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Naturales Quaestiones praefatio

Appunti di latino su Naturales Quaestiones praefatio basati su appunti personali del publisher presi alle lezioni del prof. Rosati dell’università degli Studi di Perugia - Unipg, facoltà di Lettere e filosofia, Corso di laurea in lettere. Scarica il file in formato PDF!

Esame di Latino docente Prof. L. Rosati

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Che diferenza c’è dunque tra la natura di Dio e la nostra? La parte migliore di noi è l’anima, in Dio non esiste alcunché al di

fuori della sua anima. E’ interamente Ragione, mentre d’altra parte un tanto grande errore domina la realtà mortale che gli

uomini ritengono questo mondo, di cui non v’è nulla di più ben fato né di più armonicamente disposto né di più coerente nel

conformarsi al volere del destino, prodoto del caso e in sua balia e perciò agitato tra fulmini, nubi, tempeste e altri fenomeni dai

quali la Terra e la prossima atmosfera è batuta.

E questa follia non si limita al pensiero del volgo ma riguarda anche quelli che hanno fato professione di saggezza. C’è chi

ritenga di avere un’anima invero capace anche di prevedere il futuro, in grado di regolare ogni singolo avvenimento suo e d’altri,

mentre questo Universo, in cui ci troviamo pure noi, sia trascinato, privo di un piano razionale, o da una qualche cieca sorte o

dalla Natura che non sa cosa stia facendo.

Qanta importanza atribuisci al conoscere tuto ciò e al determinare i limiti esati di ciò che è, quanta ne dai al conoscere la

potenza di Dio: se proprio Lui crei la materia o se ne usi una già data; quale dei due principi preceda l’altro, se la ragione abbia

seguito la materia o se la materia sia succeduta alla ragione; se Dio crei qualsiasi cosa voglia o se in molte circostanze la materia

su cui deve operare lo ostacoli e dalla mano del grande artefce molto risulti malamente formato, non perché venga meno l’arte,

ma perché ciò su cui viene esercitata spesso non ne è conforme?

Osservare atentamente tuto ciò, apprenderne i risultati, starci assiduamente sopra, non signifca forse oltrepassare la propria

condizione mortale e passare ad un destino migliore? “Che giovamento ne trarrai?”,chiedi. Se non altro, certamente questo: mi

renderò conto della limitatezza di tuto quello che mi circonda, dopo aver misurato la grandezza di Dio.

Le Naturales Qaestiones, opera composta negli anni del secessus Senecano [62-65, Seneca stesso informa i letori che, quando

cominciò a scriverla, era “ormai vecchio” e che “la vecchiaia incalza alle spalle” “dopo aver passato già il mezzogiorno della mia

vita” (III pref.)], sono un tractatus costituito da sete libri, relativamente indipendenti tra di loro, ognuno dedicato all’esame di

un fenomeno naturale particolare. All’interno di ciascun libro è individuabile uno schema ricorrente: quasi tuti hanno un

prologo ed un epilogo di caratere morale, in mezzo si sviluppa un’articolata sezione dove si afrontano problemi di tipo

scientifco. Nel comporle, Seneca è mosso da un duplice interesse: da una parte quello per i fenomeni naturali, per la ricerca

fsica e, dunque, per l’uomo, dall’altra dal suo intento etico-pedagogico.

Dal momento che Nerone si era ormai rivelato un feroce tiranno, nonostante le preoccupazioni e gli insegnamenti del maestro,

Seneca pare cercare nei fenomeni naturali la pace e la serenità. Tutavia, in lui è insita l’atenzione per i dati umani e dunque,

anche in un tratato apparentemente “scientifco”, si dispiega l’osservazione morale e, quasi in ogni pagina, è presente l’uomo.

Le Naturales Qaestiones hanno un caratere dossografco: l’esame di ciascun problema ha alla base l’analisi delle opinioni dei

vari pensatori coinvolti, i cui nomi a volte vengono citati, altre sono generalmente con dei “quidam”, “alii” di cui è riportato il

pensiero.

La Praefatio alle Naturales Qaestiones nasce dal bisogno di Seneca, tradito dalle contingenze politiche, deluso e bersaglio delle

invidie altrui, di ritirarsi alla vita contemplativa, massimamente di ritirarsi in sé, e di dedicarsi alla speculazione.

Constatando la soferenza quotidiana e la miseria umana, sente la necessità di elevarsi agli estesi spazi della scienza, di

penetrare e ragionare sui più nascosti segreti dell’Universo infnito. Così, il corpo assume le sembianze di una prigione, anche i

più vasti imperi sembrano punti in confronto alla maestà dell’armonioso cosmo, tuto dominato da Dio e da cui l’uomo sente di

derivare e dunque tende, bramoso di conoscenza. Adotando la visione monistica stoica, secondo la quale tuto è Logos, tuto

avviene secondo un piano razionale, riscata dal caso le vicende dell’uomo, che nella sua razionalità trova il rifesso di quella

divina e universale. Come si arriva a tuto ciò? Scoprendo se stessi, scrutando la propria anima, liberandola dai vincoli del corpo

e, in intimità con se stessi e con il cosmo, essere felici.

Naturales Qaestiones, Praef.,

“Lucili”: Lucilio Iuniore, è il destinatario di quest’opera, del De Providentia e delle Epistulae Morales ad Lucilium. Seneca prova

per lui grande afeto e stima, appellandolo spesso con “virorum optime”. Rappresenta l’ipotetico interlocutore, spesso chiamato

a porre domande o porre obiezioni, a cui Seneca risponderà prontamente.

“quae ad homines...quae ad deos pertinet”: vengono distinte l’etica (o flosofa morale) e la fsica (o flosofa naturale),

comprendente anche la metafsica in quanto, secondo gli Stoici, Dio e Natura fanno un tut’uno, un Deus sive Natura, deto con

Spinoza.

“multum permisit sibi; non fuit oculis contenta”: la fsica si estende oltre la limitatezza umana, che si basa sulla conoscenza

immediata dei sensi.

“suspicata est...posuisset”: il verbo suspicor + pono al congiuntivo indica un pensiero soggetivo, ipotetico, della flosofa, che

viene personifcata in una “mente” (rifesso del Logos universale).

“quid...agendum sit”: la perifrastica passiva indica un dover essere, tipico della morale. (Kant riprenderà questo principio di un

“comando interiore” nella sua Critica della Ragion Pratica, formulando l’Imperativo Categorico come base dell’agire morale).

“errores nostros discutit et lumen admovet”: gli errori, come i vizi, sono delle tenebre che bisogna dissipare atraverso la

contemplazione razionale e la mancanza di passioni sfrenate.

“volutamur”: da volutor, che indica un muoversi vorticosamente, un dibatersi spossante, tipico di un’umanità ancora cieca

dinanzi alla verità cosmica. Condizione diversa è quella del sapiens, come già aveva descrito Lucrezio all’inizio del libro II del

De Rerum Natura:“Suave, mari magno turbantibus aequora ventis/ e terra magnum alterius spectare laborem;/ non quia vexari

quemquamst iucunda voluptas,/ sed quibus ipse malis careas quia cernere suavest.”.

“Equidem”: Seneca, addentrandosi nei segreti della natura, può diferenziarsi dagli altri in quanto è intenzionato ad apprendere

(=discere) ogni suo singolo particolare. “Cum disco” è seguito da quatro incalzanti interrogative indirete disgiuntive che

esplicitano quatro problemi fondamentali circa la nozione dell’Universo, tute incentrate sul conceto di Dio (se sia il Dio

incurante epicureo, se sia una Provvidenza, come ritengono gli stoici, se sia un principio primo trascendente o, secondo la

visione panteistica-immanentistica, se sia l’anima del mondo, come pensano pure gli stoici, il principio ativo che forma la

materia, se possa sotrarsi o meno alla necessità del fato).

“necesse est...”: viene espresso il conceto della perfezione divina, Dio come colui che non manca di nulla e che ha disposto tuto

nel migliore dei modi possibili, in quanto pura Razionalità.

“Nisi ad haec admiteret, non tanti fuerat nasci”: atraverso l’indagine sulla Natura, su Dio, sui misteri cosmici, l’uomo può

prendere coscienza della sua natura razionale e dei suoi fni, dunque liberarsi dai vincoli della corporeità ed elevarsi.

Segue una serie in climax ascendente di interrogative direte al congiuntivo per esprimere la valenza dubitativa, tute incentrate

sui limiti della fnitezza umana, tuta legata alla materia corporea. Ha poco senso, tra mortali, cercare le diferenze in base allo

stato fsico (“robustior est in valetudinario”) in quanto preoccuparsi dell’anima è la chiave per il benessere terreno e ultraterreno.

“Efugisti vitia animi:...”: Rivolgendosi non solo al suo amico, ma anche al letore in generale, elenca i principali vizi,

aggiungendo pathos tramite fgure retoriche come l’anafora del “nec”, la gradatio in “turpiter...turpius”. L’enumerazione culmina

in una lapidaria sententia senecana: “multa efugisti, te nondum”. Necessario è scoprirsi come anelito divino.

“non quia...sed quia...”: l’aponìa epicurea non basta a garantire la felicità, serve la Virtus, che può garantire il “consortium deo”,

leteralmente il partecipare alla sorte divina (cum+sors): ciò è per l’uomo in bene più grande e completo.

“mundum et, terrarum orbem”: viene diferenziato l’universo nella sua armonia dal globo terrestre, dove gli uomini si dibatono

e ritengono che il bene più sfarzoso sia quello che adorna ciò che li circonda.

La Terra non è che un punto insignifcante rispeto al cosmo. Qesta osservazione, come la successiva immagine delle formiche,

verrà ripresa da numerosi autori della modernità (Leopardi nelle Operete Morali, Pirandello ne la Seconda Premessa Filosofca

de “Il fu Matia Pascal”, ad esempio).

Successivamente, dopo aver reso la presunta estensione terrestre tramite gli spazi e i confni naturali, dalla forte valenza visiva,

viene illustrata una scena di vita militare, che viene come ridicolizzata in quanto, dall’alto, fle di uomini belligeranti non

sembrano altro che formiche.

“Punctum est...currit”: Seneca, usando la seconda persona plurale, si rivolge agli uomini tuti, innalzando il tono, che diventa

solenne in questi due periodi minimi caraterizzati da anafore (in quo...in quo...in quo...) e omoioteleuti (navigatis, bellatis,

regnatis, a mio parere in climax dal momento che dal dominio del mare si passa al dominio di terre e uomini, fato illogico in

quanto il sapiens sa che ognuno è padrone, o deve cercare di esserlo, solo ed unicamente di se stesso).

“si secum minimum...emicuit”: il corpo visto come ostacolo rimanda alle teorie platoniche (a proposito, notare il successivo

“vinculis liberatus”). Solo dopo la morte, superata la mortale fnitudine, l’anima può raggiungere le regioni celesti, a condizione

che in vita si sia volta alle speculazioni più nobili e disinteressate.

“in originem redit”, “suis interest”: la vita celeste è ciò a cui l’anima tende, concependola come propria.

“Secure spectat...quaerit”: secure=sine cura, senza preoccupazioni l’anima, elevatasi, contempla (specto è intensivo di spicio)

tuto il cosmo. Prevalgono i verbi della vista e vocaboli della luce, a recare un senso di meraviglia proveniente dalla ricerca

razionale: spectat, observat, lumen, curiosus spectator, excutit.

Tra i paragraf 13, 14 e 15 si trovano alcune risposte alle domande del paragrafo 3. L’aver contemplato l’Universo ha fato sì che

l’anima potesse rendersi conto di quanto sia ristreto e angusto a confronto il pianeta degli uomini e, alla fne della ricerca,

giunge a conoscere il principio e il motore di tuto ciò: Dio, non un dio trascendente come voleva Aristotele, bensì immanente.

Due volte viene ripetuta la domanda “Qid est deus?”, ci si interroga sulla diferenza tra la natura umana e divina. Dio viene

identifcato come la Mente dell’Universo, colui che è visibile in tuto ciò che è in quanto è un’unica realtà con l’Universo ma

invisibile agli occhi dell’uomo, che può coglierlo solo razionalmente (tornano i motivi dei primi paragraf, in una sorta di

Ringkomposition). Dio è la perfezione assoluta, non mancante di nulla, a diferenza dell’uomo, che sulla Terra spesso incombe in

errore, ad esempio pensando che tuto accada per caso (expers consilii) e non secondo ragione, in quanto Dio-Logos è in quel

tuto.

Nel paragrafo 16 si discute il problema della creazione divina, pressoché estranea al modo greco di pensare Dio in quanto

sempre legata a dei presupposti, atraverso una serie di interrogative direte disgiuntive.


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5 mesi fa


DETTAGLI
Esame: Latino
Corso di laurea: Corso di laurea in lettere
SSD:
Docente: Rosati Luca
Università: Perugia - Unipg
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher camillanatalini di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Latino e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Perugia - Unipg o del prof Rosati Luca.

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