Caso artigianalmente Industriali
1.1 L’organizzazione aziendale e la progettazione organizzativa
“Organizzazione” è un concetto che nel linguaggio comune assume una pluralità di significati
diversi, seppure in relazione tra loro.
Artigianalmente Industriali è innanzitutto un’organizzazione che si configura come un gruppo di
persone. Ispirandoci al pensiero di Barnard (1938), l’organizzazione può essere interpretata come
un sistema cooperativo, vale a dire un sistema umano e una realtà sociale, che sviluppa al proprio
interno processi di comunicazione e attiva meccanismi di collaborazione allo scopo di assicurare
il conseguimento di uno scopo comune. I processi di comunicazione consentono gli attori di
comprendere il funzionamento del sistema organizzativo e le finalità che esso si pone, portano a
conoscenza i compiti da svolgere e le prassi da seguire (il trasferimento di conoscenze ecc)
determinano le modalità del coordinamento e del controllo. I meccanismi di cooperazione
sostengono e alimentano la disponibilità a collaborare, incentivando gli individui a perseguire i fini
impersonali dell’organizzazione.
I processi di comunicazione creano, rafforzano e consolidano una rete di relazioni informali che si
presenta più evidente nelle prime fasi di una vita dell’azienda, tendenzialmente caratterizzate da
un minor livello di strutturazione delle attività. I meccanismi di cooperazione attribuiscono alla rete
di relazioni un carattere di formalità dal momento che inducono gli attori a dare uno specifico
contributo per realizzare scopi. In questo senso l’organizzazione che si vede a costituire è un
sistema cooperativo che non consiste nella semplice somma degli apporti dei singolo individui,
ma comprende un qualcosa di già che scaturisce dalla collaborazione che si viene ad instaurare
tra gli attori. Si viene così a costituire l’organizzazione in maniera formale che si basa su una serie
i comportamenti preesistenti.
Il termine organizzazione qui utilizzato richiama il significato di un sistema organizzativo, ad
identificare in generale un’azienda, un ente un’associazione. È questo il primo significato che
assume il termine organisation . Le organizzazioni così intese sono largamente presenti nella
società. Si può riflettere sul fatto che quotidianamente gli individue attraversano molteplici
organizzazioni: quando saliamo su un autobus o su un treno, quando mangiamo fast food ecc.. il
termine organizzazione assume tuttavia altri significati: individua infatti una delle attività in cui si
articola il processo di management, volto a definire gli obiettivi, orientare e guidare diverse attività
verso il loro conseguimento, assumere una pluralità di decisioni. Questa accezione è quella che
possiamo cogliere nel pensiero di Fayol (1931): nella teoria della Direzione amministrativa, l’amore
individua, accanto alle più tradizionali funzioni aventi natura “tecnica” e più specifiche, in quanto
legate alla peculiarità di ogni contesto aziendale, come la funzione produzione, commerciale,
finanziaria, i cui elementi costitutivi sono: prevedere, organizzare, comandare, coordinare e
controllare. Nella sua dinamica, l’organizzazione così intesa è venuta a delinearsi come un insieme
di funzioni inerenti la progettazione organizzativa, la gestione del personale, i sistemi informativi, le
relazioni industriali. La terza accezione, alla quale intende più diffusamente riferirsi il volume,
individua nel termine organizzazione, affiancato da “aziendale”, le modalità di funzionamento di
qualsiasi sistema organizzato. In questo senso l’organizzazione aziendale si configura come un
insieme di scelte in grado a conferire al complesso delle attività che un sistema organizzato è
chiamato a svolgere, in ista del perseguimento di un determinato fine, un carattere di “ordine,
sistematicità, controllabilità” da cui può farsi derivare una valutazione in merito alla qualità del
funzionamento del sistema stesso.
Sono due le anime che alimentano la disciplina di organizzazione aziendale: la prima è da
ricondursi ai temi propri della progettazione organizzativa, la seconda a quelli inerenti il
comportamento organizzativo. Nel primo caso prevale una prospettiva macro, posizionatile al
livello dell’unitario sistema organizzativo, che focalizza l’attenzione sulle differenti modalità di
strutturazione degli attori organizzativi. La progettazione aziendale ha per oggetto la definizione
delle caratteristiche delle variabili organizzative, rappresentate dalla struttura organizzativa e dai
sistemi operativi . Nel secondo prevale invece una prospettiva “micro”. Parlare di due anime
significa, richiamare l’esistenza di due comportamenti che sono tra di loro strettamente interrelate
e che si influenzano a vicenda. La prima costituisce il modello e lo schema generale e formale
all’interno del quale prendono vita i comportamenti degli attori. La seconda esprime i
comportamenti degli attori che pur prendendo mosse da quei modelli li interpretano alla luce delle
determinanti confermandoli o innovandoli.
1
1.1.2 Origine ed essenza del problema organizzativo
Come evidenziato dal caso Artigianalmente Industriali, la problematica organizzativa diventa
oggetto di attenzione, valutazione e scelta, solo al crescere della dimensione/volume e della
complessità delle attività da svolgere e gestire. Finché la domanda di mobili poteva essere
soddisfatta dal sig. Ribalta attingendo alle sue capacità produttive, il problema di organizzare il
processo produttivo non si manifesta. Nel momento in cui la domanda di prodotti e la complessità
delle attività aumentano, il sig. Ribalta avverte la necessità di ridefinire l’intera organizzazione del
lavoro. L’emergere della problematica organizzativa si traduce nella necessità per le organizzazioni
di affrontare il tema della divisione del lavoro e del coordinamento-controllo, di individuare e poi
scegliere tra i possibili e alternativi criteri di divisione del lavoro e tra i possibili e alternativi
strumenti di coordinamento. Le organizzazioni infatti, sono fenomeni che si sviluppano e evolvono
nel tempo, lungo traiettorie che mostrano un carattere path dipendent (nel senso che le condizioni
e scelte iniziali sono importanti per spiegare e comprendere le stesse traiettorie future), ricevendo
una sorta di imprinting al momento della loro nascita. La complessità e criticità della dinamica
organizzativa tendono a palesarsi con ritardo nella vita aziendale, è noto infatti come
l’imprenditore o i manager siano maggiormente attenti e sensibili e altresì percepiscano in maniera
più immediata e chiara i problemi di natura finanziaria ed economica, prima di quelli organizzativi.
ciò deriva da due ragioni: la prima è la minore immediatezza degli aspetti organizzativi, la seconda
è la minore diffusione delle competenze squisitamente organizzative rispetto alle altre di natura
gestionale. Le scelte organizzative concorrono a definire le modalità di funzionamento delle
aziende, pertanto influenzano i comportamenti richiesti agli attori, chiarendo o meno i compiti e gli
obiettivi da perseguire, gli ambiti di autonomia ecc.. strutturano i processi di decisione, in
relazione all’articolazione dei canali di comunicazione. L’adeguatezza delle scelte operate non si
esaurisce in una verifica della coerenza interna delle soluzioni individuate, ma è sottoposta a una
pluralità di fattori: le caratteristiche del contesto ambientale, le strategie aziendali, la dimensione
dell’azienda, la tecnologia impiegata ecc..
Possibili sintomi di un’inadeguatezza delle soluzioni organizzative, che necessitano tuttavia di
essere colti manifestandosi con segnali deboli, possono essere uno scarso impegno, inerzia,
passività … gli effetti tangibili di questi fenomeno vanno rinvenuti in errori nell’esecuzione delle
attività, possibili guasti ale apparecchiature, aumenti nei costi di produzione, riduzione dei livello
di qualità dei prodotti, ritardi nelle decisioni ecc.. Questi effetti tuttavia tendono a palesarsi in
maniera graduale nel tempo ( il ridotto impegno di un lavoratore può dipendere da una mancata
chiarezza degli obiettivi da perseguire, dal contenuto monotono dell’attività svolta ecc) come pure
le possibili cause (da inviduarsi in primis nella progettazione organizzativa, senza tuttavia
trascurarne altre, come le coliche ti gestione del personale o gli stili di gestione dei manager).
Evidenti invece sono le conseguenze: una riduzione della produttività individuale e delle
performance complessiva insoddisfacenti, pertanto un peggioramento degli equilibri economico-
finanziari dell’azienda. Le necessità per l’azienda di monitorare costantemente lo stato di salute
della propria organizzazione, diagnosticando tempestivamente i sintomi per risalire prontamente
alle possibili cause esplicita l’importanza dello sviluppo di adeguate competenze organizzative. Di
per se la padronanza del linguaggio organizzativo e degli strumenti di analisi, valutazione,
progettazione non offre all’azienda un vantaggio competitivo, tuttavia, la non padronanza presenta
quale possibile fattore di ostacolo alla creazione del vantaggio competitivo e può rappresentare
un differenziale negativo. La possibilità di cogliere l’inadeguatezza dell’organizzazione, si lega alla
capacità di qualcuno all’interno dell’azienda di percepire un gap tra performance desiderata e
attuale. L’interpretazione delle situazioni problematiche richiedere una decodifica delle
caratteristiche del contesto esterno (politico, economico, sociale, culturale ) come pure delle
condizioni operative interne. La padronanza delle competenze organizzative gioca a questo punto
un ruolo centrale: essa sostiene la piena cognizione delle molteplici resistenze al cambiamento
che possono sorgere durante l’implementazione di nuove soluzioni organizzative, favorendo il
riconoscimento della natura politica dei sistemi organizzativi, della complessità dei processi
cognitivi e decisionali, della propensione alla ripetizione e conservazione dei comportamenti da
parte degli attori, della loro avversione al rischio. La necessità di valutare le scelte operate e gli
effetti da queste sortiti costituisce un’altra declinazione delle competenze organizzative, rivolta a
prontamente individuare e correggere possibili effetti indesiderati e non voluti connesse con le
azioni intraprese, all’interno di un processo che si presenta circolare e continuo.
1.13 Implicazioni della divisione del lavoro: la specializzazione.
La divisione del lavoro consiste nella scomposizione di un determinato task in un insieme di
operazioni che vengono svolte in maniera separata, al fine, di conseguire vantaggi in termini di
2 conseguenze: natura organizzativo sociale-
efficienza ed efficacia. Produce due tipi di una di
culturale, natura tecnica,
sintetizzabile nel concetto di specializzazione delle attività, l’altra di
riconducibile all’emergere di interdipendenze tra attività specializzate. Da un punto di vista
organizzativo, la divisione del lavoro porta ad una specializzazione delle attività, la quale può
essere più o meno spinta a seconda di alcune circostanze, quali ad esempio la natura delle
attività, di trasformazione o interazione ecc.. la divisione del lavoro e la specializzazione
contribuiscono alla creazione di una gerarchia tra le diverse aree di attività, da cui derivano
inevitabilmente posizioni diverse di potere che necessitano anch’esse di essere conosciute e
gestite. La specializzazione non si esaurisce in una mera focalizzazione su ambiti delimitati di
attività, ma comporta una più ampia differenziazione, intesa come acquisizione di alcuni caratteri
distintivi riferiti allo sviluppo di specifiche abilità. Tale differenziazione si palese del tutto funzionale
al conseguimento degli obiettivi aziendali, potendo dotare l’azienda di più elevate capacità di
sopravvivenza e sviluppo e rafforzando la capacità di fronteggiare due contrapposte esigenze:
essere in grado di rispondere alle istanze di cambiamento e innovazione poste dall’ambiente in
modo rapido e mantenere le condizioni di efficienza nello svolgimento dei processi organizzativi
interni. Si pensi a quanto siano diverse le attività rivolte a sfruttare, raffinare, perfezionare,
di exploitation)
utilizzare un insieme di conoscenze consolidate (attività rispetto a quelle
di exploration),
orientate all’esplorazione, alla ricerca, all’assunzione di rischi (attività nelle
aziende troviamo entrambe queste attività: le prime possono essere ricondotte al complesso delle
unità organizzative impegnate nell’allineare i processi organizzativi direttamente legati al core
business con i prodotti e mercati esistenti: le seconde invece alle unità organizzative chiamate a
interpretare le tendenze e i cambiamenti in atto e/o potenziali nel mercato competitivo, a
individuare nuovi mercati e sperimentare nuove tecnologie. Infatti ad implicazioni più organizzative
se ne affiancano altre di natura sociale e culturale. Le prime scaturiscono dal fatto che la divisione
del lavoro influenza e condiziona la natura delle relazioni e le modalità di interazione che si
vengono ad instaurare tra gli attori organizzativi, dando adito a potenziali situazioni di conflitto ma
sviluppando motivazion, sentimenti ec.. Le seconde invece esprimono il naturale costituirsi tra
attori coinvolti in specifici ambiti di attività di una comunanza di visioni, approcci, chiavi di lettura,
modalità di analisi dei fenomeni, criteri di valutazioni degli stessi ecc..
La divisione del lavoro genera quindi una differenziazione di orientamenti sociali, cognitivi e
culturali da cui derivano, seppure in modo e con intensità diversa, identificazione, identità sociale
qualitativi quantitativi
e appartenenza. La divisione del lavoro può basarsi su criteri o che
orientano verso una specializzazione spinta i primi, già attenuata i secondi. Il signor ribalta, nel
qualitativo
primo momento, opta per un criterio di divisione del lavoro, la scelta è quella di
assegnare attività diverse ad attori diversi, i quali hanno così la possibilità di imparare a svolgere
una o poche attività al meglio, acquisendo nel tempo una crescente padronanza, destrezza,
velocità. La divisione qualitativa del lavoro rene possibile in conseguimento di elevate economie di
specializzazione di apprendimento, legate le prime alla ripetitività nell’esecuzione di un insieme di
operazioni omogenee, alla possibilità di utilizza in modo mirato le attitudini e le capacità
possedute dai collaboratori. Le seconde alla possibilità di sviluppare e poi utilizzare al meglio
anche le abilità e conoscenze acquisite, ma anche di sviluppare atteggiamenti e orientamenti più
coerenti e funzionali allo svolgimento di determinate attività. Tra le implicazioni della scelta di
questo criterio di divisione del lavoravi è il rischio a livello organizzativo di incorrere in situazioni
riconducibili al cosiddetta incapacità addestrata a livello del singolo attore di percepire una
ripetitività e monotonia crescente. La prima situazione si manifesta quando l’apprendimento
specifico, focalizzato su un insieme di tecniche e procedure che hanno condotto nel passato ad
esisti positivi e per questo motivo sono state tramandate lo sviluppo di altrettante specifiche
abitudini e orientamenti destinati a ripetersi in maniera automatica si traducono in una difficoltà ad
adattarsi a nuove condizioni e situazioni. La seconda, esprime la possibile demotivazione
dell’attore che può vedere valorizzata solo una parte circoscritta delle proprie capacità e
potenzialità. La scelta di questo criterio connota anche il primo assetto organizzativo, in cui si
vengono ad individuare le prime aree di specializzazione delle attività: accanto all’area produttiva,
quella amministrativa, di acquisizione delle materie prime, finanziaria, di relazioni esterne. Quando
il sig. Alberto riorganizza l’attività produttiva, assegnando a ciascun collaboratore la realizzazione
di un differente tipologie di mobile, tenendo conto delle differenti professionalità, il criterio di
quantitativo:
divisione del lavoro cambia da quantitativo a il lavoro assegnato ai dipendenti tende
a de-specializzarsi, potendo ogni singolo attore svolgere il complesso interno delle attività ce si
rendono necessarie per la realizzazione di un mobile. In questo nuovo modello di divisione del
lavoro, ciascun dipendente ha la piena e totale padronanza del risultato finale. La dizione
quantitativa del lavoro favorisce una maggiore polivalenza, in questo senso una più elevata
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ampiezza nelle competenze utilizzate e una flessibilità culturale, legata alla necessità di applicare
a differenti ambiti di attività modalità di ragionamento, logiche, criteri di valutazione e decisione
differenti. Il criterio quantitativo orienta anche l’ultima scelta del sig. Ribalta, nel momento in cui
acide di coinvolgere alcuni artigiani mobilieri nella produzione completa di alcuni modelli di mobili.
1.1.4 Implicazioni della divisione del lavoro: le interdipendenze.
Le implicazioni di natura tecnica della divisione del lavoro sono da ricondursi alle interdipendenze
che si vengono a generare tra ambiti di attività divisi. Nel momento in cui il sig. Ribalta inizia a
divide il lavoro col giovane alberto, emergono tra di loro tutta una serie di condizionamenti. La
relativa semplicità della divisione del lavoro, che si realizza tra due soli attori facilita la gestione di
queste interdipendenze reciproche, potendo essi essere affrontati in prima persona
dall’imprenditore tramite intensi processi di comunicazione. Condizionamenti divers
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