Neuropsichiatria infantile
La neuropsichiatria
La Neuropsichiatria si occupa dello studio dell’età evolutiva, ovvero dei bambini da 0 a 18 anni.
La Neuropsichiatria è una disciplina relativamente giovane nata intorno agli anni ’60. Presenta diversi e contrastanti modelli teorici:
- L’approccio neurobiologico in cui si valuta l’aspetto biologico;
- L’approccio neurochimico ovvero lo studio della trasmissione nervosa, i neuroni;
- L’approccio neuro neuropsicofarmacologico;
- L’approccio cognitivista con Piaget intorno agli anni ’60;
- L’approccio psicoanalitico Anna Freud e Melania Klein: il bambino viene osservato in tutte le sue caratteristiche, prima non gli veniva data molta importanza.
La neuropsichiatria deriva dal concetto di neuropsicomotricità dove:
- Neuro si riferisce all’aspetto biologico che questa materia assolve;
- Psico si riferisce all’aspetto psicologico;
- E motricità si riferisce all’aspetto motorio e del linguaggio inteso anche sotto il profilo affettivo e intellettivo.
Possibile integrazione nel concetto di psicomotricità (Dupré, Koupernik, Heuyer).
Fino alla metà del secolo scorso la neuropsichiatria non era una disciplina tipica infantile ma esistevano anche dei neuropsichiatri anche per gli adulti, solo successivamente sono state scisse le branche per quest’ultimi. Nei bambini, infatti, lo sviluppo neurologico, psicologico, motorio, affettivo è ancora embricato (tutto unito) ed è difficile separare i diversi aspetti che risultano tutti collegati tra loro, togliere e studiare parti separate significa togliere una parte del bambino; per questo motivo attualmente esiste solo la neuropsichiatria infantile (eliminando quella adulta in cui le diverse parti possono essere studiate separatamente) (vi è una stretta embrocazione fra lo sviluppo motorio, psichico, intellettivo ed affettivo, questo concetto connota la Neuropsichiatria e la differenzia dalle discipline dell’adulto).
Psicomotricità: il sorriso sociale
Il sorriso sociale è quel tipo di sorriso che il bambino a pochi giorni di vita indirizza in modo indifferenziato a qualunque viso gli si presenta dinnanzi.
Questo tipo di sorriso che si presenta tra i primi 40 giorni e i primi 3 mesi e mezzo di vita del bambino fu studiato da Spitz, il quale sostenne che dopo i 3 mesi il bambino è in grado di riconoscere e discernere il viso paterno e materno; inoltre risulta importante la simmetricità del sorriso perché se non avviene in questo modo è già indice di deficit neurologico.
Il sorriso sociale è:
- Un fenomeno motorio perché coinvolge i muscoli facciali;
- Un fenomeno intellettivo perché permette la conoscenza e la scelta delle persone e degli oggetti anche attraverso l’emissione di vocalizzi;
- Un fenomeno affettivo perché anima e dirige il movimento e la scelta.
Corrisponde anche alla prima manifestazione sociale condizionata in cui il bambino ricerca l’altro. Ogni aspetto influenza gli altri. Ad esempio i bambini autistici si riconoscono anche per l’assenza del sorriso sociale che determina la mancanza di sguardi e di ricerca dell’altro.
Approccio integrato e competenza
È necessario prendere in considerazione e in cura il bambino nella sua totalità e unicità (ogni bambino ha la sua peculiarità e unicità) questo richiede da un lato un’eccessiva empatia e dall’altro la nostra capacità di relazione messa a disposizione della scienza e in particolare del nostro lavoro. Questo sta a significare che ad esempio un danno fisico che porta una disabilità fisica non richiede solamente un intervento motorio ma anche l’unione di molti altri aspetti. Non basta disponibilità, attitudine, esercizio pazienza ma anche competenza ampia e duplice: sul versante neurobiologico e su quello relazionale-psichiatrico. Risulta difficile integrazione della doppia identità del neuropsichiatra. Peculiarità dello sviluppo neuropsichico del bambino e dell’adolescente fanno preferire una visione globale. “Benché il campo sia talmente vasto che la specializzazione è comunque inevitabile… non siamo esonerati dal tentativo di un approccio integrato” (Winnicott).
Motivazioni
Interessi “autocurativi”: parti infantili sentite bisognose di cura sul piano emozionale, aspetti non ancora bene elaborati. L’infanzia non veniva sentita come un momento da curare e accudire, oggi invece riveste una valenza diversa, i bambini vanno curati e accuditi, riattiva le dinamiche che hanno caratterizzato il nostro passato.
L’incontro con pazienti di età infantile riattiva emozioni, reazioni e relazioni della propria infanzia.
“La cura” (Winnicott): handling e holding.
Winnicott parla di handling e holding, parole che entrambe significano curare, prendersi cura ma: handling si riferisce prevalentemente a quello che la mamma fa nei confronti del proprio bambino quando lo prende in braccio e gli dà da mangiare;
Holding significa invece prendersi cura oltre che nell’aspetto nutritivo e protettivo anche in quello affettivo e cognitivo del bambino.
È necessario quindi rintracciare un equilibrio tra le conoscenze tecniche (problemi tecnici, diagnostici e terapeutici) e gli aspetti umani, psichici e spirituali di chi si occupa del bambino, che sia esso il genitore oppure l’operatore; perché come nel bambino non si possono scindere le diverse parti anche nell’operatore non bisogna farlo (sia per l’operatore che per il bambino vanno mantenuti sia gli aspetti tecnici che gli aspetti umani che non devono mai essere trascurati).
Atteggiamento
- Affidabilità e accoglimento dei bisogni di dipendenza: ascolto a 360°;
- Aspetto più significativo è il rapporto interpersonale in tutta la complessità e la ricchezza dei colori umani;
- Capacità di adattamento, sollecitudine, onestà: “prendersi cura”:
- Capacità di adattamento alla persona che si ha davanti senza però omologarsi e diventare come lei;
- Onestà (presupposto inscindibile): il diritto di sapere è fondamentale, al tempo stesso si vorrebbe anche non sapere quindi è necessario individuare i tempi e i modi giusti per comunicare le informazioni, non è importante dire tutto e subito. Dire delle mezze verità non significa dire delle bugie, ma è però fondamentale che non si menta mai né nei confronti degli utenti né dei genitori di essi. Nei casi di patologie gravi o di criticità, non si può tollerare tutta la verità nuda e cruda, è necessario diluirla nel tempo, già il fatto che si iniziano a dare delle verità in un certo senso corrisponde a una prima forma di accompagnamento, si sta facendo un cammino insieme per aiutarli a sostenere il peso delle difficoltà (dire la verità anche quando non ci sono più speranze vuol dire comunque accompagnare le persone all’accettazione della realtà). Inoltre alcune verità non possono essere dette da un operatore da solo, è necessario il confronto con l’équipe, con delle persone che ci possono aiutare a definire il cosa e il come dare le informazioni ai rispettivi utenti.
- Capacità di entrare con l’immaginazione in modo cauto e delicato nei pensieri, fantasie e sentimenti del paziente: è necessario entrare in punta di piedi nel mondo delle altre persone, stare ad ascoltarle, è anche necessario scindere il legame simbiotico che vogliono creare con gli operatori perché è necessario che pongano in esso la fiducia, che egli li accompagni e li sostenga ma deve anche dar loro la forza di farli staccare per andare avanti da soli perché ne hanno le possibilità e le capacità.
- Grande disponibilità, ma nella direzione di una facilitazione della crescita e della risoluzione della relazione di dipendenza.
Incontro con il paziente
- Il minore, eccetto a volte l’adolescente, è sempre condotto dai genitori;
- Chi sta chiedendo, che cosa, a chi, perché?
- Confronto fra il bambino descritto dai genitori o familiare il bambino osservato direttamente dal neuropsichiatra infantile.
- Particolare delicatezza e cautela, astensione da giudizi sul bambino e la famiglia, ma non assoluta neutralità;
- Precisa intenzionalità investigatrice, soprattutto se patologie al limite fra neurologia e psichiatria (es. patologia psicosomatica).
- Valutare con precisione i livelli di competenze nello sviluppo neuromotorio, linguistico, cognitivo, psichico, affettivo, sociale, gli interessi, l’investimento;
- Semeiologia neuropsichiatrica;
- Eventuali questionari, scale semistrutturate, inchieste analitiche, protocolli diagnostici;
- Disporre di tutto il tempo necessario: anche maggiore di un’ora nel primo incontro;
- Spazio fisico accogliente e dotato di strumenti di esame (giochi, carta, matite, pennarelli) per l’osservazione.
- Soprattutto spazio mentale aperto per il bambino e la sua famiglia;
- “Lasciarsi andare” senza perdere le intenzioni di osservazione diagnostica e comprensione;
- Con l’esperienza, maggior capacità di usare se stesso, la propria personalità, il proprio stile come strumenti affidabili di comprensione delle difficoltà e del tipo di funzionamento del paziente e della famiglia;
- Importanza degli scambi non verbali (eventuale videoregistrazione).
- Secondo alcuni autori meglio incontrare prima solo i genitori: difficile ascoltarli se è presente il bambino;
- Meltzer: prima incontro col bambino, ma in genere già molte informazioni su di lui;
- Elementi relativi allo stato attuale del bambino: ricerca sincronica;
- Dati sugli antecedenti: ricerca diacronica. Tappe delle acquisizioni precoci e dell’evoluzione in ogni settore dello sviluppo: motorio, linguistico, cognitivo, affettivo, sociale.
- Fondamentale competenza, più difficile da apprendere: stile personale nell’incontro con l’altro. Frutto di una somma di elementi della storia personale anche lontana, che possono essere in parte migliorati sia con esperienza clinica che con una formazione specifica (es. supervisione di casi clinici).
Il paziente e il cliente sono molto spesso due persone distinte perché solitamente il primo corrisponde al minore e il secondo corrisponde al genitore del minore. Solo nei casi in cui l’utente sia un adulto allora egli riveste anche l’incarico di cliente. Nel primo caso le necessità e i bisogni richiesti dai minori sono solitamente diversi da quelli che vengono richiesti dai genitori. Risulta infatti importante capire chi viene in consultazione (genitori o figli) e cosa sta chiedendo. È necessario trovare la giusta distanza tra l’astenersi totalmente dal problema diventando neutrali (anche se la neutralità totale non esiste, non è umana) e l’essere completamente coinvolto nel problema. È necessario quindi l’ascolto e l’intenzione investigatrice (es. patologie somatiche quali cefalea, vomito
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