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Organizzazione industriale

A cura di Lorenzo Caprio

Concetti fondamentali

I principali concetti di microeconomia che serviranno per la trattazione della materia sono:

  • Disponibilità a pagare e domanda di mercato
  • L’elasticità della domanda
  • La tecnologia e i costi
  • Massimizzazione del profitto
  • Offerta dell’impresa

La funzione di domanda lineare

La funzione di domanda ci dice qual è la quantità domandata in corrispondenza di ciascun livello del prezzo: q = D(p); la funzione inversa invece qual è la disponibilità a pagare dei consumatori per acquistare una data quantità: p = D(q). Generalmente la funzione di domanda lineare diretta e inversa sono rappresentate in questo modo: q = α - βp; p = α - βq.

Il surplus dei consumatori

Il surplus dei consumatori è la differenza tra quello che i consumatori pagano e ciò che sarebbero disposti a pagare.

L’elasticità della domanda al prezzo

L’elasticità misura la reattività della quantità domandata a cambiamenti del prezzo del bene stesso, è definita come: ε = (Δq/q) / (Δp/p). La domanda viene considerata elastica quando il valore dell’elasticità è maggiore di 1, ossia quando la variazione della quantità domandata è maggiore rispetto alla variazione del prezzo. Esempio: la quantità domandata si riduce del 10% a seguito di un aumento del prezzo del 5%: ε = 2. Viene invece considerata inelastica se l'elasticità è inferiore a 1, ossia quando la variazione della quantità domandata è minore rispetto alla variazione del prezzo. Esempio: se la quantità domandata si riduce del 2,5% a seguito di un aumento del prezzo del 5%: ε = 0,5.

Ma da cosa dipende l’elasticità della domanda al prezzo? Dalla facilità con cui i consumatori possono sostituire il bene. Nel breve periodo, i consumatori possono non essere in grado, o pronti, a modificare la quantità domandata. Se il cambiamento di prezzo si mantiene a lungo, è più probabile che i consumatori cambino le proprie modalità di acquisto. La domanda quindi tende ad essere più elastica nel lungo periodo e relativamente inelastica nel breve.

Un’altra importante questione riguardo l’elasticità è che è legata al ricavo marginale: MR = p(1 - 1/ε).

L’elasticità incrociata della domanda

L’elasticità incrociata della domanda del bene i rispetto al prezzo del bene j è: εij = (Δqi/qi) / (Δpj/pj) e può essere positiva o negativa. È positiva se i due beni sono sostituti (ad esempio tè e caffè). È negativa se i due beni sono complementari (ad esempio tè e zucchero).

L’offerta

La decisione dell’impresa su quanto produrre dipende dai costi di produzione e dai ricavi ottenibili dalla vendita dei prodotti. Per la scelta di qualsiasi livello di output, l’impresa cerca di minimizzare i costi. Ipotizzando che l’impresa cerchi di massimizzare i profitti, questi dipendono sia dai costi sia dai ricavi e ognuno dei due varia al variare dell’output.

I costi

I costi contabili sono le spese effettivamente sostenute dall’impresa in un periodo, talvolta vengono inclusi anche i costi opportunità tra i costi totali dell’impresa. I costi minimi dipendono dalla tecnologia utilizzata nel processo produttivo, cioè dalla funzione di produzione. La funzione di produzione indica la massima quantità di output che può essere prodotta, date certe quantità degli input: q = f(x1, x2, …, xn).

Ci sono diverse funzioni di costo:

  • Costo totale (TC): dipende dalle tecniche produttive disponibili e dai prezzi dei fattori produttivi, può essere diviso in costo fisso e costo variabile. TC(q) = VC(q) + F.
  • Costo medio (AC): è dato dal costo totale diviso per la quantità prodotta. AC(q) = TC(q)/q.
  • Costo marginale (MC): è la variazione del costo totale conseguente alla produzione di una quantità addizionale. MC(q) = dTC(q)/dq.

La massimizzazione dei profitti

Ricavi e costi dipendono dalla quantità prodotta. L’impresa calcola il livello di profitto associato a ogni possibile livello di produzione e sceglie il volume di produzione corrispondente al massimo profitto. La soluzione ottima è MR = MC. Dimostrazione: se MR > MC, un aumento dell’output comporta un aumento dei profitti; se MR < MC, una diminuzione dell’output comporta un aumento dei profitti.

Le forme di mercato

Le principali forme di mercato sono:

  • Monopolio
  • Concorrenza perfetta
  • Concorrenza monopolistica
  • Oligopolio

Monopolio

Una sola impresa, la domanda per l’impresa coincide con quella di mercato. La condizione di massimizzazione del profitto implica che MR = MC > 0.

Concorrenza perfetta

È caratterizzata da:

  • Atomicità degli operatori
  • Omogeneità del prodotto
  • Completa informazione
  • Uniformità tecnologica
  • Libertà di entrata e uscita dal mercato

La massimizzazione del profitto richiede MR = MC. In concorrenza perfetta MR = p quindi p = MC.

La concorrenza monopolistica

Ha le stesse caratteristiche della concorrenza perfetta tranne l’omogeneità del prodotto: i beni sono differenziati, la curva di domanda dell’impresa non è orizzontale e l’impresa ha un certo potere di mercato e può fissare il prezzo.

Mercati non concorrenziali

Sono mercati non concorrenziali tutti quei mercati in cui le imprese hanno potere di mercato e quindi MR = MC → P > MC; cioè il monopolio, l’oligopolio e la concorrenza perfetta.

Politiche per la concorrenza

L’obiettivo delle politiche per la concorrenza è l’efficienza allocativa. L’efficienza allocativa può essere calcolata attraverso il benessere sociale (BS): BS = SC + SP. Conosciamo già il surplus dei consumatori (SC), mentre introduciamo il surplus del produttore (SP): è la differenza tra il prezzo a cui l’impresa vende il prodotto e il prezzo minimo al quale sarebbe disposta a venderlo. In concorrenza perfetta, anche se il SP è pari a zero, il BS è massimo, poiché tutti pagano il prodotto al prezzo più basso, cioè il costo marginale dell’impresa. Per questo si attuano le politiche per la concorrenza, perché i mercati non concorrenziali hanno un livello di BS sempre più basso rispetto a quelli in concorrenza perfetta e quindi manca l’efficienza allocativa.

La discriminazione di prezzo

La discriminazione di prezzo è la pratica di fissare prezzi diversi per lo stesso bene in base o alla quantità acquistata o alle caratteristiche dell’acquirente. L’obiettivo dell’impresa che pratica la discriminazione di prezzo è appropriarsi del surplus del consumatore. La discriminazione di prezzo è possibile solo in assenza di arbitraggio. Può avvenire attraverso più modalità, alcune sono: discriminazione di I, II e III grado; prezzi non lineari, versioning, vendite collegate.

Discriminazione del prezzo di I grado

Ciascun consumatore paga un prezzo pari alla sua disponibilità a pagare, in questo modo il monopolista discriminante si appropria di tutto il surplus dei consumatori. Tuttavia, anche se il BS è massimo, il SC è nullo, quindi è una situazione veramente equa ed efficiente? La discriminazione del prezzo di I grado è anche detta perfetta.

Discriminazione del prezzo di II grado

Questo metodo di discriminazione si basa su prezzi non lineari. L’impresa in questo caso non osserva le caratteristiche dei consumatori: offre diverse combinazioni del prodotto a prezzi diversi e lascia che i consumatori si autoselezionino. Un esempio di prezzi non lineari è lo sconto per la quantità.

Tariffa a due parti

Spesso i servizi di telefonia propongono tariffe a due parti: offrono un canone fisso più un prezzo per ogni unità. La somma pagata è F + pq. Il prezzo unitario (p) diminuisce con la quantità acquistata. Ma quali valori di F e di p massimizzano il profitto? Consideriamo un monopolista con MC = c; ipotizziamo consumatori identici; per ogni livello di p, il valore massimo del canone che i consumatori sono disposti a pagare è pari al SC(p): l’impresa cerca appunto di appropriarsi di SC(p). Sapendo che p = c, qual è il valore di F che massimizza i profitti? Ovviamente il più basso possibile, quindi F = SC(c).

Quando i consumatori sono eterogenei e l’informazione è perfetta, l’impresa riesce a individuare dei gruppi, quindi può offrire diverse tariffe a due parti. Ma quando l’informazione non è perfetta e l’impresa non può conoscere le caratteristiche dei consumatori eterogenei, allora può solo offrire un ventaglio di tariffe a due parti e lasciare che siano i consumatori ad autoselezionarsi. Se l’impresa offrisse p1 = c, F1 = SC(p) e F1 > F2, tutti acquisterebbero la prima tariffa. Per evitare che i due gruppi di consumatori scelgano la stessa tariffa, l’impresa deve tener conto del vincolo di incentivazione: i consumatori del gruppo I preferiscono la tariffa I alla tariffa II, e analogamente i consumatori del gruppo II; e del vincolo di partecipazione: ciascun consumatore acquista una quantità positiva. L’impresa quindi offrirà due tariffe: pI = c, FI = SC(p), cioè canone basso e prezzo elevato; e pII < c, FII > FI, cioè prezzo basso e canone elevato. Così il gruppo di consumatori con domanda più bassa, cioè il gruppo I, sceglierà II; mentre il gruppo di consumatori con domanda più elevata, cioè il gruppo II, sceglierà I.

Versioning

L’impresa offre diverse versioni del prodotto rivolte a differenti segmenti del mercato. A volte l’impresa può peggiorare volontariamente il prodotto.

Bundling

Vendite collegate: vendere insieme uno o più beni distinti. Il bundling si distingue in puro e misto. Il bundling puro riguarda due beni che sono disponibili sul mercato solo insieme in proporzioni fisse o variabili. Il bundling misto, invece, riguarda due beni che sono disponibili sia insieme che in maniera distinta, ma nel caso di vendita insieme, il prezzo del bundle è minore della somma dei prezzi dei due beni distinti.

Discriminazione del prezzo di III grado

In questo caso l’impresa osserva alcune caratteristiche dei consumatori correlate alla loro disponibilità a pagare e quindi opera una segmentazione del mercato, che può essere di diversa natura, ad esempio spaziale, per età oppure per categorie. I produttori applicano prezzi più elevati nei segmenti di mercato con elasticità della domanda più bassa: se ε1 < ε2 allora p1 > p2. Consideriamo un monopolista che vende in due mercati separati: π(p1, q1, q2) = q1p1 + q2p2 - TC(q1 + q2). Per massimizzare il profitto, devo uguagliare MR1 = MC = MR2.

Oligopolio e interazione strategica

L’oligopolio è un modello caratterizzato da poche grandi imprese e da una forte interdipendenza strategica, quindi i profitti di ciascuna impresa dipendono dalle scelte dell’impresa stessa e delle rivali. Questi due elementi fanno sì che un utile strumento per studiare la concorrenza oligopolistica sarà la teoria dei giochi. Generalmente le imprese possono concorrere nei prezzi o nelle quantità: se la capacità produttiva e livello di output possono essere modificati facilmente, la competizione avviene nei prezzi; al contrario, se è costoso modificare il livello di produzione o la capacità produttiva, allora la competizione avviene nei prezzi.

Modello di Bertrand

Il modello di Bertrand è in generale il più usato per studiare la concorrenza nei prezzi. Esistono diverse versioni di questo modello, vedremo ora le principali.

Duopolio alla Bertrand con imprese simmetriche e asimmetriche

Le ipotesi alla base di questo modello sono:

  • n=2
  • Decisioni simultanee
  • Strategia: prezzo
  • Prodotto omogeneo
  • Capacità produttiva illimitata
  • Una sola ripetizione

In più, per semplicità: rendimenti di scala costanti, cioè AC1 = AC2 = c, e funzione di domanda lineare, cioè p = a - b(q1 + q2). Essendoci omogeneità del prodotto e assenza di limiti alla capacità produttiva: se p1 > p2, q1 è zero; analogamente per l’impresa 2. La funzione di reazione dell’impresa 1: q1 = D(p1) se p1 < p2; analogamente per l’impresa 2: q2 = D(p2) se p2 < p1. L’equilibrio di Nash è p1 = p2 = c, poiché da questa scelta alle imprese non conviene deviare.

Dimostrazione: p1 ≠ p2 non è un equilibrio, perché all’impresa che pratica un prezzo minore conviene sempre ridurre il prezzo per accaparrarsi la domanda.

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I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher lorycaprio di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Economia dell'organizzazione industriale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma La Sapienza o del prof Di Gioacchino Debora.
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