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sensibile e non dà che un’idea confusa, bisognerà metterla tra le qualità primarie. Non occorre

immaginarsi che idee come quelle del colore o del dolore siano arbitrarie, e senza rapporto o

connessione naturale con le loro cause. Direi piuttosto che c’è un tipo di somiglianza non totale,

ma espressiva o di rapporto d’ordine. È ben ragionevole che l’effetto corrisponda alla sua causa. Il

calore non è una qualità sensibile del tutto assoluta, ma relativa a degli organi proporzionati. Anche

le qualità primarie, come l’unità o il numero, possono non apparire come dovrebbero; poiché, come

Descartes ha rilevato, un globo toccato dalle dita in una certa maniera sembra doppio. Non ne

segue dunque che ciò che non appare sempre nel medesimo modo non sia una qualità

dell’oggetto e che la sua immagine non gli somigli. In qualche maniera si può dire che il calore

appartiene all’acqua, benché quest’ultima possa apparire fredda a qualcuno; come il miele è detto

dolce assolutamente, e l’argento bianco, nonostante l’uno sembri amaro e l’altro giallo ad alcuni

malati; poiché la denominazione si fa in relazione a ciò che è più ordinario.

Capitolo IX: della percezione

Vorrei distinguere tra percezione e avere appercezione. La percezione della luce o del colore, per

esempio, di cui abbiamo appercezione, è composta da una quantità di piccole percezioni di cui non

abbiamo appercezione.

Capitolo X: sulla ritenzione

Se le idee non fossero che le forme del pensiero, cesserebbero insieme a questi ultimi, ma esse

ne sono gli oggetti interni e in questa maniera possono sussistere. Se di pensieri passati non

rimanesse nulla non appena non ci si pensa più, non sarebbe possibile spiegare come se ne

possa conservare il ricordo.

Capitolo XII: delle idee complesse

Non soltanto noi riceviamo immagini o tracce nel cervello, ma ce ne formiamo anche di nuove,

quando prendiamo in considerazione delle idee complesse. Così occorre che la tela che

rappresenta il nostro cervello sia attiva ed elastica. L’idea della sostanza non è così oscura come

si pensa. Se ne può conoscere quel che è necessario e quel che si conosce anche in altre cose; e

del resto la conoscenza dei concreti è sempre anteriore a quella degli astratti; si conosce più il

caldo che il calore.

Capitolo XIII: dei modi semplici

Le sostanze o i concreti sono concepiti più facilmente che gli accidenti o gli astratti. È vero che se il

mondo fosse pieno di corpuscoli duri che non potessero né piegarsi né dividersi, come vengono

raffigurati gli atomi, sarebbe impossibile vi fosse movimento. Ma la verità è che non vi è durezza

originaria: al contrario la fluidità è originaria, e i corpi si dividono secondo il bisogno, poiché non vi

è nulla che lo impedisca. Ciò toglie ogni forza all’argomento ricavato dal movimento per provare il

vuoto.

Capitolo XIV: della durata

Una successione di percezioni risveglia in noi l’idea della durata, ma non la costituisce. Le nostre

percezioni non hanno mai una successione sufficientemente costante e regolare da corrispondere

a quella del tempo che è un continuo uniforme e semplice come una linea retta. Il mutamento delle

percezioni ci dà occasione di pensare al tempo e lo si misura mediante mutamenti uniformi; ma

quand’anche non vi fosse nulla di uniforme nella natura, il tempo non cesserebbe di essere

determinato, come il luogo non cesserebbe di essere determinato, quand’anche non vi fosse alcun

corpo fisso o immobile. In questo senso il tempo è la misura del movimento, vale a dire il

movimento uniforme è la misura del movimento difforme. La durata si conosce dal numero dei

movimenti periodici eguali dei quali l’uno comincia quando l’altro finisce. I sensi da soli non

potrebbero essere sufficienti a fare formare la nozione di eternità. Si può dire che l’idea

dell’assoluto è anteriore nella natura delle cose a quella dei limiti che vi si aggiunge, ma noi non

rileviamo la prima se non cominciando da ciò che è limitato e che colpisce i nostri sensi.

Capitolo XVI: del numero

Questa definizione secondo la quale il numero è una moltitudine di unità non ha luogo che negli

interi. I numeri sono non soltanto differenti in grandezza, ma anche dissimili. Un numero pari può

essere diviso esattamente in due, ma non un numero dispari; tre e sei sono numeri triangolari,

quattro e nove sono quadrati, otto è cubo.

Capitolo XVII: dell’infinità

Il vero infinito in senso rigoroso non è che nell’assoluto che è anteriore a ogni composizione, e non

è formato per addizione di parti. L’idea dell’assoluto è in noi anteriormente come quella dell’essere.

La vera ragione in base alla quale si ha argomento di ritenere che la bianchezza non potrebbe

essere aumentata all’infinito è che non si tratta di una qualità originale. Ma riguardo alle qualità

originali, si vede che vi sono i mezzi qualche volta per andare all’infinito non soltanto laddove vi è

estensione, come nel tempo o nel luogo, ma anche laddove si ha intensione o gradi, come per

esempio nella velocità.

Capitolo XVIII: di alcuni altri modi semplici

La maggior parte dei modi non sono abbastanza semplici e potrebbero essere annoverati tra i

modi complessi. Si ha sensazione quando si appercepisce un oggetto esterno, la reminiscenza ne

è la ripetizione senza che l’oggetto si ripresenti; mentre quando si sa di averla già avuta si ha

ricordo. Abbiamo attenzione per gli oggetti che distinguiamo e preferiamo agli altri, la quale,

allorché tende alla conoscenza senza rapporto all’azione, sarà contemplazione. L’attenzione il cui

scopo è apprendere, è studio. Il sonno è una cessazione delle sensazioni. Senza dubbio il

pensiero è un’azione, ma è un’azione essenziale. Noi non siamo mai senza percezioni, ma è

necessario che siamo sovente senza appercezioni, quando cioè non si hanno percezioni distinte.

Capitolo XX: dei modi del piacere e del dolore

Credo che non vi siano percezioni che siano del tutto indifferenti, ma è sufficiente che il loro effetto

non sia discernibile perché le si possa dire tali; il piacere o il dolore sembrano consistere in un

aiuto o un impedimento palese. Il bene deve essere gradevole di per sé o perché serve per

qualcos’altro che ci possa dare un sentimento gradevole; vale a dire che il bene è gradevole o

utile, e l’onesto a sua volta consiste in un piacere dello spirito. Nel desiderio in se stesso vi è

piuttosto una disposizione e una preparazione al dolore, che non il dolore medesimo.

L’inquietudine, vale a dire piccole sollecitazioni impercettibili che ci tengono sempre sotto stimolo,

sono determinazioni confuse; e per questo sovente non sappiamo ciò che ci manca, mentre nelle

inclinazioni e nelle passioni sappiamo almeno ciò che domandiamo. Questi stimoli sono come

tante piccole molle che cercano di distendersi e che fanno agire la nostra macchina. L’inquietudine

si trova pure nella gioia, poiché essa rende l’uomo vigile, attivo, pieno di speranza per andare più

lontano. Le passioni non sono opinioni, ma tendenze o piuttosto modificazioni della tendenza, che

vengono dall’opinione o dal sentimento, che sono accompagnate da piacere o da dispiacere.

Capitolo XXI: della potenza e della libertà

La potenza in generale è la possibilità del cambiamento. Il cambiamento, essendo azione in un

soggetto e passione in un altro, avrà anche due potenze, l’una passiva e l’altra attiva. Quella attiva

potrà essere chiamata facoltà e può darsi che quella passiva possa essere chiamata capacità o

ricettività. La potenza attiva è presa qualche volta in un senso più perfetto, quando, oltre alla

semplice facoltà, vi è della tendenza. Si potrebbe conferirle in modo particolare il nome di forza. E

la forza sarebbe o entelechia o sforzo. Le entelechie, vale a dire le tendenze primitive o

sostanziali, quando sono accompagnate da percezione, sono le anime. La volizione è la tendenza

ad andare verso ciò che si trova buono e ad allontanarsi da ciò che si trova cattivo. Vi sono anche

degli sforzi che risultano dalle percezioni insensibili e dei quali non si ha appercezione, che però

preferisco chiamare appetizioni anziché volizioni, poiché si chiamano azioni volontarie solo quelle

di cui si può avere appercezione, e sulle quali la nostra riflessione può cadere. L’esercizio

dell’intelletto si chiama intellezione, cioè una percezione distinta unita alla facoltà di riflettere. Ogni

percezione unita a questa facoltà è un pensiero. il termine libertà è molto ambiguo. Vi è libertà di

diritto e libertà di fatto. Secondo la libertà di diritto, uno schiavo non è libero, un suddito non è

interamente libero, ma un povero è altrettanto libero di un ricco. La libertà di fatto consiste nel

potere di fare ciò che si vuole ed essa ha i propri gradi e differenze. Generalmente colui che ha più

mezzi è più libero di fare ciò che vuole. Per chiamare libere le azioni richiediamo non solo che

esse siano libere, ma che siano anche deliberate. In un certo senso un’azione può essere

volontaria senza essere libera. Quando si ragiona sulla libertà della volontà, o sul libero arbitrio,

non si domanda se l’uomo può fare ciò che vuole, ma se ha sufficiente indipendenza nella sua

volontà. La volontà segue il più gran bene o fugge il più gran male di cui ha sentore. Quando noi

preferiamo il peggio, è perché sentiamo il bene che racchiude, senza sentire né il male che

comporta né il bene che è insito nel partito contrario. La volizione non potrà mai sussistere senza

desiderio e senza repulsa. L’inquietudine è essenziale alla felicità delle creature, la quale non

consiste mai in un possesso perfetto, ma in un progresso continuo e ininterrotto verso beni più

grandi. Non so se il più grande piacere è possibile, credo piuttosto che esso possa crescere

all’infinito. La felicità è un piacere durevole, il che non sarebbe possibile senza una progressione

continua verso nuovi piaceri. La felicità è dunque un cammino attraverso piaceri, e il piacere non è

che un passo verso la felicità. Sono la ragione e la volontà a condurci verso la felicità, mentre il

sentimento e l’appetito ci portano solo verso il piacere. Il bene è ciò che contribuisce al piacere;

mentre il male ciò che contribuisce al dolore. L’esecuzione del nostro desiderio sospesa o

arrestata quando esso non è abbastanza forte da commuoverci e da superare la fatica o

l’incomodo che si ha nel soddisfarlo. Lo spirito non ha un potere completo e diretto di arrestare

sempre i propri desideri, altrimenti non ne sarebbe mai determinato. Bisogna dunque che infine sia

determinato, e che così non possa opporsi che indirettamente ai propri desideri, preparandosi in

anticipo armi per combatterli al momento del bisogno. La vera felicità dovrebbe essere sempre

l’oggetto dei nostri desideri, ma vi è argomento di dubitare che lo sia, poiché a meno che l’appetito

sia guidato dalla ragione, tende al piacere presente, e non alla felicità, benché tenda a farlo durare.

La gioia e la tristezza derivano dal prevalere dei piaceri o dei dolori, quando questi sono mescolati

insieme.

Capitolo XXIII: delle nostre idee complesse delle sostanze

Le idee non dipendono dai nomi. Un uomo che inventasse un nome, non per questo ci darebbe

una nuova idea.

Credo che l’anima pensi e abbia sempre sensazioni, che sia sempre unita a qualche corpo, e

anche che non abbandoni mai interamente e d’un colpo il corpo cui è unita. Tutte queste idee, e

particolarmente quella di Dio, sono in noi originariamente, e soprattutto quella dell’infinito non si

forma affatto mediante un’estensione delle idee finite.

Capitolo XXV: della relazione

La realtà delle relazioni, come quella delle verità eterne, deriva dalla suprema ragione. Non vi è

alcuna denominazione interamente esteriore, a causa della connessione reale di tutte le cose.

Capitolo XXVII: dell’identità e della diversità

Bisogna sempre che, oltre la differenza del tempo e del luogo, vi sia un principio interno di

distinzione, e nonostante vi siano molte cose della medesima specie, è tuttavia vero che non ve ne

sono mai di perfettamente simili. Così, benché il tempo e il luogo ci servano a distinguere le cose,

le cose non cessano di essere distinguibili in se stesse. Se due individui fossero indistinguibili di

per sé, non vi sarebbe principio di individuazione; e a tale condizione non vi sarebbero affatto né

distinzione individuale né differenti individui. Il sentimento dell’io è prova di un’identità morale o

personale. Il sé fa l’identità reale e fisica, e l’apparenza di sé, accompagnata dalla verità, vi

aggiunge l’identità personale.

Capitolo XXVIII: delle relazioni morali

Gli uomini intendono per virtù ciò che è conforme alla natura, ma si sbagliano spesso

nell’applicazione. Non è l’abilità, ma il cattivo uso che se ne fa a esser degno di biasimo. Così tutto

ciò dipende dall’applicazione e dal buono o cattivo uso delle qualità che si posseggono. È anche

vero molto spesso che gli uomini si condannano da loro stessi come quando fanno ciò che

biasimano negli altri; e c’è sovente una contraddizione tra le azioni e le parole. La virtù è ciò che è

degno di lode, ed è ciò che dipende dalla verità e non dall’opinione.

Capitolo XXIX: delle idee chiare e oscure, distinte e confuse

Un’idea è chiara quando basta per riconoscere la cosa e per distinguerla. Sono solito seguire il

linguaggio di Descartes, per il quale un’idea potrà essere chiara e confusa nel medesimo tempo; e

tali sono le idee delle qualità sensibili. Esse sono chiare poiché le si riconoscono e le si discernono

facilmente le une dalle altre, ma non sono distinte poiché non si distingue ciò che racchiudono.

Così non si saprebbe darne la definizione. Ogni idea oscura è indeterminata e incerta. È verissimo

che l’abuso delle parole è una grande fonte di errori. Così il pensiero vuoto è o vuoto e senza idea,

o ondeggiante fra più di un’idea. Da ciò nascono un’infinità di dispute incerte e vane nella

conversazione e nei libri.

Capitolo XXX: delle idee reali e chimeriche

Un’idea sarà reale anche quando sarà possibile, nonostante nessun esistente vi corrisponda. Lo

spirito è attivo anche rispetto alle idee semplici, quando le stacca le une dalle altre per considerarle

separatamente: e ciò è altrettanto volontario della combinazione di più idee. Non si potrebbe

affatto stabilire se un’idea è chimerica o no, poiché ciò che è possibile, nonostante non si trovi nel

luogo o nel tempo in cui siamo, può essere esistito in altri tempi o forse esisterà un giorno, oppure

potrà anche trovarsi già nel presente in un altro mondo o anche nel nostro, senza che lo si sappia.

Le idee possibili quindi diventano chimeriche solo quando vi si unisce, senza fondamento, l’idea

dell’esistenza effettiva.

Capitolo XXXI: delle idee adeguate e inadeguate (=complete e incomplete)

Un’idea è adeguata quando è così distinta che tutti i suoi ingredienti sono distinti, e tale è all’incirca

l’idea di numero. Ma quando un’idea è distinta e contiene la definizione dell’oggetto, potrà essere

inadeguata, nel caso che tali ingredienti o definizioni non siano tutti conosciuti altrettanto

distintamente. Per me la divisione in complete e incomplete non è che una suddivisione delle idee

distinte. Un’idea dunque potrà essere completa o incompleta a seconda che si intendano bene o

male le idee parziali che formano l’idea totale; ed è un segno che un’idea è completa quando essa

fa conoscere perfettamente la possibilità dell’oggetto. Le idee possibili sono vere, e le idee

impossibili sono false.

LIBRO III: DELLE PAROLE

Capitolo I: delle parole o del linguaggio in generale

Credo che senza il desiderio di farci intendere non avremmo mai formato un linguaggio; ma,

essendo formato, esso serve all’uomo anche per ragionare con se stesso. Non vedo perché non si

potrebbe dire che vi sono idee privative, come vi sono verità negative, poiché l’atto di negare è

positivo.

Capitolo II: sul significato delle parole

So che si è usi dire che i significati delle parole sono arbitrari, ed è vero che non sono determinati

da una necessità naturale, ma ciononostante lo sono da ragioni sia naturali, in cui il caso ha

qualche parte, sia morali in cui vi entra della scelta. Si formano anche delle lingue prendendone

una per base, che si storpia e si altera, che si mescola e si corrompe, trascurando e cambiandone

le regole. Delle lingue che sussistono ormai da molto tempo, non ve ne sono oggi che non siano

estremamente alterate. Se avessimo la lingua primitiva nella sua purezza, o abbastanza

conservata per essere riconoscibile, vi apparirebbero chiaramente le ragioni delle connessioni sia

fisiche sia di un’istituzione arbitraria saggia e degna del primo autore.

Capitolo III: dei termini generali

I nomi propri sono stati ordinariamente appellativi. Vorrei dire che quasi tutte le parole sono

originariamente termini generali. I nomi degli individui furono nomi di specie che si davano per

eccellenza o altro motivo, a qualche individuo. L’arte di ordinare le cose in generi e in specie non è

di poca importanza e serve molto sia al giudizio sia alla memoria. Se gli uomini non sono

d’accordo sul nome, ciò cambia forse le cose o le loro somiglianze? Per meglio distinguere

l’essenza e la definizione, bisogna considerare che non vi è che un’essenza della cosa, ma che vi

sono molteplici definizioni che esprimono una medesima essenza. L’essenza di una cosa è ciò che

la costituisce e che le dà quelle qualità sensibili che la fanno riconoscere e che fanno la sua

definizione nominale, mentre avremmo la definizione reale, se potessimo spiegare questa

costituzione interna.

Capitolo IV: dei nomi delle idee semplici

I termini che sono semplici in se stessi non potrebbero ricevere alcuna definizione né nominale né

reale. Nelle materie che conosciamo solo da empirici, tutte le nostre definizioni non sono che

provvisorie. Io credo che l’arbitrario si trovi solo nelle parole e per nulla nelle idee, poiché queste

ultime non esprimono che delle possibilità.

Capitolo V: dei nomi dei modi misti e delle relazioni

Le qualità dello spirito non sono meno reali di quelle del corpo. È vero che non si vede la giustizia

così come si vede un cavallo, ma non la si intende meno.

Capitolo VI: dei nomi delle sostanze

La legge di continuità comporta che la natura non lasci vuoti nell’ordine che essa segue. Se

combiniamo idee compatibili, i limiti che assegniamo alle specie sono sempre esattamente

conformi alla natura; e se poniamo cura a combinare le idee che si trovano attualmente insieme, le

nostre nozioni sono anche conformi all’esperienza. La natura può fornire idee più perfette e più

comode, ma non darà una smentita a quelle che abbiamo, che sono buone e naturali, per quanto

non siano forse le migliori e le più naturali. Più elementi si raccolgono e meno la definizione è

provvisoria. Gli uomini non determinano le specie delle cose, ma solo il nome. Non capisco perché

si dovrebbero far sempre dipendere dalla nostra opinione o conoscenza le virtù, le verità e le

specie. Esse sono nella natura, sia che noi lo sappiamo e lo approviamo, o no. È bene riconoscere

la differenza che c’è tra le sostanze perfette e gli aggregati di sostanze che sono esseri sostanziali

composti o dalla natura o dall’artificio degli uomini.

Capitolo VII: delle particelle

Riconosco che le particelle sono di grande utilità, ma non so se l’arte di ben parlare si basi

essenzialmente su di esse. Ma riconosco che se si disponessero male le particelle, il lettore

verrebbe disorientato assai più che se le si omettessero. Il numero dei significati eccede di molto

quello delle particelle.

Capitolo IX: della imperfezione delle parole

Le parole sono ugualmente delle note per noi quanto segni per gli altri: e l’uso delle parole ha

luogo sia quando si tratta di applicare i precetti generali alla pratica della vita, sia quando si tratta

di trovare o verificare questi precetti; il primo uso dei segni è civile, e il secondo è filosofico. Vi

sono due difetti ai quali è più difficile porre rimedio e che consistono l’uno nel trovarsi in dubbio se

delle idee sono compatibili, quando l’esperienza non ce le fornisce tutte combinate in un medesimo

oggetto; l’altro nella necessità che si ha di fare definizioni provvisorie delle cose sensibili, quando

non se ne ha sufficiente esperienza per averne definizioni più complete.

Capitolo X: dell’abuso delle parole

Ci si sobbarca raramente della fatica che sarebbe necessaria per ottenere la comprensione dei

termini o parole. Ordinariamente i diversi significati della medesima parola hanno qualche affinità;

ciò li fa scambiare l’uno per l’altro e non si prende il tempo per considerare ciò che si dice con tutta

l’esattezza che sarebbe da augurarsi. Il più delle volte si cerca il piacere, il divertimento e ciò che è

esteriore. Più che la verità: oltre al fatto che vi si mescola la vanità. È vero però che vi sono, anche

se raramente, oscurità perdonabili e addirittura lodevoli. Una certa oscurità potrebbe essere

permessa, ma è necessario che essa nasconda qualcosa che merita di essere scoperto. Ma la

religione e la giustizia richiedono idee chiare. Certi ornamenti dell’eloquenza sono come i vasi

egizi, dei quali ci si poteva servire per il culto del vero Dio.

Capitolo XI: dei rimedi all’abuso delle parole

Il nome dell’oro significa non solo ciò che colui che lo pronuncia conosce dell’oro, ma anche ciò

che egli non conosce, vale a dire un corpo dotato di una costituzione interna dalla quale nascono

anche altre proprietà, che egli ammette esser meglio conosciute dagli esperti.

LIBRO IV: SULLA CONOSCENZA

Capitolo I: sulla conoscenza in generale

La conoscenza si può considerare anche in senso più generale, in quanto si trova anche nelle

idee, prima che si pervenga alle proposizioni. E si può dire che chi avrà osservato con più

attenzione le cose, chi avrà letto più romanzi ingegnosi, ascoltato il maggior numero di narrazioni

curiose, avrà maggior conoscenza di un altro, quand’anche non vi fosse una parola di verità in

tutto ciò che gli è stato rappresentato o raccontato. Ed è certo che egli sarà più istruito e capace di

un altro che non ha visto né ascoltato nulla; purché in queste storie non prenda per vero ciò che

non lo è. ma prendendo la conoscenza in un senso più ristretto, vale a dire come la conoscenza

della verità, dico che è pur vero che la verità è fondata sempre nella concordanza o discordanza

delle idee, ma non è affatto vero in generale che la nostra conoscenza della verità sia una

percezione di tale concordanza o discordanza. Poiché, quando conosciamo la verità solo

empiricamente senza conoscere la connessione delle cose, non abbiamo la percezione di una tale

concordanza o discordanza. La forza della dimostrazione è indipendente dalla figura tracciata, che

è chiamata in causa solo per facilitare la comprensione di ciò che si vuol dire e fissare l’attenzione;


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DETTAGLI
Esame: Gnoseologia
Corso di laurea: Corso di laurea in filosofia
SSD:
Università: Pisa - Unipi
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher stellinadeisognatori di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Gnoseologia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Pisa - Unipi o del prof Linguiti Gennar Luigi.

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