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Geografia culturale

Introduzione al concetto di geografia culturale

Il concetto che risiede dietro la materia geografia culturale annovera le sue radici in secoli remoti. Utile è, in tal contesto, la scissione dei termini, lo studio singolo di essi. Risulta così più semplice l’evoluzione del concetto di cultura approcciato a quello della materia.

Il termine “geografia” trova le sue radici etimologiche nella lingua greca, dove assume il significato di scrittura della terra. Diversi e ricchissimi saranno poi gli sviluppi e gli studi effettuati sulla materia, che nel periodo settecentesco assumeranno particolare rilievo, con l’avvento dell’Illuminismo. In particolare, tale periodo risulta essere particolarmente importante per lo sposalizio della materia geografica col concetto “cultura”.

L’origine del termine è indoeuropeo, kwel, che significa elevare, prendere cura, amare, adorare. Gli indoeuropei erano un popolo di cavalieri, di guerrieri ed allevatori che vivevano nelle steppe. È il motivo per cui, in un primo tempo, tale termine venne associato all’allevamento degli animali, in particolare a quello dei cavalli. I greci si riferirono al mondo agricolo, nel quale vi intesero lo sviluppo dal seme alla pianta. Grazie ad un procedimento metaforico è stata estesa alle manifestazioni spirituali (crescita seme-pianta). Ha funzione costruttiva.

La parola mutò contesto quando venne applicata all’ambito religioso, come sinonimo di adorazione (culto). Nel Rinascimento, ed ancor più nell’Illuminismo, tale parola assunse il significato di elevazione dello spirito, al sapere ed al perfezionamento mediante l’uso della ragione. Perché il concetto di cultura si sposa con la materia? Poiché esso riposa su un duplice manto: materia e spirito, dell’essere umano e della sua azione: mostra l’azione che l’uomo esercita su se stesso per costruirsi, mostra l’azione che l’uomo esercita sul suo esterno ed il mondo che lo circonda. In entrambi i casi trattasi di fecondare o sviluppare un terreno grezzo e dargli un senso.

Nel Settecento la parola rientrò in uso per indicare le qualità intellettuali e morali che l’individuo possiede per propria natura e che possono essere migliorate grazie all’utilizzo del raziocinio. Attorno alla teoria secondo la quale la cultura deriva dal raziocinio si svilupparono intensi dibattiti. Tra tali discorsi e l’esordio della geografia culturale trascorsero tre quarti di secolo. Solo nel 1845, Ernest Kapp introdusse il termine Kulturgeographie nella letteratura geografica tedesca. La cultura era intesa come manifestazione individuale, attribuendogli lo stesso significato dato dall’Illuminismo.

Tale concezione avviò un dibattito geografico sul tema moderno, ovvero il rapporto tra cultura e ideale illuminista. La borghesia ottocentesca, riunita nei salotti, tracciava visioni di un mondo proiettato alla scoperta di realtà ancora sconosciute e alla costruzione di teorie che fornissero spiegazioni razionali. Tali visioni erano abbozzate anche grazie al contributo di von Humboldt, il quale pubblicò nel 1845 “Kosmos”, attraverso la quale egli spiegava la geografia in modo razionale.

L’importanza dell’opera sta nelle ricerche personali compiute dall’Humboldt che associavano ad un territorio usi e costumi, natura e cultura, denotando una combinazione tra razionalità e poesia. Nei suoi lavori, tuttavia, Humboldt non parlava di geografia culturale. La sua opera venne tuttavia lasciata inconclusa, mancante proprio della parte inerente lo studio della geografia dell’uomo. Tale mancanza è considerevole, soprattutto se rapportata alla concezione di Humboldt secondo la quale la vita intellettuale e quella naturale erano un tutt’uno. Assieme ad altre considerazioni, la conoscenza in materia geografica era oggettiva.

Determinismo [Paradigma Positivista causa-effetto]

Il termine è stato usato da Kant in due sensi: 1 attribuire ad una causa la capacità di determinare comportamenti 2 tutta la realtà è organizzata secondo nessi di causa-effetto.

Determinismo ambientale - Ritter

Nell’Ottocento vi era diffuso consenso per le teorie di Humboldt, tuttavia non unanime. Tra coloro che erano contrari vi era Karl Ritter. Mentre Humboldt si limitava alla sola realtà materiale applicandovi i concetti cartesiani, Ritter teneva conto di una realtà invisibile, secondo la quale la conoscenza geografica si costruisce ri-conoscendo la realtà.

In sintesi: Humboldt si muove sul terreno della razionalità, aderente al pensiero della modernità (perché usa raziocinio indi illuminismo indi modernità), all’interno del quale lo scienziato compie osservazioni, elabora ipotesi basate sul principio di causa ed effetto, e così costruisce la sua conoscenza. Al contrario, Ritter è persuaso che la verità sia contenuta nello spirito che plasma la realtà, la cui rappresentazione è data anche da elementi immateriali. Si registra dunque il passaggio da premodernità a modernità.

Humboldt era profondamente legato all’Illuminismo ed al Razionalismo che era manifestazione più feconda. Il paesaggio era, per lui, frutto della scoperta dei nessi di casualità che intercorrono tra le condizioni fisiche e il modo di abitare il territorio e di sfruttarne le risorse. Ritter invece, risente delle atmosfere del Romanticismo, cerca nel paesaggio i segni che annunciano un qualcosa che sta oltre.

Tale differenza dà luogo a due indirizzi distinti: il primo, quello adombrato da Humboldt, si occupa della realtà visibile e dà luogo a conoscenza oggettiva per aspetti ergologici e sociali. Il secondo indirizzo, adombrato da Ritter, conduce a conoscenza non oggettiva, si occupa di segni e attribuisce valore agli oggetti non fondamentali. Mentre Humboldt e Ritter producevano descrizioni che anticipavano la geografia culturale pur senza darle veste disciplinare, le altre scienze si occupavano di cultura.

Individuando le culture semplici qualificate come "primitive" per mettere in evidenza la loro natura “barbara” o comunque inferiore rispetto a quella evoluta occidentale. All’incirca negli anni Trenta dell’Ottocento furono avviati gli studi nell’etnologia, che si distingueva dall’antropologia nella quale rientrava anche lo studio delle caratteristiche somatiche dell’uomo.

Il termine “etnologia” deriva dal greco ethnos che significa popolo, ed è la disciplina che si occupa di studiare e confrontare le popolazioni attualmente esistenti nel mondo. Rispetto all’antropologia culturale, l’etnologia ha fatto maggiore utilizzo della comparazione tra culture diverse. L’intero campo andò soggetto ad una profonda evoluzione all’inizio del Novecento. Successivo fu lo sviluppo dell’etnografia, inteso come studio dei singoli gruppi attraverso il contatto diretto con la cultura.

Al di là di tali nascite, ciò che risulta di primaria importanza fu che nella seconda metà dell’Ottocento le culture sono state studiate non soltanto dalla geografia, ma anche da scienze di nuova fondazione. L’etnografia e l’etnologia si espansero a tal punto da diventare riferimento anche per la geografia. I geografi, infatti, cominciarono a riferirsi a queste due nuove discipline per descrivere culture.

Grazie alla ricerca che etnologi, etnografi e geografi, spesso in collaborazione, stavano compiendo sulle culture semplici, nella seconda metà dell’Ottocento emersero le condizioni per abbozzare una teoria della cultura in senso sociale. Il passo fu compiuto nel 1871 da Edward Burnett Taylor nel suo Primitive Culture. Per la prima volta nella storia del pensiero si delineava un’esplicita distinzione tra due piani su cui intendere la cultura.

Fino a quel momento era stata intesa come manifestazione individuale, riferendosi a ciò che nella Grecia antica si intendeva con la paideia. È anche vero che con Kulturgeographie, Kapp aveva posto le basi per una manifestazione collettiva. Nessun geografo aveva tentato di distinguere il concetto di cultura in senso sociale.

Quando Taylor sostiene che la cultura riguarda l’uomo in quanto membro della società, appare chiaro che occorre considerare la cultura anche come formazione collettiva. Taylor definì e concepì la cultura all’interno di una visione evoluzionista. In pratica, estese la teoria di Darwin sull’evoluzione della specie allo studio delle culture e sostenne che le culture primitive non dovessero essere considerate in termini dissociati da quelle moderne, poiché ambedue fanno parte dello stesso processo evolutivo, che procede dalle configurazioni semplici a quelle complesse. Tra la cultura primitiva e quella moderna vi è una differenza sostanziale, poiché quest’ultima, nata nell’epoca dei Lumi, ha condotto il genere umano lungo un itinerario di progresso e di elevazione morale.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-GGR/01 Geografia

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