LEZIONE 1 – INTRODUZIONE
L’organizzazione aziendale è un ramo della disciplina nota come “Organizzazione” e ambisce ad essere una disciplina
scientifica di tipo aziendalistico. Il concetto di organizzazione è simile a quello di “entità” e di “sistema”. L’economia aziendale
in Italia è stata fondata da Gino Zappa, e per lui tale disciplina si fonda su 3 pilastri: organizzazione, gestione, e
rilevazione/controllo. Lo scopo dell’organizzazione aziendale è fungere da “ponte” tra una buona idea e la sua realizzazione,
tale che un imprenditore può arrivare in modo agevole a un buon risultato partendo dalla sua idea di business. Il buon
risultato si ottiene solo se l’organizzazione funziona e si risolvono i problemi organizzativi.
Se l’obiettivo da raggiungere è complesso serve il lavoro di più persone. I problemi organizzativi sorgono ogni volta che
devono lavorare insieme più persone e ogni volta che le risorse sono scarse (problema di allocazione risolto con il “principio
del minimo mezzo”).
Si parla di “organizzazione” perché ci sono dei PRINCIPI che permettono di raggiungere degli obiettivi ottenibili solo con lo
sforzo coordinato di più persone e non raggiungibili dai singoli individui.
L’organizzazione aziendale ha come oggetto di studio il complesso dei principi organizzativi delle aziende i quali indicano
le modalità di divisione del lavoro e di coordinamento tra attività interdipendenti fra loro. Abbiamo introdotto nel concetto di
organizzazione due parole chiavi:
1. DIVISIONE DEL LAVORO, scomporre un’attività complessa in più attività semplici ed assegnare la responsabilità
della loro gestione ad attori diversi.
2. COORDINAMENTO, comportamento individuale e collettivo che risponde ad una pluralità di modelli. E’ la regolazione
efficace tra attori e attività. Ai fini del coordinamento le persone devono scambiare informazioni e devono far
affidamento sugli altri. Infatti ognuno non può controllare l’operato degli altri, quindi può solo far affidamento sugli
altri. Il coordinamento è difficile anche perché gli obiettivi dei lavoratori possono essere diversi tra loro o contrastanti.
La cooperazione è favorita se tutte le risorse, economiche e non economiche, sono condivise tra più individui.
Per raggiungere gli obiettivi si devono affrontare problemi di INTERDIPENDENZA e di INCERTEZZA, quindi servono delle
soluzioni organizzative.
Ogni principio (mercato, clan, gerarchia, norme, prezzo, etc.) opera secondo particolari meccanismi, i quali vincolano il
comportamento economico dei lavoratori: dicono come interpretare le informazioni e quindi come comportarsi. Es. la gerarchia
con il meccanismo dell’autorità risolve i problemi di coordinamento a fronte dell’interdipendenza e dell’incertezza con una
riallocazione dei diritti decisionali; il prezzo con il meccanismo del mercato serve a rendere la cooperazione più vantaggiosa
per entrambe le parti.
Tra i principi organizzativi c’è la LOGICA : tale principio dice come le informazioni vengono acquisite ed elaborate.
Altri principi organizzativi sono il meccanismo dell’AUTOCONTROLLO e della FIDUCIA.
L’unità di analisi elementare è l’attore organizzativo inteso come individuo o gruppo caratterizzati da percezioni e preferenze
omogenee in relazione al problema sotto esame.
Un individuo è titolare di diritti ed interessi ed ha preferenze e utilità soggettive. La formazione di tali preferenze è
influenzata dagli altri individui con cui si ha a che fare. Perciò, gli studiosi, hanno constatato che le scelte degli individui
vengono spesso fatte in gruppo.
Quindi, un ATTORE, può essere composto anche da più individui o da gruppi. Ad esempio, all’interno di un’impresa, i
responsabili della funzione di Marketing vengono visti come unico attore, ecc.
Il termine “organizzazione” viene usato a diversi livelli, quindi si distinguono diversi livelli di studio:
1-Livello micro: micro-organizzazione: organizzazione del lavoro riferita al singolo individuo del quale si
definiscono le mansioni.
2-Livello meso: comportamento del gruppo e sua organizzazione.
3-Livello macro: macro-organizzazione: organizzazione aziendale, ossia organizzazione dell’intero assetto
aziendale.
4-Organizzazione a livello di reti di imprese.
Per capire cosa si intende per “micro-organizzazione del lavoro” è utile far riferimento all’etimologia dei termini “lavoro” e
“organizzazione”. Il termine “lavoro” viene dal latino “labor” che vuol dire “vacillare sotto un peso”, quindi richiama un’idea
di sofferenza fisica; il termine “organizzazione” viene da una parola greca che significa “energia”. Quindi al centro
dell’Organizzazione come disciplina c’è il lavoro umano e la ricerca delle condizioni per ridurre la fatica fisica causata dal
lavoro e aumentare l’energia, ossia migliorare la prestazione lavorativa e quindi l’efficienza.
L’Organizzazione Aziendale è il punto di snodo di molte discipline, infatti negli anni si è arricchita con apporti dalla
Psicologia del lavoro, della sociologia, della politica (per lo studio dei rapporti di potere), dell’economia, dell’antropologia.
Le risorse: le risorse rappresentano un potenziale d’azione e di generazione di valore accumulabile e indipendente dagli
specifici impieghi. Secondo Grandori(1999) le risorse possono essere classificate in:
-UMANE: insiemi di conoscenze e competenze, difficilmente separabili e trasferibili
-TECNOLOGICHE: strumenti che incorporano conoscenze, indipendenti dai loro progettatori, facilmente separabili e
trasferibili
-FINANZIARIE: indipendenti da specifici attori e sono risorse facilmente trasferibili
Gli output: gli output che si ottengono con il lavoro possono essere valutati sotto diverse dimensioni:
1-EFFICIENZA: l’output viene realizzato risparmiando risorse materiali e cognitive
2-EFFICACIA. la realizzazione dell’output avviene pervenendo ai risultati desiderati
3-PARETO-EFFICIENZA: soluzioni tali per cui non se ne possano trovare altre che comportino incrementi di utilità per
uno o più attori senza danno per altri
4-EQUITA’:
4.1.SOSTANZIALE: che cosa spetta e a chi
4.2.PROCEDURALE: come si raggiunge una soluzione
Per risolvere questi problemi di devono considerare 2 dimensioni, una dimensione TECNICA e una dimensione POLITICA.
La dimensione Tecnica ha a che fare con la raccolta delle informazioni e con la comunicazione, le decisioni circa le
strategie da seguire e la messa in atto di tali strategie che devono essere realizzate in modo efficace ed efficiente.
La dimensione Politica riguarda il potere (chi controllo su chi, modalità di gestione delle decisioni) e il controllo reciproco
dei comportamenti, perché se un individuo fa parte di un gruppo può avere la tentazione di nascondersi nel gruppo,
evitando di dare il suo contributo in modo equo. Si deve trovare un modo per incentivare gli individui riflettendo sul
concetto di equità, ossia sul rapporto tra il contributo che l’individuo da all’organizzazione e l’incentivo che riceve per dare
tale contributo. Il rapporto individuo-organizzazione è definito da un contratto di tipo “incompleto” nel quale sono definiti
solo gli aspetti formali, le linee guida. Sotto l’aspetto legale il contratto è ciò che lega l’individuo all’organizzazione, ma in
realtà il contratto è qualcosa di più ampio che si definisce nel rapporto tra gli individui. Il rapporto individuo-organizzazione
è stato definito in termini di equilibrio organizzativo tra contributo e premio. L’equilibrio organizzativo è stato studiato da
Cester Barnard nel libro “Le funzioni del dirigente”. Ogni individuo contribuisce all’organizzazione in modo equo se ciò si
percepisce in relazione all’organizzazione e ad altri. Esistono fattori che inducono l’individuo a ridurre il suo contributo e ci
sono difficoltà a capire qual è il contributo effettivo del singolo all’organizzazione. Per es. il lavoro manuale è facilmente
misurabile, ma non lo è il lavoro intellettuale.
Una situazione in cui è auspicabile che l’individuo concentri i suoi poteri a scopo decisionale, ad es., è una situazione
pressante di lavoro in cui si devono prendere decisioni velocemente. In questi casi può essere auspicabile assegnare potere
a 1 solo individuo. Tuttavia può succedere che la decisione vada presa in gruppo e che il gruppo si isoli dalla realtà e dal
consto, tanto che si produce un risultato negativo. Non esiste un modello unico per interpretare la realtà e il modo di
organizzare la realtà dipende dal contesto. Si può organizzare tutto nei minimi dettagli come se l’azienda fosse una
macchina, allora le reti di comunicazione assumono importanza fondamentale. Per far fluire le informazioni si può
organizzare una rete a stella in cui tutte le informazioni convergono su un unico individuo e quindi c’è un solo centro,
oppure si può organizzare una rete totale con molti centri, in cui tutti possono comunicare con tutti.
Ad es. se l’obiettivo è “sviluppare al massimo idee creative”, è preferibile una rete totale. La scelta circa il tipo di modello
informativo da adottare dipende dalla Dimensione Tecnica e dalla Dimensione Politica.
Un aspetto importante della vita organizzativa è che le regole sono delle istituzioni e servono a rendere il comportamento
delle persone ripetitivo e quindi prevedibile. Le regole definiscono degli standard di comportamento a cui le persone si
adeguano. Tale standardizzazione rende l’organizzazione stabile, ma allo stesso tempo sorgono dei problemi:
1.l’organizzazione diventa più rigida;
2. ci abituiamo a certi modelli di comportamento dei quali non riusciamo a liberarci, mentre oggi tutto cambia molto
rapidamente, ossia si formano resistenze interne che ostacolano il cambiamento. Per di più le persone normalmente hanno
paura di cambiare e hanno paura del futuro.
Il lavoro crea soddisfazione in base all’equità percepita e in base al concetto di potere: spesso il non essere coinvolti nelle
decisioni causa insoddisfazioni. Ciò pone una serie di problemi organizzativi. L’organizzazione è vista come un “ponte” ed è
“neutra” rispetto agli obiettivi (possono essere buoni o malvagi). Quindi se affrontiamo un problema organizzativo
dobbiamo considerare non solo la dimensione Tecnica, Politica ma anche:
1. la dimensione ETICA: si devono valutare gli obiettivi da raggiungere dal punto di vista etico e in base a ciò l’attività viene
organizzata. Se nell’organizzazione ci sono obiettivi cattivi si affermano delle regole informali che affiancano le regole formali
fino a sostituirle.
Poiché l’impresa è un’organizzazione sociale, quando gli individui iniziano ad interagire è possibile che non seguano le
regole formali, quindi si affermano delle norme informali e accanto alla struttura formale progettata in modo razionale ne
sorge una informale. Se l’organizzazione informale è positiva l’OdG può decidere di codificare le regole informali, tale che
queste regole si innestano in una nuova struttura formale.
2. la dimensione CULTURALE: si devono identificare gli elementi che determinano la persistenza di una certa cultura nel
tempo e gli elementi tramite i quali questa cultura può essere modificata.
gli individui per decidere hanno bisogno di informazioni, ossia di conoscenze. Si distinguono diversi tipi di conoscenze:
1-conoscenze paradigmatiche: una componente delle conoscenze di base degli individui sono concetti e teorie di sfondo
che essi accettano come scontate. In base a tali conoscenze scontate essi definiscono i problemi.
Queste conoscenze sono poco modificabili dall’individuo stesso perché sono apprese in modo NON critico e consapevole e
NON sono soggette a discussione o verifica. Quindi vengono accettate per convenzione. Le azioni che ne derivano sono
soggette a processi di selezione naturale. Le chiavi interpretative (offerte da Simon), sono due:
Impossibilità di una verifica diretta e consapevole di tutte le conoscenze su cui gli esseri umani basano la propria condotta.
è conveniente partire da zero altrimenti si incorrerebbe in costi elevati ed errori di valutazione.
Non
Ciò comporta un aspetto negativo: è impossibile verificare la validità di tutte le conoscenze paradigmatiche su cui gli
esseri umani basano la loro condotta. Per cui spesso conviene affidarsi a dei maestri per l’apprendimento.
Al limite delle conoscenze paradigmatiche ci sono le conoscenze critiche: sono le conoscenze che gli individui sono
disposti a mettere in discussione per un apprendimento consapevole.
2-conoscenze esperienziali: acquisite con la propria esperienza diretta (learning by doing) o dall’osservazione
dell’esperienza di altri soggetti (vicarious learning). Quindi si tratta di conoscenze tacite: è difficile determinare gli
elementi costitutivi e le procedure applicate nei casi di maggior successo conoscenza riferita a cose che si sanno fare ma
non si sanno spiegare. Le persone, infatti, sanno fare molto più di quanto sappiano spiegare (Polany). Di conseguenza tali
conoscenze sono difficili da codificare e da trasmettere.
3-conoscenze esplicite e ipotesi controllabili tramite procedure razionali di ricerca e di apprendimento: le conoscenze
esplicite non sono verificabili per cui si possono vedere come delle ipotesi facilmente codificabili e trasferibili tra gli
individui. Tale conoscenza, può essere più o meno estesa e consolidata, con riferimenti diversi a seconda il modo in cui
entrano nel processo decisionale. Thompson e Tuden ipotizzano che diverse strategie decisionale siano adottabili in modo
contingente allo stato informativo iniziale su due tipi di input:
- obiettivi (ipotesi su cosa è desiderato e percepito come raggiungibile)
- teorie sulla relazione causa-effetto (ipotesi su quali azioni generano determinati risultati).
A queste si possono aggiungere:
- le stime di probabilità sugli elementi precedenti
- i giudizi osservativi(le stime su quali grandezze e eventi si sono osservati)
Le azioni organizzative sono soggette a procedure razionali di ricerca e di apprendimento
TEORIE ORGANIZZATIVE: tali teorie nascono per risolvere i problemi organizzativi e migliorare le condizioni degli
individui nelle organizzazioni. Ogni teoria studiata va riletta in modo critico, individuando le parti poco convincenti; poi
bisogna distaccarsi dalle teorie imparando a ragionare in modo autonomo. Seguendo il punto di vista storico, le teorie che
si sono succedute sono:
1-teoria della divisione del lavoro di Adam Smith (I rivoluzione industriale).
2-teoria dell’organizzazione scientifica del lavoro di Taylor (II rivoluzione industriale).
3-Teoria della burocrazia di Weber.
4-Teoria delle relazioni umane e delle motivazioni al lavoro di Mayo (anni 30’).
5-Scuola socio-tecnica (anni 50’-60’).
6-teorie motivazioniste (dal 43’ al 60’): si dividono in teorie del contenuto e teorie del processo. Filone decisionale
(Simon), teoria delle contingenze (Burns e Stolker, Lorenz e Lorsch), learning organization (Senge), etc.
5-teorie organizzative (teoria delle transazioni, etc.)
Adam Smith: Teoria della divisione del lavoro. Il primo studioso a cui si può far riferimento, o meglio il precursore
delle Teorie Organizzative, è Adam Smith autore del libro “La ricchezza delle nazioni” in cui mostra che dietro il caos
degli eventi nel passaggio da era pre-industriale a era industriale si nascondono delle forme di regolarità. Nell’era pre-
industriale le conoscenze erano priorità del singolo, come l’artigiano. Con l’era industriale l’artigiano si ritrova a lavorare
nella fabbrica, in particolare Smith fa riferimento alla fabbrica degli spilli, emblema dei vantaggi apportati dalla divisione del
lavoro. La divisione del lavoro può avvenire in 2 modi:
1-si attribuiscono al singolo tutte le mansioni da svolgere dalla materia prima al prodotto finito. La produttività del singolo
si misura contando il n° di prodotti realizzati in unità di tempo. Poiché ciò richiede energie, la produttività è ridotta e
limitata. Secondo le teorie organizzative, la produttività del lavoratore aumenta se egli è in grado di dare un significato al
suo lavoro, infatti così egli è più soddisfatto. Si dice GRADO DI CONTRIBUZIONE la capacità dell’individuo di dare un
senso al suo lavoro se gli si rende visibile il contributo prodotto per l’azienda, il gruppo di lavoro, etc.
Se un solo individuo svolge tutte le funzioni si parla di MANSIONE RICCA. Questo modo di organizzare il lavoro però è
poco efficiente, si può aumentare l’efficienza solo riducendo la mansione, da ciò una seconda modalità di dividere il lavoro.
2-ogni fase produttiva è assegnata a un lavoratore diverso. Aumenta la produttività, ma si riducono il Grado di
Contribuzione e la Soddisfazione. Il lavoro del singolo perde di significato.
Con l’era industriale la NUOVA TECNOLOGIA combinata ad un NUOVO MODO DI dividere il LAVORARE aumentano
l’EFFICIENZA. I vantaggi sono relativi all’aumento di produttività dell’impresa, il quale aumento è misura dell’efficienza.
LEZIONE 2.1: TEORIE ORGANIZZATIVE
Il Taylorismo. Il primo a occuparsi di teorie organizzative non è un economista come Smith, ma un ingegnere negli anni 30’
del 1900, si tratta di Taylor. Egli riprende i principi evidenziati da Smith per cercare nuovi metodi di lavoro, essendo
ossessionato dagli incrementi di produttività e dal fenomeno dell’ottimizzazione dei tempi. Taylor è l’iniziatore del movimento
detto DIREZIONE SCIENTIFICA DEL LAVORO. La cono
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