava all’altra metà, si lasciava il verso in bianco, si passava a scrivere l’altra metà,

si faceva asciugare.... insomma un’operazione molto lunga, e quando, finalmente tutti i

fogli erano scritti e completi bisognava riordinarli ed era facile sbagliare, e proprio per

evitare errori furono ideati dei sistemi per numerare i fascicoli in modo tale che il

rilegatore fosse in grado di orientarsi.

La maniera più antica per numerare i fascicoli era quella di disegnare dei segnetti, che

potevano essere lettere dell’alfabeto, o anche dei cerchi, o stelline, o croci, insomma

segni vari apposti sull’ultima pagina del fascicolo e ripetuti sulla prima del fascicolo

successivo, era un sistema di richiamo. Dall’XI secolo in poi si scrivevano proprio le

parole, e quindi alla fine di un fascicolo, in basso, si scrivevano le prime del fascicolo

successivo in modo tale che poi il rilegatore, se sapeva leggere, andava a cerca il

fascicolo corrispondente. Questo sistema si chiama sistema dei richiami o, in latino,

e quindi in codicologia, facendo l’esame di un manoscritto si dice, ci

dei reclamantes,

sono i richiami? E si va a vedere se alla fine di un fasciolo ci sono queste parole di

richiamo. Ma questi segni che servivano nella fase di preparazione venivano tagliati,

dato che i fogli dovevano essere rifilati, ma non sempre questa operazione è stata

effettuata, per fortuna degli studiosi.

Lezione del 21-1-2014

Riprendendo il discorso dell’altra volta, un foglio si compone di due carte, e poi

avremo la distinzione tra recto e verso. Quindi, ad esempio, un ternione si compone di

tre fogli, sei carte, dodici pagine. Torniamo ora a parlare della fascicolazione.

Abbiamo detto che l’ordinatore, colui che metteva i fascicoli in ordine, poteva

confondersi, e quindi aveva bisogno di un modo per potersi orientare, e abbiamo

infatti parlato del sistema dei richiami. Ma c’era anche un altro modo, la numerazione

a registro. Si tratta di una numerazione successiva a quella dei richiami, usata

Medioevo, e consiste nell’indicare i singoli fascicoli con una

soprattutto nel basso

lettera dell’alfabeto, quindi fascicolo A, B, C, e invece poi con un numero, romano o

25

arabo, si numeravano le carte, oppure i fogli, e quindi di solito appariva

un’associazione del tipo A1, B1. Di solito questa numerazione si trovava in basso, e

questo in previsione di dover poi rifilare il foglio, anche se poi molto spesso tale

operazione non era fatta lasciandoci i segni di numerazione. Ci poteva essere anche la

carte supplementari all’interno di un manoscritto, in corso di

necessità di inserire delle

fattura, e per fare ciò si potevano usare due sistemi principalmente. Il primo era il

24

metodo del tallone (talon in francese ).

Il tallone è una carta con appunto un tallone, ossia una piccola piega, quindi una

porzione di foglio, inserita all’interno del fascicolo. Il tallone poi può essere non il

testimone di un inserimento di carta, ma del fatto che la carta è stata tagliata

successivamente. Il tallone dunque non è sempre prova di un inserimento di una carta,

ma può essere al contrario prova dell’eliminazione di una carta, ad esempio

l’eliminazione di una miniatura in oro. Comunque, fatto sta che per inserire una carta

si usa questo metodo del tallone.

Il secondo metodo, la brachetta, anche noto come onglet (onglè), è una strisciolina di

pergamena cucita all’interno del fascicolo, dove fosse necessario, e la brachetta

determinava due talloni a cui attaccare il foglio con colla o cucendo. La brachetta

poteva essere messa al centro del fascicolo solo con funzione di rinforzo, e non per

aggiungere altri foglio, e in questo caso la brachetta prende il nome di fondello di

quaderno, e quindi il fondello è ua strisciolina di pergamena messa a rinforzo del

fascicolo.

Il colofone, o colophon, si trovava alla fine di un manoscritto, ossia alla fine del testo,

sull’ultima carta di un manoscritto. Che cos’è? Si tratta di una frase, più o meno lunga

e articolata, in prosa o in versi, affidata all’estro del copista. Che cosa poteva scrivere

Poteva, il copista, sintetizzare vari dati sull’opera che aveva

il copista nel colofone?

scritto, per esempio indicare il proprio nome, oppure il nome di chi aveva

commissionato l’opera, il nome del luogo dove il manoscritto era stato scritto (ad

esempio il nome di un’abbazia), o quando l’attività di copia era stata conclusa, o

persino le condizione atmosferiche del giorno di conclusione della copiatura di un

manoscritto. Tutte queste notizie, sono naturalmente importanti per la datazione. Ma il

informazioni, come il costo dell’opera. E ancora in esso

colofone indicava anche altre per aver concluso un’opera difficile come

non potevano mancare lodi rivolte a Dio

quella di ricopiatura. Ma potevano esserci anche frasi scherzose, come “adesso voglio

bere!” Ma se io sono un copista, seduto intento a copiare, non potrei copiare anche il

colofone presente nell’originale? Se in età gotica un copista copiava un codice scritto

in carolina di cento anni prima, e il codice modello presentava anche un colofone, il

copista ricopiava anche quel colofone. E allora, da ciò, si capisce che non è detto che

un colofone sia stato scritto originalmente da un certo copista. Certo ci sono tanti

manoscritti con i colofoni “giusti”, per così dire. I colofoni sono poi importanti anche

proprio riferimenti a eventi storici. C’è poi un altro problema.

perché spesso riportano

Se un codice era opera di più copisti, il colofone riportava solo quello dell’ultimo

copista che ci aveva lavorato. D’altronde, difficilmente un libro era copiato da un

unico copista. Il colofone, comunque, era più diffuso tra i codici greci che latini, era

un uso prevalentemente greco, e bizantino. Certo tale uso del colofone va a perdersi

nel momento in cui un codice è destinato a restare chiuso in un abbazia, e non a

circolare, e la pratica del colofone trovava la sua giustificazione nella circolazione di

libri.

Ultimo elemento da vedere sono i palinsesti. In codicologia il palinsesto è una

tipologia di libro medievale. Il termina deriva dal greco, da palin, avverbio che

significa “di nuovo”, e dal verbo “psao”, raschiare, e quindi raschiare di nuovo,

raschiare nuovamente. Si trattava di recuperare e riutilizzare libri già scritti e non più

in uso, e questo perché la pergamena costava molto, e quindi si cercava di riutilizzare

24 Si ricordi che la codicologia stessa è nata in Francia

26

la pergamena già scritta, tanto che i palinsesti sono noti anche come codici riutilizzati.

Ma come si faceva? Si cancellava la scrittura in due maniere. La prima cosa da fare

era squinternare i fascicoli, e si noti come la parola “squinternare” rimandi al

quinterno. Poi si raschiava la scrittura lettera per lettera con uno strumento appuntito, e

tale operazione è la rasura, oppure si cancellava la scrittura con la dilavatura, ossia

passata sull’inchiostro

passandovi sopra una spugna, o persino con la saliva stessa

fresco, specie per i documenti, o anche con del latte, o mettendo proprio in ammollo i

fogli di pergamena. Ora, siccome gli inchiostri possono essere di due nature, o a base

ferro metallica, o a base vegetale (il nerofumo in sostanza), si capisce che gli inchiostri

a base vegetale si lavavano facilmente, mentre per gli inchiostri a base ferro metallica

si doveva pratica la rasura, essendo questi inchiostri più tenaci, e si pensi a inchiostri a

base di noce di galla. Così, la scelta del metodo per cancellare la scrittura dipendeva

dal tipo di scrittura usato. Il foglio che restava era più o meno sbiancato e veniva poi

sbiancato, dandogli una nuova dimensione, naturalmente più piccola della precedente,

L’operazione di cancellatura

e infine si riassemblavano i fascicoli per poi riscrivere.

lasciava però orme di quanto scritto prima, non sempre, infatti l’operazione di

cancellatura era perfetta, ma le orme erano spesso assai evidenti. Proprio per questo,

riguardo ai palinsesti, si parla di due scritture, quella inferiore, la più antica, e quella

superiore più nuova, in latino scriptior inferior e scriptior superior. Sicuramente

alcune volte, esaminando manoscritti o anche documenti giuridici, può capitare di

vedere a occhio nudo tracce che ci fanno capire di avere a che fare con un palinsesto,

però esistono anche degli strumenti che consentono di vedere se il foglio di pergamena

è stato riutilizzato o meno. Lo strumento oggi usato per fare ciò è la lampada

ultravioletti blu, la lampada di Wood. Bisogna dire che anche il papiro poteva subire la

rasura, sebbene molto fragile. Per fare tale operazione oggi, comunque, si usano anche

raggi infrarossi, fotografia. Invece in passato si usavano delle soluzioni a base acida,

di galla è un’escrescenza che si

nello specifico a base ferro gallica perché la noce a fine dell’Ottocento

ricava da alcune foglie punte, e tale soluzione fu usata su un

palinsesto che conteneva l’unica testimonianza di una parte del De Republica di

Cicerone. Questo palinsesto era conservato nella biblioteca apostolica vaticana, e

aveva in essa il numero 5757. In realtà questo manoscritto appariva come un

manoscritto contenente il commento ai salmi di Sant Agostino. In realtà poi, Angelo

25

Mai, nel1820 prefetto della biblioteca apostolica vaticana, esaminando questo

manoscritto si accorse che c’erano delle lettere in strane posizione, ruotate, e comprese

che si trattava di un palinsesto. Allora, incuriosito, spalmò questa soluzione acida,

tratta dalla noce di galla, che ebbe il merito di far venire subito alla luce la scrittura

sottostante, e lui fece in tempo a ricopiare il testo, che poi si scoprì essere una parte

del De Republica di Cicerone, in particolare il somnium scipionis, ma poi la noce di

galla, continuando il suo effetto, lasciò delle bruciature ancora oggi evidenti sul

manoscritto vat. latino 5757. Da questa vicenda deriva la lirica leopardiana dedicata ad

Angelo Mai. Apriamo ora una parentesi su come si abbrevia il manoscritto, il

manoscritto si abbrevia “ms”, e ogni manoscritto ha una segnatura tutta sua, che fa

riferimento al luogo dove è conservato, e quindi ad esempio il Manoscritto Vat. lat.

(riferimento al fondo, greco, latino, ebraico...) 5757 (il posto che occupa nell’ordine di

C’e stato un periodo in particolare di grande

posizione). diffusione dei palinsesti, un

periodo non a caso di carestia di animali, ossia intorno al secolo VIII, inizi del IX.

26

Soprattutto in Italia, nel monastero di Bobbio , fu molto diffusa la pratica del

dall’Italia quasi trenta

palinsesto, e infatti su circa cinquanta palinsesti provenienti

sono stati scritti a Bobbio. Dunque questo monastero si specializzò nel recupero e

riutilizzo della pergamena. È stato detto che i palinsesti furono creati in questo

periodo per cancellare per sempre i testi classici, espressione della cultura pagana. Si

25 Cioè capo, direttore.

26 Che si trova nei pressi di Piacenza 27 tratta di un’idea a lungo portata

avanti, ma si sa ormai che non fu

così, anche perché sono stati

trovati palinsesti con opere

classiche su opere cristiane.

Nel IV secolo parte poi una

grande operazione, molto

importante, in concomitanza con

il cambiamento del supporto

scrittorio dal rotolo al codice,

ossia il ricopiare i testi dal rotolo

al codice scegliendo quali

conservare e quali no. È il

processo che si chiama

codicizzazione. Tale scelta

implicava l’idea di decidere cosa

salvare dall’oblio e cosa no, e ciò

che non fu copiato venne perso

come tradizione diretta, e di certo

tra le opere perse c’erano dei

capolavori, basti ricordare che di

Tito Livio non tutti i 52 libri della

sua storia furono copiati, ma di

alcuni abbiamo solo dei riassunti.

Dunque un momento importante,

questo, per la nostra successiva

cultura. Di tale processo di

codicizzazione bisogna comunque

Esempio dal Codice Vat. Lat. 5757

mettere in evidenza un aspetto, ossia che è vero che il codice fu il libro simbolico per

una classe ben precisa, o meglio per un gruppo sociale, e cioè i cristiani. Il volumen,

invece, nel IV secolo divenne il simbolo del ceto senatoriale in via di estinzione. Così,

quando i Cristiani penetrarono nelle classi elevate, nell’amministrazione civile, nella

militare, e si pensi all’editto di Costantino nel 313 d.C., portarono con sè il

burocrazia

proprio supporto di scrittura, ovvero il libro che si sfoglia e che non si srotola, così

come portarono con sé la scrittura minuscola. Ecco perché prese sempre più piede

questa nuova forma libraria. Ma, oltre a tutto ciò, no si deve dimentica che il libro

codice era molto più semplice da leggere rispetto al volumen da srotolare. Il codice

aveva molti lati pratici convenienti, si trasportava anche più facilmente rispetto ai

volumina, che invece erano trasportati in delle sorte di casse, quasi delle cappelliere,

ed era comunque più maneggevole e più facile ritrovarvi all’interno un passo.

28

Lezione del 28-01-2014

Parliamo oggi della scrittura onciale. Il suo utilizzo lo collochiamo tra IV e IX secolo

d.C. Le condizioni che favoriscono la nascita, lo sviluppo e la diffusione di questa

scrittura dipendono da un nuovo pubblico di lettori che si accosta ai libri, ossia i

cristiani, e la scrittura onciale si diffonde proprio come scrittura cristiana. La

scrittura capitale rustica, infatti, non risponde più alle nuove esigenze e gusti del

nuovo pubblico di lettori. E ricordiamo sempre come data di riferimento il 313, anno

dell’editto di Costantino che concede la libertà di culto ai Cristiani. Di conseguenza

accade che i centri culturali dell’area latina dell’impero entrano in stretto contatto con

i territori di lingua greca. Ora, nei territori di lingua greca si adoperava una scrittura

libraria maiuscola e caratterizzata da forme rotonde, una scrittura molto elegante e che

in paleografia greca prende il nome di scrittura maiuscola biblica. Era una scrittura

presente nei territori di lingua greca e adoperata dal III secolo fino al IX, mentre in

minuscola dell’alfabeto, come abbiamo già

area latina si era intanto affermata la forma

visto. Quindi, in sostanza la nascita della scrittura onciale dipende dall’incontro tra

queste forme di scritture, e l’area geografica in cui questo incontro avviene è l’Africa

settentrionale, nella zona dell’Egitto, e si pensi alla cultura copta. Fu proprio in questi

territori, e in particolare in un centro di copia dei manoscritti che un ignoto maestro di

calligrafia elaborò a tavolino un alfabeto nuovo, e per elaborarlo, ripetiamo, utilizzò

l’alfabeto minuscolo latino, quello della maiuscola biblica greca, e poi anche un nuovo

strumento scrittorio, la penna d’oca, la penna volatile. Essa era molto flessibile, e di

conseguenza permetteva di tracciare con facilità le curve. Il risultato di tutti questi

(alfabeto minuscolo, maiuscola biblica e penna d’oca) fu la scrittura

ingredienti

onciale. 27

La scrittura onciale è una scrittura composita , o si dice anche una scrittura di

compromesso, e questo perché il suo alfabeto è in parte minuscolo, ad esempio le lette

H, P, Q ed U. Poi ci sono lettere decisamente maiuscole, la B, la F, la G, la N, la R e

N. E poi ci sono quattro lettere che in paleografie sono caratteristiche tipiche, create

dal calligrafo, e che quindi si chiamano onciali: A, D, E ed M, ed è per questo che

l’onciale è anche chiamata scrittura ADEM. Queste quattro lettere furono create dal

calligrafo e perciò sono caratteristiche di questa scrittura, tanto che anche nella

descrizione di un documento si parlerà di “d onciale”. Proprio la di onciale ha la

di piegare l’asta verso sinistra. La “e” onciale, invece, è più o meno una

caratteristica

con l’occhiello che si può più o meno chiudere. La emme è arrotondata con tre

ci

tratti.

Anche per la scrittura onciale è possibile distinguere due fasi. Il periodo in cui

l’onciale convisse con la capitale rustica 28 va dal IV al VI secolo, e questo è il primo

periodo, e l’onciale di questo periodo si chiama onciale old style, mentre fino al IX

secolo si ha il secondo periodo, chiamato new style. La tavola che andiamo a vedere

rientra nel secondo periodo. Comunque, i secoli di passaggio dall’old style al new

style sono tra la fine del VI e l’inizio del VII, sebbene la cesura ovviamente non è

netta. Di questi due periodi, la scrittura onciale del primo periodo è più arrotondata

rispetto all’esempio che più avanti vedremo. Quindi una maggiore rotondità

caratterizza l’onciale del primo periodo, mentre nell’onciale del secondo periodo le

Tuttavia si tenga sempre presenta che l’aspetto

27 generale di questa scrittura è quasi

quello di una scrittura maiuscola. Le lettere minuscole, infatti, hanno delle aste molto

corte, e di conseguenza l’aspetto è bilineare. L’onciale sembra una scrittura maiuscola

con lettere che rientrano in un sistema quadrilineare ma con una generale tendenza al

binealirismo.

28 Si ricordi che la capitale rustica si usa tra I-VI secolo, I-III il periodo più antico, IV

VI il secondo. 29

aste delle lettere minuscole fuoriescono un po’ dal sistema bilineare, e rompono questo

sistema.

La scrittura onciale, come detto, nasce nell’Africa del Nord, ma poi si diffuse,

venendo per così dire esportata, ed arrivò in Europa. Qui i maggiori centri di

produzione di testi in onciale furono in Italia Roma, non a caso capitale dello stato

della chiesa, e in particolare con papa Gregorio Magno.

Papa Gregorio Magno visse intorno alla seconda metà del VI secolo, muore nel 604

pontefice dal 590). All’interno della sua attività politica grande parte ebbe

(540-604,

l’opera di evangelizzazione dei territori europei, e lui stesso con i suoi seguaci viaggiò

molto arrivando ad evangelizzare anche Inghilterra e Irlanda. In questo percorso da

Roma verso tali terre Gregorio attraversò la Francia ed ebbe modo di fermarsi in vari

conventi e monasteri, e sempre portando con sé libri scritti in onciale, semionciale, e

d’Europa, e in particolare proprio in Inghilterra

così contribuì alla diffusione nel resto

si sviluppò una onciale inglese, o anche nota come maiuscola insulare, scrittura

libraria adoperata in Inghilterra e Irlanda. Il pontefice influenzò anche le scritture usate

presso la corte carolingia. Il centro scrittorio romano di partenza era comunque presso

il Laterano.

L’onciale italiana ebbe poi alcune tipizzazione fra le quali l’onciale romana. La

di questa onciale sta nell’asta della D, che non è semplicemen-

caratteristica principale

te piegata ma è proprio orizzontale. Poi, un’altra onciale tipica fu quella adoperata a

Bisanzio proprio in ambito imperiale e durante l’impero di Giustiniano. Si tratta

dell’onciale B-R, nome che gli deriva dalle lettere che gli sono caratteristiche.

Nell’onciale B-R la B rompe lo schema bilineare ed è alta sul rigo, mentre la R

presenta l’ultimo tratto orizzontale, e non obliquo.

La scrittura onciale era usata per scrivere le seguenti tipologie librarie, e cioè i libri

29

liturgici , libri di carattere giuridico. Era un impiego abbastanza limitato, perché le

altre tipologie librarie saranno scritte con la scrittura semionciale, ad esempio i libri

di grammatica. In generale, invece, l’onciale era riservata a

che servivano per studiare,

testi solenni della liturgia o per i testi giuridici.

La scrittura onciale presenta poche abbreviazione, e in generale sono le stesse usate

nella capitale rustica. In più, però, essendo l’onciale riservata alla scrittura di libri

sacri, compaiono le abbreviazioni per i così detti nomina scara, fra questi ricordiamo:

1. DS = DEUS (Abbreviazione per contrazione)

2. DNS = DOMINUS (DNO, domino, DNM, donimum, DNI, domini, e così via,

ovviamente si dovrà declinare, ma troveremo sempre la lettera iniziale, quella

centrale e quella finale in base al caso)

3. SCS = SANCTUS

Queste parole erano abbreviate e l’abbreviazione era indicata con una lineetta 30

soprascritta al termine. Per sciogliere l’abbreviazione si riporterà la parola per intero,

ma tutto ciò che è abbreviato verrà scritto tra parentesi tonde, quindi, ad esempio

d(eu)s.

A parte va considerata l’abbreviazione del nome Gesù Crsto. in questo caso si fa

riferimento a lettere greche, e quindi avremo

31 32

4. IH S = IE(su)S e XP S = Chr(istu)s

29 Quindi vecchio e nuovo testamento e tutti i libri di apparato che servivano per le

funzioni religiose

30 La lineetta potrà essere di vario tipo, in generale comunque orizzontale

Si noti che quella che può sembrare un’acca è in realtà l’eta greca, e quindi una

31 e.

32 Anche qui si noti che abbiamo a che fare con lettere greche, e cioè il chi e la ro.

30

Infine per i nomina sacra esaminiamo

5. SPS: SP(iritu)S

Ma perché si chiama scrittura onciale? Questo nome deriva dalla lettura sbagliata del

33

passo di un testo. Il passo letto male era stato scritto da S. Girolamo , e si trattava di

un’introduzione al libro di Giobbe. In questa introduzione S. Girolamo si riferisce a

l’espressione “litteris uncialis”. Ora, i Maurini lessero

34

manoscritti di lusso e usa

questa espressione,e fraintesero il passo, ma molto probabilmente S. Girolamo aveva

scritto “litteris inicialibus”, cioè le lettere capitali che sono spesso miniate, istoriate,

decorate. Quindi S. Girolamo confrontava libri così belli e preziosi, ma spesso

scorretti sul piano grammaticale e testuale, con libri meno appariscenti ma ricchi di

sostanza, validi per la preparazione, e soprattutto corretti dal punto di vista

grammaticale: era in sostanza un confronto fra testi scorretti e corretti, i primi spesso

preziosi, i secondi no. S. Girolamo, infatti, sosteneva soprattutto l’importanza della

correttezza testuale. I Maurini leggendo il passo intesero male quel inicialibus e

lessero uncialibus, e riservarono questo secondo termine ai primi testi fatti in questo

tipo di scrittura. Di qui la definizione di scrittura onciale.

Lezione di Paleografia del 4-2-2014

La tavola che leggiamo oggi, e che è riportata nella pagini seguenti, fa parte di un

codice del secolo VIII, scritto dal prete Agimundo, conservato nella biblioteca

vaticana. Il codice è un omeliario, dunque un libro liturgico che raccoglie le omelie dei

padri della chiesa e che si legge durante gli uffici divini. In particolare la tavola

riproduce un’omelia di Giovanni Grisostomo, padre della chiesa, vescovo di

Costantinopoli vissuto nella seconda metà del IV secolo, morì nei primi del V secolo.

Ha scritto tantissime opere, in particolare i commenti alla bibbia, di lui sono note poi

le epistole, gli omeliari appunto, trattati.

Testo e commento

1. Samuel ait mihi absit peccare intermittendi

rigo, che la T è un po’ più alta rispetto al resto del

Si noti nella tavola, alla fine del

rigo per l’esigenza di rispettare la marginatura, e per questo viene innalzata.

Tecnicamente si parla di una ti di modulo ingrandito rispetto al resto delle lettere.

2. orare pro vobis d(omi)n(u)m quam igitur veniam mereri poterimus d(omi)ni

Si la S di vobis che è accostata sempre per non rompere la marginatura, e sempre per

lo stesso metivo ritorna una T di modulo ingradito in poterimus

3. si tantorum servorum de veteri atque novo testamento non imitamur exemplis

Si noti q: che sta per que, altro modo per sciogliere l’enclitica, e abbiamo già trovato

un altro modo per rendere l’enclitica que, e cioè q., dunque un solo puntino e non due.

33 Vissuto nel IV secolo e morto nel V. Padre della chiesa.

34 Che definisce: veteres libros, vel in membranis purpureis (la porpora non a caso è il

colore imperiale) auro argentoque descriptos, vel uncialibus ut vulgo aiunt litteris

Ossia fa riferimento a “libri scritti in oro o in

onera magis exarata quam codices.

argento o, come dice il popolo, con lettere onciali”

31

4. ut pro n(ost)ris inimicis oremus

Si noti nella tavola l’aggiunta di una e sovrascritta come correzione successiva.

Ancora si noti l’abbreviazione per nostris, sempre per contrazione

35

5. Si forsitan aliut facientes contra inimicos aramus nolite

Si noti la effe di forsitan fatta maiuscola ma cge scende sotto il rigo. Si noti la L di

Aliut un po’ più alta, ma questi espedienti servivano anche per facilitare la lettura.

36

6. F(atres) nolite deprecor quam quanto plura sunt exempla que diximus

Si noti l’uso della e cedigliata per la parola deprecor. Che significato ha l’uso di questa

e? IL DITTONGO. Nella trascrizione trascriveremo proprio la e con la cediglia sotto e

indicheremo che sta per il dittongo ae. Originariamente, comunque quella cediglia

sotto la e era una a aperta, proprio la vocale a scritta appesa alla e, e poi questa a

scritta appesa alla vocale è diventata una codina che noi chiamiamo cediglia. Notiamo

poi il nesso NT con almeno un tratto in comune tra di loro, e qui, appunto, il terzo

tratto della N è fuso con il secondo tratto della T, e il nesso viene usato qui sempre

per mantenere la grandezza della colonna

7. Tanto imitationis merces augetur melius pro inimicis quam amicis orare

Si noti la u di quam aggiunta dopo sovrascritta

8. nec enim tantum nobis praestat pro amicis oratio quantum pro inimicis

deprecatio.

Si noti la N di Nec con ingrandimento modulare perché inizia un nuovo concetto, e poi

notiamo che per praestat ha usato il dittongo qui.

9. Si diligites in qui deos qui vos diligunt nihil magnum facitis et enim publicani

hoc faciunt

10. Ut sciatis quia si pro amicis oramus non dum vicimus publicanos sed quando

diligimus inimicos

11. deo in quantum possumus similes sumus

12. qui solem suum oriri facet super bonos et malos. Igitur d(omi)ni imitatores

sumus

13. estote namque ait similes patris vestri qui in caelis est ut calorum regna

mereamur

14. per cristum xrm cr(istu)m d(omi)n(u)m n(ostru)m cui est gloria in saecula

37

seculorum amen

3839

15. It(em) ser(mo) sancti Ihoannis Chrysostomi de cruce feria sexta (ma

trascriviamo in numero romano, e lo stesso vale per i numeri che seguono)

35 per aliud

Nella tavola si noti l’uso di due ff

36 per abbreviare la parola ricorrendo al raddoppio

dell’iniziale per indicare il plurale

37 Si noti dopo amen un segno di chiusura come fogliolina di edera

38 Si noti che prima della parola abbiamo un signum crucis, che rientra nei segni

speciali, e che va segnalato. In questo testo indicava che in questo punto bisognava

fare il segno della croce. Il segno di croce si dovrà indicare sul compito disegnando il

segno di croce, e non scrivendo.

39 Si noti la parola troncata, e lo stesso vale per le parole che seguono nel testo latino

32

40 4142

16. XXIII VIIII

43

17. Hodie inicpiamus carissimi de crucis de tropeo predicare et honoremus

Si noti che in incipiamus e in honoremus la u e la s hanno un tratto in comune e quindi

44

si tratta di un nesso . Ancora si noti che Carissimi è scritto kk, abbreviazione già vista

e con la lettera ripetuta per indicare il plurale.

Facciamo ora delle osservazioni generali sulla pagina andando dal generale al

particolare. Il testo è disposto su due colonne, la pagina presenta un aspetto ordinato,

le righe di scrittura sono ben allineate, le parole tendenzialmente sono in scriptio

continua, ma ogni tanto le parole sono separate, ad esempio al quarto rigo, con

al rigo 6 e così via. L’alfabeto ha modulo tendenzialmente uniforme

dominum quam,

con delle lettere rimpicciolite o rialzate in particolare in fine di parola, e nel commento

si dovrà spiegare il perché di queste lettere rimpicciolite o rialzate, e in questo caso per

mantenere l’aspetto bicolonnare del testo. A parte van considera la lettera h di hodie,

lettera decorata che niente nel così detto apparato distintivo come lettera ornata che fa

cominciare una parte nuova di testo, e queste lettere vanno descritte. Poi dovremo

indicare i nessi, descrivendoli e indicando il numero di rigo. Poi vedremo le

abbreviazioni. Si dovranno indicare le lettere soprascritte indicando che il testo risulta

che è stato riletto come dimostrano le aggiunte interlineari. Nella descrizione

dell’alfabeto si dovrà rifarsi alle caratteristiche alfabetiche dell’onciale che si

riscontrano nella tavola.

40 Prima del numerale ventitre compare un segno che sembrerebbe essere una C,

ma l’edizione critica riporta venti tre, e forse quella C era una

magari per centum,

lettera dilavata. Tutto questo si indicherà in un commento o nell’apparato critico del

testo, facendo una noterella indicando: precede lettera dilavata...

41 I due numeri devono indicare una successione nelle omelie, per cui noi indicheremo

nella nostra trascrizione il numerale e lo accorderemo con il termine a cui il numerale

riferisce, e forse qui si riferisce alla omelia, per cui fine dell’omelia

si octava e inizio

della nona, ma non lo sappiamo con sicurezza e non lo indica nemmeno l’edizione

critica, e quindi non resterebbe che fare uno studio testuale.

42 Si noti che sotto il numerale VIIII ci sono dei segni. Secondo la numerazione

romana, infatti, quando si indicano i numerali c’è anche un apparto di segni, messi

sopra o sotto con un preciso significato.

Notiamo l’acca iniziale ingrandita

43

44 Si ricordi che il nesso non si scioglie con le parentesi dato che le lettere ci sono

33

34

Lezione di Paleografia del 11-2-2014

Oggi esaminiamo la scrittura semionciale. Questa scrittura si colloca tra la fine del V

secolo, inizi VI, e gli ultimi secoli si hanno nel 800 (IX secolo). Di manoscritti in

semionciale ce ne sono giunti circa 160. Il modello alfabetico che abbiamo visto per la

scrittura minuscola fu a un certo punto usato per scrivere libri, e di qui la scrittura

semionciale. Comunque la trasposizione e l’adattamento di questo alfabeto minuscolo

per scrivere libri comporta un irrigidimento del disegno (o forma) delle lettere,

appesantimento del tratteggio, un arrotondamento e schiacciamento degli occhielli

delle lettere, un uso limitato di legamenti, di abbreviazioni, e in generale un moderato

accorciamento delle aste, sia delle aste inferiori che superiori. Il nome scrittura

semionciale fu creato dai padri Maurini nel XVII secolo, e da loro fu introdotto perché

ritenevano che tale scrittura derivasse direttamente dalla scrittura onciale, ma non

essendo essa così solenne come quella onciale la definirono una scrittura semi onciale,

così dalla onciale vera e propria, ma l’origine vera

una quasi onciale, distinguendola

di questa scrittura, come abbiamo già detto, è l’alfabeto minuscolo primitivo, e non c’è

nessuna diretta relazione tra scrittura onciale e semionciale, sebbene il nome di

semionciale si sia conservato. D’altra parte, in età antica la scrittura semionciale era

conosciuta come litterae africanae, e di qui si capisce una provenienza legata al Nord

Africa, così come per l’onciale, oppure un altro nome era littere tunsae, dal verbo

tullere che significa schiacciare, e infatti il termine tunse si riferiva allo

schiacciamento degli occhielli. Questa scrittura è a base minuscola, ma la lettera N

nella scrittura semionciale è maiuscola. Questa scrittura nacque in Africa, e quasi tutti

i manoscritti in semionciale furono poi prodotti in Italia. Qui, particolarmente

importante fu il centro romano, ossia lo scriptorium che aveva sede presso il Laterano.

Napoli dove c’era un centro di copia di manoscritti nel

Un altro centro importante fu

Castrum Lucullanum. Un Altro centro di copia fu in Calabria Rossano, il monastero di

Vivarium. Questo monastero, in realtà, non era solo un monastero, ma uno studio dove

si studiava e si apprendeva. Questo monastero fu fondato da Cassiodoro nella seconda

45

metà del VI secolo, e infatti Cassiodoro muore nel 583. Dobbiamo anche ricordare

alcuni centri vescovili, per esempio l’episcopio di Lucca e quello di Verona.

Dobbiamo anche ricordare due codici molto famosi in semionciale. Il primo, di cui fa

46

parte la pagina che si vedrà qui di seguito, è stato scritto a Verona nel anno 517 da

Ursicino, lector nella cattedrale veronese, e il manoscritto stesso contiene opere di

47

Sulpicio Severo . Questo codice si chiama anche Codice Ursicino. Un altro codicxe

48

da ricordare fu scritto a Roma, contiene opere di S. Ilario di Poitiers , e il codice

stesso si chiama proprio Codice di Sant Ilario, conservato a Roma, nell’archivio di San

Pietro, che non è la biblioteca apostolica vaticana, ed è datato 510.

La semionciale era usata per scrivere libri per lo studio e la preparazione dei chierici, e

quindi opere dei padri della Chiesa, di autori cristiani in generale e raccolte dei canoni,

canonistiche. Dall’Italia la semionciale, attraverso le vie già dette, si diffuse

largamente nel resto d’Europa, specie nel VII secolo, mentre gli ultimi manoscritti in

semionciale dell VIII e IX secolo furono dei fenomeni imitativi dei centri di scrittura

che ruotavano intorno a Carlo Magno, e nel centro di copia di S. Martino di Tours

furono scritti questi ultimi codici in semionciali, oltre che nella scuola palatina.

Passiamo ora alla lettura del fac simile presente nella pagina seguente.

Politico, scrittore, legato all’imperatore Teodorico

45 Il codice è datato, cosa non comune all’epoca

46

47 Scrittore morto nei primi anni del V secolo. Scrittore cristiano in lingua latina. La

sua opera più importante è la cronaca universale, ma noi leggeremo la Vita beati

Martini.

48 Scrittore cristiano. 35

36

Trascrizione

1. Ut tamen nihil illis quae martinum

Si noti la N di tipo maiuscolo, la L con la base quadrata, cioè di tipo maiuscolo.

Ancora si noti la A leggermente occhiellata. SI noti la differenza tra R ed ESSE,

lettere che in questi tipi di scrittura tendono a confondersi, ma la R presenta un tratto

po’ più ondulato, mentre la S è abbastanza arrotondota

un 2. videndum ex longinquis regionibus saepe

Si noti la esse e la erre messe una di fianco all’altra, due lettere che tendono a

confondersi, per cui qui la esse è alta un po’ sul rigo e leggermente arcuata mentre la

erre scende un po’ al di sotto del rigo e poi il secondo tratto è ondulato e piega verso il

basso. Notiamo la lettera G, particolare, e che è proprio la gi semionciale, tipica, ma

tipica fino a un certo punto, giacché sappiamo già che l’alfabeto minuscolo primitivo

prevedeva una gi di questo tipo, nota come gi ad uncino, o anche come gi a mo’ di

numero cinque, giacché sembra in effetti un numero cinque.

3. Venerunt arbiter derogandum siquidem

4. hoc beatum virum frequenter affectu

Si noti alla fine del quarto rigo un puntino di separazione fra le parole

5. etiam angeli frequentarint. Ceterum

Si noti che dopo frequentarint compare un punto e virgola che ha valore di punto

fermo.

6. hoc quod dicturus sum sulpicii hoc te me

7. autem in tuebatur teste perhibeo

8. Quadam die ego et iste sulpicius proforibus

9. ex cubantes iam per aliquod horas cum

10. silentio sedebamus ingenti horrore

11. et tremore ac siante angeli tabernaculu(m)

Si noti che il segno che troviamo alla fine del rigo e della parola tabernaculum, ossia

questo qui abbrevia la nasale emme, ma può indicare più cose tra cui, per

esempio, il verbo essere.

12. mandatas ex cubias duceremus cum

Si noti il punto e virgola dopo duceremus come segno di pausa

13. quidem nos clausos cellulae suae ostio

14. ibi esse nesciret interim conloquentium(m)

In fine di rigo, dopo conloquetiu ritorna lo stesso segno di abbreviazione visto su al

rigo11.

15. murmue audimus et mox horrore quo/

16. dam circumfundimur ac stupore. Nec

17. ignorare potuimus nescio quid fuisse divi/

37

18. num post duas fere horas ad nos martinus

19. egreditur ac tum eum iste sulpicius sicut

20. apud eum nemo familiarius loquebatur

Dobbiamo passare ora a quanto scritto sul margine. Si tratta di una scrittura più

corsiva, e quindi più vicino all’mbito documentario. Si tratta di una nota marginale

49 50 51

21. Hic demitte usque ad finem libri istius id est usque ad cruce et no ta(m)

aste/ 52

22. riscum

Specchio guida per le abbreviazioni

Abbiamo risolto usque, ma si noti che la qu tagliata orizzontalmente nell’asta

49

discendente dovrebbe stare per qui

Si noti l’abbreviazione per et, corrisponde

50 alla nostra e commerciale. La e si fonde

in realtà con una ti rovesciata.

51 Si noti la o strozzata, anche nota come cornuta

Dice di indicare con l’asterisco la nota

52 38

Lezione del 18-2-2014

Abbiamo l’altra esaurito una prima fase della storia della scrittura latina, ossia quella

romana con capitale rustica, onciale e semionciale. Passiamo ora ad un’altro

dell’unità

argomento.

Nel mondo romano la tradizione grafica era stata appunto unitaria: Esisteva un

ordinato sistema di scritture, diverse fra loro, e le abbiamo viste, ed esisteva oltre a

questa volte un filone di scrittura corsiva, sostanzialmente documentaria e non libraria,

che prima fu maiuscola e poi minuscola. Queste scritture (capitale rustica, onciale e

semionciale, e ancora scritture documentarie corsive) erano diffuse in modo uniforme

in tutto l’impero ed erano comprese dalla maggior parte degli alfabeti. Tra il VI e il

VII sec il quadro unitario appena delineato è distrutto da tre fattori. Il primo di

carattere storico, ossia alla struttura unitaria dell’impero romano si sostituiscono i

regni romano germanici (barbarici). Limitandoci ai riflessi culturali di tale

fondamentale avvenimento, esso porta ad un isolamento delle tradizioni culturali

esistenti nelle singole regioni europee. Il secondo fattore è la dissoluzione del sistema

di insegnamento, scompaiono le scuole e, di conseguenza, diminuisce il numero degli

alfabeti con una contrazione dell’uso sociale della scrittura. Terzo fattore è il

cambiamento del sistema di produzione libraria. Nella sostanza alle officine librarie

laiche di tradizione romana si sostituiscono centri scrittori religiosi. Tali centri si

trovavano o presso le chiese cattedrali o presso i monasteri, e anticipiamo che in questi

centri i libri erano prodotti solo per esigenze interne al monastero, cioè si interrompe il

rapporto con il pubblico di utenti, commettenti, che era tipico della produzione libraria

di età romana.

Il risultato della fusione di questi tre fattori, dal punto di vista della storia della

scrittura latina, fu quello che è chiamato il periodo del particolarismo grafico alto

Questo periodo che si fa comunemente chiudere con l’inizio dell’età

medievale.

carolingia, può essere esaminato da un duplice punto di vista, un punto di vista

geografico, o come dice Petrucci “orizzontale, ovvero per intendere scritture diverse

nelle diverse regioni in cui si frazionò l’Europa. Poi si parla anche di particolarismo

grafico verticale o sociale, cioè scritture diverse a seconda delle diverse classi che

e questo vuol dire che all’interno di

componevano la già stretta cerchia degli alfabeti,

una ristretta cerchia di alfabeti c’era per giunta una stratificazione sociale per quanto

riguarda l’utilizzo di alcune scritture. Nei secoli VII e VIII un alfabeta laico, di regola,

non sapeva leggere i libri, ma solo i documenti, per esempio, un notaio dei secoli VII e

VIII scriveva documenti, ed era il suo mestiere, e utilizzava una scrittura notarile nota

53

come corsiva nuova , ma poi non era in grado di scrivere libri non avendo

dimestichezza con le scritture librarie, mentre un ecclesiastico era bravissimo a usare

le scritture librarie per la copiatura di libri, ma era poi analfabeta, non sapeva né

leggere né scrivere, non sapeva scrivere con la scrittura corsiva dei documenti e

facevano i segni di scrittura libraria come semplici disegni. Certo le eccezioni non

mancavano, come religiosi in grado di scrivere documenti. I veri depositari della

scrittura erano gli uomini di legge, come giudici, notai, funzionari di cancelleria (regia

o imperale), e infine gli ecclesiastici. È in questo periodo che si scava un solco molto

profondo tra la produzione libraria e documentaria, che si diversificano molto. La

produzione dei documenti pubblici e privati, infatti, è ora realizzata in corsiva nuova,

54

una minuscola che assume sviluppi particolari a seconda delle diverse località Anche

la scrittura libraria si diversifica e in alcuni centri, per esempio a Roma o a Lione,

furono riprodotti, anche stancamente, le scritture di tradizione romana, e in particolare

l’onciale e la semionciale. In altri centri, invece, specie quelli vescovili, e si pensi allo

53 Contrapposta ad una corsiva antica

54 E così la minuscola corsiva italica sarà leggermente diversa da quella usata da un

notaio francese. 39 55

scriptorium di Lucca o di Verona, le scritture romane furono usate variandole

leggermente, ovvero inserendo degli elementi corsivi, oppure si rese libraria la

scrittura documentaria in circolazione, che era appunto la corsiva nuova. Quindi, nella

pratica, se in uno di questi centri si prendeva un documento notarile scritto in corsiva

nuova e lo si usava come modello per farlo diventare una scrittura libraria che

operazione faceva il copista sul modello corsivo documentario? Per rispondere

passiamo dal presupposto che una scrittura libraria è per eccellenza posata, mentre se

prendo un documento scritto da un notaio troverò una scrittura corsiva, e quindi se io

monaco del monastero di Lucca devo rendere una scrittura corsiva libraria dovrò

rallentare il ductus e cercherò di eliminare i legamenti, ed è così che la corsiva nuova

viene atteggiata a scrittura libraria sfrondandola dagli eccessivi elementi di corsività e

rallentando la scrittura dandole un aspetto più posato, sebbene certo non arrivando a

separare le singole lettere, ma comunque ricercando un’impostazione più calligrafica,

tutto in virtù della sua destinazione. Il tratteggio rimarrà lo stesso ma diventando più

lento, posato. Da simili operazioni, come è facile capire, derivarono numerosissimi tipi

di minuscole altomedievali, ma poche di esse si canonizzarono, ovvero raggiunsero

regole ben precise riuscendo a diffondersi in maniera uniforme in un vasto ambito

geografico; quelle che vi riuscirono divennero scritture nazionali, scritture

canonizzate. Noi ne vedremo alcune, e fra queste vedremo per l’Italia la beneventana.

Adesso cambiamo argomento e parliamo delle biblioteche. Sicuramente la

critico tra l’inizio del VII secolo e la fine

conservazione del sapere ebbe un momento

del VIII. Con la decadenza delle città, e conseguente rarefazione della società colta,

scompaiono i luoghi che tradizionalmente erano deputati alla salvaguardia del

patrimonio culturale intellettuale, cioè le scuole e le biblioteche pubbliche e private, e

ricordiamo quelle già menzionate in precedenza. Gli eredi di questo mondo che si

i regni romano germanici, in oriente l’Impero

dissolve furono la Chiesa, in Occidente

di Bisanzio costantinopolitano (crollato nel 1453). Ora, noi esamineremo la questione

della diffusione libraria per l’Occidente, e in particolare per i centri religiosi.

Comunque è in queste realtà appena citate che molto lentamente si cerca di riannodare

i fili spezzati con il mondo romano, però sempre con una costante, cioè tutto ciò che

viene salvato e preservato dalla scomparsa nella memoria collettiva non circola oltre le

mura, ma tutto rimane chiuso, non c’è circolazione. Le prime sedi dove questa

ricucitura comincia sono le sedi vescovili, e basti immaginare come i colti aristocratici

entrarono nella chiesa per ascendere ad alti ranghi ecclesiastici e per far ciò

introdussero l’abitudine all’uso e alla raccolta di libri. In questo periodo le biblioteche

vescovili non si componevano di una gran quantità di testi, ma solo di quelli ritenuti

necessari. Essi erano relegati in spazi angusti, spesso addossati alle chiese stesse.

Passiamo al monachesimo. Per il monachesimo primitivo il sapere va rifiutato. Così il

veicolo per eccellenza di trasmissione del sapere, il libro, è ritenuto solo una merce di

scambio all’interno della vita socioeconomica del monastero stesso. I libri quindi

servivano solo come merce da vendere, e soltanto pochissimi libri essenziali erano

conservati all’interno del monastero, e libri essenziali erano i testi liturgici, testi

edificanti come le vite dei santi. I libri erano riposti in nicchie scavate nelle pareti, in

56

piccoli armadi , o in casse insieme ad altri oggetti di uso domestico. Quando e se si

monasteri del primo monachesimo, l’attività di copiatura era

scrivevano libri in questi

individuale e praticata nelle singole celle. Però, a partire dal VII secolo inoltrato le

cose cominciano a cambiare, fautori del cambiamento sono i monaci irlandesi. Essi

fondarono poi in Europa (Italia, Francia..) diversi cenobi. Furono loro a riorganizzare

ciò che era rimasto del sapere del mondo classico, perché proprio il patrimonio

culturale del mondo greco latino, in un primo tempo rifiutato, viene poi accolto, ma al

Ci riferiamo all’onciale e alla semi onciale, mentre la capitale rustica fu relegata ai

55

capitoli iniziali, e quindi non si scrisse più codici interi in capitale rustica.

56 Gli armaria in latino 40

tempo stesso anche privato di quello che era il suo carattere pagano, e viene invece

trasformato, adattato, diventando uno strumento tecnico con cui poter agevolare lo

studio e l’interpretazione dei testi teologici; quindi uno strumento tecnico che servisse

per la stesura dei commentari a queste opere, e che consentisse anche la creazione di

57

opere nuove. Il monachesimo benedettino fa propri simili concetti. Nei monasteri

benedettini nascono gli scriptoria e le contigue biblioteche. La produzione del libro

era tutta interna al monastero. Nel monastero si preparavano i fogli di pergamena, con

un proprio allevamento di bestiame, si confezionavano i fascicoli, si rigavano, si

assegnavano per la copiatura, si ornavano, e infine si rilegavano. Diversamente dal

l’attività di copiatura era non individuale ma collettiva, ed era

monachesimo primitivo

realizzata in un unico spazio, lo scriptorium, e dei primi di questi abbiamo notizia nel

secolo VIII. Lo scriptorium era un locale ampio nel quale i monaci lavoravano e il

numero dei monaci al lavoro variava in base alla committenza, variava anche in base

alle esigenze della comunità, infatti in base ai periodi dell’anno non tutti i monaci

potevano dedicarsi all’attività di copiatura, giacché magari alcuni dovevano occuparsi

della terra; e ancora, naturalmente, variava in base all’importanza

della coltivazione

dello stesso scriptorium, e così quello di Monteccasino era grande perché il Monastero

era grande, e l’opposto accadeva per il monastero di Nonantola, appunto più piccolo.

e quindi c’era un

Gli scriptoria potevano essere sia centri con una scuola scrittoria,

magister che imponeva norme grafiche, estetiche, rigorose e unitarie, seguite da tutti i

monaci copisti. A Montecassino c’era una scuola del genere. Oppure in alcuni

scuole ma solo centri scrittori, e pertanto al loro interno non c’era

scriptoria non erano

un maestro e ogni copista poteva utilizzare la scrittura che voleva con piena libertà di

scelta. In alcuni scriptoria, poi, si raggiunse una perfezione e sintonia grafica tale da

difficile l’individuazione in un manoscritto proveniente di quel tale

rendere

scriptorium delle diverse mani che si avvicendavano, ed è questo il caso di

Montecassino nel secolo XI.

Il testo da copiare si appoggiava su un piano più o meno incrinato, sostenuto da uno

stelo, e per scrivere si usava la penna di volatile, oppure un calamo con una punta

58

temperata, e in base a come si temperava la penna cambiava il tratteggio. La

trascrizione poteva essere eseguita o da un singolo copista, oppure da più amanuensi

che si alternavano nella scrittura di un unico fascicolo, oppure l’altro caso era quello di

fascicoli affidati a singoli amanuensi. Comunque l’attività di copia era realizzata sotto

la direzione di un maestro. La copiatura comportava quasi sempre degli errori, anche

perché a volte i copisti potevano intervenire e stravolgere il testo. Decorazioni

semplici, come letterine colorate, erano eseguite dagli stessi amanuensi, mentre

e si trattava di un’operazione

decorazioni più complesse erano eseguite dai decoratori,

fatta dopo la scrittura del testo. I tempi di scrittura variavano da alcune settimane ad

anni. Più lo scrittorio era organizzato più aumentava la sua consistenza, ovvero la

quantità di libri che conservava, e dunque, in poche parole, la sua biblioteca, ma non si

tratta ancora di una biblioteca di consultazione, ma solo di conservazione, e non c’era,

infatti, uno spazio fisico destinato alla lettura poiché i libri erano conservati in armadi

o in arche (casse), e questi armadi e arche erano depositati o nello scriptorium stesso,

oppure in stanze adibite a deposito attaccate allo scriptorium o realizzate come

soppalchi. Ancora potevano essere conservati nella sacrestia. Quindi biblioteche di

conservazione. È proprio in questo periodo che vengono individuate delle figure

preposte alle conservazione e contratto dei libri. Erano degli ecclesiastici, primo

57 Ricordiamo la fondazione nel 529 di Montecassino

58 Nel 1550 fu persino scritto un opuscolo su come temperare le penne per ottenere i

vari spessori. Era una vera e propria arte. 41

esempio di bibliotecarius o librarius del monastero, o anche noto come armadius (e

59

aveva le chiavi) .

Ma come si leggeva nell’altomedioevo? L’idea era che fosse una punizione. Quindi

era una lettura lenta, sterile, ripetendo ad alta voce senza capire. Si leggeva nei locali

della scuola, se era presente, nella chiesa, nelle celle, nel chiostro, nel refettorio.

Quindi è un errore ritenere che nei monasteri con biblioteche molto consistenti ci fosse

una fervida attività di studio o di lettura, mentre, in realtà, i libri, come abbiamo già

detto sopra erano un bene patrimoniale, servivano a fare soldi, dando prestigio al

monastero stesso.

Infine, dobbiamo esaminare la tipologia dei libri che erano scritti. Si trascrivevano le

60

sacre scritture, libri liturgici, letteratura monastica, libri patristici , poche opere di

diritto civile e canonico, la storia ecclesiastica, i testi dei Concili, le cronache

61

universali. Soltanto in pochissimi monasteri, quelli di Bobbio e Montecassino,

62

troviamo anche autori classici, raccolte grammaticali , in generale manuali scolastici

come erbari. Non è poi un caso che il libro più diffuso nel periodo altomedievale sia il

codice miscellaneo, ossia una vera e propria libreria portatile, uno scrigno del sapere

didattico ed enciclopedico, e proprio i monaci irlandesi portavano con sé codici

miscellanei. Il codice miscellaneo fu la tipologia libraria più diffusa almeno fino al IX

secolo. In questi libri si accorpano in maniera casuale e incoerente le opere più

disparate, patristica, poesie, ricette, libri di medicina, testi giuridici. Il libro

miscellaneo più famoso è il codice 490 dell’archivio capitolare di Lucca, scritto da

oltre 40 mani.

59 Si veda la descrizione fatta da Umberto Eco nel romanzo il nome della Rosa. Eco si

ispirò, comunque, al monastero di Bobbio.

60 Lo studio dei Padri della Chiesa era un pilastro della vita monastica.

61 Il monastero di Bobbio in provincia, di Piacenza, fu fondato non a caso da San

Colombano, monaco irlandese, nel 613. Si dovrebbero poi ricordare anche altri

importanti scriptoria come il monastero di Farfa, in provincia di Rieti, fondato nel VI

secolo, e quello di Nonantola, in provincia di Modena, fondato da Sant’Anselmo

d’Aosta.

62 Non a caso uno dei più antichi libri in beneventana è proprio una grammatica,

risalente al VII-VIII secolo. 42

Lezione del 25-2-2014

Cominciamo ad esaminare le scritture del particolarismo grafico e cominciamo dalle

isole britanniche, ovvero la Gran Bretagna e l’Irlanda. Queste scritture furono usate a

e all’XI la minuscola.

partire dal VII secolo, e furono utilizzate fino al X la maiuscola

Come furono elaborate, e perché? Dobbiamo per prima cosa ricordare che l’isola

britannica è stata la provincia meno romanizzata dell’impero, e tuttavia il

Cristianesimo fu introdotto nel Britannia (ossia l’Inghilterra) fra il IV e il V secolo.

A partire dal V secolo i Romani abbandonano la Britannia perché ci furono le

invasioni degli Angli e dei Sassoni. Una prima ondata di evangelizzazione fu attuata

da papa Gregorio Magno, prima predicazione che si colloca nel VI secolo, sebbene in

questa prima evangelizzazione un ruolo fondamentale ebbe Agostino di Canterbury.

Contemporaneamente parti il movimento di evangelizzazione dell’Irlanda dove si

sviluppò un profondo movimento monastico, le cui figure principali sono quelle di

San Patrizio e di San Colombano. Ora, dobbiamo immaginare un movimento

contemporaneo molto vivace di scambio fra monaci irlandesi e il clero della Bretagna.

Osserviamo ciò poiché gli studiosi dibattono molto sul fatto se sia nata prima la

scrittura maiuscola e minuscola insulare in Irlanda o in Inghilterra, e non è semplice

definire la sede di nascita di questa scrittura, ma sicuramente in questo periodo la

circolazione di codici fu frequente e massiccia, e poi oltrepassò anche i confini inglesi,

poiché San Colombano e S. Agostino di Canterbury passarono nel continente

L’uso delle scritture fu lungo, nel senso che gli ultimi

fermandosi in vari monasteri.

libri scritti risalgono al secolo XI, e l’evento che determinò un mutamento di gusto

grafico fu la battaglia Hastings, quando Guglielmo il Conquistatore, re dei Normanni,

sconfigge re Aroldo II nel 1066, imponendo la dinastia normanna in Inghilterra, e

nello stesso periodo, nel 1071, in Italia meridionale cadde Bari, la capitale del

l’Italia meridionale creando il

Catepanato, e i Normanni conquistarono regnum.

Quindi dobbiamo pensare a un duplice movimento dei Normanni, verso Nord e verso

Sud. La Maiuscola anglosassonica insulare fu ispirata dalla scrittura onciale, tanto che

è anche nota come onciale inglese. Quindi, tale scrittura tenderà certo a inserirsi in un

sistema bilineare, pur non essendo interamente maiuscola. Un’Altra caratteristica è la

rotondità della forma delle lettere, e le aste delle lettere, inferiori e superiori, hanno

uno scarso sviluppo in altezza, sono abbastanza contenute, e tendenzialmente tutta la

scrittura maiuscola insulare si può dire quasi compresa in un sistema bilineare, senza

una rottura di tale sistema evidente. Quindi rotondità nella forma delle lettere, e ancora

le aste presentano quelle che sono definite terminazioni a dente di lupo, per esempio,

la bi, che ha una forma arrotondata e che si definisce lettera a forma di fiasco, nella

parte superiore ha una allargamento a spatola, ed è questo il dente di lupo,

caratteristica, questa di molte lettere della maiuscola. Con la maiuscola insulare

incontreremo particolari abbreviazioni, le notae iuris, le annotazioni del diritto,

proprio perché spesso usate nei testi di diritto. Sono abbreviazioni particolari, da

memorizzare, che prendono origina dal sistema delle note tachigrafiche di età romana,

cioè una specie di sistema stenografico con cui i “notai”, da intendersi come coloro

che scrivevano in note, raccoglievano gli scritti di un autore. Sono date da un insieme

all’età medievale. Per il resto ci sono poche

di segni, e alcune di esse passano

abbreviazioni in questo tipo di scrittura. Sia la maiuscola che la minuscola insulari

hanno poi come particolarità l’apparato distintivo, cioè l’alfabeto maiuscolo usato per

i capitoli. Mentre nelle scritture di età romana la capitale rustica serviva per idicare

capitoli e paragrafi, qui, nella maiuscola e minuscola insulare compare un alfabeto

maiuscolo particolare che è influenzato, nel caso specifico della scrittura inglese, dalla

e cioè l’alfabeto runico. L’alfabeto runico influenza l’alfabeto

scrittura usata dai celti,

maiuscolo della scrittura maiuscola e minuscola insulare, così come nella scrittura

spagnola, nella visigotica, ritroveremo un’influenza araba. Ma passiamo alla tavola

cinque tratta dal vangelo di San Matteo. Il libro è un evangeliario scritto nella seconda

metà dell’VIII secolo, e i n particolare questo è il vangelo di Matteo.

43

44

Trascrizione e commento noti che l’et è parola ingrandita e perlata, ovvero le

Et accepto corpore Ioseph: si

lettere distintive sono puntinate, circondate da puntini. Notiamo poi la a di accepto. Si

tratta di una particolarmente accostata che si deve immaginare come costituita da una

o ed un c accostate, quindi “oc”. Ancora notiamo che la e si innalza un poco sul rigo

rispetto alle due ci, ed è sempre arrotondata, ovvero la parte inferiore è arrotondata e

poi il tratteggio diventa leggero e costituito da un solo tratto che va verso l’alto con

poi il trattino centrale. Nella parole “corpore”, invece si nota la erre maiuscola, tipica

influenza onciale

involvit illud in sindone munda: si noti la elle con terminazione a dente di lupo, la di

onciale a fiaschetto con un’asta quasi orizzontale, e la emme di munda arrotondata di

tipo onciale.

suo novo quod exciderat: si noti la u molto arrotondata per novo, che sembra quasi

un’altra o, e la x con un secondo tratto molto tenue che va a finire sotto la e.

in petra et advolvit saxum: si noti la doppia ondulazione che abbrevia la nasale

magnum ad hostium monu/

menti et abit 63

Erat (autem) ibi Maria magdalenae

64

et altera Maria sed entes

contra sepulchrum 65

Altera autem die que est post parasceven convenerunt: si noti la ci di convenerunt

con modulo un po’ più ingrandito che rompe il rigo.

principes, sacerdotum et

66

pharisę i ad pilatum dicen/

67

tes domine recordati sumus

quia seductor ille dixit

adhuc vivens post tres

68 69

dies resurg am iube er go 70

custoridi sepulchrum usque

71 72

in dieme tertium. N e f orte

63 Nota iuris. Nella trascrizione riporteremo autem tra parentesi tonde. Poi, in

un’eventuale edizione critica si fa una scelta di ciò che va lasciato tra parentesi e ciò

che non va messo tra parentesi

Si noti che in sedentes la di ha un’asta diritta non onciale, cosa che dovremo riferire

64

nella descrizione riportando l’esempio. Si noti che la stessa di è presente in

magdalenae

65 Parola ebraica, il venerdì.

66 Si noti la cediglia presente nella tavola e che dobbiamo riportare.

67 Notiamo il nesso tra la u e la esse.

68 La gi ricorda la gi semionciale a forma di uncino, e non è invece maiuscola come la

gi onciale.

Si noti che la erre è maiuscola, ma il secondo tratto è un po’ meno evidente. Tale

69 un po’ più schiacciata tra la e e la gi di ergo.

erre risulta

Ricordiamo ancora che il puntino a mezza altezza dopo la qu abbrevia “ue”

70

71 La enne è maiuscola, e in realtà e colorata e ingrandita e segna un altro inizio.

45

veniant discipuli eius et

furentur eum et dicant

plebi surrezit a mortuis

et erit novissimus error

peior priore ait illis pilatus

73

habetis custodes i te custo/

dite sicut scitis illi autem ab/

euntes munierunt sepul/

chrum signantes lapide(m)

cum custodibus

74

V espere autem sabbati

que lucescit in prima

sabbati venit Maria

et altera Maria

magdalenę

videre sepulchrum et ecce

terrae motus factus est

magnus angelus enim d(omi)ni

discendit de cęlo et accedens

revolvit lapidem et sede/

75

bat sup (er) eum Erat enim

aspectus eius sicut fulgor

et vestimentum eius sicut nix

pre timore autem eius extteriti

sunt custodes et facti s(un)t

velut mortui

Respondens autem abgelus

76

dixit mulierib (us) nolite

timere vos. Scio enim quod

77

Ie (su)m qui crucifixtus est que/

ritis non est hic. Suerrexit

enim sicut dixit.

Adesso dobbiamo leggere le parole a margine. Sulla colonna di sinistra in alto si

riconosce un segno di primo fra due puntini. Poi, andando più giù, secondo, poi il

numerale decimo. Questi numerali sono un riferimento ad altri vangeli. Così, in alto

abbiamo il numerale uno e poi si riconosce una emme con una ti abbreviata, e sta per

Matteo, e poi ci sono, dopo il nome trviamo tre c, una x, una elle: tutte indicazioni per

il paragrafo e il capitolo. Poi sotto abbiamo una emme ed una erre, sempre abbreviati,

che stanno per Marco con il relativo paragrafo. Poi, terzultimo troviamo Lu

abbreviato, cioè Luca. Poi Io, sempre abbreviato, Iohannes, Giovanni. Questa è la

tipologia di note che ci sono su questo codice, ossia ai margini abbiamo il riferimento

agli altri vangeli per fare un confronto tra vangeli diversi che raccontano lo stesso

episodio.

72 Si noti la effe con il terzo tratto orizzontale e appoggiato al rigo di base

Si noti l’innalzamento della I per facilitare la letture

73

74 Si noti la lettera ingrandita perlata

75 Si noti questo modo di abbreviare. La pi presente un piccolo archetto verso destra

che abbrevia “er”

76 La bi di mulieribus è seguito da un punto e virgoletta che abbrevia us

Si faccia attenzione al fatto che quella che sembra un’acca, in questo caso è l’eta

77

greca, dunque la e di Iesum 46

Lezione del 11-3-2014

La scrittura di oggi è la minuscola insulare, quindi la seconda delle scritture del Regno

Unito nel periodo del particolarismo grafico. Ma passiamo subito alla Tavola VI, una

pagina tratta dalla Hostoria ecclesiastica gentis anglorum del Venerabile Beda

47

Trascrizione e commento

78

Quieis instituti perfectioris decreta

79

quae sequere ntur ostenderet

80 81

q uos utiq(ue) credo siqui tunc ad eos catho/

licus calculator adveniret. Sic eius

82 83

monita f uisse se cuturos quomodo

84 85

ea quae noverant ad didi cerant d(e)i man/

data pnobantur fuisse secuti;

86 87

t u autem et socii tui si audita decreta sedis

88

apostolicae immo univers alis ec/

clesiae. Et haec litteris sacris confir/

89 90

mata sequi contemnitis absq(ue) ulla

dubietate peccatis et si enim patres

91

tui s(an)c(t)i fuer(un) t num quid universali

92

quae per orbem est ecclesiae Ch r(ist)i eoru(m)

est paucitas uno de angulo ex tremae

insulae p(re)ferenda. Et si s(an)c(tu)s erat ac po/

93 94 95

tens virtu tib(us) ille columba v(este) r immo

96 97 98

et n(oste) r si chr(ist)i erat n um p(re) ferri potuit

In fotocopia si nota sulla i di “instituti” un segno che in realtà è una a, e si tratta

78 di

una a sovrascritta come correzione della i finale, che però poi non è stata cancellata

79 Si noti che il tratto centrale della e si lega alla n

80 Si noti la q di modulo ingrandito e puntinato

“ue”

81 Si noti abbreviato con due puntini

82 Si noti che la effe è molto simile alla esse ma presenta il tratto orizzontale disegnato

sul rigo di base

83 Nella beneventana ritroveremo una e molto simile a questa, con la differenza che vi

sarà poi una strozzatura, ma è la stessa di fatto. Inoltre qui la e si lega con la ci, e così

si nota che c’è un tratto inferiore che se è arcuato ci da “ec”, altrimenti se è verso

l’alto ci da “et”.

84 Si noti la di sovrascritta

dī = dei

85

86 Si notti la ti ingrandita e perlinata

87 Ad autem corrisponde questa abbreviazione che abbiamo già incontrato e che

conviene fissare:

Si noti il legamento “sa” dove la esse si lega alla a e la a diventa aperta

88

89 Si faccia sempre attenzione alla a aperta da non confondere con u

90 Si faccia attenzione a questa abbreviazione, , dove abbiamo legamento e

nesso, ossia la ti con inversione del tratteggio e la i legato con nesso alla esse, avendo i

ed esse un tratto in comune.

Si noti l’abbreviazione che contra “nt”

91 Si noti che il chi greco va translitterato in “ch”

92

93 La u è pasticciata

94 b: =bus

95 Si ricordi, nr = noster, vr =vester, più ovviamente il segno di abbreviazione

96 Vedi nota superiore 48

beatissimo apostoloru(m) principi

99 100

cui d(omi)n(u)s ait: t u es Petrus et sup(er) hanc

101

petram aedificabo ecclesiam mea(m)

et portę inferni n(on) praevaleb(un)t

adversum eam et tibi dabo claves

102

regni caelorum; h aec perorante

Vuilfrido dixit rex Verene colmane

haec illi Petro dicta sunt a d(omi)no qui ait

vere rex at ille habetis inquit vos

proferre aliquid tantae potestatis

v(est)ro columbę datum 103 at ille ait nihil

104

rursum rex si utiq(ue) v(est)r(um) inquit in hoc

Lezione del 18-03-2014

Continuazione della trascrizione della tavola con commento

sine ulla controversia consentiunt

105

quod haec principaliter Petro dicta

106 107

et ei claves regn i caeloru(m) sint dati (e) a d(omi)no

responder(un)t etiam utriq(ue) at ille ita con/

108

clusit; et ego vobis dico quia hic est hostia/

109

rius ille cui eg o contradicere nolo sed

in quantum novi vel valeo huius cupio

in omnib(us) oboedire statutis.

110

Ne for te me adveniente ad fores regni

caeloru(m) n(on) sit quireserat averso illo

qui claves tenere probatur; haec di/

cente rege faver(un)t adsidentes quiq(ue) sive

è una enne dell’alfabeto maiuscolo delle scritture anglosassoni,

97 Questo segno

alfabeto che risente l’influenza della scrittura runica, e in questo caso abbiamo una

enne maiuscola con un tratto realizzato qui in basso. Si noti anche nella stessa lettera

le aste che terminano a spatola, a dente di lupo

98 Si ricordi sempre la p con linea di abbreviazione orizzontale superiore che sta per

“pre”.

99 Si noti la ti ingrandita

Si noti l’abbreviazione del per con un puntino, un uncino

100 Si noti che accanto a “meam” abbiamo un numerale, XXII, che corrisponde al rigo

101

in cui il copista si è fermato, forse per riprendere dopo o per un passaggio di mani

102 Si noti la lettera ingrandita.

Si noti che sotto la parola datum c’è un’ombra. In realtà si tratta di parole perché è

103

corretto non utique, ma utrique, che è poi la parola sovrascritta

104 Si faccia attenzione al legamento si che ritroveremo nella beneventana.

105 Si noti nella tavola il nesso ec.

106 Si noti la enne che il copista aveva dimenticato per poi aggiungerla in sovra linea

107 Si noti la e sovra scritta come correzione della i che però non è stata espunta.

108 Si noti questo segno di abbreviazione, presente anche nella beneventana, , che

abbrevia il verbo essere, e in particolare la terza persona, quindi est.

109 Si noti il legamento eg.

110 Enne ed erre in questa scrittura tendono a fondersi, ma la enne resta sul rigo, la erre

scende un po’ (anche se non sempre). 49

adstantes maiores una cum mediocrib(us)

et abdicata minus perfecta institutio/

ne ad ea quae meliora cognoverant

sese transferre festinabant.

111

F initoq(ue) conflictu ac soluta contio/

ne agilberchtus domum rediit

Colman videns spretam suam doc/ 112

trinam sectamq(ue) e(ss)e dispectam ad

sumtis his qui se sequi voluerunt

113

id est qui pascha catholicum et tonsura(m)

114

coronae nam et de hoc questio n(on) mini/

ma erat recipere nolebant Scottia(m)

Vediamo ora le scritture del particolarismo grafico della Francia. Partiamo dalla storia.

La Gallia era stata una delle provincie più romanizzate dell’impero romano e i Franchi

presero abitudini e costumi romani, ed anche il modo di scrivere dei conquistato. Ciò

fa capire che in Francia circolavano manoscritti soprattutto manoscritti in onciale e in

semionciale, e per scrivere documenti, per una scrittura dunque usuale non libraria, si

scriveva in una scrittura minuscola chiamata corsiva nuova.

Con l’inizio della dinastia merovingica, a partire dal capostipite Clodoveo, comincia

un processo di cristianizzazione della popolazione franca, ed anzi abbiamo proprio una

data che segna il passaggio popolare alla religione cristiana, ossia il 456, dunque nel V

115

secolo. Poi la dinastia merovingica si estinguerà con la battaglia di Poitiers nel 687.

La cancelleria dei re merovingi elaborò una scrittura, chiamata scrittura merovingica

(quella della tavola che vedremo), prendendo come modello di elaborazione delle sue

forme grafiche la corsiva nuova, che era poi quella usuale.

La tavola riportata di seguito è un esempio di scrittura cancelleresca. Scrittura

cancelleresca vuol dire scrittura di cancelleria. La cancelleria è l’ufficio, nel periodo

medievale, presieduto dal cancelliere, o anche dall’arcicancelliere, e che presiedeva

soprattutto alla ricezione e alla spedizione delle lettere, della corrispondenza.

l’aveva il

Naturalmente parliamo di grosse autorità pubbliche, e quindi la cancelleria

re, l’imperatore, il papa e qualche nobile di alto rango, per esempio nelle alte gerarchie

ecclesiastiche il vescovo poteva avere una cancelleria, certo più piccola di quella

papale che, per altro, era dotata di una assai complessa organizzazione. Così la

116

cancelleria imperiale aveva una sua cancelleria, e poi i re, come il re di Sassonia, il

re d’Inghilterra, di Francia, e poi qualche principe, o comunque qualche personaggio

un’autorità politica importante, anche se in questo

che rivestiva caso parliamo più che

altro di un segretario che da solo rappresentava la cancelleria. Quindi possiamo dire

che in età medievale la scrittura merovingica è il primo esempio di scrittura

cancelleresca. Ma perché le cancellerie si diedero come obbiettivo principale mettere a

punto delle scritture ben precise, per cui questa tot scrittura è la scrittura dei

merovingi, e Carlo Magno ne avrà un’altra, il papa ne avrà un’altra? Perché

ovviamente questa scrittura doveva rappresentare immediatamente il potere da cui

dipendeva la cancelleria stessa, ma poi anche perché era un modo per tutelarsi da

eventuali contraffazioni.

111 Si noti la effe ingrandita, decorata e con testa di animale

112 Si noti nella parola come la a tenda alcune volte a non chiudersi in alto

113 Si noti la I ingrandita e perlinata, e la d onciale

Si noti che l’et è in sopralinea

114

115 Errore della Prof, forse intendeva quella di Tertry.

116 Riferendoci agli imperatori del Sacro Romano Impero, e non agli imperatori

romani, che pure avevano una loro cancelleria.

50

Bisogna poi memorizzare questa scrittura perché essa, la semionciale e la corsiva

nuova saranno i modelli che serviranno in Francia, nel periodo del particolarismo

grafico, ad elaborare alcune scritture librarie, e quindi che avranno come modello

queste tre. Quindi, ricapitolando in Francia abbiamo questa situazione grafica:

scritture in semionciale, scritture usuali in corsiva nuova, scritture di cancelleria in

merovingica. Ma guardiamo la scrittura merovingica insieme, e partiamo dalla

definizione generale di scrittura cancelleresca. Per la definizione di scrittura

cancelleresca vale il principio della verticalità delle lettere, e cioè una scrittura

cancelleresca ha le lettere più alte che larghe, e quindi abbiamo lettere con slancio

verticale delle aste. Poi le lettere sono molto accostate fra di loro, cioè si dice che la

scrittura ha compressione laterale. Gli occhielli delle lettere sono molto schiacciati,

sono oblunghi in alcuni casi. Le aste sono anche un po’ sinuose, quindi si piegano

leggermente. Lettere sono molto legate con legamenti non spontanei giacché i

legamenti sono verso l’alto, e ciò non è molto spontaneo, ma sono legamenti

artificiosi. Tale scrittura ebbe ovviamente larga diffusione nei territori del regno

franco, e quindi tutta la Francia ma anche l’Italia centro settentrionale e le zone di

confine, come parte della Baviera, del Belgio, nelle Fiandre. Noi non leggeremo

questa tavola, ma seguiamo comunque una lettura illustrativa, sebbene tale scrittura

pur risultando ostica con particolari espedienti può essere letta.

Trascrizione e commento

Notiamo prima di tutto il segno di croce, posto in alto a sinistra e molto articolato, ed

fatto con l’intreccio del chi

anzi si può aggiungere che specificatamente è un crismon

e del ro, sebbene sembri un serpente, ma è un crismon che sta per Christus. Poi

abbiamo l’intitolazione, ovvero l’indicazione dei titoli e del nome di colui che compie

l’azione giuridica. È un documento regio, quindi l’intitolazione sarà il nome del re. Il

primo rigo è di intitolazione e leggiamo:

117 118

Childeb erthus Re x frac,(orum)

Questa è l’intitolatio. Sappiamo poi che nel documento pubblico segue di solito il

l’iscrizione, cioè l’inscriptio, a chi è indirizzato il documento, e sappiamo

destinatario,

che l’inscrizione è generale, collettiva o singola, e in questo caso e a più persone, e

quindi leggiamo

119

v (iris) ill(ustribus): da quanto letto capiamo che il re si rivolge a uomini illustri.

Al rigo di sotto ritroviamo una ci ingrandita, crestata, che ritroveremo molto spesso,

specie nella beneventana e leggiamo

120 121 122 123 124 125

Cu m nos in d(e)i nom(ine) comp endium in pa lacio nostro fedelibus.

117 Si noti che che la b merovingica tornerà in una scrittura libraria a base merovingica

chiamato proprio A-B.

118 Si noti la erre che si lega alla x, e la x si trova in alto

119 Nella tavola vediamo due tratti che non sembrano chiusi sotto, ma in realtà un v

tagliata che sciogliamo in viris

La u è fatta un po’ tipo a cuore

120

121 Di è tagliato

Si noti l’occhiello della pi gigantesco mentre l’asta

122 è microscopica.

Si noti che nel documento manca l’arenga

123

124 la a sembra una o ci molto schiacciata 51

Abbiamo visto un esempio di questa scrittura, ma ora dobbiamo esaminare i centri in

cui furono scritti libri.

Ricordiamo i centri ecclesiastici, e il primo, uno dei più antichi, fu quello della città di

Lione. Poi ricordiamo il monastero di Fleury (Flery), che fu fondato nel 640, e si trova

poco più a sud di Parigi, dunque nel cuore della Francia. Ancora più importante fu il

monastero di Luxeuil (Luxeil), fondato da San Colombano nel 590, e che si trova nei

pressi della Svizzera. I monasteri nominati furono luogo di elaborazione di altrettante

scritture, anzi più di una per alcuni di essi. Ancora ricordiamo il monastero di Laòn, a

Nord di Parigi e verso il Belgio. Questo monastero fu fondato nel 774, e più che

monastero fu un importante centro vescovile, e di conseguenza l’attività scrittoria fu

svolta presso l’episcopio. L’ultimo, che diede origine a molte scritture, è il monasteo

di Corbie (Corbì), Questo monastero e quello di Fulda, in Germania, sono i monasteri

più celeberrimi per l’attività scrittoria nel Medioevo. A Luxeuil fu elaborata quella che

si chiama proprio scrittura di Luxeuil, scrittura libraria a base merovingica. A Laon

fu elaborata la scrittura A-Z, nome che deriva dal fatto che le lettere caratteristiche di

questa scrittura sono proprio la e la zeta, e il modello è sempre la merovingica. Infine

a Corbie furono elaborate quattro scritture librarie, una a base merovingica, la

125 Notiamo una o tipica del particolarismo grafico, e che ritroveremo molto presto,

ossia la o a fiocco, o crestata, o cornuta, con le corna diciamo.

52

scrittura A-B, poiché le sue lettere caratteristiche sono appunto la a e la bi, e poi le

seguenti tre, che hanno come base la scrittura semionciale e la corsiva nuova:

1. Scrittura E-N 126

2. Scrittura di Leutcario 127

3. Scrittura di Mordramno

Queste tre scritture si ispirano ad un alfabeto semionciale, come già detto, e quindi

sono molto facili da leggersi e preannunciano la carolina. Noi non le leggeremo,

mentre leggeremo i tre tipi di scrittura merovingica.

Lezione di Paleografia del 25-3-2014

La tavola 8 che andiamo a leggere nelle pagine seguenti riproduce (con scrittura in

merovingica francese di Luxeuil), la pagina di un codice risalente alla fine del VII

mentre per l’argomento si tratta

128

sec. Il codice è un lezionario, di legenda in natale

episcoporum, di brani da leggersi in occasione del natale dei vescovi, intendendosi per

natale la ricorrenza dell’ordinazione a vescovo. Il passo che leggeremo ora è un passo

tratto dal profeta Ezechiele. Il codice è conservato a Parigi, presso la biblioteca

nazionale. 129

Trascrizione e commento

130 131 132 133 134 135

Nonne greg es pascun t ur a pastori bus ? Lac c omedebatis

136 137 138

et lanis o perabamini et quod crassum

139 140

erat occidebatis gregem aute m meum non pas /

141

cebatis quod infirmum fuit non consolidastis

142 143

e t aegrotum non sanastis quod fractum est

126 Abate di Corbie dal 751 al 768

127 Abate di Corbie dal 772 al 780

128 Il lezionario è un tipo di libro liturgico che contiene tutte le letture della messa. I

lezionari di età medievale più antichi contenevano brani del vecchio e del nuovo

testamento, ma non del vangelo.

129 Nella trascrizione noteremo tanti passaggi alfabetici simili al diploma di Childerico

130 Si noti questa gi che ricorda un numero cinque, ma la parte superiore è occhiellata

come la nostra gi in cinque tratti.

che sia a che u sono aperte, e in particolare la a è anch’essa aperta, ed è

131 Notiamo

una caratteristica di questa scrittura.

132 Si tratta di una ti rovesciata, con inversione del suo tratteggio disegnata in modo da

e scende

fare in sol tempo, senza staccare, i due tratti, ossia partire dall’alto

133 Questo modo di legare erre ed i, con la erre che scende e poi si lega alla i in un sol

gesto, sarà un legamento obbligatorio della beneventana, e lì lo ritroveremo molto

simile, anche se più basso sul rigo.

L’intera

134 frase è una domanda

135 La ci è disegnata in due tratti con al centro una spezzatura, per cui si scende e poi

sale e poi disegna la o facendo la strozzatura

136 Si noti la o ogivale.

137 Si noti qui la ti occhiellata

138 La di apre il suo occhiello per legarsi non spontaneamente alla o.

139 Notiamo il te che sembra un quadrifoglio

140 Per distinguere la esse dalla erre si veda sempre in alto per capire se è rotonda o

acuta, la esse è rotondeggiante in questa scrittura

141 Si noti la effe che ha un tratto orizzontale che serve da legamento.

53

144

non allegastis et quod abi ectum est non redu/

xistis quod perierat non quaesistis sed cum aus/

145

terita tem imperabatis eis et cum potentia et dis/

146 147

persae sunt oves meae eo quod non esset pastor

et factae sunt in devorationem omnium bistia/ 148

rum agri et dispersae sunt . Erraverunt gregis mei

149

in cunct is montib(us) universo colle excelso et super

150

omnem faciem terrae dispersi sunt gres gis mei

151 152

E t non erat qui requireret non erat inquam

qui requireret propterea pastores audite verbum d(omi)ni

153

«vivo ego» dicit d(omi)n(u)s quia pro eo quod

facti sunt gregis mei in rapinam et oves meae

in devorationem omnium bistiarum agri eo quod

154

non esset pastor. N eque enim quaesi erunt pas/

tores gregem meum sed pascebant pastores

semet ipsos et greges meos non pascebant prop/

terea pastores audite verbum d(omi)ni haec dicit

La tavola poi presenta dns, cioè dominus in pedice perché è poi la prima parola del

verso, mentre quello che è riportato nella tavola è il recto. vediamo un’altra scrittura

Dopo aver visto la merovingica francese di Luxeuil,

francese del periodo del particolarismo, ossia la scrittura A-Z di Laòn, scrittura che ha

per modello sempre la scrittura merovingica del diploma visto precedentemente. In

questa scrittura la a sembra proprio la virgoletta caporale.

Il manoscritto riprodotto nella tavola 9 risale alla metà del sec VIII, è conservato a

Londra, mentre in passato a Parigi. Contiene i Moralia in Iob di Gregorio Magno,

opera di esegesi del libro di Giobbe dell’antico testamento, scritta dal pontefice alla

fine del sec VI (fine 500)

Trascrizione e commento

155 156

dogma tum. Inimicus et defensor est qui d(eu)m quem prę dicat inpugnat

157

nam quia beatus Iob venturi redenptoris speciem teneat eciam

142 La e è ingrandita

143 ti occhiellata

144 Si faccia attenzione alla i alta

145 Si noti la a aperta che assomiglia a due ci accostate

146 Si ricordi che si tratta di un lezionario, quindi di letture attinenti un’ordinazione

vescovile, e non a caso il vescovo è il pastore che conduce le pecore.

147 Si noti sempre la o strozzata

148 Si noti il legamento ei

149 si noti il legamento a ponte tra ci e ti che rimanda a quello che sarà il legamento

usato per la carolina

Si noti l’errore fatto dal copista nell’inserire una esse in più senza poi alcuna

150

correzione, invece di gregis

151 Per calligrafia il copista ha messo il piede alla e

Dopo “qui” c’è una dilavatura

152

153 Si noti ancora la o strozzata, cornuta.

Si noti la N maiscola che evidenzia l’inizio di

154 un nuovo concetto.

155 Si noti la a proprio tipica di questa scrittura e che ricorda due virgolette caporali.

156 Si faccia attenzione alla e con cediglia che qui presenta un occhiello molto

compresso. 54

TAV 8

157 per etiam 55

Lezione del 1-4-2014

Continuazione della trascrizione con commento della tavola 9

158 159

nomine de non ferat Iob qui interpretatur dolens quo nimiru(m)

passio vel s(an)c(t)ę ę clesię

160 161 162

dolere vel med iatores labor expremetur

pręsentis vitę fatig

163 164 165

que mult iplici acione cruciatur. a mici

indicant accionis

166 167 168 169

quo q ue ei us ex vocabulo nominis meritum suę 170

elifaz d(omi)ni contemptus dum falsa heretici de d(e)o senciunt

171

superbiendo contenpnunt valdeac vetustas sola. B ene auten

ę de d(omi)no loquuntur dum non intencione

172 173

omnes heretici in his qu recta

sed adpeticione temporalis glorię videri predicatores appetunt 174

175 176

vetustas sola nominantur a dloquendo quippe zelo novi omenis

sed vitę veteris pravitate concitantur. Sofas quoque latino

sermone dicitur dissipacio speculę vel speculatorem dissipans

177 178

m entis namque fi delium ad contemplanda superna se erigunt

sed dum hereticorum verba pervertere recta contenplantis appe/

tunt speculam dissipare conantur his tribus nominibus heretico/

rum mencium perdicionis casus exprimuntur. Nisi enim d(eu)m contem/

179

nerent ne quaquam de i llo perversa sentiret. Et nisi vetustates con/

un po’ appuntita, un modo per riconoscerla

158 Si noti la erre che ha la parte superiore

rispetto alla esse

Avverbio che significa “certamente”

159 si noti che la e si lega alla d e la di apre l’occhielo.

160

161 Si noti come il copista abbia commesso un errore inserendo una e cedigliata in

parola per eclesiae, ma d’altronde spesso i copisti non conoscevano bene

principio di

la lingua che usavano.

Si noti come questa cediglia sembra proprio una goccia, e non è il solito “gancio” a

162

cui siamo abituati, ma è proprio chiusa, quasi occhiellata.

163 Si noti il legamento fra ti ed i con inversione di tratteggio della ti.

164 La gi è proprio semionciale.

Notiamo la a ingrandita, che ricorda le a dei libri scritti in onciale, solo che è un po’

165

più angolosa.

166 Si noti questo legamento della qu con la u in alto, un finto legamento in realtà, e si

tratta proprio di un’eredità della merovingica. Così la u non è vergata in basso ma in

alto, e alcune volte proprio in maniera arcuata.

Si noti che la seconda qu apre l’occhiello

167

168 Si noti che la e si lega alla i che scende sotto il rigo.

169 Dopo nomininis si faccia attenzione alla presenza di un puntino di separazione alla

base del rigo.

Si noti come molto spesso il suono “ti” è reso invece co “ci”, e questo succede

170

anche in questo caso.

171 Si noti la b maiuscola e ingrandita

172 Si noti la u in alto, praticamente al contrario, e la e con cediglia.

Si nota che questa a dimostra come la cediglia delle e non è altro che l’occhiello

173

della a, e dunque la cediglia rimanda ad una originaria a, appunto.

la n presenta poi un tratto che va verso l’alto, e tale tratto in

174 Si noti che in appetunt,

realtà è la ti rovesciata.

175 Si noti la a maiuscola ingrandita e la u arcuata in alto sul rigo

176 Il copista qui scrive omenis in luogo del classico hominis

177 Si noti la emme di tipo onciale.

178 Si noti questo legamento tra effe ed i, legamento che troveremo spesso e che sarà

poi obbligatorio nella beneventana. 56

traherent in nove vite intellegenciam non errarent. Et nisi specu/

lacionem bonorum distruerent. Ne quaquam eos superna iudicia tanta

districto examine pro verborum suorum culpa reprobarent. Contem/

180

nendo. Igi tur d(eu)m in vetustate se retinent sed in vetustate retinendo

pravis suis sermonibus speculacione rectorum nocent. Quia vero

s(an)c(t)ę

nonnumquam heretici divina largitate perfusi ad unitates

Passiamo ora alla tavola X 181

La scrittura che ritroviamo in questa tavola è la scrittura di tipo A-B, e quindi la A e

la B sono le sue lettere caratteristiche. Fu elaborata nel monastero di Corbie (Corbì). Il

modello di ispirazione di questo alfabeto è sempre la scrittura merovingica, sebbene

potrebbe sembrare di no, ma le ascendenze ci sono.

La tavola che noi leggiamo è tratta da un manoscritto conservato a Parigi, datato alla

seconda metà del sec VIII, e contiene l’opera di Sant Ambrogio, l’Esamerone, ossia

182

una raccolta delle omelie tenute da Sant Ambrogio durante la settimana santa

dell’anno 387. L’argomento di queste omelie costituisce comunque un commento al

libro della genesi, in particolare articolandosi in nove discorsi.

Trascrizione

183 184 185

vallo quo dam intimorum viscerum pignor um

186 187 188

inoffensa conservat. D iversa igitur piscium

189 190

genera diversos usus hab ent alii ova generant

179 Notiamo come nella tavola il copista abbia fatto un legamento tra e ed i, pur

trattandosi di vocali di parole differenti.

180 Si noti il legamento tra la gi e la e

In questa scrittura la lettera a sembra un “ic”, come vediamo

181 direttamente nella

tavola:

182 Sant Ambrogio fu vescovo di Milano. Visse nel IV sec.

183 Ritorna quella che è la o strozzata, a fiocco, cornuta

184 Si noti vhe la o e la di si legano ma in maniera artificiosa, quindi non si può

propriamente parlare di legamento, dato che il legamento è spontaneo, ma proprio in

tale artificiosità sta l’ascendenza merovingica. Infatti abbiamo visto che la scrittura

merovingica non ha legamenti spontanei, poiché si tratta di una scrittura di cancelleria

creata a tavolino dove i legamenti andavano per l’alto e non per il basso. Così questa

linietta tra la o e la di è proprio un’eredità della merovingica.

185 Si noti come in questa scrittura la esse è sul rigo mentre la erre scende, e si

consideri in merito anche la parola viscerum, mentre in questa scrittura sia la erre che

la esse sono un po’arcuate, e quindi possiamo solo orientarci ricordando che la esse si

ferma sul rigo mentre la erre scende.

Si noti che dopo la ti c’è pure un segno di pausa

186

187 Si noti la di ingrandita ed onciale

188 Il riferimento ai pesci rimanda appunto alla Genesi, e quindi alla creazione degli

animali

189 Si notti la seconda lettera caratteristica di questa scrittura, la bi appunto,

caratteristica per la linietta a metà asta .

57

191

alii vivos pariunt atq(ue) formatos. Et qui ova

generant non nidos texunt ut aves non diu/

192

turni fotus labore(m) induunt. Non cu(m) molestia

193 194 195

sui nutriunt . C ecidit o vuu(m) quod acqua gremio

196

quoda(m) nature suę quasi nutrix blanda sus/

197

cepit et animal celeriu fotu reddidit conti/

198 199

nuo eni(m) tactu parentis animatu(m) ov iu(m) ceci/

dit et piscis exivit. Tunc deinde qua(m) pura et in/

violata successio ut nullus alteri sed generi suo

200

misceatur thimalus thimallo lupus lupo scur/

201 202

pena quoq(ue) castitate(m) inmaculati conubii ge/

203

neris sui non habet non eni(m) p(er)cutit scurpena

204

sed reficit . Nesciunt igitur alieni generis so/

quę

cium adulterina coniugia sicut sunt ea

coeunt asinoru(m) equaru(m)que inter se genera

magna cura hominu(m) perpetrantur vel rursus

cu(m) equis asini misceantur quę sunt vere adul/

terinę nature. Nam 205

utique maius e(st) quod in natu/

206

re colluvione conmittitur, Qua(m) quod in persone

iniuriam. Et homo ista procusas interpres adulte/

207

rii iumentalis. Et illud animal preciosius putas

208 209

q(uo)d adulterinum qua(m) quod veru(m) e(st) iste genera alie/

Dopo abent c’è un segno che sembra un minuscolo numero sette, e che troveremo

190

spesso. Si tratta di un segno di pausa

191 Si noti la o che sale per poi legarsi alla esse

orizzontale, mentre sulla e c’u un segno di abbreviazione

192 Si noti la bi con la linietta

che indica la nasale emme, in questo caso

193 Notare dopo nutriunt in alto un segno di pausa.

194 La Ci iniziale di cecidit è ingrandita e scende sotto il rigo.

195 Notare la o con una strozzatura mezza accennata.

196 Si noti che per le abbreviazioni usa lo stesso segno con funzioni differenti

197 Si noti in alto una pausa di sospensione dopo la parola reddidit.

198 Nel testo è scritto parentos con la o con un puntino e la i sovrascritta. Comunque

nel testo diamo la forma corretta.

Nella tavola si nota che sulla i c’è una piccola vu, si tratta di una correzione, fatta in

199

seguito, e quindi dovrebbe ovuum.

Si notiche sopra la e di miscetur c’è una leggera a aggiunta.

200

201 Si noti che la seconda qu presenta sia i due punti che un segno orizzontale, non

proprio obliquo, quindi compare sia l’abbreviazione per “qui” che per “que”, e quindi

andrebbe segnalato nell’apparato critico della nostra trascrizione che il copista ha

inserito due segni abbreviativi. Qui è quella sbagliata.

202 Sulla enne è sovrascritta una emme.

203 Notiamo che sopra la i di suo compare un segno di croce. Tale segno deve aver

certo un suo senso, ma per poterlo capire bisognerebbe esaminare l’intero manoscritto.

sulla e c’è una i sovrascritta di correzione.

204 Si dovrebbe leggere refecit, ma

205 La e da sola con un segno abbreviativo di vario tipo di solito abbrevia il verbo

essere alla terza persona singolare

Sarebbe “conluvione”, ma si intravede sulla enne una elle, quindi colluvione.

206

207 Si faccia qui attenzione, dopo quello che leggiamo sul rigo, cioè putas, sopra vi è

una a, nella forma tipica di questa scrittura, che si pone tra la ti e la esse, e quindi

leggiamo “putas”.

208 la qu seguita da d tagliata è abbreviazione per quod.

209 Si notino sia il segno di abbreviazione per la emme finale che la enne sovrascritta.

58

210

na confundis diversaque misces semina adq(ue)

211 212

servat itaq(ue) habet pudititia(m) generis sed venenu(m) geris sui

Tav 10

210 Si noti la di onciale.

211 Qui il copista ha sbagliato scrivendo pudititiam in luogo di pudicitiam, ed infatti

sulla prima ti è scritta, sebbene è proprio un’ombra, una ci di correzione.

Segue poi un segno di x finale. Si noti come l’intero rigo presenta un modulo

212

rimpicciolito, espediente, questo, necessario al copista per far rientrare il rigo in fine di

pagina 59

scrittura del particolarismo grafico che esaminiamo prima di

Passiamo ora all’ultima

passare alla beneventana, scrittura questa “nazionale”, e si tratta della Visigotica. Tale

scrittura si sviluppa naturalmente in Spagna, una tra le province imperiali più

patrimonio grafico e librario dell’età romana era

romanizzate, ed infatti tutto il

presente anche in Spagna.

Intorno alla seconda V sec la Spagna viene occupata dai visigoti, e questa

dominazione dal punto di vista della produzione letteraria rappresenta un periodo

fecondo. Sono infatti molti gli intellettuali spagnoli di questo periodo, e basti ricordare

Isidoro, che muore nella prima metà del VII sec. Un momento importante è poi la

cristianizzazione, che fu voluta dal sovrano Recaredo III. Egli fa convertire la

popolazione alla fine del VI sec.

Per quanto riguarda la scrittura, in estrema sintesi diciamo che in Spagna tra i VI e VII

sec si scriveva abitualmente, e anche i libri, in scrittura corsiva nuova, quindi una

minuscola, ed è questa scrittura che costituisce il modello alfabetico di base, modello

sul quale viene elaborata la scrittura visigotica. Questa si sviluppa fra i secoli VII e

VIII. Le sue lettere caratteristiche sono la a, che è aperta come una u, (e nel

distinguere la a dalla u sta la principale difficoltà, sebbene la a è leggermente inclinata

a destra, mentre la u diritta, ma non sempre ciò è evidente nei manoscritti); la gi di

ascendenza onciale, la t occhiellata, e infine la e che può essere aperta, e quindi

c’erano poi delle varianti a seconda delle

213

crestata . Anche per la scrittura visigotica

zone, ma noi non le esamineremo vedendo in generale questa scrittura, sebbene un

dato è comune a tutte le varianti di questo alfabeto, e cioè l’influenza della scrittura

araba, soprattutto nel tratteggio di alcune lettere che risentono di legamenti sinistrogiri,

ed infatti la scrittura araba si scrive da destra a sinistra. Ancora l’influenza della

scrittura araba si fa sentire nella presenza di abbreviazioni forti che indicano

contrazioni di vocali, e non a caso nella lingua araba le lettere si susseguono con

omissioni di vocali. Ancora il disegno delle lettere nell’apparato distintivo è ispirato

dai grafemi arabi, come ad esempio per la o a forma di cuore. La visigotica fu usata

fino al 1091, quando ci fu proprio una legge che poese fine ai libri scritti in scrittura

214

visigotica. Quindi nel sec XI, durante il concilio di Burgos , fu emesso il divieto di

scrivere libri in scrittura visigotica, mentre fu la carolina a sostituire la scrittura

visigotica. Però, non ostante tale divieto, libri in visigotica continuarono a essere

scritti fino al secolo XIII ( fino al 1200), ma dopo questo secolo troviamo solo libri

scritti in gotica.

La tavola (11) che andiamo a leggere è tratta dal recto di un manoscritto, e la parte di

sinistra è rilegata, e quindi la scrittura va a finire nella piega del manoscritto, e per

questo purtroppo non si vede bene, mentre nella parte di sopra la pagina è leggermente

infossata, e per questo c’è una specie di piega nella parte superiore. Cosa contiene? E

dove è conservato? Ecco i dati. Innanzitutto è un codice datato al 743, quindi ottavo

secolo, ed è la parte iniziale delle Etimologie di Isidoro di Siviglia (vissuto nella

seconda metà del VI sec). Le Etimologie costituiscono la prima enciclopedia della

cultura occidentale. Quest’opera coincide anche con la fine della vita di Isidoro di

Siviglia, che muore nel 636. Le Etimologie furono scritte su invito di un altro vescovo,

San Braulione, vescovo di Saragozza. Il codice da cui è tratta la tavola è conservato

nella biblioteca reale del monastero dell’Escorial, in Spagna.

213 E che abbiamo già incontrato confondendola con la ci

214 Cittadina a nord della Spagna 60

TAV XI 61

Trascrizione:

215 216 217

Publica(m) que discip lina(m) tu sediu(m) regionu(m) locorum. Tu om(n)iu(m)

218 219 220 221 222

dvinaru(m) humanaru (m)q (ue) rerum n(o)m(i)na genera officia causas

223 224 225 226 227

aperuist i. Quovero flumine e /quenti et quod i aculis divinaru(m)

scribtiraru(m) seu patru(m) testimoniis/ acefalitaru(m) heresim confuderit sinodalia

gesta cora(m) eo Ispalia acta de/clara(n)t in qua co(n)ta Gregoriu(m) prefate heresis

228 229 230

antestite(m) eam adservit ve/ritate(m) o biit temporib (us) Heraclii imperatoris et

231

Chr(ist)i a nissimi Chimtiliani regis sana doctrina presta(n)tior cu(n)ctis et copiosis

232 233

operib(us) caritatis : a(me)n finit

CAPITULA LIBRI ETHIMOLOGIARUM UT VALEAS QUE / REQUIRIS CITO IN

234

HOC CORPORE IN VENIRE HEC/ TIBI LECTOR PAGINA MONSTRAT DE

QUIB(U)S REB(U)S IN LIBRIS/ SINGULIS CONDITOR HUIUS CODICIS

DISPUTAVIT IDEST/ IN LIBRO PRIMO

215 Sebbene nella tavola non si veda è presente un segno abbreviativo che abbrevia la

emme, mentre sulla qu in alto vi è il segno ue

In tavola si vede l’occhiello ma non l’asta della p

216

217 la a presenta il segno abbreviativo

218 Sulla u ci sarebbe il segno abbreviativo che però non si vede

Sulla u c’è in realtà un’abbreviazione per la emme.

219

220 Della q si vede solo la parte iniziale.

221 il segno per ue e sovrascritto.

222 Si faccia attenziione al fatto che in questa scrittura ricorrono le a aperte simili a due

c accostate

223 Si noti la ti con occhiello in legamento con la i

Si noti come ci sono due tipi di e, la e con l’occhiello chiuso e la e che resta aperta

224

e va verso l’alto

La i è un po’ allungata sotto il rigo

225 Si noti in interlinea “ib” con

226 un segno di apostrofo che abbrevia us, e quindi

leggiamo “ibus”, ossia quibus, una correzione.

227 Si noti la i alta, cosa che risponde ad una regola per cui la i si innalza quando è in

posizione intervocalica. Si trattava di un’espediente per facilitare la lettura. La i poi

può essere alta quando si trova in principio di parola seguita però da lettera bassa, e

queste regole le ritroviamo nella beneventana. Ma, oltre le regole, l’uso di questa i alta

è abbastanza flessibile, oltre le varie regole.

che rientra appunto nell’alfabeto distintivo,

228 Notare la o distintiva della visigotica

alfabeto di lettere usate di solito a inizio di paragrafo. L’apparato distintivo per altro

ha dimensioni differenti rispetto alle altre lettere.

Si noti l’abbreviazione di us sulla

229 bi.

230 Si noti la e con la ti rovesciata.

231 Si noti nella tavola la a aperta e verticalizzata con rotazione della lettera. Nelle

scritture del particolarismo grafico non è infrequente trovare, e basti ricordare nella

merovingica la q con la u in alto, ed ecco che qui abbiamo un retaggio di tali

caratteristiche.

232 Notiamo che cdopo caritatis ci sono due punti di pausa

233 Notiamo che in finit i e t sono legate in nesso, e ricordiamo che il nesso è costituito

da due o più lettere che abbiano almeno un tratto in comune. Qui la I si unisce al

primo tratto della t.

234 Si noti il nesso 62


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in lettere
SSD:
Università: Bari - Uniba
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher dedo1985n di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Paleografia latina e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bari - Uniba o del prof Drago Corinna.

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