Che materia stai cercando?

Quaestiones extraordinariae e Quaestiones perpetuae, Tesi

Analisi approfondita del passaggio dalle quaestiones extraordinariae alle quaestione perpetuae nell'ambito dei princìpi del giusto processo. Sono compresi riferimenti a tali criteri nella dottrina romanistica e nelle fonti legislative attuali, e un breve excursus sul sistema processuale criminale a Roma.

Materia di Istituzioni di diritto romano relatore Prof. F. Pergami

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

Inoltre era sempre previsto l’istituto della provocatio ad populum, sancita come legge nel 509 a.C. (lex

Valeria de provocatione), perfezionato dalle tre leges Porciae del II secolo a.C. che garantivano l’utilizzo di

tale strumento anche ai soldati e a coloro che abitavano oltre un miglio da Roma (199 a.C.), l’estensione

della provocatio anche a gravi pene diverse da quella capitale (195 a.C.), e una sanzione molto severa, forse

la condanna a morte, per il magistrato che non avesse concesso all’accusato di appellarsi ai comizi (184

a.C.). Nel 123 a.C. la lex Sempronia de capite civis vietò di quaerere iniussu populi de capite civis Romani,

ovvero di istituire tribunali straordinari (quaestiones extraordinariae), chiamati a irrogare, ex

senatusconsulto, condanne capitali senza la preventiva autorizzazione del popolo. Dall’88 a.C. fu resa

esplicita e autonoma la dichiarazione di hostis rei publicae che trasformava i nemici di classe in nemici

esterni della repubblica privandoli del diritto della provocatio ad populum.

La procedura degli iudicia populi risultava lunga e complessa. L’espansione territoriale di Roma aveva

aumentato il numero di casi che dovevano essere sottoposti alle assemblee popolari e spesso si trattava di

questioni eccessivamente tecniche perché potessero essere giudicate da comuni cittadini (quali reati di massa

che minacciavano l’autorità dello Stato, stragi, crimini commessi da associazioni a delinquere…). Scrive

Cicerone per rimarcare la debolezza del sistema:

«Nam cum tam moderata iudicia populi sint a maioribus constituta, primum ut ne poena capitis cum pecunia

coniungatur, deinde ne inprodicta die quis accusetur, ut ter ante magistratus accuset intermissa die quam

multam inroget aut iudicet, quarta sit accusatio trinum nundinum prodicta die, quo die iudicium sit futurum,

tum multa etiam ad placandum atque ad misericordiam reis concessa sunt, deinde exorabilis populus, facilis

suffragatio pro salute, denique etiam, si qua res illum diem aut auspiciis aut excusatione sustulit, tota causa

iudiciumque sublatum est» (Cic. De domo sua, 17.45)

Il Senato decise allora di creare specifiche commissioni di inchiesta (quaestiones ex senatusconsulto in

quanto istituite dal Senato, e quaestiones extra ordinem perché temporanee e straordinarie rispetto al sistema

vigente) che indagassero su tali eventi.

La presenza di tribunali e giudici che affiancassero i comizi non era una prassi nuova nell’ordinamento

8

romano. I duumviri perduellionis perseguivano ancora i casi di perduellio flagrante, sostituiti in seguito dai

tribuni della plebe i quali potevano anche portare dinanzi all’assemblea centuriata i processi con proposta di

pena capitale e di irrogazione di multe. I tresviri capitales si occupavano degli illeciti di minore importanza,

evitando di aggravare il compito dei comizi e adottando un provvedimento amministrativo ( castigatio) per

punire chi aveva commesso tali violazioni. Inoltre bisogna notare come molti illeciti privati che oggi

rientrano tra i reati (come furto, rapina, lesioni o danneggiamento) erano giudicati dal processo privato

penale, che si distingueva dal processo pubblico criminale.

La novità introdotta con le quaestiones extraordinariae riguardò l’ambito di loro competenza, concernente le

situazioni più gravi e pericolose per l’integrità della Repubblica. La prima commissione istituita dal Senato si

costituì nel 204 a.C. per verificare le accuse contro Q. Pleminio, legato di Scipione l’Africano, che aveva

permesso il saccheggio di Locri. Pleminio fu perseguito per perduellio con la possibilità per la città di Locri

di chiedere indietro quanto sottratto davanti ad un tribunale speciale. Il reato configurava la fattispecie di

concussione, pratica sempre più diffusa nelle province a opera di magistrati che si arricchivano tramite

estorsioni o appropriazioni indebite. I peregrini avevano la possibilità di portare la questione di fronte al

Senato, che al più esercitava un blando richiamo verso il governatore. Tuttavia per la prima volta, forse a

causa delle lotte politiche che riguardavano la famiglia degli Scipioni, il Senato stabilì di incaricare una

commissione apposita per indagare sulla vicenda.

Il più celebre esempio in cui operarono le quaestiones extraordinariae fu lo scandalo delle Baccanali (186

a.C.). Il culto bacchico, estremamente diffuso a Roma, iniziò a preoccupare il Senato che temeva gravi

pericoli per l’ordine sociale. I consoli furono incaricati di condurre un’inchiesta e il Senato decretò che la

partecipazione al culto dovesse considerarsi delitto capitale.

8 SANTALUCIA B., Diritto e processo penale nell’antica Roma, Giuffrè, Milano 1998. 4

«Censuit autem senatus gratias consuli agendas, quod eam rem et cum singulari cura et sine ullo tumultu

investigasset. Quaestionem deinde de Bacchanalibus sacrisque nocturnis extra ordinem consulibus

mandant» (Liv. Ab Urbe condita, 39.14.5-6)

Fu concesso ai consoli di avvalersi di una procedura extra ordinem per la repressione dei Baccanali e dei riti

notturni in genere. Decine di indiziati, uomini e donne, cittadini e peregrini, furono processati e condannati a

morte senza che vi fosse alcun intervento da parte dei comizi.

Un’altra ipotesi riguardò un caso di concussione nel 171 a.C. su richiesta degli Ispani contro il propretore

Titino e altri governatori. Riferisce Livio:

«[1] Hispaniae deinde utriusque legati aliquot populorum in senatum introducti. [2] Ii de magistratuum

Romanorum avaritia superbiaque conquesti, nixi genibus ab senatu petierunt, ne se socios foedius spoliari

vexarique quam hostis patiantur. [3] Cum et alia indigna quererentur, manifestum autem esset pecunias

captas, L. Canuleio praetori, qui Hispaniam sortitus erat, negotium datum est, ut in singulos, a quibus

Hispani pecunias repeterent, quinos recuperatores ex ordine senatorio daret patronosque, quos vellent,

sumendi potestatem faceret. [4] Vocatis in curiam legatis recitatum est senatus consultum, iussique nominare

patronos. [5] Quattuor nominaverunt, M. Porcium Catonem, P. Cornelium Cn. F. Soipionem, L. Aemilium L.

F. Paulum, C. Sulpicium Gallum» (Liv. 43.2.1-5)

Titino fu prosciolto mentre gli altri governatori vennero mandati in esilio. Il Senato infatti non voleva punire

i responsabili per difendere la dignità senatoria. Allo stesso tempo non vi erano né una normativa per questo

illecito né un tribunale imparziale poiché la concussione era vista come un mezzo per rifarsi delle spese

9

della campagna elettorale e per costruire nuovi legami clientelari.

Un’ulteriore celebre circostanza si verificò nel 109 a.C. a seguito dell’emanazione della lex Mamilia de

coniuratione Iugurthina. Un discreto numero di ambasciatori e comandanti, appartenenti alla classe

senatoria, fu accusato di corruzione a opera del re numida Giugurta, contro cui Roma stava conducendo una

guerra. Questa legge fu sostenuta dai populares e dagli equites, che miravano a opporsi al potere

dell’aristocrazia. Rammentando anche i processi sommari eseguiti durante la repressione dei seguaci di

Tiberio Gracco (132 a.C.) e Caio Gracco (121 a.C.) le sentenze dei tribunali portarono alla condanna di

numerosi esponenti del ceto senatorio.

Trattandosi di tribunali straordinari e provvisori, i magistrati incaricati avevano il compito sia di accertare i

fatti (cognoscere) sia quello di emettere una sentenza (statuere ac iudicare), inoltre non era ammessa

provocatio nei confronti del loro verdetto. La mancanza del riesame del giudizio, la non alterità del giudice

rispetto alle parti e la carenza di una pubblica udienza rendevano questo sistema ancora più distante del

precedente dai canoni dell’aequum iudicium. I processi svolti secondo questo metodo furono considerati, già

10

dalla storiografia romana, un esempio di iniusta quaestio.

Il passaggio alle quaestiones perpetuae

Nel 149 a.C. la lex Calpurnia de repetundiis stabilì che sui giudizi per concussione verso i governatori delle

province fosse incaricata una commissione permanente (quaestio perpetua de repetundiis) presieduta dal

praetor peregrinus e composta da giurati provenienti dall’ordine senatorio. Il nuovo sistema di tribunali

permanenti modificò le caratteristiche delle quaestiones extraordinariae che spesso avevano condotto a

manifestazioni di una vera e propria “giustizia di classe”, rendendo il nuovo procedimento più vicino ai

canoni di un giusto processo. 11

Il modello delle quaestiones perpetuae vide il passaggio dal rito inquisitorio al rito accusatorio. Il processo

doveva essere necessariamente iniziato da un accusatore con un formale atto d’accusa. L’autorità pubblica

9 3

GILIBERTI G., Elementi di storia del diritto romano, Giappichelli Editore, Torino 2001 .

10 CERAMI P., “Diritto al processo e diritto ad un «giusto» processo: radici romane di una problematica attuale”, il

testo riproduce il contenuto di una relazione tenuta a Roma nel giugno del 2005 in occasione di un Convegno in

memoria di Giovanni Pugliese. 5

non poteva, in nessun caso, dare inizio alla persecuzione di propria iniziativa: doveva esserci sempre un

privato cittadino (quivis de populo), il quale, facendosi in certo modo rappresentante della compagine sociale

offesa, sporgesse un’accusa dinanzi al tribunale competente. Spesso erano previste delle ricompense

(praemia) per chi aveva intentato l’accusa, se con la sua azione riusciva ad ottenere la condanna

dell’accusato. Per converso, l’accusatore era ritenuto responsabile delle sue affermazioni, e se aveva

proposto un’accusa calunniosa poteva essere assoggettato a pena (poena reciproci).

Inoltre si assistette alla separazione tra la funzione inquirente e la funzione giudicante attraverso la

surrogazione dell’accusator rei publicae causae al quaesitor nel ruolo di promotore del giudizio. Il

magistrato si limitava a presiedere il tribunale, non conduceva le indagini e non interrogava i testimoni, i

quali erano fatti oggetto di interrogatorio fra le parti. Si realizzava così la piena parità d’armi e il

contraddittorio tra le parti. Ciascuna quaestio aveva competenza relativa a un solo crimen, perciò negli anni

furono istituiti altri tribunali permanenti che si occupassero dei nuovi reati che potevano minacciare la

stabilità della res publica. Solo una lex poteva prevedere la formazione di una commissione, a differenza dei

tribunali provvisori precedenti che potevano essere costituiti mediante senatoconsulto o plebiscito, e nessuna

pena poteva essere prevista se non espressamente stabilita per legge.

La procedura introdotta nel 149 a.C. prevedeva che il processo iniziasse a seguito della denuncia di un

qualsiasi cittadino, seguita dalla richiesta al magistrato della legittimazione ad accusare (postulatio). In caso

di più accusatori indipendenti una commissione decideva a quale assegnare la causa tramite divinatio. Quindi

l’accusatore presentava formalmente l’accusa e giurava di non agire solo per recare danno all’accusato

(nominis delatio). Se il magistrato accettava (nominis receptio) veniva costituita la giuria. Si procedeva al

dibattito, in cui lunghe orationes di accusa e difesa precedevano l’escussione dei testimoni (tecnica

dell’oratio perpetua). Il dibattito poteva essere rinnovato in date successive (ampliatio), al termine del quale

i giurati esprimevano il proprio voto pubblicamente e per iscritto. La pena era predeterminata da una lex

istitutiva, il ruolo del collegio giudicante consisteva solo nell’assolvere o condannare l’imputato.

La legislazione sillana (81-80 a.C.) ebbe notevole importanza nell’introdurre nuove quaestiones. La lex

Cornelia de ambitu determinò la creazione di un tribunale per giudicare la corruzione e i brogli in campana

elettorale, prevedendo come pena l’interdizione decennale dai pubblici uffici. La lex Cornelia de sicariis et

veneficis regolò la fattispecie dell’omicidio volontario a mano armata, dell’avvelenamento e dell’incendio

doloso prevedendo la morte per i condannati. Con la lex Cornelia de iniuriis alcune ingiurie, prima di allora

regolate dal diritto privato, divennero crimina. Le ipotesi di falso documentale e falsificazione di moneta

furono regolate dalla lex Cornelia de falsis, la quale poteva comminare pene lievi come la deportazioni o, nei

casi peggiori, la morte. La lex Cornelia de peculatu riorganizzò la normativa per procedere a condannare chi

si appropriava di denaro pubblico. Significativa fu la lex Cornelia de maiestate, che specificò le fattispecie

del crimen maiestatis integrandolo con l’abbandono da parte dei governatori in carica delle proprie province

e l’insubordinazione ai magistrati.

Il rilievo delle riforme di Silla si evince anche nelle fonti successive, e specialmente nel Digesto, in cui è

riportato un commento del giurista Pomponio:

«Cornelius Sulla quaestiones publicas constituit, veluti de falso, de parricidio, de sicariis, et praetores

quattuor adiecit» (D. 1.2.2.32, Pomponius, libro singulari enchiridii)

Particolare rilevanza fu attribuita alla formazione delle giurie. All’inizio esse erano composte da soli

senatori, ma questo minava l’imparzialità dell’organo giudicante a causa delle accese lotte politiche tra i vari

ceti. Nel 122 a.C. la lex Acilia repetundarum stabilì che le giurie dovessero essere formate da soli cavalieri, e

che la presidenza fosse affidata a un magistrato diverso dal praetor peregrinus. Occupandosi della sola

fattispecie di crimen repetundarum, (l’unica quaestio permanente costituita fino a quel momento), il

presidente ebbe il titolo di praetor de repetundis e la pena fu stabilita nel duplum.

11 SANTALUCIA B., “Accusatio e inquisitio nel processo romano di età imperiale”, Collana della Rivista di Diritto

Romano, Atti del Convegno “Processo civile e processo penale nell'esperienza giuridica del mondo antico”, Siena

2001. 6

Questi compilava una lista di 450 cavalieri (album iudicum), approvata dai comizi e pubblicata nel Foro.

L’accusatore sceglieva 100 nomi della lista e l’accusato ne scartava 50, i 50 rimasti prestavano giuramento

di imparzialità e formavano il collegio giudicante. Successivamente la lex Cornelia iudiciaria (81 a.C.)

impose l’estrazione per sorteggio quale metodo per la scelta dei giurati.

Ciascun giurato poteva scegliere se condannare (damno), assolvere (absolvo) o astenersi. Il presidente non

aveva diritto di voto, e, qualora un terzo dei giurati si fosse astenuto, doveva istituire un’altra udienza (con

la lex Servilia Glauciae del 111 a.C. venne introdotta la comperendinatio cioè il dibattimento in due udienze

con un giorno di intervallo per impedire azioni dilatorie).

Negli anni successivi furono emanate diverse disposizioni per ripartire la giuria fra le classi dei senatori e dei

cavalieri. Nel 106 a.C. la lex Servilia Coepionis trasferì parzialmente le giurie ai senatori, due anni dopo (104

a.C.) le quaestio de repetundis furono affidate ai soli cavalieri. La lex Livia del 91 a.C. decise di ripartire

equamente le giurie tra i due ceti, ma le riforme di Silla (81 a.C.) imposero che solo i senatori potessero far

parte dei collegi. Nel 70 a.C. la lex Aurelia Cottae introdusse nella lista dei giudici senatori, cavalieri e

tribuni aerarii (i plebei che si occupavano della riscossione del tributo) in misura di un terzo ciascuno, questi

ultimi poi esclusi dalla lex Iulia (44 a.C.). Nonostante i continui mutamenti nella composizione delle giurie,

si può definire il sistema delle quaestiones perpetuae un procedimento confacente ai canoni dell’equo

processo secondo il criterio della terzietà e dell’imparzialità del giudice.

Un processo esemplare: In Verrem

Nel 17 a.C. la lex Iulia iudiciorum publicorum abolì il processo comiziale e rese il sistema delle quaestiones

perpetuae il procedimento ordinario per giudicare le fattispecie criminose. Tuttavia il limitato numero di

crimina che potevano essere sottoposti a questi tribunali prima che venisse promulgata una legge che

istituiva una diversa quaestio e l’impossibilità di appellarsi contro la sentenza di primo grado portarono i

cittadini dell’Impero a prediligere il nuovo processo della cognitio extra ordinem. Nel II secolo d.C. le

quaestiones furono definitivamente soppresse.

Un celebre esempio di processo in cui operò una quaestio perpetua, che è possibile ricostruire con grande

accuratezza grazie alle fonti che ci sono giunte, riguardò i crimini e le malversazioni compiute da Gaio

Licinio Verre durante i tre anni in cui fu governatore della Sicilia (73-71 a.C.). Dagli atti di tale processo, e

specialmente dalle orazioni di Marco Tullio Cicerone che assunse l’incarico di accusatore, si evince come

formalmente il sistema delle quaestiones perpetuae fosse il modello che più si avvicinava ai canoni dell’equo

processo (con la sola, pur rilevante, eccezione dell’impossibilità di ricorrere in appello), ma che nella prassi

tale ideale di aequum iudicium fosse spesso alterato dai comportamenti di una delle parti.

Il processo ebbe inizio ai primi di gennaio (70 a.C.), quando Cicerone presentò al pretore Manio Acilio

Glabrione, presidente della quaestio de repetundis, una richiesta per mettere Verre in stato di accusa su

richiesta degli abitanti della Sicilia. Glabrione, il 20 gennaio, concesse all’oratore 110 giorni di tempo per

l’attività investigativa, indicando nel 20 aprile l’avvio del processo. Verre però mirava a ritardarne l’inizio a

luglio, quando sarebbe cambiata la lista di giudici sorteggiabili come giurati, e il suo denaro avrebbe potuto

corrompere il praetor a inserire nell’album iudicum personaggi a sé fedeli.

Lo stesso giorno un altro accusatore intentò causa a un governatore della Macedonia e chiese solo 108 giorni

per compiere la sua inchiesta. Secondo la legge, l’accusatore che chiedeva un termine più breve per le

indagini aveva la precedenza nella discussione della causa, anche se avesse presentato la denuncia

successivamente a quella di chi avesse chiesto un tempo maggiore per l’attività investigativa. Tale azione era

stata probabilmente determinata da Verre, il quale, dopo aver assunto il miglior avvocato del foro, Quinto

Ortensio Ortalo, aveva suggerito a un certo Quinto Cecilio Nigro di avocare a sé il ruolo di accusatore. Verre

sapeva che questi aveva poca esperienza di processi e la sua accusa avrebbe potuto facilmente essere

demolita da un abile difensore. Nel frattempo Ortensio si adoperava per il suo cliente presso i senatori

chiamati a decidere, corrompendoli e minacciandoli, affinché questi conferissero l’incarico a Cecilio Nigro. 7


PAGINE

10

PESO

174.82 KB

AUTORE

dredorff

PUBBLICATO

+1 anno fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher dredorff di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Istituzioni di diritto romano e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bocconi - Unibocconi o del prof Pergami Federico.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!

Altri appunti di Istituzioni di diritto romano

Diritto Romano modulo 1
Appunto
Riassunto esame Diritto processuale amministrativo, prof. Fracchia, libro consigliato Diritto amministrativo processuale, Casetta
Appunto
Riassunto esame Diritto, prof. Fracchia, libro consigliato Diritto amministrativo processuale, Casetta
Appunto
Riassunto esame Diritto processuale amministrativo, prof. Fracchia, libro consigliato Diritto amministrativo processuale, Casetta
Appunto