La nozione di sostanza nella filosofia moderna
Introduzione: Aristotele
Metafisica
Libro VII
L'essere si dice in molti modi, come abbiamo distinto prima, dove abbiamo stabilito in quanti modi si dicono le cose. L'essere infatti significa, in un senso, l'essenza e una cosa particolare determinata, in un altro la qualità, o la quantità, o ciascuna delle altre cose che si predicano a questo modo.
TO ON in italiano viene tradotto come "essere", "ente" o "essente". Per esso si intende ciò che è, ciò che si presenta, non l'essere in senso astratto e indefinito. To on viene inteso in due sensi:
- TI ESTIN "Was etwas ist" "What a thing is" o "the what of a thing" "Essenza"
- TODE TI "Ein Dies von der Art" "A this" o "the individuality" "Una cosa particolare determinata" o "un alcunché di determinato".
La sostanza
Ousía ("Wesenheit", "Sostanza")
Nel libro precedente (libro V) Aristotele distingue tra sostanza prima (individuo concreto che riceve gli attributi in quanto soggetto) e sostanza seconda (genere/specie/forma). La sostanza prima ha un grado di sostanzialità maggiore poiché il soggetto è autonomo e indipendente, mentre gli attributi devono per forza riferirsi a un soggetto.
Nel libro VII la sostanza invece non è l'individuo concreto ma la forma. Distingue tre gradi di sostanzialità, di essere:
- Forma: ha una sostanzialità maggiore in quanto vivifica e attua la materia. Per questo è sostanza nel senso più alto.
- Sinolo di materia e forma (individuo concreto): ha una sostanzialità minore.
- Materia: ha una sostanzialità ancora minore.
I parametri della sostanza
Un essente ha delle categorie che vi si riferiscono, ma queste non sono tutte sullo stesso piano. Più in alto degli attributi c'è la categoria dell'ousía la quale:
- Prius: È sostanza prima (non derivata) che sussiste di per sé, indipendentemente dagli attributi. È autonoma, separata e semplice (aplos). L'essere primo della sostanza è indicato dalla sua essenza, ovvero il to ti en einai (Quod qui era esse, Was es heisst dies zu sein, Essence, Il che cos'era dell'essere). La sostanza è quindi ciò che è stabile e permanente nel tempo, ovvero il senso primario, non derivato di un essente.
- Sostrato: È un sostrato che viene predicato.
- Determinata: È sempre un qualcosa di determinato e non astratto. Genere e specie sono astratti ma la forma no, perché è dotata di energeia e quindi si attua nella materia.
- Causa: La sostanza, in quanto soggetto, non ha solo funzione statica di ricevere gli attributi, ma è soprattutto ciò in virtù di cui gli attributi sono, poiché se non avessero un soggetto a cui riferirsi non esisterebbero.
- Finalità: La sostanza ha un elemento di unitarietà: ogni cosa è comporta da parti e caratterizzata da un'unità senza la quale la cosa non avrebbe una funzione/uno scopo. Quando un corpo muore, dice Aristotele, esso non ha più quel nome, né la sua funzione, né sostanza, né unità, né scopo. L'unità è essenziale per la sussistenza di una cosa: le sue parti non sono aggregate casualmente come in un mucchio ma sono fuse insieme in un'unità, come in una sillaba. L'unità è la causa per cui una cosa esiste.
Soggetto ed essenza sostanziale
Nel libro V Aristotele individua quattro diversi significati di sostanza: essenza sostanziale, universale, genere, soggetto. Nel libro VII invece cerca di ricondurre il senso di sostanza ai due significati principali di essenza sostanziale e soggetto.
L'universale (concetto socratico) e il genere vengono eliminati dall'indagine sulla sostanza in quanto nozioni astratte che accomunano cose molteplici. Si è visto che la sostanza dev'essere determinata: con il concetto di morphè (eidos/forma morfogenetica in grado di attuare e plasmare la materia) l'universalità invece di essere eliminata viene concretizzata.
- Soggetto: È ciò che viene predicato ma non si predica di altro (sostrato di predicazione). Questo parametro è soddisfatto sia dalla materia che dal sinolo che dalla forma, ma solo uno di questi è sostanza.
- Essenza sostanziale (to ti en einai): È ciò che di una cosa si dice di per sé/secondo se stessa/secondo la sua essenza. Quando una cosa è secondo se stessa è katauto, ovvero non ha altra causa che se stessa. L'essenza sostanziale di Socrate non è essere musico ma essere se stesso, ovvero un uomo che si auto-fonda. L'essenza sostanziale appartiene soltanto ai soggetti/cose che possono essere oggetto di definizione e predicazione, non ai concetti.
Sostanza come morphè
Dopo aver elencato i parametri che definiscono la sostanza Aristotele li applica a materia, sinolo e forma per vedere quale di esse li soddisfa tutti, quale solo alcuni e quale uno soltanto.
Inizia a indagare su ciò di cui tutti parlano, ovvero i corpi sensibili: sono sostanze i corpi naturali, i corpi semplici, animali, piante, astri, ma si chiede se esistano altri tipi di sostanza. La materia è intesa come hyle (bronzo) e la sua configurazione dipende dalla forma (morphè): la materia dunque non ha un'esistenza autonoma, separata e indipendente dalla materia, e non è neanche katautò. Non ha in sé un principio di autodeterminazione ma dipende in tutto e per tutto dallo schema della sua configurazione, ovvero la sua forma, che per questo viene prima della materia. La materia non può essere sostanza perché soddisfa un solo parametro, ovvero l'essere sostrato di predicazione.
Dopo aver appurato che la materia non è sostanza, passa all'analisi del sinolo e si domanda perché la materia si configuri in tal modo da dar vita ad un individuo concreto. La risposta è l'essenza sostanziale, che nel caso della materia può essere solo la morphé: senza la forma infatti la materia non avrebbe configurazione, né vita, né causa, né scopo.
In conclusione la sostanza vera e propria, in senso più alto, è la forma in quanto principio di determinazione della materia: è un principio dinamico che si traduce nell'attuarsi e plasmare la materia e dar così vita al sinolo.
La risoluzione del problema eleatico del divenire
Gli Eleati affermano che la materia è potenzialità in quanto assume una forma, la quale invece è atto (entelechía, energeia) in quanto configura e vivifica la forma.
La scuola di Elea nega la realtà profonda del divenire poiché sostiene che il non essere non si possa né dire né pensare. Aristotele risolve il problema del divenire eleatico affermando che il divenire non è, come essi pensano, il passaggio dal non essere all'essere e viceversa, ma il passaggio dall'essere in potenza all'essere in atto. Riesce a spiegare il divenire senza ricorrere al non essere.
Platone e Aristotele: divergenze sul problema gnoseologico
L'essere per Platone vale non in quanto essere ma in quanto Bene: l'essere sta nel valore, non è il valore che sta nell'essere. Aristotele nega che il valore dell'essere stia in un principio estrinseco come il Bene, affermando che esso risiede nel principio estrinseco della sostanza.
La perfezione dell'essere platonico sta nell'idea/modello: a differenza di Aristotele egli non si concentra sull'ente/essente ma sulla normativa superiore a cui esso partecipa e a cui deve la sua esistenza.
Nel Fedone viene esposta la dottrina della reminiscenza secondo la quale la realtà empirica non fa altro che riportare alla mente il ricordo delle idee/modelli/archetipi a cui le cose somigliano e di cui sono copie: si attua così un parametro di riconoscimento da parte dell'anima alla vista delle cose empiriche. Per Aristotele questo riconoscimento non deriva dall'empiria poiché diversi soggetti possono reagire diversamente a diversi imput dall'esterno.
Platone non condivide la concezione aristotelica dell'identità tra ti estin (sostanza, essenza delle cose) e tode ti (le cose empiriche determinate), affermando che le cose empiriche imperfette sono solo occasione di reminiscenza dell'idea perfetta.
Nel capitolo 19 degli Analitici Secondi Aristotele afferma che sarebbe assurdo non accorgersi di avere in sé la normatività/idea/modello/valore, ovvero una conoscenza più precisa rispetto a quella empirica. Risolve il problema sostenendo che l'anima dell'uomo è dotata di una capacità naturale a priori che permette di cogliere l'unità nella molteplicità a partire dal contatto con l'esperienza.
Questa facoltà è connaturata alla struttura cognitiva ma non è indipendente dall'empirico: è la capacità di vedere l'uno nei molti e di passare dall'esperienza all'arte. La conoscenza dunque non deriva dal ricordo delle idee da parte dell'anima ma parte dalla percezione, prosegue con la memoria e porta all'esperienza dell'unità che raccoglie il molteplice. L'uomo non ha in sé alcuna perfetta normatività dell'essere poiché tutto risiede nella sedimentazione della percezione.
Per Aristotele dunque la normatività può essere raggiunta partendo dal basso, ribaltando la concezione platonica secondo cui dall'imperfetto non può nascere il perfetto.
Cartesio
Dalle seguenti quattro opere cartesiane vengono alla luce due diverse idee di uomo: nelle Regole e nelle Ricerche l'uomo è inteso come essente che pensa, mentre nel Metodo e nelle Meditazioni l'uomo è sostanza e viene descritto a partire dalla sostanza infinita (Dio).
Regole per la direzione dell'ingegno (1627-28)
È un'opera di impostazione epistemica in cui Cartesio rifiuta i generi dell'ente, dell'ousía e della sostanza. Non intende riferirsi all'ente in termini di categorie quindi eliminando le categorie elimina la sostanza. Rifiuta dunque le categorie, la sostanza e anche gli accidenti e l'inerenza tra sostanza e accidente.
Discorso sul metodo (1637)
In quest'opera pone una domanda aristotelica, ovvero che cos'è questo che è/che cos'è l'ente, riferendola al cogito in quanto essente: che cos'è questo che è in quanto pensante?
Dice: "Conobbi così di essere una sostanza la cui essenza o natura era esclusivamente di pensare". La sostanza è il cogito, il quale ha primato ontologico sul sum: l'essere come esistenza sul piano ontologico e gnoseologico è secondario rispetto al pensare poiché soltanto in quanto penso posso dire di esistere. Il cogito soddisfa quasi tutti i parametri della sostanza aristotelica (primario, aplos, separato, autonomo, definito, determinato in quanto to on/ego, sostrato di predicati) ma non è katautò: non è per se stesso in quanto sostanza finita creaturale.
Ricerche
Quest'opera consiste in un dialogo tra tre protagonisti: Eudosso (personaggio con funzione socratica, rappresenta la retta opinione), Epistemone (conoscenza istituzionalizzata) e Poliandro (uomo comune).
Il problema è: i sensi danno una certezza indubitabile? Poliandro ammette di non avere criteri empirici per attestare la verità del reale; in realtà potrebbe essere tutto un sogno illusorio. Quando Eudosso gli chiede allora di definire la propria natura e lui risponde di essere un uomo. Rispondendo così però si entra nell'albero di Porfirio aristotelico che prevede genere, specie, differenza specifica e categorie: Eudosso rifiuta questa concezione e anche la concezione di sostanza. Poliandro allora risponde di essere "un certo tutto", ovvero un'unità di corpo e mente (sinolo composto di parti). Eudosso però vuole sapere che cosa lui è in quanto dubitante: Poliandro ammette di non poter dire di essere un essente sensibile in quanto può pensarsi senza corpo ma sicuramente non può pensarsi senza il pensiero. L'uomo dunque non è sostanza.
Meditazioni metafisiche
Meditazione II
La realtà del cogito
Il pensiero è l'attributo essenziale e necessario dell'uomo, l'unico che non può da lui essere staccato. L'uomo esiste fintantoché pensa: quando cessa di pensare cessa di esistere. L'idea del cogito non è ancora in rapporto con Dio.
Meditazione III
La realtà del mondo e l'idea di Dio
Attestata la realtà del cogito, si pone il problema della realtà del mondo esterno. Cartesio parte dal presupposto che in noi abbiamo idee innate delle cose che esistono al di fuori di noi: le cose sono il frutto della rappresentazione soggettiva della mente. Con la centralità che Cartesio attribuisce alla rappresentazione nasce la filosofia della soggettività.
Delle cose al di fuori di noi l'idea che ha più realtà oggettiva è l'idea innata di Dio, che noi concepiamo come essere perfettissimo, infinito, eterno, immutabile, creatore, onnipotente, onnisciente e autonomo. Dio non può essere in quanto perfetto una conseguenza dell'uomo finito, creaturale e imperfetto (influenza platonica). L'uomo è l'autore delle idee per trasferimento e proiezione ma non dell'idea di Dio, l'unica che non può scaturire dall'uomo. Ne deriva che vi sia stata messa da Dio.
Con la presa di coscienza della realtà dell'esistenza di un Dio infinito ci si accorge che il sussistere nel tempo dell'uomo dipende da Dio in quanto creatore, il quale attua un concorso ordinario nell'esistenza umana: non solo crea l'uomo ma lo mantiene in esistenza. L'uomo non esiste più fintantoché pensa ma mentre pensa.
Principia philosophiae
1644: Cartesio pubblica i Principia in latino. 1647: L'abate Picaut traduce in francese con alcune revisioni e aggiunte.
Paragrafo 7
Cogito ergo sum
Inizia con dubitare di tutto: del mondo esterno, del nostro corpo e anche di Dio. Scopriamo però che non possiamo dubitare della nostra esistenza: non possiamo dire di essere nulla. Arriva alla cognizione che cogito ergo sum. Dal momento che il solo fatto dubitare, atto della volontà, dà all'ego la sua esistenza, il cogito diviene principio gnoseologico e ontologico.
Paragrafo 8
Distinzione tra mente e corpo
Tratta la distinzione tra mente (mens, non anima) e corpo. Soltanto il pensiero può essere attribuito alla nostra natura: per esistere non abbiamo bisogno di estensione né di figura, né di spazio, ma abbiamo bisogno del pensiero nel tempo. La mente è certa e precede il corpo mentre l'esistenza del corpo è dubitabile. Picaut, erroneamente, aggiunge che "esistiamo per il fatto solo che pensiamo": quest'affermazione non esprime la temporalità che è essenziale nel rapporto tra pensiero ed essere, sia prima che dopo l'introduzione di Dio.
Paragrafo 9
Le funzioni del cogito: il primato della coscienza di essere
Il cogitare consiste in due modi generali: percepire con l'intelletto (immaginare, intendere, sentire) e determinarsi per mezzo della volontà (affermare, negare, dubitare, desiderare). Come la volontà anche la percezione è inclusa nel senso interno poiché se la mente non registra le sensazioni il corpo non le prova: il senso esterno viene dunque ricondotto al senso interno (vedi la priorità kantiana del tempo sullo spazio).
Il pensiero è tutto ciò che è presente in me e lo percepisco nella mia coscienza/per me stesso. L'elemento della consapevolezza/coscienza è essenziale in quanto appercepire significa avere rappresentazioni nella nostra coscienza (vedi meditazione III): nessuna cosa può essere reale per me se non me la rappresento. Il cogito è sia ratio essendi che ratio conoscendi del sum (sum meno certo del cogito): la dimensione ontologica e gnoseologica si rifà alla certezza di essere e sapere di essere. Questo elemento della certezza del sapere di essere viene appiattito dalla traduzione di Picaut.
Ne deriva che la funzione del pensiero è legata al primato della coscienza poiché non c'è l'idea di avere dei pensieri se non si è consapevoli di averli. Kant e Hegel, al contrario, affermano che la funzione del pensiero è legata alla riflessione (la ragione è giudice di se stessa): per Cartesio non c'è riflessione perché pensiero, coscienza e percettibilità delle forme del pensiero coincidono.
Paragrafo 11
Sostanza e attributi
Si parte dal presupposto che sia necessaria una sostanza (nel senso aristotelico di sostrato) in quanto senza di essa non esisterebbero attributi, proprietà e qualità, che per forza devono inerire a qualcosa. La sostanza non ha bisogno di attributi per essere definita in quanto sussiste di per sé ma può essere conosciuta solo tramite i suoi attributi: infatti quanti più attributi notiamo in una sostanza, meglio la possiamo conoscere. Cartesio, affermando che non si conosce la sostanza così com'è ma nel modo in cui si presenta alla mente (soggettività), ribalta la concezione aristotelica secondo cui vengono prima l'essente e l'essenza sostanziale.
Sappiamo che la realtà esterna non ha il grado di oggettività che appartiene al senso interno: è possibile pensare a una cosa che non esiste ma non è possibile che la mente non esista mentre pensa. Il pensiero è quindi la verità che certifica la natura.
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