Che materia stai cercando?

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

Là sarò io con lui. Arrivederci.

(Esce)

Entrano, uscendo dalla porta di casa, BRABANZIO, in vestaglia, e servi con torce.

BRABANZIO - Vero, vero, purtroppo: se n’è andata!

E quel che sol mi resta della vita

dopo un simile sfregio, è l’amarezza.

Ma, Roderigo, tu dove l’hai vista?

Col Moro, hai detto?... Sciagurata figlia!

(E chi vorrebbe mai esserle padre?...)

Ma sei certo che fosse proprio lei?..

(Ohimè, che delusione che mi dài,

più di quanto si possa immaginare!)

E che t’ha detto, eh?...

(Ai servi)

Torce! Altre torce!

Altre torce!... Svegliate tutti in casa!

(A Roderigo)

E tu che pensi, si sono sposati?

RODERIGO - Credo proprio di sì.

BRABANZIO - O santo cielo!

Ma come ha fatto a uscirsene di casa?

Oh, traditrice del suo stesso sangue!

Padri, non vi fidate, d’ora innanzi,

dei sentimenti delle vostre figlie,

dal modo come le vedete agire!

Che ci sia sotto un qualche incantamento

capace di travolger la virtù

e la verginità d’una fanciulla?

Non hai mai letto di cose del genere,

tu, Roderigo, eh?

RODERIGO - Io sì, signore.

BRABANZIO - (Ai servi)

Voi, andate a chiamare mio fratello.

(A Roderigo)

Oh, fossi stato tu ad averla in moglie!

(Ai servi)

Alcuni da una parte, altri dall’altra!

(A Roderigo)

E sai dove sorprenderla col Moro?

RODERIGO - Credo, sì, di poterli rintracciare,

se vi piaccia di darmi buona scorta,

e venire con me.

BRABANZIO - Certo che vengo.

E chiamerò la gente da ogni casa;

in quasi tutte c’è chi può seguirmi.

Ehi là, voialtri, mettetevi in armi!

Andiamo pure, mio buon Roderigo.

Compenserò a dovere il tuo disturbo.

(Escono)

SCENA II Venezia, un’altra strada.

Entrano OTELLO, JAGO e servi con torce.

JAGO - Anche se nel mestiere di soldato

mi son trovato a dover ammazzare,

ho avuto sempre come punto fermo

esser cosa contraria alla coscienza

uccidere per volontà di uccidere.

Confesso che mi manca, molte volte,

l’iniquità che serve ad un tal atto.

M’è capitato nove o dieci volte

di frenarmi, mentre ero per colpirlo

quaggiù, sotto il costato...([21])

OTELLO - Meglio così.

JAGO - Eh, no, perché, imperterrito,

lui seguitava a sparlare di voi,

con parole sì sconce ed offensive

pel vostro onore, che col mio carattere,

m’era proprio penoso sopportarlo.

Ma di grazia, signore, se m’è lecito,

dite, vi siete davvero sposato?

Tenete in conto questo: che il Magnifico

gode a Venezia di molto favore,

ed ha voce in capitolo

almeno il doppio dello stesso Doge.

Vi farà divorziare, separare,

o v’imporrà tutte quelle pastoie

e tutti quei gravami che la legge,

con la forza ch’egli ha per applicarla,

gli darà modo di mettere in atto.

OTELLO - Che sfoghi come vuole il suo dispetto.

I servigi che ho reso alla Repubblica

parleranno più forte dei suoi lagni.

Nessuno sa, di quanti sono qui

- ed io mi tengo ancor dal proclamarlo

fino a quando non sarò più che certo

che tornerà a mio onore farne vanto -

ch’io traggo la mia vita ed il mio essere

da famiglia reale, e che i miei meriti

posson parlar da soli in faccia al mondo,

senza ch’io debba togliermi il cappello

davanti ad una sorta di grandezza

qual è quella cui ora son venuto;

perché io voglio che tu sappi, Jago,

che s’io non fossi tanto innamorato

della dolce Desdemona,

non m’indurrei a porre alcun confine

o restrizione alla mia libertà

d’uomo non accasato,

manco per tutti i tesori del mare.

Ma guarda là: che sono quelle fiaccole?

Entra CASSIO con alcuni ufficiali con torce

JAGO - Sono suo padre e i suoi, servi e parenti,

tutti svegliati a mezzo della notte.

Forse fareste bene a rincasare.

OTELLO - Per niente. Voglio invece che mi trovino.

Il mio rango, le mie benemerenze

e la coscienza mia, del tutto a posto,

mi dovranno mostrar per quel che sono.

Ma son loro?

JAGO - Per Giano,([22])non mi pare!

OTELLO - Infatti sono gli uomini del Doge,

ed è con loro il mio luogotenente.

Felice notte, amici! Quali nuove?

CASSIO - Il Doge vi saluta, generale,([23])

e sollecita la presenza vostra

con la massima urgenza, anzi all’istante.

OTELLO - Sai tu di che si tratta?

CASSIO - Di qualcosa da Cipro, se indovino.

E dev’essere cosa assai scottante,

se le galee hanno sbarcato già

una mezza dozzina di corrieri

alle calcagna quasi l’un dell’altro,

e già diversi membri del Consiglio,

tratti fuori dal letto in piena notte,

son riuniti dal Doge. V’han cercato

con tutta urgenza prima a casa vostra,

e, non avendovi trovato là,

il Senato ha spedito, a rintracciarvi,

tre pattuglie per tutta la città.

OTELLO - È bene che sia stato tu a trovarmi,

Cassio... Il tempo di fare una parola

con questi qui di casa, e son con te.([24])

(Esce)

CASSIO - (A Jago)

Alfiere che ci fa qui il generale?

JAGO - Eh, stanotte ha abbordato una goletta

di terraferma, a dir la verità,

e se risulterà che quella preda

è legittimamente cosa sua,

s’è sistemato davvero per sempre.

CASSIO - Non capisco.

JAGO - Sì, insomma, s’è sposato.

CASSIO - Con chi?

JAGO - Eh, per la Vergine, con...

(S’interrompe vedendo tornare Otello)

Vogliamo andare, allora, capitano?

OTELLO - Eccomi, son con voi.

(Dal fondo entrano BRABANZIO, RODERIGO e altri con torce e armi)

CASSIO - Ecco un’altra pattuglia che vi cerca.

JAGO - Macché, è Brabanzio.

(A Otello)

Attento generale,

quello viene assai male intenzionato.

OTELLO - Ehi, fermi là!

RODERIGO - (A Brabanzio)

Ecco il Moro, signore.

BRABANZIO - (A Otello)

Ladro! Ladrone! Addosso, addosso al ladro!

(Si sguainano le spade da entrambe le parti)

JAGO - (Con la spada in pugno, verso Roderigo)

Roderigo, a noi due!

OTELLO - Rinfoderate quelle vostre spade

che son sì belle lucide,

se no la guazza ve le arrugginisce.

(A Brabanzio)

Voi, buon signore, più che con la spada,

meglio comanderete con l’età.

BRABANZIO - Sozzo ladrone, dove l’hai nascosta?

Dannato come sei,

sicuramente tu me l’hai stregata,

perché non c’è persona di cervello

che possa dire che una come lei,

una fanciulla bella e fortunata,

e così refrattaria a maritarsi

da rifiutare tutti i vagheggini

più ricchi e riccioluti di Venezia,

sarebbe mai sgusciata via da casa,

offrendosi al ludibrio della gente,

per correre al fuligginoso petto

di un coso come te, se non costretta

e incatenata da pratiche magiche,

alla paura, non certo al piacere!

Giudichi il mondo, se non sia palese

che devi aver usato su di lei

immondi sortilegi, profittando

della fragile sua giovane età

con turpi filtri e malefiche droghe,

che fiaccano qualsiasi resistenza.

Farò che questa storia

sia portata davanti alla giustizia;

perché è cosa non solo assai probabile,

ma palpabile, da toccar con mano.

Perciò io qui t’arresto,

sotto l’accusa di circonvenzione

mediante l’esercizio fraudolento

di pratiche vietate dalla legge.([25])

Arrestatelo, dunque; e se resiste,

lo si addomestichi a tutto suo rischio.

OTELLO - Tenga ciascuno qui le mani a posto:

voi che siete con me, e così gli altri!

Se avessi ritenuto esser mia parte

affrontarvi, l’avrei ben recitata,

senza bisogno di suggeritore.([26])

(A Brabanzio)

Dove volete ch’io vada a rispondere

di questa vostra imputazione?

BRABANZIO - In carcere,

finché a tempo dovuto dalla legge

non ti chiamino a renderne ragione.

OTELLO - Che, se obbedisco? Siete proprio certi

che ne sarebbe soddisfatto il Doge,

i cui messi son qui a fianco a me,

a prendermi ed accompagnarmi a lui

per impellenti ragioni di Stato?

UN UFFICIALE - (A Brabanzio)

È vero, mio degnissimo signore:

il Doge tiene in quest’ora Consiglio;

anzi, son certo che sarà richiesta

anche la vostra cortese presenza.

BRABANZIO - Il Doge tien Consiglio? Ed a quest’ora?

(Ai suoi)

Conducetelo via;

la mia non è una questione da nulla;

il Doge stesso e tutti i miei colleghi

del Consiglio non posson non sentirsi

anch’essi offesi da siffatto torto,

siccome fatto a ciascuno di loro.

Perché se si comincia a dar via libera

a certe azioni, schiavoni e pagani

saranno i nostri uomini di Stato.([27])

(Escono)

SCENA III Venezia, la sala del Consiglio.

Entrano il DOGE, i SENATORI che vanno a sedere a un tavolo illuminato da torce;

seguono alcuni funzionari che restano in piedi.

DOGE - Le notizie son troppo discordanti

perché si possa prestar loro credito.

1° SENATORE - Sono diverse infatti;

le mie mi dicono le loro vele

cento e sette.

DOGE - Le mie centoquaranta.

2° SENATORE - Le mie duecento. Ma se c’è divario

nel numero, com’è molto frequente

quando si deve andar per congetture,

il fatto è ch’esse annunciano concordi

che una flotta ottomana è uscita al largo,

e dirige su Cipro.

DOGE - E tanto basta

per rendere plausibile la cosa;

né il divario nel numero

può fare ch’io non veda il fatto in sé

con un certo timore.

VOCE DI UN MARINAIO - (Da dentro)

Ehi, ho! Ehi, ho!

UN UFFICIALE - Un messaggero dalle galee.

Entra un MARINAIO

DOGE - Che c’è?

MARINAIO - La flotta turca dirige su Rodi.

Questo m’ha incaricato d’annunziare

a codesto Consiglio il signor Angelo.([28])

DOGE - Hanno mutato rotta. Che ne dite?

1° SENATORE - Impossibile, è contro ogni ragione.

Deve trattarsi d’una finta mossa,

per attirarci verso un falso scopo.

Ché, se appena ci diamo a valutare

l’importanza di Cipro per il Turco,

e solo che ci diamo a ripensare

ch’essa interessa al Turco più di Rodi,

perché più facile da conquistare

in quanto non munita di difese

e di tutti gli apprestamenti bellici

dei quali invece Rodi è ben provvista;

se, insomma, riflettiamo a tutto questo,

ci dobbiamo levare dalla testa

che il Turco sia talmente sprovveduto

da lasciare per ultima un’impresa

ch’è di primaria importanza per esso,

e che rinunci a fare un tentativo

di più facile esito e profitto,

per imbarcasi ad affrontare un rischio

da cui profitto non può certo trarre.

DOGE - È chiaro dunque che non mira a Rodi.

Entra un altro MARINAIO

UN UFFICIALE - Altre notizie.

MARINAIO - Altezza Serenissima,

gli Ottomani, tenendosi in diretta

sulla rotta dell’isola di Rodi,

si son congiunti con un’altra flotta.

1° SENATORE - Eh, come giustamente prevedevo!

E quante vele?

MARINAIO - Una trentina circa.

E tutte insieme invertono la rotta

rendendo chiara la loro intenzione

di puntare su Cipro.

Questo vi manda a dire, per mio mezzo,

il vostro prode e fido servitore

signor Montano, con i suoi saluti

e con preghiera di prestargli fede.

DOGE - Dunque è certo: dirigono su Cipro.

Marco Lucchese([29])si trova in città?

1° SENATORE - No, è a Firenze.

DOGE - Scrivetegli subito,

a mio nome e spedite con urgenza.

Entrano BRABANZIO, OTELLO, CASSIO, JAGO, RODERIGO e alcuni ufficiali.

DOGE - Prode Otello, necessità c’impone

di usar di voi con la massima urgenza

contro il comune nemico ottomano.

(A Brabanzio)

Oh, non v’avevo visto!... Benvenuto,

magnifico signore. Questa notte

è mancato a noi tutti il vostro ausilio

ed il vostro consiglio.

BRABANZIO - Ed a me è mancato quello vostro.

Vogliate perdonarmi, Vostra Grazia,

ma a trarmi giù dal letto questa notte

non sono state né le mie funzioni

né altra cosa io possa aver a cuore

che riguardi lo Stato; né in quest’ora

il pensiero del pubblico interesse

può far alcuna presa sul mio animo;

l’affanno che l’opprime è così grande

e così ne trabocca il sacco in me,

da ingoiare e assorbire ogni altra cura;

e tale ed immutato è mentre parlo.

DOGE - Diamine! Che cos’è? Di che si tratta?

BRABANZIO - Mia figlia, oh! Mia figlia!

DOGE - Morta?

BRABANZIO - Sì,

morta per me: me l’hanno trafugata,

ingannata, corrotta, pervertita

con esorcismi e con stregati intrugli

acquistati da bassi ciarlatani;

ché non può la natura

lasciarsi sprofondar sì assurdamente

nel vizio (non essendo ella demente,

né cieca, né di senno vacillante)

senza intervento di stregoneria.

DOGE - Chiunque, con un sì perverso agire,

abbia potuto indurre vostra figlia

a truffar sé a se stessa ed essa a voi,

voi stesso applicherete a condannarlo

il libro della legge criminale

e nella forma di maggior rigore;

sì, si trattasse pure di mio figlio!

BRABANZIO - Umilmente ringrazio Vostra Grazia.

Ecco l’uomo che accuso: questo Moro,

che, come sembra, è stato qui chiamato

in seguito a speciale ordine vostro

per affari di Stato.

TUTTI - Ne siamo tutti molto dispiaciuti.

DOGE - (A Otello)

E voi che rispondete a questa accusa?

OTELLO - Potentissimi, gravi e reverendi

signori del Consiglio,

nobilissimi e buoni miei padroni,

ch’io abbia tratta via dalla sua casa

la figlia a questo vecchio, è verità;

vero altresì ch’io l’ho condotta in moglie.

Qui comincia e finisce la mia colpa.([30])

Non più di questo. Il mio parlare è rozzo,

ed assai scarsamente provveduto

del soffice fraseggio della pace;

dacché queste mie braccia, già dal tempo

che avevano il vigore dei sette anni

fino all’incirca a nove mesi fa,

hanno compiuto in un campo attendato

le loro azioni più impegnative;

ed io di questo nostro vasto mondo

posso dir poco che non sia materia

d’avvisaglie di guerra e fatti d’arme.

Perciò ben poco mi potrà giovare

ch’io parli a perorare in mia difesa.

Pure, con vostra graziosa licenza,

vi dirò, con parole disadorne,

il corso del mio amore, per intero;

con quali droghe, con quali incantesimi,

e scongiuri, e poteri d’arti magiche

- perché di tanto sono qui accusato -

io abbia vinto il cuore di sua figlia.

BRABANZIO - Una affatto procace giovinetta,

d’indole sì tranquilla e riservata,

da arrossire perfino di se stessa

ad ogni minimo moto dell’animo!

E, ad onta di codesta sua natura,

dell’età, dell’ambiente del paese,

della reputazione e tutto il resto,

andarsi a innamorare di qualcosa

che aveva fin paura di guardare!

Zoppo criterio ed imperfetto al massimo

è ritenere che la perfezione

possa lasciarsi andare nell’errore

contro ogni regola della natura;

perciò se questo è potuto accadere

non può spiegarsi che col ricercarvi

maligne e astute pratiche infernali.

Torno perciò a ripetere, signori,

che costui deve averla soggiogata

col mezzo di chi sa che arcano filtro

o potente mistura affatturata

ch’ebbe ad effetto di alterarne il sangue.

DOGE - Affermarlo però non è provarlo,

senza più valida testimonianza

che queste vostre magre congetture

e queste scarne verosimiglianze.

1° SENATORE - Parlate, dunque, Otello:

avete voi con subdole manovre

e con mezzi violenti ed indiretti

plagiato e avvelenato i sentimenti

di quella giovane? O tutto è nato

per spontanea richiesta da sua parte,

e per quel certo dolce colloquiare

che spinge un’anima verso un’altr’anima?

OTELLO - Vi supplico, mandate al “Sagittario”

a chiamare la dama: venga lei

a parlare di me davanti al padre.

E se risulterà, dal suo parlare,

ch’io son quell’uomo turpe ch’egli dice,

toglietemi l’ufficio e la fiducia

che da voi tengo; ma non solo questo:

fate altresì che la vostra condanna

ricada sopra la mia stessa vita.

DOGE - Va bene. Si conduca qui Desdemona.

(Escono due o tre ufficiali)

OTELLO - (A Jago)

Va’ tu con loro, alfiere, ed indirizzali:

tu sai meglio di tutti qual è il luogo.

(Esce Jago)

Nel frattempo, e finché ella non giunga,

io, con la stessa libertà di spirito

con cui confesso le mie colpe al Cielo,

farò ascoltare ai vostri gravi orecchi

com’è successo ch’io sia prosperato

nell’amore di questa bella dama,

e com’ella nel mio.

DOGE - Ditelo, Otello.

OTELLO - Il padre suo m’aveva molto caro.

M’invitò spesso a casa, ed ogni volta

mi domandava che gli raccontassi

di me, della mia vita, d’anno in anno:

gli assedii, le battaglie, le fortune

attraverso le quali son passato.

Ed io ripercorrevo la mia storia

dai giorni della prima fanciullezza

fino al momento stesso ch’ero lì

con lui che mi chiedeva di narrarla:

e là mi dilungavo a raccontargli

delle mie sorti molto avventurose,

di commoventi fatti in mare e in terra:

di quando per un pelo ero sfuggito

all’imminente breccia della morte;

di quando, catturato prigioniero

da un nemico arrogante

e da questi venduto come schiavo,

mi riscattai, e quel che vidi e feci

nei casi occorsimi durante il viaggio:

antri profondi e preziosi deserti,

aspre pietraie, rupi, erte montagne

dalle cime che s’ergon fino al cielo

(ché tante furono le mie esperienze)

gli dovetti descrivere: e i cannibali,

che si sbranan fra loro, e gli antropofagi,

cui cresce il capo di sotto alle spalle.

Desdemona ascoltava seria e attenta

anch’ella; ma le succedeva spesso

d’esser distolta da cure domestiche;

e, poi che in fretta le avesse sbrigate,

tornava nuovamente ad ascoltare;

e divorava quasi con l’orecchio

quanto andavo dicendo: il che osservato,

io colsi un giorno l’attimo

per estrarle dal cuore la preghiera

ch’io volessi narrarle ancor daccapo

la storia delle mie peripezie

ch’ella aveva ascoltato solo a pezzi

ed a forza distolta. Acconsentii,

e spesso le truffai più d’una lacrima

col narrarle dei colpi di sventura

sofferti dalla mia giovane età.

E, terminato ch’ebbi la mia storia,

quasi a compenso di tante mie pene

ella mi offerse un mondo di sospiri;

giurò ch’era una storia molto strana,

meravigliosamente miserevole,

meravigliosamente commovente;

ella avrebbe voluto non udirla,

e tuttavia sentiva il desiderio

che il cielo avesse fatto lei tal uomo.([31])

Mi ringraziò e mi disse perentoria

che se mai avess’io per avventura

avuto tra gli amici miei qualcuno

che si fosse di lei innamorato,

gli insegnassi a narrarle la mia storia,

ché quello solo l’avrebbe sedotta...

A questo punto io mi dichiarai:

ella m’amò pei corsi miei perigli,

ed io l’amai per quella sua pietà.

Ecco: tutta la mia stregoneria,

gli incantesimi miei, è tutto qui.

Ma ella viene. Mi sia testimone.

Entrano DESDEMONA, JAGO e altri

DOGE - Una storia così, sono sicuro,

saprebbe conquistare anche mia figlia.

Buon Brabanzio, vedete se è possibile

aggiustar per il meglio questo affare

piuttosto squinternato:

spesso un’arma spuntata serve meglio

agli uomini che non le proprie mani.

BRABANZIO - Vi prego, udiamo quel che dice lei:

se confessa d’aver avuto anch’ella

la sua parte a metà in questa tresca,

s’abbatta su di me la distruzione

s’io vorrò far cadere su quest’uomo

il minimo mio biasimo.

(A Desdemona)

Vieni avanti, gentile damigella:

sei ancora capace di distinguere

in mezzo a quella degna compagnia

a chi devi la massima obbedienza?

DESDEMONA - Nobile padre mio,

io scorgo qui diviso per metà

un tal dovere: a voi son debitrice

della mia vita e dell’educazione:

l’una e l’altra m’insegnano il rispetto

per voi; voi siete del mio omaggio il re:

io sono fino ad ora vostra figlia;

ma questi è mio marito, e quanto ossequio

verso di voi mostrò la madre mia,

anteponendovi in ciò a suo padre,

io mantengo dover or professare

al Moro, mio signore.

BRABANZIO - Dio sia con te. Signori, io ho finito!

(Al Doge)

Vostra Grazia, vi piaccia di passare

senz’altro indugio agli affari di Stato.

Meglio avrei fatto ad adottare un figlio,

che a generarlo... Moro, vieni qua:

io ti consegno qui con tutto il cuore,

- ma tu ce l’hai già come cosa tua -,

ciò che con tutto il cuore

avrei voluto impedirti di avere.

(A Desdemona)

Per causa tua, gioiello d’una figlia,

io debbo rallegrarmi in fondo all’anima

di non aver generato altri figli,

perché la fuga tua m’insegnerebbe

la tirannia di tenerli in catene.

(Al Doge)

Mio signore ho finito.

DOGE - Bene, lasciate or che parli io,

e possa pronunciare una sentenza

che, al pari dei gradini d’una scala,

valga a far risalire questi amanti

fino al vostro favore.

Quando i rimedi non servono più,

se si riesce a discernere il peggio

hanno termine pure le afflizioni

che la speranza teneva in sospeso.

Piangere sopra un male ormai passato

non giova ad altro che a tirarsi addosso

nuove afflizioni. Quando la fortuna

si prende quel che non si può serbare,

solo la tolleranza può riuscire

a mutare quel torto in una beffa.

Ruba qualcosa al ladro il derubato

che ride al ladro; ruba solo a sé

chi s’abbandona ad una pena inutile.

BRABANZIO - Ci rubi allora Cipro l’Ottomano,

perché se gli facciamo un bel sorriso,

non l’avremo perduta... No, signore!

S’adatta facilmente a certe massime

chi non sente che il labile conforto

che può venirgli da quelle parole;

sopporta male massima e dolore

chi per saldar la pena che lo ambascia

deve farsi prestar la tolleranza.

Certe massime, intese solamente

a inzuccherare od inasprir la pena

son di sapore forte in ambo i casi

e rischiano d’avere un doppio effetto.

Ma le parole son sempre parole;

ed io non ho sentito mai finora

che un cuore esulcerato può guarire

con ciò che può passargli per le orecchie.

Perciò torno umilmente a supplicarvi

di passare gli affari di governo.

DOGE - Il Turco sta navigando su Cipro

con formidabile apparecchio bellico.

Otello, a voi meglio che ad altri è nota

l’efficienza di quella piazzaforte;

e, sebbene teniamo là un vicario

di provata bravura e competenza,

sta tuttavia che l’opinione pubblica

ripone in voi più sicura fiducia.

Vi dovete pertanto rassegnare

a che possa offuscarsi forse il lustro

delle vostre fortune più recenti

con una spedizione come questa

che si presenta ardua e rischiosa.

OTELLO - Illustri ed onorandi senatori,

l’abitudine, questa gran tiranna,

ha fatto del giaciglio mio di guerra,

di dura selce e acciaio,

il mio letto tre volte spiumacciato.([32])

Io so trovare in me, pur nell’asprezza,

le mie risorse, devo riconoscerlo;

son pronto quindi ad assumermi il carico

di questa guerra contro gli Ottomani.

Perciò con massima umiltà inchinato

all’altissima vostra dignità,

chiedo che sia provvista alla mia sposa

un’acconcia sistemazione a Cipro,

un alloggio decente e un appannaggio,

nonché quegli agi e quella servitù

che si convengono al suo nuovo stato.

DOGE - Può restare col padre, se vi aggrada.

BRABANZIO - Questo son io a non volerlo, Doge.

OTELLO - Né io…

DESDEMONA - Né io. Restare con mio padre

per suscitargli moti d’impazienza

standogli innanzi agli occhi tutto il giorno,

davvero non mi va. Grazioso Doge,

degnatevi prestar benigno orecchio

a quanto sto per dirvi, e fate sì

che nella vostra voce di risposta

io trovi sufficiente garanzia

di buon ausilio alla pochezza mia.

DOGE - Parla, Desdemona. Che mi vuoi dire?

DESDEMONA - Ch’io abbia dato al Moro l’amor mio

per vivere la vita insieme a lui,

possono proclamarlo al mondo intero

l’aperta mia rivolta

e la tempesta delle mie fortune.

Arrendendosi a lui, il cuore mio

ha sposato altresì la professione

del mio signore([33]). La faccia di Otello

io l’ho vista, signore, nel suo animo;

ed agli onori suoi e al suo valore

ho consacrato insieme alla mia anima,

le mie sorti. Sicché tenermi a casa

a fare la falena della pace,

mentr’egli se ne parte per la guerra,

è come se mi fossero annullati

tutti i riti pei quali egli m’è caro;

ed io, privata della sua presenza,

condurrei una vita di tristezza.

Lasciate dunque ch’io parta con lui.

OTELLO - (Al Doge)

Ch’ella abbia il vostro assenso, Vostra Grazia:

ve lo chiedo (mi sia giudice il cielo)

non già per compiacere alla mia voglia

e indulgere allo stimolo del sangue,

e ai giovani suoi slanci

nella lor differita e pur legittima

soddisfazione([34]), ma per generosa

e franca comprensione del suo animo.

(Ai senatori)

E storni il cielo dalle vostre menti

il pensiero ch’io possa trascurare

i vostri seri e maggiori interessi

quand’ella sia venuta con me. No.

Se mai si desse che i leggero-alati

capricci di Cupido

con la loro lasciva opacità

giungessero ad occludere in me stesso

le facoltà di pensare e d’agire

al punto da corrompere e macchiare

la mia impresa, faccian le massaie

del mio elmo una pentola,

ed ogni vile e indegna avversità

s’affolli e faccia impeto

contro la stessa mia reputazione!

DOGE - Sia quello che vorrete voi decidere

fra voi; ch’ella rimanga o ch’ella vada,

la situazione grida di far presto,

e la prestezza è l’unica risposta.

1° SENATORE - (A Otello)

V’imbarcherete questa notte stessa.

OTELLO - Con tutto il cuore.

DOGE - (A Otello)

Domani alle nove

noi torneremo ad adunarci qui.

Lascerete a Venezia un ufficiale

che a tempo debito vi recherà

le necessarie vostre credenziali

pel vostro rango e le vostre funzioni.

OTELLO - Sarà Jago, il mio alfiere, Vostra Grazia.

Alla sua scorta affido la mia sposa

e quant’altro le vostre signorie

crederan necessario confidarmi.

È uomo onesto e fidato allo scrupolo.

DOGE - E così sia. A tutti buonanotte.

(A Brabanzio)

In quanto a voi, magnifico signore,

se il valore non manca di bellezza,

colui che è vostro genero

è assai più bello di quanto sia nero.

1° SENATORE - Adieu, valente Moro;

e abbiate ogni riguardo per Desdemona.

BRABANZIO - (A Otello)

Sorvegliala, s’hai occhi per vedere:

ha ingannato suo padre,

ed è capace d’ingannare te.

(Escono il Doge, i Senatori, gli Ufficiali e tutti gli altri, tranne Otello, Desdemona, Jago e Roderigo)

OTELLO - Sulla sua fedeltà

son pronto ad impegnare la mia vita!

Onesto Jago, a te debbo lasciare

la mia Desdemona; vedi, ti prego,

che tua moglie l’assista pel momento.

E alla prima occasione favorevole

me l’accompagnerai tu stesso a Cipro.

Vieni, Desdemona, non ho che un’ora

per l’amore, sbrigare le faccende

e ricevere l’ultime istruzioni.

Siamo costretti ad obbedire al tempo.

(Escono Otello e Desdemona)

RODERIGO - Jago...

JAGO - Che dici, cuore nobilissimo?

RODERIGO - Che debbo fare, tu che dici?

JAGO - Diamine,

andare a casa e metterti a dormire!

RODERIGO - Io vado invece ad annegarmi, subito.

JAGO - Oh, se fai questo, non t’amerò più!

Ohibò, che stolto sei?

RODERIGO - Stoltezza è vivere

se la vita è tormento;

la ricetta è morire, se la morte

è il nostro medico.

JAGO - Oh, scelleraggine!

Ventott’anni che osservo questo mondo,

e dacché fui capace di distinguere

un atto di giustizia da un sopruso

mai mi fu dato d’incontrare un uomo

che sapesse voler bene a se stesso.

Io prima di pensare d’annegarmi

per i begli occhi d’una faraona,([35])

baratterei la mia natura d’uomo

con quella d’una scimmia babbuino.

RODERIGO - E che mi resta a fare?

Confesso che ho vergogna con me stesso

di sapermi a tal punto innamorato;

ma emendarmi non è la mia virtù.

JAGO - Virtù! Sciocchezze! Sta in potere nostro

esser così o cosà! Il nostro corpo

è il nostro bel giardino,

e la volontà nostra il giardiniere:

piantare ortiche o seminar lattuga,

metter l’issopo ed estirpare il timo,

guarnirlo d’erbe d’una sola specie

o variegarlo con specie diverse,

mantenerlo infruttuoso per pigrizia

o concimarlo per farlo fruttare,

la facoltà di fare tutto questo

e d’agire nell’uno o l’altro modo

sta tutta nella nostra volontà.

Se la bilancia della nostra vita

non avesse su un piatto la ragione

da controbilanciar quello dei sensi,

il sangue e la bassezza degli istinti

ci trarrebbero inevitabilmente

alle più scriteriate conclusioni.

Ma per fortuna abbiamo la ragione

a raffreddarci le bramose voglie,

gli impulsi della carne, le libidini;

delle quali ciò che tu chiami amore

è soltanto un pollone od un germoglio.

Io la penso così.

RODERIGO - Non è possibile.

JAGO - È solo una libidine del sangue,

un’acquiescenza della volontà.

Evvia, sii uomo! Andare ad affogarti!

Annega gatti e cuccioletti ciechi!

Io mi son dichiarato amico tuo

e mi sento legato alla tua causa

con vincolo tenace e duraturo;

non ho potuto mai esserti utile

come in questo momento. Senti a me:

riempiti la borsa di denaro,

camuffati con una barba finta,

e vieni al nostro seguito alla guerra.

Ma, ti dico, riempiti la borsa.

L’amore di Desdemona pel Moro

non può durare a lungo...

(pensa a metter denaro nella borsa)

così come l’amore suo per lei.

Per lei è stato un inizio violento,

e la rottura seguirà, vedrai,

altrettanto violenta.

(Metti, metti denaro nella borsa).

Questi mori sono d’umor volubile

(fa che la borsa sia ben riempita)

e il cibo che gli è ora delizioso

come carrube,([36])gli sarà amarissimo

come la coloquintide tra poco.

Ella dovrà cambiare, perché è giovane;

e, sazia che sarà del di lui corpo,

s’accorgerà della scelta sbagliata

e sentirà il bisogno di cambiare.

Perciò metti denaro nella borsa.

Se poi sei proprio deciso a dannarti,

fallo almeno in un modo più elegante

che non quello d’andarti ad affogare.

Se la sua santimonia([37])

ed un labile voto maritale

tra un barbaro selvaggio giramondo

ed una superfina veneziana

non sono ostacoli troppo difficili

da superare per la mia scaltrezza,

tu la godrai. Procurati il denaro.

Pensare d’annegarsi! Un accidente!

Sei maledettamente fuori strada.

Pensa, se mai, a morire impiccato

per esserti goduto il tuo piacere,

invece di pensare ad annegarti

per avervi dovuto rinunciare!

RODERIGO - Sarai tu cardine alle mie speranze

s’io persisto a sperare in un buon esito?

JAGO - Ci puoi contare. Va’, trova il denaro.

T’ho detto tante volte, e ti ripeto,

che il Moro mi sta in odio;

che mi sta a cuore solo la mia causa,

e quella tua con non minor ragione.

Andiamo dunque uniti alla vendetta.

Se puoi farlo cornuto,

procuri a me un piacere, a te un trastullo.

Molti eventi che ancor devono nascere

son nel grembo del tempo. E dunque avanti,

muoviti, su, procurati denaro.

E domani ne riparliamo.Adieu .

RODERIGO - Dove ci ritroviamo domattina?

JAGO - A casa mia.

RODERIGO - Ci sarò di buon ora.

JAGO - Adesso va’. Salute. Siamo intesi?

RODERIGO - Che cosa, intesi?

JAGO - Niente annegamenti.

RODERIGO - Sì, sì, d’accordo, non ci penso più.

Vado a vendere tutte le mie terre.

(Esce)

JAGO - Così riesco a fare ancora e sempre

di questo mio zimbello la mia borsa.

Profanerei la mia sudata scienza

a spender tempo con un tal minchione

se non per mio trastullo e mio profitto.

Io odio il Moro; e si crede, di fuori,

ch’egli abbia fatto pure le mie veci

nel mio letto... Non so se ciò sia vero;

ma il solo sospettarlo mi fa agire

contro di lui come fosse certezza.

Egli mi stima molto; tanto meglio

potrà perciò operare su di lui

il mio proposito... Cassio è un bell’uomo...

Vediamo... escogitare la maniera

d’ottenere il suo posto…

Come?... Ecco: passato un certo tempo,

avvelenare l’orecchio d’Otello

pian piano insinuandogli che Cassio

è troppo in confidenza con sua moglie.

La sua prestanza, i suoi modi galanti

son fatti apposta per destar sospetto,

per trascinar le donne all’adulterio.

Il Moro è d’indole franca ed aperta,

tanto da reputar uomini onesti([38])

quelli che tali son solo di fuori;

si lascerà menare per il naso

con la docilità d’un somarello...

Ecco, ci sono. Il mio disegno è fatto.

Ora tocca all’inferno ed alla notte

portare questo parto mostruoso

alla luce del mondo.

(Esce) ATTO SECONDO

SCENA I Porto nell’isola di Cipro

Entra MONTANO con due GENTILUOMINI

MONTANO - (Al 1° Gentiluomo, che sta in piedi su una altura)

Si vede niente da quel promontorio?

1° GENTILUOMO - Nulla di nulla. Il mare è così grosso,

ch’è impossibile scorgere una vela

sulla linea dell’ultimo orizzonte.

MONTANO - A quanto pare il vento ha urlato forte

in terraferma; mai più forti raffiche

hanno scosso i bastioni; se sul mare

esso ha infuriato con la stessa forza,

mi chiedo quali costole di quercia

possano ancor tener salda la tacca,([39])

quando montagne d'acqua

si squagliano violente su di esse.

Che aspettarci da ciò?

2° GENTILUOMO - La dispersione della flotta turca.

Ché solo a riguardarlo dalla riva,

il mare gonfio sembra schiaffeggiare

le nubi, e i flutti sbattuti dal vento

colla schiumosa ed alta lor criniera

gettar acqua su acqua verso l'alto

a raffreddare l'ardore dell'Orsa

e ad estinguerne il perenne fuoco.

Non ho mai visto turbamento simile

sulla faccia dell'infuriato flutto.

MONTANO - Se non s’è riparata in qualche rada,

la flotta turca è certo andata a picco.

Impossibile ch’abbia resistito.

Entra un terzo GENTILUOMO

3° GENTILUOMO - Buone nuove, ragazzi!

La nostra guerra è già bell’e finita!

Questo impetuoso ed aspro fortunale

ha dato al Turco una tale scrollata

che il suo piano ha subìto un brusco arresto.

Un nobile vascello di Venezia

ha visto il doloroso lor naufragio

ed il disastro cui è andata incontro

la più gran parte della loro flotta.

MONTANO - È vero quel che dite?

3° GENTILUOMO - Quel vascello è da poco entrato in porto:

era una veronese;([40])

n’è sbarcato testé Michele Cassio,

l’ufficiale di prima

del prode Otello; il Moro è anch’esso in mare

diretto anch’egli qui, incaricato

del comando supremo sopra Cipro.

MONTANO - Ne sono lieto. È un degno condottiero.

3° GENTILUOMO - M’è parso tuttavia che questo Cassio,

pur dicendosi molto confortato

per le perdite della flotta turca,

abbia l’aria piuttosto preoccupata

pel Moro, e prega che sia salvo,

perché in mare essi furono separati

da una violenta orribile burrasca.

MONTANO - Preghiamo che lo sia; l’ho già servito,

è uomo che sa bene comandare

come dovrebbe un perfetto soldato.

Ma via, rechiamoci tutti alla riva,

a vedere la nave testé entrata,

ed a scrutare insieme l’orizzonte

pel valoroso Otello,

fino dove l’occhio si può spinger oltre

e può discerner tra l’aperto mare

e l’azzurro del cielo.

3° GENTILUOMO - Sì, sì andiamo, perché ogni minuto

si può aspettare che approdi qualcuno.

Entra CASSIO

CASSIO - Grazie a voi, valorosi cittadini

di quest’isola nobile e guerriera,([41])

per l’alta vostra stima per il Moro!

Oh, gli apprestino i cieli una difesa

contro l’imperversar degli elementi,

perché l’abbiamo perduto di vista

in mezzo a un mare assai pericoloso!

MONTANO - È salda la sua nave?

CASSIO - La nave è di robusta costruzione

e il suo nocchiero è uno dei più esperti

e provati, perciò le mie speranze

se non son proprio sazie da morire,

son sottoposte a un’energica cura.

Grida da dentro: “Una vela! Una vela!”

Entra un quarto GENTILUOMO

CASSIO - Che sono queste grida?

4° GENTILUOMO - La città s’è svuotata; in riva al mare

gridano in folla: “Una vela! Una vela!”

CASSIO - Le mie speranze mi dicevan vero:

è lui, è lui, il nostro comandante.

(Colpo di cannone da dentro)

2° GENTILUOMO - Sparano la lor salva di saluto

dalla nave; vuol dir che sono amici.

CASSIO - (Al 2° Gentiluomo)

Vi prego, monsignore, andate voi

ad accertarvi di chi sta arrivando,

e fateci sapere.

2° GENTILUOMO - Volentieri.

(Esce)

MONTANO - (A Cassio)

Ma, ditemi, mio buon luogotenente,

il vostro generale s’è ammogliato?

CASSIO - E assai felicemente, vi dirò.

Ha conquistato il cuor d’una fanciulla

che regge al vaglio d’ogni descrizione

la più entusiasta che si possa farne;

al di là delle lodi più esaltanti,

d’ogni più estrosa immaginazione;

al di là dei più capricciosi voli

delle osannanti penne dei poeti;

e l’essenziale sua semplicità

stanca ogni artista che voglia descriverla.

Rientra il secondo GENTILUOMO

Allora che mi dite, chi è sbarcato?

2° GENTILUOMO - Un certo Jago, l’alfiere del Moro.

CASSIO - Ha avuto una felice traversata,

ed anche assai veloce, a quanto pare.

Perfino le tempeste,

i mari gonfi e gli ululanti venti,

le scanalate ed erose scogliere

e le ammassate sabbie,

sommerse insidie all’innocente chiglia,

quasi compresi da tanta bellezza

rinunciano all’usata lor natura

per consentir che passi sana e salva

la divina Desdemona.

MONTANO - Chi è?

CASSIO - Colei di cui appunto vi parlavo,

capitana del nostro capitano,

da lui lasciata affidata alla scorta

del valoroso Jago il cui arrivo

anticipa di buoni sette giorni

le nostre previsioni. O grande Giove,

proteggi Otello e gonfia la sua vela

col tuo fiato possente,

ch’ei possa rallegrare questa baia

con la vista della sua alta prora,

e correr tra le braccia di Desdemona

a calmare il suo ansito d’amore,

infonder nuova fiamma ai nostri cuori

e recare sollievo a Cipro tutta.

Entrano JAGO, DESDEMONA, RODERIGO, EMILIA e gente del seguito

Oh, mirate! Il tesoro della nave

è sceso a terra! Uomini di Cipro,

piegate le ginocchia innanzi a lei!

Salute a te, signora! Benvenuta!

Che la divina grazia possa accoglierti

avanti, dietro, sempre, in ogni lato!

DESDEMONA - Grazie, valente Cassio. Che notizie

del mio signore?

CASSIO - Non è ancora giunto,

e non so altro se non che sta bene,

e dovrebbe approdare qui tra poco.

DESDEMONA - Oh, ch’io son tanto in pena...

Come è successo che vi siete persi?

CASSIO - Ci ha divisi la furibonda lotta

fra mare e cielo.

(Colpo di cannone da dentro)

Ma udite: una vela!

(Voci da dentro: “Una vela! Una vela!”)

2° GENTILUOMO - Dànno il loro saluto alla fortezza.

Sono amici anche questi, certamente.

CASSIO - (Al 2° Gentiluomo)

Andate per notizie.

(A Jago)

Buon alfiere, son lieto di vederti.

(A Emilia)

Benvenuta, signora!... Caro Jago,

non s’irriti la tua condiscendenza

s’io faccio sfoggio di galanteria:

è la maniera in cui m’hanno educato

che mi fa tanto ardito con le donne

da mostrarmi con loro sì espansivo.

(La bacia)

JAGO - S’ella vi desse, signor mio, le labbra

con quella stessa liberalità

con cui con me fa uso della lingua,

povero voi!

DESDEMONA - (A Jago)

Ma se sta sempre zitta!

JAGO - Parla troppo. Lo sperimento sempre,

e specie quando ho voglia di dormire...

Certo, davanti a Vostra Signoria,

lo riconosco, frena un po’ la lingua,

ma dentro seguita a rimuginare.

EMILIA - Hai ben poca ragione a dir così.

JAGO - Eh, fuor di casa voi siete pitture,

e campanelli nei vostri salotti;

siete gatte selvatiche in cucina,

santarelline quando ci ingiuriate

e diavolesse quando vi offendete;

abili attrici a fare le massaie,

buone massaie solamente a letto!

DESDEMONA - Calunniatore! Vergogna! Vergogna!

JAGO - Vergogna un corno! So quello che dico.

Sono un turco se mento. È verità.

Vi alzate la mattina

solo per trastullarvi e stare in ozio,

e andate a letto a lavorar d’impegno.

EMILIA - Non sarai tu a scriver le mie lodi.

JAGO - Per carità, non darmi un tale incarico!

DESDEMONA - E se doveste fare quelle mie,

che scrivereste?

JAGO - Gentile signora,

non mi mettete a fronte a certe strette:

perché io sono nulla, se non critico.

DESDEMONA - E tuttavia provatevi: coraggio!...

Qualcuno è andato al porto?

JAGO - Sì, signora.

DESDEMONA - (A parte)

Non sono certo in vena d’allegria:

mi sforzo solo di dissimulare

quel che ho dentro, mostrandomi diversa...([42])

(Forte a Jago)

Dunque, allora, che elogio mi fareste?

JAGO - Ci sto pensando; ma m’accorgo, ahimè,

che l’estro m’esce fuori dalla zucca

come il vischio da un panno di lanetta;

e strappa via cervello e tutto il resto.

Ma la mia musa ha le doglie del parto

ed ecco quello ch’essa dà alla luce:

“S’ella è leggiadra e saggia,([43])

“tra bellezza e saggezza,

“questa userà per sé,

“e altri useranno l’altra”.

DESDEMONA - Non c’è male. E se invece è nera e saggia?

JAGO - “Se è nera ed ha saggezza,

“troverà sempre un bianco

“ch’ami la sua negrezza”.

DESDEMONA - Di bene in meglio.

EMILIA - E s’ella è bella e stolta?

JAGO - “Donna bella non fu mai donna stolta,

“se quella sua stoltezza

“ad avere un erede fu rivolta”.([44])

DESDEMONA - Questi son vecchi sciocchi paradossi

da far rider gli idioti nelle bettole.

Qual sorte miseranda avete in serbo

per una donna che sia brutta e stolta?

JAGO - “Al mondo non son donne stolte e brutte

“che non facciano quello che fan tutte”.

DESDEMONA - O penosa ignoranza!

Tu lodi meglio tutto quel che è peggio!

Ma che lode offriresti a quella donna

che per l’altezza della sua virtù

ne avesse giusto riconoscimento

perfino da un maligno maldicente?

JAGO - “Donna bella e non altera

“parlò sempre veritiera,

“se non fu giammai ciarliera.

“Se ricchezze ella ebbe a josa,

“non fu mai troppo pomposa”.

“Rifuggì dal dir: “Vorrei,

“pur dicendo: “Lo potrei”.

“Se irritata sa ordinare

“a se stessa di interdire

“ogni stimolo a reagire,

“e l’offesa dissipare.

“Se non fu mai così frale

“di cervello da scambiare

“una testa di merluzzo

“per la coda d’uno struzzo;

“s’è capace di pensare

“e il pensiero suo celare;

“se sa il viso non voltare

“a guardar gli spasimanti

“che la seguono galanti,

“quella è sì la donna adatta,

“se mai venne in mezzo a tante

“una femmina sì fatta.”

DESDEMONA - Adatta a che?

JAGO - Ad allattar citrulli,

e a registrare i conti della spesa.([45])

DESDEMONA - O storpissima e sterile morale!

Emilia, tu non imparar da lui,

anche s’è tuo marito.

Che dite, Cassio? Non sembra anche a voi

un profano e sboccato consigliere?

CASSIO - Parla come gli viene, a briglia sciolta.

Si fa apprezzare più come soldato,

senza dubbio, che come letterato.

JAGO - (A parte)

Oh, la prende per mano. Bene, bene!

E le sussurra qualcosa all’orecchio...

Con un’esile rete come questa

saprò ben impigliare un calabrone

come Cassio... Sì, sì, falle un sorriso!

E poi un altro... T’impastoierò

nei ceppi del tuo stesso corteggiare.

Hai detto bene, son come tu dici;

io, e se questi tuoi divertimenti

ti costeranno la luogotenenza

assai meglio per te sarebbe stato

che ti fossi baciato meno spesso

le punte delle tue tre dita unite,

come vedo che fai ancora adesso

per darti l’aria di bel damerino.

Ah bene!... Un baciamano ed un inchino!...

Eccellente! Così!... Bene davvero!

E ancora le tre dita sulle labbra...

Come vorrei, per il tuo stesso bene,

che fossero tre canne di clistere!

(Squillo di tromba da dentro)

Il Moro. Riconosco la sua tromba.

CASSIO - Infatti.

DESDEMONA - Andiamo tutti ad incontrarlo.

CASSIO - Non c’è bisogno: eccolo che viene.

Entra OTELLO con seguito

OTELLO - (A Desdemona che gli corre incontro)

Oh, mia bella guerriera!

DESDEMONA - Otello caro!

OTELLO - La meraviglia di trovarti qui

giunta prima di me, è tanto grande

quanto la mia lietezza, gioia mia!

Se seguono bonacce come questa

a una tempesta in mare,

soffino i venti da svegliar la morte,

e s’arrampichi la mia stracca nave

sulla cima delle spumose creste

alte quanto l’Olimpo,

per tuffarsi di nuovo nell’abisso,

per quanto dista il cielo dall’inferno!

Se morte ci cogliesse in questo istante,

sarebbe la felicità suprema,

perché mi sento l’anima pervasa

da un gaudio sì assoluto,

che più grande non potrà mai serbarmi

l’ignoto mio destino.

DESDEMONA - Voglia il cielo che questo nostro amore

e questo nostro ineffabile gaudio

s’accrescano col volgere dei giorni!

OTELLO - Così fate che sia, benigni dei!

Non so manifestar colle parole

quello che provo: mi fa nodo qui,

è troppo grande gioia!

(La bacia)

E questo...

(La bacia ancora)

... e questo…

sian sempre le maggiori discordanze

che possan far tra loro i nostri cuori!

JAGO - (A parte)

Oh, intonàti lo siete adesso, e come!

Ma io, da quell’onest’uomo che sono,

saprò ben allentarvi tutti i bischeri

che producono questa bella musica!

OTELLO - Vieni, avviamoci verso il castello.

Notizie, amici: la guerra è finita.

L’Ottomano è sepolto in fondo al mare.

Come vanno le vecchie conoscenze

mie di quest’isola?

(A Desdemona)

Mia cara, a Cipro,

vedrai, sarai da tutti benvoluta.

Ho ritrovato sempre un grande affetto

in mezzo a questa gente...

Ma m’accorgo che vo parlando troppo...

La grande gioia mi fa vaneggiare...

Jago, ti prego, rècati giù al porto

e fa’ portare a terra il mio bagaglio.

Poi accompagna il nostromo alla rocca.

S’è dimostrato un ottimo nocchiero:

la sua bravura merita rispetto.

Vieni Desdemona. Ancora una volta,

bene incontrata a Cipro, anima mia!

(Escono tutti, meno Jago e Roderigo)

JAGO - Tra poco vieni a raggiungermi al porto.

Ascolta: se sei uomo di coraggio

- dacché, come si dice, anche i vigliacchi,

quando si dà che siano innamorati,

acquistano una nobiltà maggiore

di quella che si portan dalla nascita -

sentimi bene. Il suo luogotenente

stanotte veglia nel corpo di guardia.

Per prima cosa debbo dirti questo:

non c’è barba di dubbio che Desdemona

di lui è innamorata.

RODERIGO - Ma che dici!

Di lui! Di Cassio? No, non è possibile!

JAGO - Metti il dito così,

(Gli prende la mano e gli mette un dito in su per le labbra,

come a chiudergli la bocca)

e lascia che istruisca la tua anima.

Guarda con che veemenza di passione

s’è di colpo invaghita di quel Moro,

sol perch’egli le ha fatto lo spaccone

dandole a bere fantasiose bubbole.

Credi che possa amarlo ancor per molto,

sol perché sa ciarlare?

Che non lo creda il tuo vigile cuore!

Di ben altra pastura devono pascersi

i suoi occhi! Che gusto le può dare

contemplare la faccia del demonio?

Una volta che il sangue sia acquietato,

intorpidito al gioco dell’amore,

quel che ci vuole a infiammarlo di nuovo

e ad accendere nuovo appetito

alla sua sazietà, è pari età

e leggiadria d’aspetto, equivalenza

di modi e di bellezza, tutte cose

di che è sprovvisto il Moro.

Ora, l’assenza di queste attrattive,

che pur nell’uomo sono necessarie,

farà sì che la sua delicatezza

finirà per sentirsi disillusa,

ella comincerà ad averne nausea,

e sarà poi la stessa sua natura

a disgustarla e farle odiare il Moro,

sospingendola verso un’altra scelta.

Ora, amico, se tutto ciò è sicuro

- ed il ragionamento mi par ovvio,

e non forzato - chi, meglio di Cassio,

è piazzato a toccar questa fortuna?

Un briccone che sa parlar fiorito,

dotato di quel tanto di coscienza

che basta a dargli un abito esteriore

di maniere civili e d’onestà,

per meglio secondar le sue tendenze

a salaci ed ipocrite lascivie...

Chi più adatto di lui? Nessuno al mondo.

Un viscido e sottile manigoldo,

uno ch’è sempre a caccia d’occasioni,

con l’occhio esperto a fabbricar vantaggi

per il suo tornaconto e a contraffarli

anche dove vantaggio non gli torni;

infine, un infernale lestofante.

E poi il briccone è giovane e belloccio

e ha tutti i requisiti ricercati

dalla stupidità e l’inesperienza:

un furfante pestilenziale, insomma.

E la donna l’ha già ben adocchiato.

RODERIGO - Questo di lei non posso proprio crederlo,

piena com’è di sante qualità!

JAGO - Sante un fico! Va’ là, ch’è fatto d’uva

anche il suo vino!... Fosse stata santa

mai si sarebbe invaghita del Moro!

Che bella santità, di latte e miele!([46])

RODERIGO - Era un gesto di pura cortesia.

JAGO - Libidine! Mi giocherei la vita!

Cominciamento, inizio, oscuro prologo

d’una storia d’osceni desideri!

Si sono avvicinati così a pelo

con le labbra, che i fiati s’abbracciavano.

Pensieri scellerati, Roderigo!

Quando scambievolezze di tal sorta

si fanno avanti a spianare la strada,

le segue a ruota l’atto principale,

la conclusione di due corpi uniti...

Che schifo!... Amico, lasciati guidare;

non t’ho condotto io, qui, da Venezia?

Stanotte veglierai, sarai di guardia;

ti farò avere l’ordine io stesso.

Cassio non ti conosce.

Io starò lì nei pressi, sottomano.

Trova un pretesto per farlo arrabbiare,

o coll’alzar con lui troppo la voce,

o contestando la sua disciplina,

o con altro pretesto che vorrai,

e che ti suggerisca l’occasione.

RODERIGO - D’accordo.

JAGO - Bada, l’uomo è temerario

e facile alla collera e alle mani;

e potrà spingersi anche a colpirti;

ma proprio a tanto devi trascinarlo,

perch’io ne possa poi trarre motivo

per sollevargli contro questa gente

aizzandola col far loro intendere

che non potranno assaporar la pace

finché Cassio non sia tolto di mezzo.

Così potrai trovare raccorciata

la strada al viaggio dei tuoi desideri,

grazie ai mezzi ch’avrò io messo in opera

per secondarli, una volta abbattuto

l’impedimento che precluderebbe

ogni nostra speranza di successo.

RODERIGO - Farò come tu dici,

se m’assicuri di poter condurre

a buon fine la cosa.

JAGO - Garantito.

Troviamoci più tardi su alla rocca.

Per il momento mi devo occupare

di scaricare a terra il suo bagaglio.

A più tardi.

RODERIGO - Va bene. Arrivederci.

(Esce)

JAGO - Che Cassio sia di lei innamorato,

ne son convinto. Ch’ella lo ricambi,

è consonante, ed assai verosimile.

Il Moro, pur s’io non so sopportarlo,

è di natura nobile, costante,

affettuosa, e so già che per Desdemona

si scoprirà un carissimo marito.

Ma debbo confessare che anch’io l’amo,

e non per pura e semplice lussuria,

benché mi debba riconoscer reo

d’un non minor peccato, ma a ciò spinto

in parte per saziar la mia vendetta;

perché sospetto che l’ingordo Moro

sia montato a inforcare la mia sella:

un pensiero che mi corrode dentro

come un veleno, ed a placare il quale

altro non so che dargli il contraccambio

a pareggiar con lui moglie per moglie;

o, se ciò non dovesse riuscirmi,

iniettargli nell’animo

una dose talmente virulenta

di gelosia, che la ragione sua

non basti più a curare.

E a tal fine se questo straccio d’uomo

che mi porto al guinzaglio da Venezia

per frenarlo nell’affannosa caccia,

mi regge la battuta,([47])questo Cassio

l’avrò completamente in mio potere

e lo diffamerò davanti al Moro

nel modo più garbato e suadente

(ché, tra l’altro, ho il sospetto che anche Cassio

abbia indossato la mia papalina),([48])

fino a ottener che il Moro, a conclusione,

mi ringrazi, mi prenda in simpatia

e mi compensi per averlo fatto

un alto e rispettabile somaro,

e per avergli tolto pace e quiete

fino a ridurlo pazzo.

Ecco, se pur ancora un po’ confusa,

la mia trama. Ma la ribalderia

mai non discopre la sua vera faccia

avanti ch’essa sia messa ad effetto.

(Esce)

SCENA II Cipro, una strada

Entra l’ARALDO di Otello. Folla di popolani.

ARALDO - È volontà di Otello,

nostro nobile e prode generale,

dopo notizie certe testé giunte

circa il disastro della flotta turca,

che ciascun abitante di quest’isola

si metta in festa: chi intrecciando danze,

chi accendendo falò,

si dia ciascuno

a quella sorta di divertimento

che gl’ispiri la propria condizione;

ché in più di queste felici notizie,

egli vuol festeggiare le sue nozze.

Tanto gli era gradito proclamare.

Tutti gli uffici([49])sono aperti al pubblico,

con piena libertà di banchettare

dalla presente ora delle cinque

ai tocchi di campana delle undici.([50])

Iddio protegga l’isola di Cipro,

e Otello, nostro degno condottiero.

(Escono tutti)

SCENA III Una sala del castello

Entrano OTELLO, DESDEMONA, CASSIO e altri

OTELLO - (A Cassio)

Buon Michele, provvedi tu stanotte

al servizio di guardia: sarà bene

che insegniamo a noi stessi a contenerci

entro i limiti della discrezione,

onorevole freno per ciascuno.

CASSIO - Jago ha avuto istruzioni sul da farsi;

ma, nonostante ciò, sarò io stesso

a vigilar su tutto coi miei occhi.

OTELLO - Jago è persona quanto mai onesta.

Buona notte, Michele.

Domani passa da me di buon’ora.

Debbo parlarti.

(A Desdemona)

Andiamo amore mio.

Fatto l’acquisto, han da seguire i frutti;

e noi due non ne abbiamo ancora colti.([51])

(Escono Otello, Desdemona e seguito)

Entra JAGO

CASSIO - Salve, Jago. Dobbiamo andar di guardia.

JAGO - Non subito, però, luogotenente.

Le undici non sono ancor suonate.

Il generale ci ha lasciato prima

per correr tra le braccia di Desdemona;

né del resto possiamo biasimarlo,

dal momento che non s’è ancor goduto

una notte d’amore insieme a lei.

Ed ella è veramente un bocconcino

degno di Giove.

CASSIO - Un dama squisita.

JAGO - Saporitissima, c’è da giurarlo.

CASSIO - Una creatura fresca e delicata.

JAGO - E che occhi! Par quasi che ti suonino

a parlamento, per provocazione.

CASSIO - Occhi invitanti, sì,

e pur pieni di virginal pudore.

JAGO - E quando parla!... Un richiamo all’amore!

CASSIO - La perfezione stessa, in carne e ossa.

JAGO - Bene, felicità alle lor lenzuola!

Qua, qua, luogotenente:

ho in serbo un bel boccale di buon vino,

e c’è qui fuori una coppia di giovani

della migliore società di Cipro

che vogliono brindare insieme a noi

al nero Otello.

CASSIO - No, non questa sera,

caro Jago. Non reggo molto il vino,

mi dà alla testa. Vorrei che dagli uomini

si potesse inventar qualche altra usanza

per trascorrere il tempo in compagnia.

Non è per scortesia.

JAGO - Ma sono amici!...

Solo un bicchiere. Berrò io per voi.

CASSIO - Ne ho già bevuto un bicchiere stasera,

uno soltanto, e per giunta annacquato,

e guarda qui l’effetto che mi fa.([52])

Sono davvero assai mortificato

di questa specie di mia malattia,

ma non m’arrischio a mettere in pericolo

ulteriormente la mia debolezza.

JAGO - Evvia, questa è una notte di baldoria!

Quei giovanotti ci tengono molto.

CASSIO - Dove sono?

JAGO - Qui, fuori. Ve ne prego,

andate voi a dir loro di entrare.

CASSIO - Vado; ma non ne ho proprio molta voglia.

(Esce)

JAGO - Se arrivo ad appioppargli anche un bicchiere,

con l’altro che ha bevuto già stasera,

diventerà ringhioso e attaccabrighe

come il cagnetto della mia ragazza.([53])

Stasera quello stolido malato

di Roderigo, che par che l’amore

abbia voltato tutto sottosopra

come una fodera pel verso storto,

s’è tracannato un gotto dopo l’altro

per libare a Desdemona; e tra poco

dovrà venire a montare di guardia.

Ho provveduto intanto ad eccitare,

a forza di abbondanti libagioni,

tre altri baldanzosi giovinotti:

gente di Cipro: che tiene all’onore

come alla propria pelle,

la crema di quest’isola guerriera.

E anch’essi son di guardia questa notte.

Ora, fra questo branco d’ubriachi

sarà affar mio aizzare il nostro Cassio

a qualche gesto che suoni oltraggioso

per l’isola. Ma eccoli che arrivano.

Entrano CASSIO, MONTANO e alcuni GENTILUOMINI

Seguono servi recando vino

CASSIO - Dio santo, già m’han dato una trincata!

MONTANO - Sì, ma piccola; manco mezza pinta,

parola di soldato.

JAGO - Olà, del vino!

(Mentre i servi recano boccali di vino, canta)

“I boccali tintinnino, tin tin,

“Tintinni ogni boccale,

“un soldato è mortale

“e la vita è sì frale!

“Che ognuno vuoti dunque il suo boccale!”

Ragazzi, un po’ di vino!

CASSIO - Una bella canzone, giuraddio.

JAGO - L’ho imparata quand’ero in Inghilterra

dove sono davvero formidabili

quanto a reggere il vino; appetto a loro

i Danesi, i Tedeschi e gli Olandesi

coi lor pancioni... (Avanti, su, bevete),

son proprio niente.

CASSIO - Ah, sì, davvero, eh?

L’Inglese è così forte bevitore?

JAGO - Eh, tracanna con tal disinvoltura

da ridurti il Danese morto fradicio

in due battute; né deve sudare

per far fuori il Tedesco; e l’Olandese

te lo fa vomitare prima ancora

di riempirsi il prossimo boccale.

CASSIO - Propongo una bevuta alla salute

del nostro beneamato generale!

MONTANO - Ed io sono con voi, luogotenente,

e volentieri onoro il vostro invito.

JAGO - Oh, la dolce Inghilterra!...

(Canta)

“Re Stefano, degnissima persona,

“pagò per le sue braghe una corona;

“ma poi stimò che fosser troppo care

“per sei soldi; perciò mandò a chiamare

“il vile sarto e lo fe’ bastonare.

“Era uomo di grande potentato,

“ma di bassa statura.

“La boria è la rovina d’ogni stato;

“tu tieniti la tua vecchia montura”.

Ancora vino, ohé!...

CASSIO - E bravo Jago!

Questa canzone è meglio della prima.

JAGO - Volete allora che ve la ricanti?

CASSIO - No, no, che trovo indegno del suo rango

chi s’abbandona a fare queste cose.

Bene, Dio è lassù, sopra di noi;

ed anime ci sono da salvare,

ed anime ci son da non salvare.

JAGO - Sacrosanto, mio buon luogotenente.

CASSIO - Io senza offesa per il generale

e per i gentiluomini suoi pari,

spero d’esser di quelle da salvare.

JAGO - E così spero anch’io, luogotenente.

CASSIO - Sì, ma dopo di me, se non ti spiace:

prima il luogotenente, poi l’alfiere.

Basta, badiamo alle nostre faccende.

E dei peccati ci perdoni Iddio.

Signori, attenti a quel che s’ha da fare.

Non crediate ch’io sia avvinazzato.

Ecco, questo è il mio alfiere...

la mia mano... la destra... la sinistra...

Dunque, vedete, non sono ubriaco.

Mi reggo bene in piedi,

ed ho la lingua sciolta...

TUTTI - Anzi, scioltissima!

CASSIO - Ecco, allora, vedete? Tutto a posto.

Ubriaco non sono. Non pensatelo.

(Esce)

MONTANO - Ai bastioni, signori!

Venite, disponiamo per la guardia.

JAGO - Ecco, vedete voi

questi ch’è appena uscito innanzi a noi?

È un ottimo soldato,

degno di stare a fianco a Giulio Cesare,

e di guidare qualsiasi campagna...

Peccato - avete visto - quel suo vizio:

è l’esatto equinozio, il parallelo

dei suoi meriti, lungo come loro.

Temo che la fiducia in lui riposta

da Otello non finisca per causare,

proprio a cagione di questo suo vizio,

qualche sconquasso in questa vostra isola.

MONTANO - È spesso in quello stato?

JAGO - È l’ordinario suo preludio al sonno;

e se l’ubriachezza non lo culla,

è capace di rimanere sveglio

per tutto un doppio giro del quadrante.([54])

MONTANO - Sarebbe bene metter sull’avviso

il generale. Forse non lo vede,

e nella sua generosa natura

è portato piuttosto ad apprezzare

le pur pregiate qualità di Cassio,

che non porre attenzione ai suoi difetti.

Dico bene?

Entra RODERIGO. Jago gli va subito vicino e, senza rispondere a Montano, gli sussurra a parte:

JAGO - Ti prego, corri, va’,

segui il luogotenente. Presto! Fila!

(Esce Roderigo)

MONTANO - È un peccato però che il degno Moro

metta a rischio un ufficio sì importante

affidandolo ad uno come lui,

così indurito in questo suo viziaccio.

Sarebbe azione onesta dirlo al Moro.

JAGO - Non sarò certo io,

nemmeno in cambio di tutta quest’isola!

Voglio assai bene a Cassio

e sarei pronto a fare non so quanto

per curarlo da tale infermità.

(Grida da dentro: “Aiuto! Aiuto”)

Ma silenzio, che sono queste grida?

Entra di corsa CASSIO, con la spada in pugno inseguendo RODERIGO, che si va a riparare dietro a

JAGO.

CASSIO - Sangue di Cristo! Becero cialtrone!

Manigoldo!...

MONTANO - Che c’è, luogotenente?

CASSIO - Questo fior di gaglioffo,

venirmi ad insegnare il mio dovere!

Ma io lo stritolo, fino a ridurlo

paglia per damigiane!

RODERIGO - A me?

CASSIO - Marrano!

Vigliacco! E ardisci pure alzar la voce?

(Lo percuote)

MONTANO - (Intromettendosi per fermarlo)

No, no, luogotenente, ve ne prego,

cercate di tener le mani a freno.

CASSIO - (Divincolandosi)

Niente affatto! Lasciatemi, signore,

o vi do sulla zucca pure a voi!

MONTANO - Andiamo, calma, via, siete ubriaco!

CASSIO - Io, ubriaco?

(Va con la spada contro Montano, che è costretto ad estrarre la sua e a difendersi)

JAGO - (A parte a Roderigo)

Corri, via, va’ fuori

e grida alla sommossa... Presto, via!

(Esce Roderigo)

(Ai due contendenti)

No, non così, mio buon luogotenente!

Per carità di Dio, signori miei!

Aiuto, oh!... Luogotenente, diamine!

Signor Montano, su, signor Montano!

(Accorre gente)

Aiutatemi voi, signori! Aiuto!...

Che bel turno di guardia, questa notte!

(Rintocchi di campana)

La campana... Chi suona la campana?

Diablo, ohé! Sveglieranno la città!

Per l’amore di Dio, luogotenente,

fermo! Vi costerà vergogna eterna!

Entra OTELLO con seguito

OTELLO - Beh, che succede qui?

MONTANO - Sangue di Cristo!

Io perdo sangue, son ferito morte!

OTELLO - Via quelle spade, per le vostre vite!

JAGO - Fermi, fermi!... Suvvia, luogotenente!

Montano, signor mio... Evvia, signori!

Davvero avete perso ogni nozione

del luogo dove siete, del dovere?

Fermatevi! Vi parla il generale...

Smettetela di battervi, vergogna!

(I due cessano di affrontarsi)

OTELLO - Ebbene, da che cosa ha avuto origine

questa indegna gazzarra?

Siam forse diventati tutti turchi

per farci tra di noi l’uno con l’altro

quel che il ciel ha impedito agli Ottomani?

Per pudor di cristiani,

cessate questa barbara contesa!

Il primo che osa fare un solo passo

per dare sfogo al bestial suo furore

fa poco conto della propria anima,

perché appena si muove, è un uomo morto.

Zittite quell’orribile campana!

Mi sparge lo spavento in tutta l’isola.

Insomma, via, signori, che è successo?

Onesto Jago, tu che stai lì pallido

dall’angoscia che sembri un morto, parla:

chi l’ha iniziato questo tafferuglio?

Per l’amor tuo, te l’ordino.

JAGO - Non so.

Tutti amici fino a un momento fa,

e d’amore e d’accordo tutti e due,

da somigliar davvero a due sposini

che si spoglino per andare a letto,

quand’ecco, tutt’a un tratto,

come se qualche maligno pianeta

avesse tolto agli uomini il giudizio,

li vedo trar le spade

ed avventarsi l’uno contro l’altro,

ecco, in uno scontro sanguinoso.

Io non so dir com’abbia avuto inizio

questa querela stolta e dissennata,

però vorrei piuttosto aver perduto

in qualche più glorioso fatto d’arme

queste gambe che m’han portato qui

ad essere coinvolto in questa rissa.

OTELLO - (A Cassio)

Com’è stato, Michele,

che hai potuto dimenticar te stesso

a tal punto?

CASSIO - Signore, perdonatemi,

non sono in condizione di rispondervi.

OTELLO - Ed anche voi, valoroso Montano,

sempre così cortese e tollerante,

voi, di cui tutti conoscono a Cipro

la dignitosa calma ed il cui nome

è pur tenuto in grande estimazione

sulla bocca dei più gravi censori,

qual cagione ha potuto mai condurvi

a lasciare così all’altrui mercé

la vostra universale buona fama,

e a barattar il vostro ricco credito

con la nomea di cercator di risse

e notturni schiamazzi? Rispondete!

MONTANO - Nobile Otello, son ferito a morte...

Jago, il vostro ufficiale, può informarvi

- mi devo risparmiare le parole

perché il parlare mi potrebbe nuocere -

di tutto quel che potrei dirvi io...

Io so di non avere detto o fatto

nulla di male ad alcuno, stanotte:

a meno che non sia talvolta un vizio

la pietà che si sente per se stessi,

e sia colpa cercare di difendersi

quando l’altrui violenza ci aggredisce.

OTELLO - Ora davvero, per il cielo, il sangue

comincia a prendersi in me il sopravvento

anche sulle mie guide più sicure,

e la cieca passione,

obnubilando il mio miglior giudizio,

tenta essa stessa di farmi da guida:

sol ch’io mi muova, o alzi questo braccio,

i migliori tra voi son destinati

a sprofondare nella mia censura.

Voglio sapere come s’è creata

quest’indegna gazzarra, e chi l’ha accesa;

e chi d’un tal delitto è responsabile,

fosse pur egli mio fratel gemello,

venuto al mondo nello stesso parto,

mi perderà per sempre come tale!

E che! Nel cuore d’una città in guerra,

ancor tutta pervasa dall’orgasmo,

con la gente che ancora ha il cuore in gola

per la paura, voi, in piena notte,

scatenate una rissa e per di più

proprio all’interno del corpo di guardia

preposto alla comune sicurezza?

È mostruoso! Chi l’ha iniziata, Jago?

MONTANO - (A Jago)

Se per parziali nodi d’amicizia

o per spirito di cameratismo

tu dici un briciolo di più o di meno

di quella ch’è la pura verità,

tu non sei un soldato.

JAGO - (A Otello)

Non vogliate toccarmi sì da presso;

vorrei vedermi tagliata la lingua

piuttosto che sentirle dire cosa

che suoni offesa per Michele Cassio.

Ma son convinto di non fargli torto

a dir le cose come sono andate.

I fatti sono questi, generale:

Montano ed io stavamo discorrendo,

ed ecco che di corsa arriva un tale

gridando: “Aiuto! Aiuto!”; e dietro Cassio,

con la spada sguainata per ucciderlo.

(Accennando a Montano)

Questo signore sbarra il passo a Cassio,

cercando di fermarlo e di calmarlo,

mentr’io mi do ad inseguire quell’altro,

per evitare che a quelle sue grida

si spaventasse tutta la città,

come poi è successo.

Senonché, più veloce, quello là

mi sfugge. Torno allora suoi miei passi,

avendo udito un cozzare di spade

e la voce di Cassio che imprecava:

cosa che mai, prima

di questa notte, devo proprio dirlo,

m’era accaduto di udire da lui.

Ritornato sul posto, appena dopo,

- la mia assenza era stata assai breve -

ti trovo questi due che s’affrontavano

a corpo a corpo, con colpi e ferite,

come li avete sorpresi voi stesso,

quando testé veniste a separarli.

Ma gli uomini, si sa, son sempre uomini

e succede talvolta anche ai migliori

d’obliare se stessi; anche se Cassio

ha conciato Montano male assai:

ché gli uomini, se perdono le staffe,

stranamente si vanno ad accanire

su coloro che voglion loro bene.

Ma Cassio, credo, deve aver subìto,

sicuramente un qualche grave insulto

da quel tale che gli fuggiva innanzi,

per perdere a tal punto la pazienza.

OTELLO - Jago, capisco che la tua onestà

e l’affezione che nutri per Cassio

ti portino a cercar d’attenuare

la gravità d’un simile fattaccio,

per far sembrar più lieve la sua colpa.

(A Cassio)

Michele Cassio, io t’amo;

ma non sarai mai più un mio ufficiale.

Entra DESDEMONA con seguito

Guarda, perfino il mio gentile amore

s’è dovuto levare, a causa tua!

Farò di te un esempio.

DESDEMONA - Che è successo?

OTELLO - Ora tutto è tranquillo, amore mio.

Vieni, torniamo a letto.

(A Montano)

Quanto alle vostre ferite, signore,

mi farò io stesso vostro medico.

(A quelli del seguito)

Conducetelo dentro.

(Esce Montano, sorretto da alcuni)

Tu, Jago, va’ dattorno per le strade,

e tranquillizza diligentemente

quanti sono rimasti sconcertati

di questa indegna rissa.

(A Desdemona)

Vieni, cara:

appartiene alla vita di soldato

vedersi disturbato il proprio sonno

da simili baruffe. Vieni, andiamo.

(Escono tutti, tranne Jago e Cassio)

JAGO - Luogotenente, che! Siete ferito?

CASSIO - Sì, al di là d’ogni cura di chirurgo.

JAGO - Oh, che Dio non lo voglia!

CASSIO - L’onore, Jago, l’onore, l’onore!

Ah, ho perduto l’onore!

Tutto quello che avevo d’immortale!

Non mi resta che quel ch’è animalesco.

Il nome, Jago! La reputazione!

JAGO - Eh, vivaddio, parola d’onest’uomo,

ho creduto che aveste ricevuto

chi sa quale ferita al vostro corpo,

ché quella sì che la si sente addosso,

altro che la reputazione, diamine!

Reputazione! Un’idiota impostura,

falsa ed inutile quant’altre al mondo,

troppe volte acquistata senza merito,

troppe volte perduta senza colpa!

Voi non avrete perduto la vostra

finché a stimare d’averla perduta

non sarete voi stesso e nessun altro.

Coraggio! Ci sono tante buone vie

per ingraziarvi ancora il generale.

Siete incappato nel suo malumore,

nulla di più: ma è una punizione

dettata più dall’opportunità

che da vero rancore,

come di chi, sapendolo innocente,

bastonasse il suo cane al solo scopo

di far paura a un feroce leone.

Tornate ad implorarlo e sarà vostro.

CASSIO - Preferisco implorare il suo disprezzo

che ingannare un sì bravo comandante

rivelandomi come un ufficiale

così balordo, così ubriacone

e così scervellato... Ubriacarsi!...

E ciangottare come un pappagallo!

E attaccar briga! E rodomonteggiare!

E bestemmiare! E mettersi a discorrere

boriosamente con la propria ombra!

O invisibile spirito del vino!

Se non hai altro nome cui rispondere,

io te lo affibbio: chiamati “demonio”!

JAGO - Ma chi era colui

che inseguivate con la spada in pugno?

Che v’aveva fatto?

CASSIO - Proprio non lo so.

JAGO - Possibile, signore?

CASSIO - Mi ricordo una quantità di cose

ma nulla con chiarezza: una contesa,

una rissa, ma non per qual motivo..

Oh, Santo Dio, che debbano i mortali

cacciarsi loro stessi nella bocca

un nemico che ruba loro il senno,

e con gioia, piacere e gozzoviglio

si debban trasformare in tante bestie!

JAGO - Vedo, però che vi siete ripreso

piuttosto bene... Come avete fatto?

CASSIO - È che il diavolo dell’ubriachezza

s’è degnato di cedere il suo posto

al diavolo dell’ira: una magagna

ne fa venire su in palese un’altra

per meglio farmi disprezzar me stesso.

JAGO - Evvia, siete un severo moralista!

Certo, tenuto conto del momento,

del luogo e dello stato del paese,

avrei di tutto cuore preferito

che questo fatto non fosse accaduto.

Ma dal momento ch’è andata così,

cercate d’aggiustarla per il meglio.

CASSIO - Chiedergli di rimettermi al mio posto?

Mi dirà che non sono che un beone;

e avessi tante bocche quante l’Idra,([55])

questo le tapperebbe tutte insieme...

Ah, essere un cervello che ragiona,

e andare a poco a poco a istupidirsi,

e subito una bestia!... Strana cosa!

Ogni bicchiere in più è maledetto,

ci sta dentro il demonio.

JAGO - Evvia, evvia,

che il vino è stato sempre un buon parente,

se lo trattiamo come si conviene!

Finitela di fargli l’anatema!

E voglio credere, luogotenente,

che non abbiate dubbi sul mio affetto.

CASSIO - N’ho avute tante prove... Io ubriaco!...

JAGO - Voi, o qualsiasi altro dei mortali

può ben ubriacarsi, qualche volta.

Vi dirò io quel che dovete fare.

La signora del nostro generale

è lei, adesso, il vero generale:

posso dirlo parlando con rispetto,

perch’egli è dedicato, anima e corpo,

alla contemplazione - attento bene! -

delle sue grazie e della sua persona.([56])

Confidatevi a lei, a cuore aperto,

sollecitatene l’intercessione

per aiutarvi a riavere il posto.

Ella è d’indole aperta, generosa,

così benigna, così soccorrevole,

che tien per vizio della sua bontà

non far di più di quanto le si chieda.

Pregatela che voglia reingessare

questa frattura di articolazione

creatasi tra voi e suo marito.([57])

Scommetto tutto quello che posseggo

contro qualsiasi ragionevol posta

che la frattura di questa amicizia

sarà saldata più forte di prima.

CASSIO - Mi sembra un buon consiglio.

JAGO - E ve lo do con affetto da amico.

CASSIO - Lo credo. Domattina, di buon’ora

scongiurerò la virtuosa Desdemona

di voler intercedere per me.

Se la fortuna qui mi darà scacco,

per me è finita.

JAGO - Avete ben ragione.

Così, luogotenente, buona notte.

Debbo tornare al servizio di guardia.

CASSIO - Vado anch’io. Buona notte, onesto Jago.

(Esce)

JAGO - E adesso chi potrà venirmi a dire

che mi son comportato da ribaldo

con lui, quando il consiglio che gli ho dato

è così franco, aperto, illuminato

e tale da indicargli la via giusta

per riacquistare il favore del Moro?

Giacché non vedo nulla di più facile

che piegar l’indulgenza di Desdemona

ad ogni onesta richiesta: ella è fertile

come i puri elementi di natura;([58])

e riuscire a persuadere il Moro,

foss’anche a ripudiare il suo battesimo

e tutti i sacri simboli e suggelli

del peccato redento, a lei è facile:

sì stretta a lei è l’anima del Moro,

ch’ella può fare, e disfare, e rifare,

a suo talento, e la concupiscenza

ch’egli ha di lei ha il potere d’un dio

sul remissivo spirito di lui.

Dov’è dunque la mia furfanteria

nel consigliare a Cassio questa strada

che lo mena diritto al suo vantaggio?

Sacralità del potere infernale!

Se il diavolo ti vuole trascinare

a commettere i più neri peccati,

t’ammanta prima il suo suggerimento

di celesti apparenze: com’io ora.

Ché mentre questo onesto imbecillone

s’accingerà a convincere Desdemona,

a porre alcun riparo alle sue sorti

ed ella ad intercedere per lui

presso il Moro con tutto il suo fervore,

io verserò nell’orecchio del Moro

questa pestilenziale insinuazione:

ch’ella gli chiede il ritorno di Cassio

per secondare la propria libidine;

e quanto più d’ardore

porrà ad intercedere per lui

tanto più fortemente scrollerà

la propria stima nel cuore del Moro.

Avrò così mutato in nera pece

tutto il candore della sua virtù,

ed avrò fatto della sua bontà

la rete in cui avvilupparli tutti.

Entra RODERIGO

Oh, Roderigo, ebbene?

RODERIGO - Ebbene, c’è

ch’io sono al seguito qui nella caccia

non come un cane che insegue la preda

per catturarla, ma come un segugio

buono solo a far numero nel branco.

Il mio denaro è quasi tutto speso;

stanotte sono stato malmenato

in modo che di più non si poteva,

e tutto quello che potrà sortire

da tante mie fatiche, sarà solo

che n’avrò fatto un tanto d’esperienza,

sicché me ne ritornerò a Venezia

con la borsa ridotta al lumicino,

e con un grano d’esperienza in più.

JAGO - Ah, che grande jattura

gli uomini che non sanno aver pazienza!

Qual ferita fu mai rimarginata,

se non gradatamente? Tu sai bene

che stiamo lavorando d’intelletto

e non già con l’ausilio d’arti magiche,

e l’intelletto ha bisogno di tempo.

Forse che non va tutto pel suo verso?

Cassio t’ha sbatacchiato, questo è vero;

ma tu, col poco male che t’ha fatto

hai provocato il suo licenziamento.([59])

Molte cose maturano in bellezza

sotto il sole, ma primi a maturare

sono i frutti che fan le prime gemme.

Statti fermo e contento per un poco.

Siamo ancora al mattino, santo cielo!

Piacere e azione fan correre l’ore.

Rientra a casa. Vattene a dormire.

Via, dico; ne saprai di più di seguito.

Ma adesso va a dormire!

Esce RODERIGO

Ora due cose son da fare subito:

mia moglie deve andare da Desdemona

a dirle di intercedere per Cassio;

e io ve l’indurrò; io stesso poi

mi dovrò prendere in disparte il Moro

e menarlo ove possa coglier Cassio

nell’atto che sollecita sua moglie.

Sì, questa è la via giusta;

mai lasciar che l’intrigo intorpidisca

con la freddezza ed i tentennamenti.

(Esce) ATTO TERZO

SCENA I Cipro, davanti alla cittadella

Entra CASSIO con alcuni musicanti

CASSIO - Ecco, maestri, suonerete qui.

Vi pagherò il disturbo.

Una cosina breve ed augurale,

come a dire: “Buongiorno generale!”([60])

(Musica)

Entra il BUFFONE

BUFFONE - Ehi là, maestri, sono stati a Napoli

questi vostri strumenti,

per parlare col naso in questo modo?([61])

1° MUSICANTE - Come sarebbe a dire, signor mio?

BUFFONE - Sono strumenti a fiato, questi o no?

1° MUSICANTE - A fiato, sì, signore.

BUFFONE - Beh, lì presso ci penzola una coda.

1° MUSICANTE - Dov’è che penzola una coda, amico?

BUFFONE - Eh, sotto più d’uno strumento a fiato

ch’io so...([62])Ma ecco per voi, del denaro,

maestri; perché al nostro generale

questo vostro suonare piace tanto,

che vi prego di non far più rumore.

1° MUSICANTE - Bene amico, non ne faremo più.

BUFFONE - Se poi per caso aveste qualche musica

che non si sente, potete suonarla;

ma il generale ad ascoltare musica,

dicono che non ci tenga poi gran che.

1° MUSICANTE - Di quella che voi dite non ne abbiamo.

BUFFONE - Pive nel sacco, allora e andate via,

perché anch’io me ne vado. Via, svanite!

(Escono i musicanti)

CASSIO - (Al buffone)

Mi puoi udire, onesto amico mio?

BUFFONE - No, io non l’odo il vostro onesto amico:

io odo solo voi.

CASSIO - Ti prego, amico,

i frizzi tienili per te. To’, prendi,

qui c’è una povera moneta d’oro:

se quella gentildonna ch’è al servizio

della moglie del nostro generale

è alzata e già in faccende per la casa,

dille che c’è qui fuori un certo Cassio

che le chiede di dirle due parole.

Lo vuoi fare?

BUFFONE - (Prendendosi la moneta)

In faccende, monsignore,

ell’è sicuramente e per la casa;

se vorrà affaccendarsi fino qui,

io m’affaccenderò a notificarglielo.

CASSIO - Fallo, mi raccomando, buon amico.

(Esce il buffone)

Entra JAGO

Oh, Jago, giungi proprio al punto giusto.

JAGO - Non siete dunque andato affatto a letto?

CASSIO - Eh, no, che vuoi: spuntava già il mattino

quando ci siam lasciati questa notte.

Mi son preso l’ardire, caro Jago,

di mandare qualcuno da tua moglie

a supplicarla di trovare il modo

di procurarmi un breve abboccamento

con la buona Desdemona.

JAGO - Va bene.

La spedisco da voi immediatamente

e farò di tener lontano il Moro

sì che possiate più liberamente

esporle il vostro caso.

CASSIO - Ti ringrazio.

(Esce Jago)

Non ho trovato mai un fiorentino

più cortese ed onesto di costui.([63])

Entra EMILIA

EMILIA - Buongiorno a voi, caro luogotenente.

Mi spiace assai della vostra disgrazia,

ma presto sarà tutto accomodato.

Ne parlavano appunto tra di loro

il generale con la sua signora;

e l’ho udita intercedere per voi

presso di lui con molta forza d’animo;

ma lui dice che l’uomo che feriste

gode di gran reputazione a Cipro,

e vanta un parentado assai potente;

e ch’egli, il Moro, per sana saggezza,

non poteva altro che destituirvi.

Ripete tuttavia che vi vuol bene

e che non ha bisogno d’altro supplice

oltre la sua simpatia personale

per afferrare la prima occasione

che possa reintegrarvi nell’ufficio.

CASSIO - Ad ogni modo sono qui a pregarvi,

sempre che lo crediate conveniente

e possibile, di trovare il modo

ch’io abbia un breve incontro con Desdemona,

ma da solo a quattr’occhi.

EMILIA - Va bene, entrate, vi condurrò io

dove potrete dirle in libertà

con tutto il tempo quel che avrete in cuore

CASSIO - Ve ne sono assai grato.

(Escono entrando nella cittadella) SCENA II

Una stanza nel castello

Entrano OTELLO, JAGO e alcuni GENTILUOMINI

OTELLO - Jago, reca al nocchiero questa lettera,

e digli che presenti i miei omaggi

ai membri del senato, al suo ritorno;

io vado sui bastioni a passeggiare;

raggiungimi colà appena fatto.

JAGO - Va bene, mio signore.

OTELLO - (Ai gentiluomini)

Vogliamo andare, allora, miei signori

a ispezionare le nostre difese?

TUTTI - Siamo agli ordini vostri, generale.

(Escono) SCENA III

Il giardino della cittadella

Entrano DESDEMONA, CASSIO ed EMILIA

DESDEMONA - Potete star sicuro, mio buon Cassio,

farò tutto il possibile per voi.

EMILIA - Fatelo, sì, signora: questa cosa

affligge mio marito, posso dirvelo,

come fosse un suo fatto personale.

DESDEMONA - Oh, quello è un’onest’uomo!

Cassio, non dubitate: riuscirò

ad ottener che voi e il mio signore

ridiventiate amici come prima.

CASSIO - Generosa signora, voi Michele Cassio,

qualunque cosa succeda di lui,

l’avrete sempre fedel vostro servo.

DESDEMONA - Lo so, e vi ringrazio. Al mio signore

voi siete da gran tempo affezionato:

lo conoscete, e potete star certo

che non vorrà tenervi a lui lontano

più di quanto lo possa comportare

l’esigenza della ragion politica.

CASSIO - Capisco. Tuttavia quest’esigenza

potrebbe o trascinarsi troppo a lungo

o nutrirsi magari d’una dieta

liquida e delicata,

o crescer tanto col passar del tempo,

che restandone io sempre lontano

e il mio posto occupato, il generale

finirà per non più pensare a me,

alla mia devozione, ai miei servigi.

DESDEMONA - Non temete; io qui, dinanzi a Emilia,

mi fo garante che riavrete il posto;

e se prendo un impegno d’amicizia

l’adempio, fino all’ultimo suo articolo.

Al mio signore non darò più tregua:

lo terrò desto fino a farlo cedere;

insisterò a parlargli della cosa

fino a rischiar che perda la pazienza;

Farò che il letto gli sembri una scuola,

e la sua tavola un confessionale.

Mescolerò la supplica di Cassio

ad ogni cosa che si trovi a fare.

Pertanto, Cassio, state di buon animo:

il vostro difensore morirà

prima d’abbandonar la vostra causa.

EMILIA - Ma eccolo che arriva, il generale.

Entrano OTELLO e JAGO, in distanza.

CASSIO - Con licenza, signora, m’allontano.

DESDEMONA - Ma no, restate pure,

e sentite anche voi come gli parlo.

CASSIO - No signora, mi trovo assai a disagio,

e poi sento che non mi gioverebbe.

DESDEMONA - Come volete...

(Esce Cassio)

JAGO - (Vedendo uscire Cassio)

Ah, questo non mi piace!...

OTELLO - Che cosa?

JAGO - Nulla, mio signore, nulla...

ammenoché... insomma, non saprei...

OTELLO - Non era Cassio quello che abbiam visto

or ora accomiatarsi da mia moglie?

JAGO - Cassio, signore? No, non posso crederlo!

Allontanarsi così, come un ladro,

quasi in colpa, vedendovi arrivare,

un uomo come lui? Non posso crederlo!

JAGO - Eppure credo fosse proprio lui.

DESDEMONA - (A Otello)

Oh, mio signore! Giusto poco fa

stavo parlando con un postulante,

uno ch’è in pena per il tuo disdegno.

OTELLO - Chi intendi?

DESDEMONA - Ebbene il tuo luogotenente,

Michele Cassio. Mio dolce signore,

se alcuna grazia ho io agli occhi tuoi

o potere al tuo cuore di commuoverti,

riconcìliati subito con lui;

perché se non è vero ch’egli t’ama

in tutta fedeltà e sincerità,

e che ha sbagliato sol per ignoranza

ma certamente non per malvolere,

io non so giudicar d’un volto onesto.

Te ne prego, richiamalo con te.

OTELLO - Era lui che poc’anzi se ne andava?

DESDEMONA - Ma sì, caro, e così mortificato,

da lasciar parte di sua pena in me,

sì ch’io soffro con lui.

Richiamalo con te, amore caro.

OTELLO - Non ora, mia Desdemona.

In un altro momento.

DESDEMONA - Presto?

OTELLO - Presto,

al più presto possibile, mia cara.

Per amor tuo.

DESDEMONA - Domani a pranzo allora?

OTELLO - No, no, domani pranzo fuori casa:

riunisco i capi della cittadella.

DESDEMONA - Domani sera, allora...

o martedì mattina... o pomeriggio...

o la sera... o mercoledì mattina...

ma che non sia più tardi di tre giorni.

T’assicuro, in coscienza, ch’è pentito;

e, dopotutto, la sua trasgressione,

se giudicata col comune metro

- sia pure che, come si dice, in guerra

spetti ai migliori dare il buon esempio -

è forse tale da non meritare

più di una grossa strigliata a quattr’occhi.

Quando potrà tornare? Otello, dimmelo.

Io mi vado chiedendo, entro di me,

se c’è qualcosa che potresti chiedermi

e ch’io potessi ricusar di fare,

o sol di far con qualche esitazione.

Ma come! Proprio quel Michele Cassio,

l’uomo che tante volte ti fu accanto

quando mi corteggiavi e tante volte

che a me veniva di parlar di te

prendeva con favore le tue parti!

Che ti debba costar tanta fatica

riabilitarlo? Ah, credimi, mio caro,

io saprei far per te molto di più!([64])

OTELLO - Basta, ti prego! Torni quando vuole!

Non vo’ negarti nulla!

DESDEMONA - Oh, santo cielo,

non è poi una grazia che ti chiedo!

È niente più che se t’avessi chiesto

che t’infilassi i guanti per il freddo,

o che mangiassi un po’ più sostanzioso,

o che facessi, insomma, un qualche cosa

di benefico per la tua salute;

ché quando vorrò chiederti davvero

qualcosa con cui mettere alla prova

l’amor tuo, sarà cosa assai importante,

e di peso, e terribile a concedersi.

OTELLO - Ed io non ti vorrò negare nulla.

Ma, ti prego, concedimi ora questo:

di lasciarmi per poco con me stesso.

DESDEMONA - Come potrei negartelo? Va bene.

Arrivederci, signore mio caro.

OTELLO - Arrivederci, Desdemona cara.

A tra poco.

DESDEMONA - Su, Emilia, andiamo, andiamo.

(A Otello)

Fa’ pure quel che ti senti di fare:

in ogni caso, io t’obbedirò.

(Escono Desdemona e Emilia)

OTELLO - O squisita creatura!

Che se ne vada pure in perdizione

l’anima mia, ma quanto, quanto l’amo!

E il giorno in cui non dovessi più amarti,

sarà tornato il caos!...

JAGO - Mio signore...

OTELLO - Che mi dicevi, Jago?

JAGO - Quando corteggiavate la signora,

Cassio sapeva del vostro rapporto?

OTELLO - Sì, dal primo momento, e sempre in seguito.

Ma perché me lo chiedi?

JAGO - Mah, così...

Inseguivo soltanto un mio pensiero.

Niente di male.

OTELLO - Che pensiero, Jago?

JAGO - Che non l’avesse conosciuta prima.

OTELLO - Oh, sì, certo! E faceva molto spesso

la spola tra noi due.

JAGO - Ah, veramente?

OTELLO - Veramente, sì, certo. Che ci vedi?

Forse che Cassio non è un uomo onesto?

JAGO - Onesto, mio signore?...

OTELLO - Onesto! Onesto!

JAGO - Per quello ch’io ne so...

OTELLO - Perché? Che pensi?

JAGO - Pensare, mio signore...

OTELLO - “Pensare, mio signore...” E dài, perdio,

che mi fa l’eco, come avesse in corpo

chi lo sa quale mostro,

troppo orrendo per essere sputato...

Tu hai qualcosa in testa...

Poc’anzi t’ho sentito cincischiare

in mezzo ai denti: “Ah, questo non mi piace...”

nel momento che abbiamo scorto Cassio.

Che cosa ti faceva bofonchiare:

“Non mi piace”? Poi, quando t’ho risposto

ch’egli era nelle mie segrete cose

per tutto il tempo in cui l’ho corteggiata,

t’ho sentito esclamare: “Ah, veramente?”,

ed hai contratto e corrugato il viso

come se nascondessi nel cervello

chi sa quale terribile pensiero...

Se m’ami, svelami quel tuo pensiero.

JAGO - Signore, voi sapete quanto io v’ami.

OTELLO - Lo so, Jago. Ma proprio perché so

quanto onesto tu sei e affezionato,

e quanto bene pesi le parole

prima di darvi fiato, questi indugi

nel tuo parlare mi fanno paura.

In bocca a un falso e sleale briccone

certe cose son trucchi abituali,

ma in bocca a un uomo schietto come te

sono lontane esplosioni del cuore

che l’emozione non sa controllare.

JAGO - Quanto a Cassio, mi sento di giurare

di ritenerlo onesto.

OTELLO - Anch’io lo credo.

JAGO - L’uomo dovrebbe sempre essere dentro

quel che appare di fuori; e chi non l’è

così potesse non sembrar più uomo!

OTELLO - Hai ben ragione: gli uomini

dovrebbero esser sempre ciò che sembrano.

JAGO - Perciò reputo Cassio un uomo onesto.

OTELLO - Già, ma in quello che dici c’è dell’altro:

ed io ti prego, Jago, di parlarmi,

come a te stesso, con i tuoi pensieri

quando li vai rimuginando dentro

ed esprimi, parlando con te stesso,

i peggiori coi termini peggiori.

JAGO - Mio buon signore, vogliate scusarmi:

ancor ch’io sia tenuto al mio dovere

di prestarvi la più piena obbedienza,

non mi ritengo tuttavia tenuto

a far cosa da cui perfin gli schiavi

sono esentati... Dirvi i miei pensieri?

Poniamo ch’essi siano bassi e falsi:

qual è il palazzo dove qualche volta

non s’introducono creature turpi?

Qual petto è così puro

che non vi tenga udienza di giustizia

una qualche supposizione immonda

sedendo a fianco a fianco

con le meditazioni più legittime?

OTELLO - Jago, tu trami ai danni d’un amico

se, sapendo che ha ricevuto un torto,

fai il suo orecchio estraneo ai tuoi pensieri.

JAGO - No, no, vi supplico... Forse m’inganno

nei miei sospetti; ché, ve lo confesso,

è una peste di questo mio carattere

andar spiando le altrui malefatte;

e non di rado la mia gelosia

mi fa dar corpo a colpe inesistenti.

Che la vostra saggezza tuttavia

non voglia tener conto dei pensieri

d’uno che pensa sempre così male;

né vogliate crearvi alcun tormento

delle mie vaghe e strambe osservazioni.

Non gioverebbe né alla vostra quiete

né al vostro bene, né sarebbe onesto

e dignitoso e saggio da mia parte

farvi conoscere quello che penso.

OTELLO - Che intendi dire?

JAGO - Mio caro signore,

il buon nome nell’uomo e nella donna,

è il più prezioso gioiello nell’anima.

Chi mi ruba la borsa, ruba soldi;

è qualche cosa e nulla; erano miei,

ed ora son di chi me li ha rubati,

come furono prima d’altri mille.

Ma chi mi porta via il mio buon nome

mi ruba cosa che, senza arricchirlo,

fa di me veramente un miserabile.

OTELLO - Perdio, voglio sapere quel che pensi!

JAGO - Non ci riuscirete,

nemmeno a spremervi in mano il mio cuore;

né io lo voglio, finché è in mia custodia.

OTELLO - Ah!

JAGO - Guardatevi bene, mio signore

dal cader preda della gelosia:

è il mostro verde-occhiuto

che si beffa del cibo onde si pasce.([65])

Vive felice l’uomo che, cornuto

e consapevole del suo destino,

più non ama colei che lo tradisce;

ma che istanti d’inferno

deve contar colui che adora, e dubita

e sospetta, e si strugge pur d’amore!

OTELLO - Oh, miseria!

JAGO - Chi è povero e contento

del proprio stato è certo ricco assai;

ma quando la ricchezza è illimitata,

è triste e povera come l’inverno,

se chi ce l’ha vive continuamente

nel timore che quella gli finisca.

Buon Dio, preserva dalla gelosia

tutte l’anime della mia tribù!([66])

OTELLO - Che cos’è che ti fa parlar così?

Credi tu ch’io sarei disposto a vivere

tutta una vita nella gelosia

inseguendo un sospetto dopo l’altro,

come le fasi della luna? No!

Trovarsi a dubitare anche una volta,

è già aver deciso.

Il giorno che terrò occupata l’anima

con illazioni gonfie ed insufflate

come quelle che tu facevi dianzi

considerami pure un imbecille.([67])

Non può certo pensar d’ingelosirmi

chi venga a dirmi che mia moglie è bella,

che ama il cibo e la buona brigata,

che è sciolta nel parlare, e canta e suona,

e balla bene: là dov’è virtù

queste cose son tanto più virtuose;

né trarrò io dai miei deboli meriti

il minimo timore ed il sospetto

di poter essere da lei tradito:

perch’ella aveva occhi per vedere

quando m’ha scelto, eppure ha scelto me...

No, Jago, avanti di covar sospetti,

voglio vedere; e quando ho sospettato,

voglio la prova. E se la prova c’è,

allora non rimane altro che questo:

via d’un sol colpo amore e gelosia!

JAGO - Ne sono lieto; perché avrò ragione

di dimostrarvi, con più franco spirito,

i miei sensi d’amore e di rispetto;

visto perciò che voi me l’imponete,

sentite bene quello che vi dico.

Non parlo ancor di prove,

però tenete d’occhio vostra moglie:

osservatela quando sta con Cassio,

con occhio né geloso né sicuro...

Non vorrei che la schietta e generosa

vostra natura rimanga ingannata

per la sua stessa generosità.

Guardatevi: gli umori delle donne

del mio paese li conosco bene;

a Venezia esse lasciano spiare

dal cielo i lor capricci e ghiribizzi

che non osan mostrare ai loro mariti;

per esse la miglior moralità

non consiste nel fare qualche cosa,

ma nel farla e saper come nasconderla.

OTELLO - Dici davvero, Jago?

JAGO - Sposando voi ha ingannato suo padre;

e quando più pareva che tremasse

e che temesse le vostre sembianze,

tanto più n’era invece innamorata.

OTELLO - Così è stato, difatti.

JAGO - Ebbene, allora concludete voi:

una che così giovane com’è

ha saputo sì bene simulare

da chiuder così forte gli occhi al padre([68])

da fargli almanaccare di magia...

Ma faccio male a dirvi queste cose,

e vi domando umilmente perdono:

è il troppo amore che mi fa parlare.

OTELLO - Anzi, te ne sarò per sempre grato.

JAGO - M’accorgo tuttavia che v’ho recato

un certo turbamento.

OTELLO - Niente affatto.

JAGO - In coscienza, mi par proprio di sì.

Spero vogliate prender quel che ho detto

come dettato solo dall’affetto...

E tuttavia vi vedo un po’ sconvolto...

Vi prego, non forzate il mio discorso

fino a portarlo a più lascivi sbocchi,

e non gli attribuite maggior peso

d’un mero sospettare...

OTELLO - Come vuoi...

JAGO - Perché se lo faceste, il mio parlare

scadrebbe a sì meschino risultato

cui certo i miei pensieri non miravano.

Cassio è mio degno amico... Ma... signore,

io vi vedo sconvolto...

OTELLO - No... non tanto...

Io non posso pensare di Desdemona

ch’ella sia men che onesta.

JAGO - E tale viva e si conservi a lungo!

E voi a lungo in codesta certezza!

OTELLO - E tuttavia come può la natura

errare da se stessa...

JAGO - Oh, questo è il punto!

A parlar chiaro con vossignoria:

non curarsi di tutti i bei partiti

che le furono offerti:

tutti giovani del suo stesso clima,

del suo stesso colore e condizione:

affinità cui la natura inclina

come vediamo in ogni cosa... Puah!...

È facile fiutare in tutto questo

un istinto malsano, un qualche cosa

che lascia intendere turpe squilibrio,

pensieri e sentimenti innaturali...

Ma perdonatemi: dicendo questo

non intendevo punto riferirmi

in maniera particolare a lei

se pure mi sia lecito temere

che una come lei da un giorno all’altro

tornando a suo miglior discernimento

possa arrivare a confrontar la vostra

con altre forme del vostro paese,

e forse anche pentirsi.

OTELLO - Addio! Addio!

Se scoprirai di più, fammi sapere;

e metti sull’avviso anche tua moglie:

che la osservi da presso. Adesso lasciami.

JAGO - Vado, signore, con licenza vostra.

(Esce)

OTELLO - Perché mi son sposato?...

Quest’onesto individuo senza dubbio

sa e vede assai più che non riveli.

JAGO - (Rientrando)

Mio signore, lasciate ch’io vi preghi

di non più investigar su questa cosa:

lasciamo tempo al tempo.

Benché sia opportuno e conveniente

che Cassio sia rimesso al proprio posto

che ricopre con tanta competenza,

nondimeno, se non vi dispiacesse

tenervelo lontano ancor per poco

potreste meglio valutare l’uomo

ed osservare come si comporta;

e notare altresì se vostra moglie

insista sempre per il suo richiamo

con istanze pressanti e appassionate:

da ciò potrete arguire molte cose.

Nel frattempo però considerate

come eccessivi questi miei timori

- perché è così ch’io stesso li considero -

e ritenete lei, ve ne scongiuro,

immune da ogni colpa.

OTELLO - Non temere,

saprò ben governar la mia condotta.

JAGO - Bene. Di nuovo, con vostra licenza.

(Esce)

OTELLO - Costui è onesto fino all’incredibile;

e conosce con spirito sagace,

tutte le facce dell’umano agire.

Se mai venissi ad avere la prova

ch’ella è una selvatica falchetta,([69])

benché le care fibre del mio cuore([70])

siano le sue pastoie,

io con un fischio le darei l’aire

e poi la lascerei volar col vento([71])

a cercarsene altrove la sua preda.

Forse perché son nero

e son sprovvisto dei melliflui doni

del parlare fiorito e infiocchettato

di certi smidollati zerbinotti,

o forse perché già vo declinando

nella valle degli anni (ma non troppo),

io l’ho perduta; io sono ingannato,

e mia unica consolazione

sarà di detestarla, d’ora innanzi...

Il matrimonio... che maledizione!

Che sia possibile chiamare nostre

codeste delicate creature,

e non i loro segreti appetiti!

Vorrei piuttosto diventare un rospo

e viver dei miasmi d’una fogna

che tenere con me per l’uso altrui

un solo spizzo della cosa amata.

Eppure è questa la peste dei grandi:

essere in ciò meno privilegiati

dei piccoli: un destino inevitabile

come la morte; una peste forcuta([72])

che ci viene assegnata dal destino

nell’atto stesso in cui veniamo al mondo.

Ma eccola che viene.

Entrano DESDEMONA e EMILIA

Se costei è infedele,

oh!, allora il cielo si beffa da sé.

Non voglio crederlo!

DESDEMONA - Otello caro,

la tua cena ed i nobili dell’isola

da te invitati, ti stanno aspettando.

OTELLO - È vero, sono in colpa.

DESDEMONA - Perché parli sì fioco, non stai bene?

OTELLO - Sento un dolore sulla fronte, qui.([73])

DESDEMONA - È che dormisti poco questa notte.

Passerà. Te la fascio stretta stretta,

e vedrai che fra un’ora starai bene.

(Gli avvolge un fazzoletto alla fronte)

OTELLO - Questo tuo fazzoletto è troppo piccolo.

(Si toglie il fazzoletto dalla fronte e, nel momento in cui glielo porge, ella lo lascia cadere senza

raccoglierlo)

Lascia andare. Su, vieni, t’accompagno.

DESDEMONA - Mi duole assai che non ti senti bene.

(Escono Otello e Desdemona)

EMILIA - (Raccogliendo il fazzoletto)

Oh, son proprio contenta

d’aver trovato questo fazzoletto.

È il primo dono ch’ebbe lei dal Moro.

Quel capriccioso del marito mio

m’è stato appresso non so quante volte

per ch’io glielo rubassi;

ma lei tiene sì caro questo dono,

per via che il Moro le raccomandò

di serbarlo per sempre, e da quel tempo

se lo porta con sé, immancabilmente,

e lo bacia, e gli parla addirittura.

Ne faccio ricamare un altro uguale,

e lo do a Jago. Lo sa solo il cielo

che cosa voglia farne; io non so altro

per me che compiacere a un suo capriccio.

Entra JAGO

JAGO - Ehi là! Che te fai qui tutta sola?

EMILIA - Non brontolare. Ho qualcosa per te.

JAGO - Qualcosa, tu, per me?... Ma ce l’ho già.

EMILIA - Ah, sì? che cosa?

JAGO - Una moglie svampita.

EMILIA - Ah, questo è tutto? Che mi darai ora

in cambio di quel certo fazzoletto?

JAGO - Che fazzoletto? Quale?

EMILIA - Che fazzoletto! Ma quello che il Moro

ha regalato per primo a Desdemona

e che m’hai sempre chiesto di rubarle.

JAGO - Gliel’hai rubato?

EMILIA - Beh, rubato, no;

l’ha lasciato cadere senza accorgersi,

e io, che mi trovavo proprio lì,

l’ho raccolto da terra. Eccolo, guarda.

JAGO - Brava, ragazza mia; dammelo subito.

EMILIA - Perché ci tieni tanto, che vuoi farne?

JAGO - (Strappandole il fazzoletto dalle mani)

Ebbene a te che importa?

EMILIA - Se non è per un fine buono e lecito

dammelo indietro. Povera signora!

Penso che sarà fuori dalla grazia

quando s’accorgerà d’averlo perso.

JAGO - Tu fa’ mostra di non saperne niente.

So io che cosa farne. E adesso lasciami.

(Esce Emilia)

Farò di perdere questa pezzuola

nell’alloggio di Cassio;

sì ch’egli se lo trovi fra le mani

inconsapevolmente. Pei gelosi

inezie, evanescenti come l’aria,

son potenti conferme

quanto le prove di sacre scritture.

E questa un qualche effetto può produrlo.

Già col veleno che gli ho inoculato,

il Moro va cambiando di colore,

e i maligni pensieri

sono già velenosi per se stessi;

sulle prime s’avverte a mala pena

il lor disgusto; ma subito dopo,

per poco ch’abbiano agito sul sangue,

bruciano come tante solfatare.

Entra OTELLO

Me lo dicevo: eccolo che torna.

Non c’è papavero, non c’è mandragora,

non c’è al mondo pozione soporifera

che siano medicina sufficiente

a ridonarti il sonno, il dolce sonno

che ancora fino a ieri è stato tuo.

OTELLO - Ah! Ah! Infedele a me?...

JAGO - Via, generale, basta ora di questo!


ACQUISTATO

3 volte

PAGINE

305

PESO

697.67 KB

PUBBLICATO

+1 anno fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in lettere (BRESCIA - MILANO)
SSD:

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher valeria0186 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura inglese e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Cattolica del Sacro Cuore - Milano Unicatt o del prof Vallaro Cristina.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!

Altri appunti di Letteratura inglese

Il Teatro di Shakespeare
Appunto
Shakespeare
Appunto
Caratteristiche del Teatro elisabettiano
Appunto
The tempest
Appunto