Opinioni e scelte collettive – Prof. Daniele Nigris
Opinioni e scelte collettive
Prof. Daniele Nigris
I. FENOMENOLOGIA DELLA CONOSCENZA SOCIALE
1. L’approccio fenomenologico: costruzione sociale della
realtà e distribuzione sociale delle conoscenze
Quando noi agiamo, in base a che cosa lo facciamo? Ad esempio, in base a esperienze passate, obiettivi,
istinto, conoscenze, interessi personali, insegnamenti ricevuti (ad esempio, i genitori)
➔ c’è una dimensione strettamente sociale: contesto, influenze, ciò che è socialmente ammesso
➔ ci sono anche aspetti cognitivi basati su ciò che già possediamo: insegnamenti, esperienze passate,
codici valoriali
➔ le pulsioni (≠ istinto): nel caso dell’omicidio e dello stupro si ha la rinuncia al dominio delle proprie
pulsioni; queste azioni sono comunque frutto di decisioni che uno prende perché un essere umano
può decidere come comportarsi e può decidere di controllare o meno le proprie pulsioni
➔ l’istinto non attiene alla sfera umana, eccetto rarissimi casi (ad esempio, di fronte ad un corpo
materiale che ci cade addosso)
Tutti questi elementi conducono in due direzioni:
A) la direzione del soggetto e delle sue decisioni (ciò che già siamo e sappiamo)
B) la direzione del contesto sociale (influenze del contesto e ciò che è socialmente ammesso)
Entrambe queste due direzioni sono fondamentali per la nostra scelta di agire.
Prima definizione del significato di conoscenza
Il fondamento dal punto di vista epistemologico è il nesso tra informazione, conoscenza, e credenza.
Come ogni atto di coscienza (atto rivolto a qualcosa perché si ha coscienza di qualcosa), noi non utilizziamo
l’espressione “credere” da sola perché la credenza ha sempre un contenuto (credere che qualcosa →
intenzionalità della credenza). L’unico modo per definire che cosa sia la credenza è definirla come l’intima
convinzione che un soggetto nutre rispetto a qualcosa.
L’informazione è un termine complicato perché fortemente polisemico (stampa, mass media, notizia, etc.).
In realtà, l’informazione è qualcosa di molto più specifico e ristretto. Le informazioni che noi possediamo
sono le basi di qualunque credenza che noi abbiamo (al di là che la credenza sia fondata o meno). Per
© Lisa Bonetti – 1
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definire l’informazione dobbiamo osservare il cambiamento tra due stati: quello che il soggetto sa prima da
quello che sa ora; affinché ci sia informazione bisogna che ci sia un’innovazione nello stato di conoscenza
che il soggetto possiede rispetto a prima. L’informazione per essere tale deve avere due caratteristiche
fondamentali:
➢ RICONOSCIUTA (deve essere conoscibile dal soggetto, possibilità che il soggetto possa fruire di
ciò che si trova di fronte): la riconoscibilità dell’informazione fa riferimento al fatto che un soggetto
deve essere in grado di decidere se quello con cui si sta confrontando abbia una natura informativa
per se stesso. La riconoscibilità dell’informazione è in funzione della decodificabilità
dell’informazione da parte del soggetto. Un aspetto importante è quello del linguaggio. Ci si riferisce
esclusivamente alla riconoscibilità del codice.
➢ RILEVANTE per il soggetto (una volta capito il codice, mi interessa o non mi interessa?): fa
riferimento all’interesse globale di quell’informazione. La rilevanza si modifica nel tempo. Anche
l’informazione è soggetta al passare del tempo: possono non essere più attuali i contenuti
dell’informazione oppure può essere invecchiato il soggetto rispetto a quell’informazione, se la ha
già assimilata e quindi quell’informazione non ha più il carattere di innovazione dello stato di
conoscenza.
Una caratteristica ulteriore dell’informazione è IL PROBLEMA DELLA TEMPESTIVITA’ O IL
PROBLEMA DELL’AGGIORNAMENTO dell’informazione. L’informazione è davvero tale se rispecchia
quello che in questo momento sta accadendo nel mondo (up to date). La caducità dell’informazione è
relativa anche alle conoscenze più strutturate e non solo a quelle ritenute più generalmente soggette al
passare del tempo.
➔ L’informazione coincide con l’effetto dell’innovazione della conoscenza che qualcosa produce
in noi.
C’è un nesso molto forte che lega informazione (in riferimento all’esempio del Professore, qualcuno mi ha
detto che è stato violato un mio diritto), credenza (è stato violato un mio diritto) e azione (mi lamento
perché è stato violato un mio diritto). Noi agiamo in base a ciò che crediamo. La credenza viene formata da
un soggetto in base alle informazioni che dispone. Per quanto riguarda l’esempio riportato dal Professore,
l’azione è stata condotta in base ad una credenza errata dovuta all’aver ricevuto un’informazione distorta.
Come faccio ad essere sicuro che una notizia rispecchi un fatto reale? Queste sono tematiche fondamentali
per la nostra vita quotidiana e sono a fondamento della vita associata delle democrazie.
Per arrivare alle varie definizioni di conoscenza c’è un secondo passaggio che deve essere effettuato: il
passaggio è quello che lega il concetto di informazione al concetto di legittimazione.
La conoscenza non è distribuita in maniera eguale all’interno della società: non tutti siamo egualmente a
conoscenza di molti campi del sapere e quindi tutti noi ignoriamo alcuni campi. Le cause di questa
diseguaglianza sono essenzialmente due:
la conoscenza esoterica = ciò che non è a disposizione di tutti, ma è riservato ad una casta o a chi ha
fatto un certo percorso. Un esempio è il sapere della cura, che in alcune società tradizionali è
custodito dallo sciamano. Nelle culture sciamaniche il male ha un qualche rapporto con l’alterità e lo
sciamano è colui che è in grado di curare, ma al tempo stesso egli è una figura di altissima valenza
religiosa.
Ci sono due figure della soglia, il sacerdote e il curatore: dal punto di vista della sopravvivenza
del corpo e dal punto di vista del contatto con l’alterità entrambi detengono un sapere/potere che è
© Lisa Bonetti – 2
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riservato esclusivamente a loro. Nello sciamano questi due aspetti si uniscono. Lo sciamano è una
figura iniziatica, cioè viene prescelto, deve percorrere dei riti di passaggio e all’interno di questo
percorso ha la possibilità di entrare in contatto con gli spiriti.
Anche oggi ci sono alcuni saperi che sono accessibili a tutti, mentre ce ne sono altri che non sono
accessibili a tutti. Un esempio sono i test psicologici, ai quali si può avere accesso solo se si è iscritti
a psicologia. Quindi il sapere esoterico non è necessariamente qualcosa che riguard a le società
antiche/tradizionali né qualcosa che riguard a solamente la trascendenza .
l’aumento della complessità della società , che è causato da due fattori:
1) l’aumento numerico: numero in senso formale (Georg Simmel: il numero è qualcosa che cambia
la natura delle relazioni → la numerosità dei gruppi umani ha di per sé degli effetti sociali) e
numero nel senso di dimensione.
2) la divisione del lavoro sociale: questo termine lo dobbiamo a Émile Durkheim, che ha riflettuto
su questo fenomeno e ha ragionato su quanto e come il sapere si specializza. Questo concetto fa
riferimento al fatto che aumentano i tipi di soggetti che si occupano di un certo campo del
sapere. All’interno di ogni società, con l’aumento del sapere, le figure professionali lasciano il
posto a una generazione: ad esempio il barbiere medievale faceva anche alcune operazioni
chirurgiche, ma ora abbiamo figure specializzate molto differenti tra loro. La specializzazione
aumenta in continuazione e i due elementi che concorrono a questo aumento sono l’aumento
della comunicazione in campo medico a livello mondiale e il fattore tecnologico (noi non
viviamo solo in un mondo di simboli, ma anche in un mondo materiale fatto di supporti
materiali) → nesso tra informazione, tecnologia, conoscenza
La specializzazione è un processo anche ambiguo: ognuno saprà progressivamente sempre di
più, ma progressivamente sempre su meno ambiti. Globalmente tutti quanti conosciamo una
parte della conoscenza (lingua nazionale, operazioni basi matematiche, alcune nozioni di storia
del Novecento) cioè quella conoscenza di base che deriva dall’istruzione di base: tutti
possediamo una certa conoscenza di quella che è socialmente disponibile nella società. Poi il
proseguire della formazione porterà al costituirsi di un sapere estremamente chiuso e limitato
come spazio, ma estremamente approfondito rispetto a quel determinato oggetto. Viceversa, per
chi si occuperà di mestieri più tecnici la necessità di continua revisione di quel sapere sarà una
necessità più limitata. Comunque, noi tendiamo a dimenticare tutto quel sapere di fondo
(istruzione di base), a meno una persona non prosegua nell’approfondire quel determinato
settore. Noi abbandoniamo dei settori anche nel nostro stesso campo di specializzazione. Inoltre,
il nostro sapere invecchia: anche le nostre conoscenze di base hanno una durata storica perché
cambiano; è quindi tutto un continuo rivedersi delle conoscenze e in alcuni campi questo
processo avviene addirittura quotidianamente. Questa è la natura caotica del mondo in cui
viviamo, un mondo in cui l’informazione base della conoscenza tende a decadere. Non c’è
solamente un’accelerazione delle conoscenze specifiche, ma vi è anche un ribaltamento della
trasmissione del sapere (non più dal nonno al bambino, ma dal bambino al nonno).
A questo punto sorge però il problema dell’informazione e della legittimazione, o della conoscenza e della
legittimazione. Bisogna collegare il concetto di informazione a quello di conoscenza.
La definizione classica di conoscenza che deriva da Platone (campo epistemologico) è quella di conoscenza
come credenza vera giustificata. Questa definizione si lega alla legittimazione del sapere. La conoscenza è
anzitutto (a) CREDENZA, ma non una credenza qualsiasi: in primis ci deve essere un contenuto dell’atto
© Lisa Bonetti – 3
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del credere (credere che p). Tuttavia, non è sufficiente un oggetto qualunque perché è necessario che
quell’oggetto si dimostri (b) VERITIERO DAL PUNTO DI VISTA EMPIRICO, fino a prova contraria: il
contenuto deve essere vero, cioè deve corrispondere ad un stato di cose presenti o passate (vedi l’esempio
degli unicorni). La terza caratteristica della conoscenza (e della credenza) è quella di (c) ESSERE
GIUSTIFICATA e ci sono due sensi per interpretare il termine “giustificata”:
senso interno → l’oggetto della credenza non solo deve essere vero quanto a rapporto con il
mondo, ma il soggetto deve essere anche in grado di giustificare/dimostrare perché
quell’oggetto è vero
Bisogna pensare al modello greco classico (platonico) della conoscenza , che vede come massima espressione
della conoscenza la geometria. Il modello classico platonico di conoscenza prevede due tipi di conoscenza:
l’episteme e la doxa. L’episteme è la conoscenza certa perché dimostrata: l’esempio più chiaro è la
dimostrazione di un teorema (sapere certificato dagli esperti perché è stato dimostrato). All’idea di episteme
si contrappone l’idea di doxa: la doxa è l’opinione qualunque (del popolo, non qualificata). È da sottolineare
che l’episteme non ha a che fare con il ruolo sociale di una persona.
Esiste qualcosa di intermedio tra l’episteme e la doxa? Sì, ed è il discorso proposto da Pitagora: egli
rivendicava una terza categoria, la pistis. Questo termine non fa riferimento alla fede religiosa, bensì indica
un affidamento nella verità di qualcosa e coincide con l’atto di fede, che non è solamente verso la
trascendenza perché una persona può porre un atto di fede anche ad esempio nel fatto che il Covid-19 non
esista (ATTO FIDEISTICO, ACRITICO). L’atto di fede è il contrario della conoscenza critica, perché non è
giustificato, ma fa riferimento al fatto che benché una cosa non sia dimostrabile dal soggetto, bisogna fidarsi
in quanto su questa cosa c’è l’accordo della comunità degli esperti. Esistono forme di conoscenza che,
ancorché non necessitano di giustificazione, sono molto importanti per l’agire umano: l’illuminazione e
l’intuizione, che però non sono scienza, poiché l’artista e l’illuminato non devono mai giustificare niente.
Inoltre, la pistis è importante nel capo delle scienze umane in virtù del controllo tra colleghi dei procedimenti
e del metodo di ricerca. Senza dimostrazione del metodo procedurale non si ha scienza (ma intuizione)
perché la conoscenza non sarebbe né replicabile né criticabile.
➔ La conoscenza è credenza vera giustificata. La giustificazione, in un senso interno, implica (in
una versione forte) la dimostrazione, mentre (in una versione più laica) è sufficiente la pistis, e cioè
è sufficiente l’accordo della comunità degli studiosi. La conoscenza è ciò che provvisoriamente
(cioè fino a prova contraria) riteniamo vero e giustificato.
➔ L’onere della prova incombe sul soggetto stesso.
in senso esterno → il criterio della giustificazione di un soggetto nel credere qualcosa
Significa che una persona può essere serenamente convinta, data una lettura letterale della Bibbia, che la
Terra sia stata creata da Dio in maniera tale che esseri umani e dinosauri abbiamo convissuto (teorie
creazioniste). Se si usa il concetto interno di “giustificata” una credenza di questo tipo non ha fondamento
scientifico. Ma si è giustificati nel credere una cosa ingiustificabile? La seconda accezione della
giustificabilità si riferisce al mondo rappresentazionale che ha prodotto nel soggetto la credenza in
questione; questo è determinato dal fatto che la maggior parte della nostra conoscenza non è diretta, ma noi
accettiamo il sapere che viene da una comunità di specialisti che si fanno garanti della verità di quel
contenuto di conoscenza: in base a ciò un soggetto sarà giustificato a credere che p.
Il sapere dell’esperto comporta un problema anche di natura politica. Siccome il potere non è distribuito
equamente nella società, ogni persona deve affidarsi agli esperti per alcuni tipi di sapere. Questo processo
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non pone solo il problema della fiducia del contenuto, ma anche il problema politico di fiducia della buona
fede dell’intera comunità scientifica. Il problema epistemologico invece consiste nel fatto che più in un
discorso si utilizza il termine “affidarsi” e “fidarsi di”, più è chiaro come il sapere non sia equamente
distribuito nella società.
➔ Prima definizione del significato di conoscenza: conoscenza = credenza vera giustificata.
2. Il mondo e il discorso: verità storica e verità narrativa
Seconda definizione del significato di conoscenza
Nella Chicago degli anni ‘20 c’era già una grande tradizione degli studi sociali, la Scuola di Chicago, che era
collegata a quell’orientamento in sociologia che si chiama imperazionismo simbolico. La prima scuola di
Chicago vede tra i suoi esponenti William Thomas, il quale assieme ad un sociologo polacco scrive Il
contadino polacco in Europea e in America: si tratta del primo studio in cui vengono utilizzati i documenti
personali, come le lettere e i diari personali, dando il via a un nuovo settore di studi. La centratura
dell’attenzione è sull’esperienza personale dei soggetti e sul loro vissuto. Che cos’è il “vissuto”, che si
contrappone al percorso di vita?
Il percorso di vita è raffigurabile attraverso un segmento di retta con dei punti che corrispondono a
determinati eventi apicali nella vita della persona. Il percorso di vita è costituito da elementi di cui si può
parlare in termini di vero/falso, cioè il percorso di vita è composto da tappe che si possono mettere in un
curriculum, il quale rappresenta l’archivio del percorso di vita. Il percorso di vita è un qualcosa definibile in
maniera chiara e tendenzialmente univoca, di non reversibile (il passato non è modificabile) e che non
ammette interpretazioni diverse.
Il vissuto soggettivo è un qualcosa di totalmente diverso e si pone in rapporto dialettico e creativo con il
percorso di vita. Il vissuto è l’interpretazione che un soggetto dà di una parte o della totalità della
proprio percorso di vita. Il soggetto quindi effettua una narrazione che descrive il proprio percorso e questo
significa sì che tutti gli eventi che vengono tirati in gioco vengono descritti interpretandoli, ma comunque
essi sono effettivamente parte del percorso di vita: il contenuto della narrazione è quindi il vissuto. Le
caratteristiche del vissuto sono le seguenti:
• è sempre un’INTERPRETAZIONE;
• è sempre un’interpretazione LIBERA e CREATIVA;
• è una CONTINUA REINTERPRETAZIONE, anche perché ciò che il soggetto narra di se stesso in
una narrazione dipende anche dal destinatario a cui è rivolta la narrazione;
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