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Origini della letteratura italiana

La letteratura in Italia nasce nel ‘200, in ritardo rispetto alle altre aree culturali europee. Le cause di questo ritardo sono probabilmente dovute sia alla forza esercitata dal latino, ancora molto radicato, sia alla frammentazione della penisola che non permetteva il raggiungimento di una lingua unitaria.

Nonostante il latino fosse la lingua per eccellenza dell’intelligenza e della cultura, il volgare comincia ad affermarsi non solo come lingua di comunicazione ma anche di cultura. Tracce del volgare risalgono però ben prima al ‘200: infatti, tra la fine dell’VIII e l’inizio del IX secolo, si colloca il cosiddetto Indovinello veronese, la cui soluzione riguarda l’atto dello scrivere e nel quale viene presentata una sorta di mescolanza tra il latino e il volgare.

Inoltre, il primo documento in cui appare il volgare contrapposto al latino sono i Placiti campani scritti intorno al 960, nel quale, per esigenze di comprensione, si fece ricorso al volgare in modo che i tre testimoni (coinvolti in una controversia tra il monastero di Montecassino e un uomo di Aquino) potessero essere in grado di capire il contenuto della loro testimonianza.

Influenza della letteratura francese

La letteratura francese influenzò molto quella italiana: dalle chansons de geste (racconti che celebrano le gesta eroiche, in lingua d’oil) ai lais (poemetti amorosi) e i fabliaux (poemetti erotici e licenziosi) e infine al Roman de la Rose (poema allegorico).

L’amor cortese

Nelle corti francesi nasce e si sviluppa la lirica amorosa, il cosiddetto amor cortese, nel quale il poeta canta la donna (la dama) con cui egli ha instaurato un rapporto extraconiugale; questo perché si riteneva che solamente fuori dal matrimonio ci potesse essere il vero amore.

Il rapporto tra l’uomo e la donna riproduce i livelli gerarchici della società feudale (non a caso la donna viene definita dama, dal latino domina ossia “padrona”): l’amore trova un suo fondamento nelle forme del vassallaggio, del servizio e dell’omaggio dell’amante nei confronti dell’amata. Grazie all’esperienza amorosa, l’innamorato raffina le proprie qualità e virtù (lealtà, fedeltà, dedizione…) e la donna viene idealizzata.

  • Il culto della donna;
  • L’inferiorità dell’uomo rispetto alla donna amata;
  • L’amore inappagato (platonico);
  • Una forma di ebbrezza, di pienezza vitale scaturita dall’amore impossibile che suscita però anche tormento e sofferenza;
  • L’amore adultero;
  • Il conflitto tra amore e religione (nasce un culto della donna che viene divinizzata. Inoltre l’adulterio è condannato dalla Chiesa).

Le aree della letteratura italiana

Area umbra

San Francesco d’Assisi e le Laudes creaturarum

San Francesco compose il Cantico delle creature (o di Frate Sole) tra il 1224 e il 1225 ed è considerato il testo di maggior rilievo agli inizi della letteratura italiana. Francesco nasce da una famiglia della ricca borghesia (1181-82) e in giovinezza si dedica allo studio del latino, del francese e anche alla professione delle armi.

A causa di una febbre che lo costringerà a rientrare dalla guerra, comincerà il suo travaglio interiore che culminerà poi nella vocazione religiosa. Durante gli ultimi anni della sua vita accentua la propria esperienza mistica ed è proprio in questo ultimo periodo che scrive la preghiera “Il Cantico di Frate Sole”. Scritto in dialetto umbro, nasce da una premessa: l’uomo peccatore non può nominare Dio ma per colmare la distanza che lo separa dal Creatore gli è consentito di lodare le sue creature (sole, luna, stelle) e tutti gli elementi che costituiscono l’universo (aria, acqua, fuoco, terra) poiché generati tutti dallo stesso Padre (non a caso sono indicati come Frate sole, Sora luna o Frate vento e Sor’acqua).

Il Cantico non è altro che una lode a Dio, alla vita e alla natura che viene vista in tutta la sua bellezza e complessità. Nella natura l’uomo può trovare la salvezza e nell’ultimo messaggio di San Francesco attraverso il Cantico, solo colui che saprà perdonare e accettare il dolore sarà salvo.

Iacopone da Todi e le laude

Nella seconda metà del secolo, si diramò il movimento dei Flagellanti, i cui aderenti accompagnavano le punizioni corporali con canti in volgare, le laude, celebrando Dio, la Madonna e i Santi. Ed è proprio la Lauda di cui si serve Iacopone da Todi.

La sua conversione avviene dopo la tragica morte della moglie e diviene un convinto spirituale, sostenente la regola dell’assoluta povertà. Segue con trepidazione l’ascesa al soglio pontificio dell’eremita Pietro Morrone che diventerà papa nel 1294 col nome di Celestino V. Egli però abdicherà e il trono papale verrà occupato da Bonifacio VIII. Iacopone ha una fortissima avversione nei confronti del nuovo papa e questo lo porterà alla cattura e alla scomunica (che verrà poi revocata solo dopo da Benedetto XI).

Nella sua personalità convivono l’asceta, ossia colui che si stacca dal mondo, e il mistico, ossia colui che tende ad immedesimarsi col divino e l’estremismo di questo suo temperamento influenza molto anche la sua poesia. Le laude a lui attribuite sono 92 e in esse vengono messe in risalto le continue contrapposizioni, i continui scontri tra forze opposte: il vizio e la virtù, l’anima e il corpo, il peccato e la salvezza, il paradiso e l’inferno.

  • Un’aspra polemica contro la cultura, in antitesi con le forme raffinate della civiltà cortese;
  • Rifiuto dei beni mondani;
  • Cupo pessimismo con cui esamina la condizione umana che si congiunge però ad un anelito appassionato a Dio, ad una ricerca di equilibrio in cui l’esperienza religiosa non richiede saggezza bensì follia;
  • Distacco dal mondo che diventa l’obiettivo stesso della critica: il vero nemico della spiritualità dell’uomo è il corpo che lo trascina verso il male e il peccato e diventa il bersaglio del massimo disprezzo.

Area siciliana

Nasce in Sicilia, alla corte di Federico II (imperatore del Sacro Romano Impero), una poesia in volgare, influenzata anch’essa dalla poesia provenzale ma le cui finalità sono puramente estetiche e letterarie. Inoltre, a differenza dei “trovatori” provenzali, la cui unica occupazione era quella di poeta di corte, i poeti della corte siciliana sono dei funzionari imperiali (giuristi, notai, burocrati) e per loro la poesia diventa un modo per distaccarsi dalle occupazioni civili e dalla realtà.

La poesia siciliana è monotematica e l’argomento principale è l’amore (amor cortese): omaggio dell’amante alla dama, subordinazione del poeta-vassallo all’amata signora. La novità sta nell’interesse di natura psicologica dell’esperienza d’amore; questo fa sì che al centro dell’interesse non ci sia più la figura femminile bensì l’esplorazione del desiderio.

A differenza della lirica provenzale, quella siciliana non viene accompagnata dalla musica ma la sua destinazione è la lettura; inoltre si fa uso di due strutture metriche particolari: la canzone e il sonetto che saranno alla base della letteratura italiana. Vi è una novità anche nel linguaggio: il volgare diventa la lingua per eccellenza della poesia; questa lingua è il siciliano illustre, frutto del dialetto e del parlato ma aggiustato e migliorato da provenzalismi e latinismi.

Giacomo da Lentini

Il maggior poeta siciliano è Giacomo da Lentini, detto il Notaro, di cui si hanno una quarantina di componimenti. A lui si deve l’invenzione del sonetto ma oltre all’abilità di concepire nuove forme metriche, si deve a lui anche una pari abilità linguistica. Riprendendo le tematiche della poesia provenzale, non solo scrive della fenomenologia dell’amore che coinvolge i sensi ma è presente anche il tema del vagheggiamento, ossia della gioia che deriva dalla contemplazione esteriore della bellezza della donna oppure come tema puramente interiore, nel quale l’immagine interiore della donna amata è sufficiente.

Cielo d’Alcamo

Un altro poeta siciliano che tratta la tematica amorosa è Cielo d’Alcamo con la sua opera “Rosa fresca aulentissima” (1231-50), la quale tratta una discussione tra un corteggiatore che tenta di piegare ai suoi desideri una contadina che, dopo vari rifiuti, cede. Nonostante possa sembrare una poesia non particolare, si rifà invece alla poesia provenzale sia nelle forme espressive che nella pluralità dei linguaggi (mescolanza di elementi giullareschi con elementi della tradizione lirica, con gallicismi e vocaboli dialettali).

La poesia toscana

Una caratteristica della poesia toscana è la componente realistica, e proprio per questo motivo, viene definita “giocosa” o “comico-realista”. Quest’ultima definizione delucida le peculiarità di questa poesia: lo stile comico, più adatto a descrivere situazioni basse e quotidiane, e i contenuti realistici, poiché l’attenzione viene rivolta alle esigenze e i desideri dell’uomo.

I temi centrali sono: l’odio per la donna e per i genitori, la lode per il denaro, l’esaltazione dei luoghi e delle occasioni di perdizione e di piacere (la donna, l’osteria, il gioco) e un atteggiamento di derisione verso la religione.

Rustico di Filippo (Firenze)

Primo tra i poeti comico-realistici, vanno a lui attribuiti 58 sonetti, 29 riconducibili all’amor cortese e 29 “comici”. I temi principali sono il mondo comunale, la vita quotidiana e la cronaca cittadina, nel quale vivono personaggi come l’avaro o il soldato millantatore; il linguaggio è esplicito e licenzioso e l’utilizzo di metafore è ridotto al minimo.

Cecco Angiolieri (Siena)

La vita di Cecco è caratterizzata da un disordine esistenziale tale da riflettersi anche nelle sue opere. I temi da lui trattati sono quelli tipici della poesia comico-realistica: le donne, il gioco, l’odio verso il padre; tuttavia il denaro costituisce una vera e propria ossessione. Lo stato di povertà e le disgrazie amorose suscitano nel poeta l’autocommiserazione: nasce così la disposizione alla malinconia, ma non quella romantica malattia dello spirito, bensì un’identificazione con l’umor nero, un cupo odio contraddistinto da un atteggiamento di non rassegnazione né depressione ma piuttosto di sfrontatezza.

Il linguaggio dei suoi testi è colorito ed espressivo, pronto a manifestare i suoi risentimenti. Cecco assume nei confronti della poesia stilnovistica un’intenzione di parodizzazione: la donna da lui creata, Becchina, è volgare nei comportamenti e nelle parole; tale donna è per il poeta irraggiungibile, ma non perché la distanza che consuma l’amante dal desiderio è incolmabile, bensì perché l’innamorato non ha i soldi per compiacere l’avidità dell’amata. Becchina incarna l’anti - Beatrice per eccellenza (Cecco ha un rapporto di odio-amore con Dante stesso, gli scriverà 3 sonetti).

Folgore da San Gimignano

Egli è un poeta di corone, ossia di sonetti simili per tema e per l’occasione che li ha motivati. Folgore rinuncia ai toni aspri e plebei per avvicinarsi alle forme del plazer provenzale, un componimento nel quale vengono elencate dal poeta le cose a lui più piacevoli e desiderate; infatti le parole-chiave delle sue corone sono diletto, allegrezza, amore, lealtà…

Il dolce stil novo

Il poeta bolognese Bonagiunta Orbicciani definisce, nel XXIV canto del Purgatorio, dolce stil novo una nuova poetica. L’aggettivo “novo” si riferisce sia alla novità letteraria,

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/10 Letteratura italiana

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