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William Shakespeare - Otello

Tragedia in 5 atti

Traduzione e note di Goffredo Raponi

Titolo originale: “Othello, The Moor of Venice”

Note preliminari

  • Il testo inglese adottato per la traduzione è quello dell’edizione curata dal prof. Peter Alexander (William Shakespeare, The Complete Works, Collins, London & Glasgow, 1960), con qualche variante suggerita da altri testi, in particolare quello della più recente edizione dell’“Oxford Shakespeare” curata da G. Wells e G. Taylor per la Oxford University Press, New York, 1988/94. Questa comprende anche “I due cugini” (“The Two Kinsmen”) che manca nell’Alexander.
  • Alcune didascalie e indicazioni sceniche (“stage instructions”) sono state aggiunte dal traduttore per la migliore comprensione dell’azione scenica alla lettura, cui questa traduzione è essenzialmente intesa ed ordinata. Si è lasciato comunque invariata, rispettivamente all’inizio e alla fine di ciascuna scena, la rituale indicazione “Exit/Exeunt”, avvertendo peraltro che non sempre essa indica movimenti di entrata e uscita, potendosi dare che i personaggi cui si riferisce o si trovino già in scena all’inizio di questa, o vi restino al termine.
  • Il metro è l’endecasillabo sciolto, alternato da settenari. Altro metro si è adottato qua e là per canzoni, strofette, citazioni di diversa natura, particolari linguaggi dei protagonisti, ecc., dovunque, insomma, si doveva far sentire, anche in armonia col testo, uno scarto di stile.
  • I nomi dei personaggi sono tutti italiani nel testo dell’“Otello”, e quindi non esiste qui, come invece in tutte le altre opere teatrali di Shakespeare, il problema della loro italianizzazione.
  • Dalla detta edizione dell’Alexander è anche riprodotta la divisione in atti e scene (che, com’è noto, non si trova nell’in-folio, ma è stata elaborata, con l’elenco dei personaggi, da diversi curatori nel tempo, con varianti talvolta cospicue).
  • Il traduttore riconosce di essersi avvalso di traduzione precedenti, in particolare della prima traduzione poetica di Giulio Carcano (Bietti, Firenze, 1858), di quelle del Lodovici (Einaudi, 1960), del Bandini (Rizzoli, 1963-1981), e del Melchiori (Mondadori, 1976-1989), dalle quali ha preso in prestito, oltre alla interpretazione di passi controversi, intere frasi e costrutti, dandone opportuno credito in nota.

Personaggi

  • Il Doge di Venezia
  • Brabanzio, senatore, padre di Desdemona
  • Graziano, fratello di Brabanzio, nobile veneziano
  • Lodovico, parente di Brabanzio, nobile veneziano
  • Otello, detto “Il Moro”, condottiero al servizio della Repubblica veneta
  • Cassio, suo luogotenente
  • Jago, suo alfiere
  • Roderigo, giovane gentiluomo veneziano
  • Montano, predecessore di Otello al governo di Cipro
  • Un buffone, al servizio di Otello
  • Desdemona, figlia di Brabanzio
  • Emilia, moglie di Jago
  • Bianca, prostituta, amante di Cassio
  • Un araldo
  • Senatori (membri del Consiglio dei Dieci), gentiluomini di Cipro, marinai, ufficiali, messaggeri, musici, persone del seguito.

Scena: a Venezia il primo atto, a Cipro gli altri.

Atto primo

Scena I

Venezia, una strada. Notte.

Entrano Jago e Roderigo.

Roderigo - Non dirmelo. L’ho assai per male, Jago, che tu, ch’hai sempre avuto la mia borsa a tua disposizione, come tua, sapevi questo, e me l’hai sottaciuto.

Jago - Sangue di Cristo, ascoltami, ti prego, Roderigo: se avessi sol sognato che avesse mai a succedere tanto, avresti pur ragione di schifarmi.

Roderigo - M’hai detto sempre che l’avevi in odio.

Jago - E se non è così, sputami in faccia! Tre grossi calibri della città si sono scomodati di persona per andare umilmente a supplicarlo, e facendogli tanto di cappello, che mi facesse suo luogotenente; e io so quanto valgo, in fede d’uomo, e che non merito meno di tanto. Ma, compreso com’è dalla sua boria e da chissà quali secondi fini, egli sfugge abilmente alla richiesta con ampollosi giri di parole imbottiti di termini guerreschi; e insomma, rende non luogo a procedere le suppliche dei miei patrocinanti.

“Il mio secondo - dice - l’ho già scelto” E chi è costui?... Un insigne contabile, tale Michele Cassio, fiorentino, uno che si baratterebbe l’anima per correr dietro ad una bella moglie; uno che non ha mai schierato in campo una manciata d’uomini, e sa studiare un piano di battaglia non più di quanto sappia una zitella. Conosce le teorie scritte nei libri su cui sa dissertare come lui un qualunque togato consigliere: tutte parole, ma nessuna pratica. È tutta qui la sua perizia bellica; e intanto, caro mio, è lui il prescelto.

Ed io, che il Moro ha visto coi suoi occhi alla prova dell’armi a Rodi, a Cipro, e in altre terre cristiane e pagane, debbo star sottovento ed in bonaccia agli ordini d’un vile conta-soldi, d’un libro mastro del dare e l’avere. Lui senz’arte né parte, dev’esser fatto suo luogotenente, e il sottoscritto, che Dio ci abbia in gloria, resta l’alfiere di Sua Negreria.

Roderigo - Il boia che gli metta il cappio al collo avrei voluto essere, piuttosto!

Jago - Mah, che vuoi farci, ormai non c’è rimedio. È la maledizione del servizio: la promozione si fa per scartoffie, per simpatia, non già, come una volta, per un criterio di gradualità onde il secondo succedeva al primo. Perciò, mio caro, giudica da te se esista un ragionevole motivo ch’io mi possa sentir legato al Moro.

Roderigo - Se fossi in te, non lo seguirei più.

Jago - Ah, se mi curo ancora di seguirlo, puoi star sicuro, è solo per rivalsa. Tutti non si può essere padroni; ma non è manco detto che i padroni si debbano seguire fedelmente. Li avrai visti anche tu certi bricconi leccapiedi dalle ginocchia a uncino, fanatici di fare ognora mostra del lor cerimonioso servilismo, che vivon consumando tutto il tempo a fare gli asini dei lor padroni per una brancatella di foraggio, e, appena vecchi, sono licenziati. Questi onesti babbei, per conto mio, si meritano solo le frustate. Ce n’è però di tutta un’altra tacca, che, azzimati e attillati, il volto sempre atteggiato all’ossequio, son bravissimi a farsi i fatti loro; essi, sbattendo in faccia ai lor padroni solo la mostra dei loro servigi, si fanno prosperi alle loro spalle; e, quando si son bene impannucciati, badano solo ad ossequiar se stessi. Quelli sì che son gente di carattere; ed io mi sento d’essere dei loro: ché, com’è vero che sei Roderigo, così è sicuro che s’io fossi il Moro, non vorrei esser Jago. A seguir lui, seguo solo me stesso; e lo faccio - mi sia giudice il Cielo - non certo per amore o per dovere, anche se all’apparenza sia così, ma per mio tornaconto personale; ché se l’esterno mio comportamento dovesse rivelar gli interni moti e la vera natura del mio animo, non passerebbe molto, t’assicuro, che porterei cucito sulla manica il cuore, a farmelo beccar dai corvi. Io non son dentro quel che sembro fuori.

Roderigo - Che fortuna però, questo labbrone, che gli riesce tutto così bene!

Jago - Va’ dal padre di lei, chiamalo, sveglialo, montalo contro il Moro, avvelena a costui la sua goduria! Gridalo per le strade a sua vergogna! Infiamma il suo intero parentado, infestagli di mosche fastidiose il dolce clima ch’egli ora respira! Mettigli addosso tanti grattacapi da fargli perdere un po’ di colore.

Roderigo - Suo padre abita qui. Ora lo chiamo.

Jago - Sì, con voce allarmata e urlando forte, come di chi scoprisse all’improvviso divampare un incendio in piena notte, in una gran città, che sia scoppiato per colpa d’una qualche negligenza.

Roderigo - (Chiamando sotto la finestra di Brabanzio) Ohi, Brabanzio! Oh, oh, signor Brabanzio! Svegliatevi, Brabanzio! Al ladro! Al ladro! Guardatevi la casa e vostra figlia, ed i vostri forzieri! Al ladro, al ladro!

Appare Brabanzio alla finestra.

Brabanzio - Che bailamme è questo? Che succede? Che è questa chiamata?

Jago - Le vostre porte sono ben serrate?

Brabanzio - Perché? Perché volete saper questo?

Jago - Sangue di Cristo, v’hanno derubato! Su, mettetevi addosso qualche cosa, santa decenza!... Vi scoppierà il cuore, ché v’hanno svaligiato di mezz’anima. In questo istante, adesso proprio adesso, un vecchio capro nero di colore sta montando la vostra bianca agnella! Sveglia! Sveglia, suonate la campana, svegliate tutta la città che russa, prima che il diavolo vi faccia nonno... Alzatevi, vi dico, su, alla svelta!

Brabanzio - Si può sapere, insomma, che succede? Siete pazzi?

Roderigo - Onorevole signore, non la riconoscete la mia voce?

Brabanzio - Io, no. Chi sei?

Roderigo - Mi chiamo Roderigo.

Brabanzio - Che ti colga il peggiore dei malanni! T’ho già detto che non vo’ più vederti a ronzare qui intorno a casa mia; e t’ho pure avvertito, chiaro e tondo, che mia figlia non è roba per te! E adesso tu, con le budella sazie di cibo e d’eccitanti libagioni te ne vieni a turbare la mia quiete con questa tua maliziosa bravata!

Roderigo - Ma, signor mio... signore...

Brabanzio - Bada, veh, che col mio spirito ed il mio rango, posso ben fartela pagare cara!

Roderigo - Pazienza, buon signore...

Brabanzio - Di quali ladrerie vai blaterando? Questa è Venezia, e questa è la mia casa, non una masseria fuori di mano.

Roderigo - Reverendissimo signor Brabanzio, dovete credermi, vengo da voi in purità e semplicità di cuore.

Jago - Per le piaghe di Cristo, monsignore, voi siete, a quanto pare, uno di quelli che si rifiutan di servire Dio solo perché gliel’ha ordinato il diavolo! Poiché veniamo a rendervi un servigio, e voi ci ritenete dei furfanti, correte il rischio d’aver vostra figlia copulata da uno stallone berbero, e ritrovarvi intorno dei nipoti che vi faranno tanti bei nitriti, e puledri e ginnetti per parenti.

Brabanzio - Oh, sboccato villano! E tu chi sei?

Jago - Son uno ch’è venuto ad avvertirvi che vostra figlia e il Moro, in questo istante, stanno facendo la bestia a due groppe.

Brabanzio - Sei un villano!

Jago - E voi un senatore.

Brabanzio - Roderigo, dovrai rendermi conto di questo, perché io conosco te.

Roderigo - Son pronto a rendervi conto di tutto; ma ditemi, vi supplico, signore, s’è col vostro paterno beneplacito e col vostro savissimo consenso - come mi pare di poter pensare - che vostra figlia se ne vada fuori in quest’incerta e buia ora notturna, da non migliore scorta accompagnata che quella d’un birbante prezzolato, un gondoliere, e si vada a concedere ai turpi amplessi d’un lascivo moro. Se di tanto voi siete a conoscenza, e ne siete perfino consenziente, allora noi v’abbiamo fatto torto, da gente spudorata ed importuna. Ma se ne siete del tutto all’oscuro, allora le civili mie maniere mi dicono che avete torto voi a trattarci con una tal sgridata. Non crediate che, contro ogni creanza, mi prenderei l’ardire di scherzare alle spese di vostra reverenza. Vi dico e vi ripeto: vostra figlia, se non le avete dato voi licenza, ha commesso una turpe ribellione, legando i suoi doveri d’obbedienza, la sua beltà, il suo cuore, le sue sorti ad un avventuriero vagabondo ch’oggi sta qui, domani non si sa. Sinceratevi subito voi stesso: e se trovate ch’è nella sua camera, o in qualsiasi altra parte della casa, sguinzagliatemi contro la giustizia, perché v’avrò così turlupinato.

Brabanzio - (Gridando all’interno) Ehi, là, battete l’esca! Luce! Presto! Lumi, lumi! Svegliate tutti in casa! Questa storia m’ha l’aria, in verità, di conferma d’un mio presentimento; e solo il credere che ciò sia vero già mi dà l’oppressione... Luce, dico! (Si ritira)

Jago - Roderigo, ti debbo ora lasciare. Non mi sembra che sia né conveniente né salutare alla mia posizione esser chiamato come testimone (come certo sarebbe se restassi) a carico del Moro; so bene che, se pur questa faccenda gli possa procurar dei grattacapi, oggi lo Stato ha bisogno di lui, e, pur volendo, non può sbarazzarsene senza rischi alla propria sicurezza: ché egli è alla vigilia di salpare per la guerra di Cipro ch’è già in atto, sostenuto da sì gravi ragioni che - per l’animo loro! - questi qui non saprebbero poi chi nominare al suo posto cui fare affidamento per condurre a buon fine la campagna. Sicché, per quanto io possa detestarlo più delle pene dell’inferno, pure, date le circostanze del momento, mi tocca inalberare la bandiera d’un apparente attaccamento a lui, ch’è però sol per finta. Se vuoi farlo scovare con certezza, guida tu le ricerche al “Sagittario”. Là sarò io con lui. Arrivederci. (Esce)

Entrano, uscendo dalla porta di casa, Brabanzio, in vestaglia, e servi con torce.

Brabanzio - Vero, vero, purtroppo: se n’è andata! E quel che sol mi resta della vita dopo un simile sfregio, è l’amarezza. Ma, Roderigo, tu dove l’hai vista? Col Moro, hai detto?... Sciagurata figlia! (E chi vorrebbe mai esserle padre?...) Ma sei certo che fosse proprio lei?.. (Ohimè, che delusione che mi dài, più di quanto si possa immaginare!) E che t’ha detto, eh?... (Ai servi) Torce! Altre torce! Altre torce!... Svegliate tutti in casa! (A Roderigo) E tu che pensi, si sono sposati?

Roderigo - Credo proprio di sì.

Brabanzio - O santo cielo! Ma come ha fatto a uscirsene di casa? Oh, traditrice del suo stesso sangue! Padri, non vi fidate, d’ora innanzi, dei sentimenti delle vostre figlie, dal modo come le vedete agire! Che ci sia sotto un qualche incantamento capace di travolger la virtù e la verginità d’una fanciulla? Non hai mai letto di cose del genere, tu, Roderigo, eh?

Roderigo - Io sì, signore.

Brabanzio - (Ai servi) Voi, andate a chiamare mio fratello. (A Roderigo) Oh, fossi stato tu ad averla in moglie! (Ai servi) Alcuni da una parte, altri dall’altra! (A Roderigo) E sai dove sorprenderla col Moro?

Roderigo - Credo, sì, di poterli rintracciare, se vi piaccia di darmi buona scorta, e venire con me.

Brabanzio - Certo che vengo. E chiamerò la gente da ogni casa; in quasi tutte c’è chi può seguirmi. Ehi là, voialtri, mettetevi in armi! Andiamo pure, mio buon Roderigo. Compensarò a dovere il tuo disturbo. (Escono)

Scena II

Venezia, un’altra strada.

Entrano Otello, Jago e servi con torce.

Jago - Anche se nel mestiere di soldato mi son trovato a dover ammazzare, ho avuto sempre come punto fermo esser cosa contraria alla coscienza uccidere per volontà di uccidere. Confesso che mi manca, molte volte, l’iniquità che serve ad un tal atto. M’è capitato nove o dieci volte di frenarmi, mentre ero per colpirlo quaggiù, sotto il costato...

Otello - Meglio così.

Jago - Eh, no, perché, imperterrito, lui seguitava a sparlare di voi, con parole sì sconce ed offensive pel vostro onore, che col mio carattere, m’era proprio penoso sopportarlo. Ma di grazia, signore, se m’è lecito, dite, vi siete davvero sposato? Tenete in conto questo: che il Magnifico gode a Venezia di molto favore, ed ha voce in capitolo almeno il doppio dello stesso Doge. Vi farà divorziare, separare, o v’imporrà tutte quelle pastoie e tutti quei gravami che la legge, con la forza ch’egli ha per applicarla, gli darà modo di mettere in atto.

Otello - Che sfoghi come vuole il suo dispetto. I servigi che ho reso alla Repubblica parleranno più forte dei suoi lagni. Nessuno sa, di quanti sono qui - ed io mi tengo ancor dal proclamarlo fino a quando non sarò più che certo che tornerà a mio onore farne vanto - ch’io traggo la mia vita ed il mio essere da famiglia reale, e che i miei meriti posson parlar da soli in faccia al mondo, senza ch’io debba togliermi il cappello davanti ad una sorta di grandezza qual è quella cui ora son venuto; perché io voglio che tu sappi, Jago, che s’io non fossi tanto innamorato della dolce Desdemona, non m’indurrei a porre alcun confine o restrizione alla mia libertà d’uomo non accasato, manco per tutti i tesori del mare. Ma guarda là: che sono quelle fiaccole?

Entra Cassio con alcuni ufficiali con torce.

Jago - Sono suo padre e i suoi, servi e parenti, tutti svegliati a mezzo della notte. Forse fareste bene a rincasare.

Otello - Per niente. Voglio invece che mi trovino. Il mio rango, le mie benemerenze e la coscienza mia, del tutto a posto, mi dovranno mostrar per quel che sono. Ma son loro?

Jago -

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-LIN/10 Letteratura inglese

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher valeria0186 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura inglese e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università Cattolica del "Sacro Cuore" o del prof Vallaro Cristina.
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