Cracco Ruggini: la città imperiale
La formazione del modello
Dai tempi greci sono gli uomini che fanno le città, tuttavia in Cicerone vi è un elemento romano-imperiale: il vincolo politico della società urbana di natura giuridica costituisce la città, anello di congiunzione tra famiglia e stato. Quando l’impero romano si forma, era già chiara l’idea di città, di modelli elaborati e sperimentati nel corso delle conquiste italiche, era una struttura di integrazione. Agli occhi dei romani le città non erano più parti d’un sistema di potere, piccole patrie integrate all’interno della patria comune, anelli tra vertici e realtà locali. Il modello cittadino venne esportato nelle aree provinciali e adeguato di conseguenza. Le città vennero gerarchizzate in base a uno status giuridico.
All’inizio dell’età imperiale Roma dovette controllare un territorio vastissimo tramite pochi funzionari, circa duecento ufficiali civili non adeguatamente preparati ma membri delle grandi famiglie romano-italiche. Era inevitabile che tutto il resto venisse lasciato nelle mani dell’élite locali, sia per necessità che per opportunità politica. Doveva tuttavia crearsi strutture atte a sorreggere la pax Romana, quella pace interna ed esterna nel cui segno i vari popoli avevano accettato la supremazia di Roma. Nelle aree dove si trovò di fronte realtà sviluppate e consolidate (es province greco-asiatiche), Roma si limitò a fare perno sull’esistente, esaltando e comprimendo determinati aspetti, dando l’aspetto di un’autonomia locale che sussiste, adottando una politica equilibrata e prudente, nel rispetto delle tradizioni preesistenti. Incoraggiò gli sviluppi urbani di tipo greco. Rarissimi gli insediamenti dei veterani (colonie), cioè isole di latinità estranee alle tradizioni locali. Conservavano le autonomie cittadine perché amministravano fungendo da tramite politico e fiscale fra le popolazioni locali e ogni governatore di provincia. Roma pretese però la garanzia di un ordinato gettito fiscale e la “concordia” (propagandata anche nella monetazione), la pace all’interno di ogni città. In aree invece che non avevano salde strutture urbane, il governo romano svolse sulla lunga durata un’opera di urbanizzazione intensa, creando insediamenti o rifondando quelli già esistenti secondo gli schemi giuridici e urbanistici già sperimentati in Italia.
Gerarchie politico-giuridiche
Nei primi secoli era a discrezione dei generali concedere la cittadinanza a coloro che li avevano sostenuti. A partire da Cesare e soprattutto da Augusto le creazioni di città conobbero un'accelerazione sensibile, che si accentuò sotto i Flavi e gli Antonini, invece per l’Africa sotto i Severi. A volte le città nascevano non in base a un progetto, ma frutto di insediamenti militari (es Tarragona, che era base per lo sbarco delle truppe in Spagna; Italica/Santiponce si formò nel 202 dopo la battaglia di Illipa come borgata attorno all’ospedale da campo). Le nuove città vennero gerarchizzate a livello giuridico in base ai rapporti di dipendenza e privilegio rispetto al potere romano (il quale alimentò i patriottismi locali).
Le popolazioni soggiogate facevano capo a città peregrinae (straniere, non romane) sottomesse alla legge di Roma (lex provinciae), pagavano uno stipendium o tributum (imposta su beni immobili e mobili: case, navi, schiavi), nonché un tributum capitis (imposta per testa di ogni abitante adulto); gli abitanti peregrini non potevano sposare cittadini romani, né darsi al commercio, né materie di giustizia, eredità, affrancamento ecc., solo per concessione imperiale a titolo individuale oppure dopo i 25 anni di servizio militare potevano acquisire la cittadinanza romana; i notabili locali potevano affermarsi solo all’interno del proprio ambito cittadino.
Alcune città peregrine potevano avere onori speciali, come quello di fregiarsi di un appellativo imperiale (es Bracara Augusta/Braga, Asturica Augusta/Astorga nella Spagna Tarraconense; Claudia Caesarea in Cappadocia, ecc), oppure la concessione dello status di civica libera et immunis (libera dal controllo amministrativo del governatore ed esente dai tributi); alcune peregrine vennero riconosciute come alleate quindi giurisdizionalmente autonome e indipendenti nelle decisioni interne (es le città dei Treviri, dei Biturigi, degli Averni, Amiso in Bitinia, Utica in Africa dopo l’appoggio dato a Pompeo).
Al di sopra delle peregrine vi erano due classi privilegiate: i municipi di diritto latino (e in certi casi anche romano) che avevano un sistema simile a quello federativo delle città italiche (es Calagurris/Calahorra, Sagunto, Emporiae/Ampurias nella Tarraconense, Olisia/Lisbona in Lusitania, Italica in Betica, Tolosa in Narbonense, Nemausus/Nimes, Aquae Sextiae/Aix-en-Provence); i municipi si sovrapposero a insediamenti indigeni, i cittadini erano latini con diritti civili dei cittadini romani, solo chi rivestiva la carica di magistrato municipale acquisiva la cittadinanza romana con i propri familiari (con Adriano la cittadinanza viene estesa a tutti i membri dei senati municipali); i municipi non erano differenti dai peregrini dal punto di vista fiscale e dal fatto che non potevano accedere all’amministrazione imperiale o senato (solo in via straordinaria venne concesso dal principe ad alcune città: es per la Gallia Narbonense sotto Augusto e Tiberio nel 14dC; quelle della Gallia interna con Claudio che era nato a Lione).
Infine al livello più alto si collocavano le colonie con diritto latino o romano, fondate talvolta ex novo con cittadini romani (civili o militari) che beneficiavano di assegnazioni gratuite di terre (Tarraco, Barsino/Barcellona, Caesaraugusta/Saragozza nella Spagna Tarraconense, Emerita Augusta/Merida in Lusitania, Orange, Arles, Beziers, Narbona e Lione nelle Gallie, Cartagine in Africa), gli abitanti godettero del diritto latino o romano e i notabili potevano far carriera a Roma (es Settimio Severo concesse lo ius Italicum a Leptis Magna, Cartagine-che comunque doveva pagare il tributum- e a Utica; stesso privilegio a Lione, Antipolis nelle Gallie; Apamea in Bitinia). Le colonie onorarie erano centri urbani già esistenti che venivano promossi di rango per volontà del principe in segno di onore (Valence e Vienne nelle Gallie, Asido/Medina Sidonia in Betica-già municipio cesariano poi colonia augustea-, Leptis Magna in Tripolitania sotto Traiano, Italica in Betica e Utica nell’Africa Proconsolare-entrambe erano municipi augustei-). Talvolta invece le colonie volevano passare allo status di municipio, perché questo godeva di “suis morbus legibusque uti”, un’autonomia più grande, ma al di là degli statuti vi era uniformità del trattamento fiscale (salvo poche eccezioni).
Le città peregrine del nord scomparvero assorbite nel sistema municipale (eccezioni: Thabarbusis in Africa Proconsolare, Altava in Mauretania Cesariense che fino al IV secolo rimasero peregrine). L’oriente greco mantenne una fisionomia urbana autonoma come da accordi iniziali. Dopo la costituzione antoniniana di Caracalla del 212/214dC termini come municipio, colonia, civica, res publica, oppidum persero di significato sebbene il diritto delle collettività non fosse stato toccato dal diritto, mantenendo anzi delle tendenze conservatrici (es Thubursicu Bure in Africa Proconsolare si fa chiamare municipio ancora sotto Gallieno nel 260/261).
La politica di Traiano era imperialistica e filocoloniaria, mentre quella del successore Adriano era pacifista e filomunicipale. Adriano venne onorato nelle iscrizioni dai collegia municipali, associazioni, oppure l’imperatore rivestiva indirettamente titoli conferitigli dai municipi. Ciononostante attorno alle città vi erano sistemi politici, culturali ed economici differenti in zone marginali dell’impero, abitate da collettività (populi) amministrate dalla civica più prossima e che in seguito si integrarono in municipi (es secondo un’iscrizione bronzea di Cles le popolazioni alpine della Val di Non erano adtributae al municipio di Trento in età claudia 46dC, ma ottennero la civitas; i Nattabuti ai confini della Numidia e della Proconsolare divennero municipio nel III sec dC).
Le non-città
All’interno dei territori delle civica esistevano insediamenti non riconosciuti come città, agglomerati indigeni preesistenti alla conquista (oppida celtici, castella africani) o quelle collettività di cittadini romani (fora, conciliabula, vici, pagi civium Romanorum) che Roma non valorizzò. Secondo Isidoro di Siviglia: vici, castella e pagi erano abitate esclusi dalla dignità cittadina e attribuiti al territorio di qualche civica (venivano amministrate dal capoluogo), senza autonomia. Secondo Pompeo Festo: se la campagna non era di un proprietario unico (che risiedeva in villa) esistevano agglomerati secondari con funzioni di incontro e mercato, o di difesa.
Pagus era una circoscrizione territoriale che raggruppava un certo numero di città indigene (es pagus Thuscae et Gunzuzi nella Proconsolare, con 64 città stipendiarie), oppure una suddivisione del territorio d’una colonia o di un municipio (es attorno a Cartagine, a Cirta, a Thagaste), oppure un’area o un agglomerato abitato da veterani dopo assegnazioni viritane in una città peregrina (es pagus Fortunalis a Sutunurca, il pagus Mercurialis a Medeli in Africa; pagus di Dougga/Thugga vicino Cartagine); fondamentalmente il pagus era una ripartizione del territorio rurale che faceva capo alla città per fini tributari e annonari, lo si ritrova anche dopo il riassetto amministrativo dell’età dioclezianea sia in Egitto che in Italia (Sardegna, nei Bruzii, Lucania, Puglia).
Vici, castella, oppida erano borghi collocati sotto la tutela del capoluogo, centri satelliti che potevano essere numerosi all’interno della stessa civitas (Strabone ne ricorda 24 per il municipio di Nimes, Plinio il Vecchio 19 oppida ignobilia per Vaison/Vasio), questi agglomerati costituivano comunità con diritto di giurisdizione, avevano parziale autonomia perché amministrati dai propri magistrati (magister pagi, magister vici e magister castelli), assistiti da un consiglio di anziani (seniores) e perfino da un curator rei publicae locale (es il castellum di Biracsaccar nella Proconsolare era centro peregrino amministrato dai suffeti di Antonino Pio e nel 374dC fornito di un suo senato/ordo e di un curatore, simile a uno schema municipale; il castellum presso l’attuale Ain Tella si trovava un magistrato e seniores sotto la tetrarchia facendo capo a Thabraca; a Thigillava un’iscrizione riporta un magister con aedilicia iuris dictio nel pagus civium Romanorum dipendente da Cuicul/Djemila in Numidia; nel V secolo il castellum di Fussala dipendeva da Ippona).
In Africa vi erano grandi tenute (saltus) di proprietà imperiale o senatoria non incluse nel territorio di città che ebbero organizzazione municipale. Talvolta nei vici vi era un modello urbanistico sovrapposto al tipo indigeno (es l’oppidum lusitano di Conimbriga/Coimbra l’insediamento celtico divenne quartiere dei notabili indigeni) che si monumentalizzò (es nel vicus Hebromagus o Eburomagus- fra Narbona e Tolosa- tre magistrati sotto Marco Aurelio costruirono un teatro dedicato al numen degli imperatori e ad Apollo; oppure a Vandouvres-en-Brenne e a Les Tour Mirandes nella civica dei Biturigi i vicani o magistrati municipali eressero edifici pubblici vicino quelli esistenti), talvolta i vici vennero provvisti di mura (es Cularo/Grenoble vicino Vienne nato dalla sede doganale della Quadragesima Galliarum nel III secolo si dota di mura diventando civitas di Gratianopolis).
Stesso discorso vale per le canabae, insediamenti di baracche, che a nord dell’impero si formarono vicino alle frontiere attorno agli accampamenti per ospitare mercanti, famiglie di soldati, ebbero edifici pubblici e collegia con proprie sedi monumentali (es Aquincum/Budapest e Carnuntum in Pannonia divennero entrambi municipi sotto Adriano e colonie sotto Severo; Viminacium in Mesia tra Moldavia e il Danubio municipio sotto Adriano; Argentoratum/Strasburgo presso il confine renano era una fortezza circondata da canabae che non si trasformò mai in città; Vindonissa/Windisch in Rezia).
La trasformazione di vici e komai (villaggi nel mondo greco) in civitas era collegata all’ideologia del principe benefattore, in quanto creatore, restauratore, promotore di vita urbana (princeps civilis) e come tale oggetto di culto ufficiale in varie città: questa era la virtù politica dell’uomo di governo. Soprattutto tra III-IV secolo si conoscono casi in cui per ragioni punitive di varia natura a seguito di una decisione imperiale vennero depennate dall’elenco (catalogo) delle città ed eclassate a villaggi alcuni centri, i quali non cessarono poi di battersi per riottenere lo ius e la dignitas, il nomen e la honestas di civitas (es Bisanzio dopo la resistenza in favore di Clodio Albino capitolò davanti alle forze di Settimio Severo nel 196, venne ridotta a kome di Perinto, dopo la distruzione delle mura e il pagamento del tributo; stessa cosa Adana in Cilicia; leukai che divenne vicus di Efeso; Orkistos in Frigia decadde a oppidum dipendente da Nacolia; per un breve periodo anche Cesarea di Cappadocia che pagò un’ammenda e perse la eponimia cesarea conferitale da Claudio dopo disordini e distruzione di templi pagani cittadini; anche Emesa di Siria; anche Antiochia rischiò di venire annientata giuridicamente con la riduzione a kome dopo la rivolta del 387 sotto i Teodosii ma venne risparmiata; caso unico per l’occidente: Fidenza in Emilia da semplice oppidum nell’elenco di Plinio il Vecchio divenne municipio nel 206dC, ma...
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