Nascita della museologia
Il museo è sempre stato lo specchio della società, e allo stesso modo è sempre più aperto verso il pubblico. Questo comporta che vi siano dibattiti e problemi sull’ordinamento e sull’allestimento dei musei, e quindi l’esigenza che vi sia una disciplina specifica che se ne occupi, cioè la museologia. Prima del dopoguerra, in Italia, si parlava solo di museografia. I due aspetti sono diversi e sono oggetto del lavoro di diverse figure. La museografia riguarda la fisicità del museo, la collocazione fisica degli oggetti, ovvero l’allestimento curato dal museografo (architetto). L’allestimento è il primo strumento comunicativo del museo, e riguarda la collocazione fisica nello spazio, l’illuminazione, i dispositivi ostensivi, ecc. La museologia, invece, abbraccia temi più concettuali, ed è pertinenza del museologo (storico dell’arte) che conosce la storia del museo e delle sue collezioni e ne decreta l’ordinamento. L’ordinamento è tutto ciò che riguarda l’ordine concettuale, quindi il come (cronologicamente, per scuole, ecc) esporre, quanto esporre (quali opere, selezione), tenendo conto anche della storia del museo. L’esposizione è data da allestimento ed ordinamento, ed è solo una delle finalità del museo.
Il convegno del 1955
È nel 1955 che si parla di museologia per la prima volta, in Italia, durante il convegno di musicologia alla Galleria Nazionale di Perugia. In questi anni, infatti, vi è un fervente rinnovamento dei musei che rispondono alle mutate esigenze del pubblico.
La definizione del museo secondo ICOM
La definizione ufficiale di “museo” è quella dell’ICOM (1975): il museo è un’istituzione permanente, senza scopo di lucro, al servizio della società e del suo sviluppo, aperta al pubblico, che ha come obiettivo l’acquisizione, la conservazione, ricerca, comunicazione e l’esposizione, studio, diletto, la per scopi di educazione e di delle testimonianze materiali dell’umanità e dell’ambiente.
Origine del termine “museo”
Il termine “museo” deriva da museion, che nella Grecia antica era lo spazio dedicato alle muse, protettrici della cultura e figlie di Zeus e della Memoria. Si tratta di piccoli spazi sacri a cui accedono artisti o poeti. In seguito iniziano ad inserirsi nei circoli intellettuali: nella Biblioteca Alessandrina è descritta da Strabone nel IV secolo; in realtà pare trattarsi di un’accademia, quindi il riferimento era verso lo svolgimento di attività intellettuali. È uno spazio polifunzionale, dedicato a diversi saperi ed è l’ambiente “protettore” simbolico della cultura.
Il termine “museo” nel Rinascimento
Durante il Medioevo il termine cade in disuso e si ritrova nel Rinascimento. In Italia una delle prime fonti che parla di museo risale al 1540, quando Paolo Giovio la usa per descrivere la sua Villa fatta costruire sul lago di Como per ospitare la sua collezione di ritratti di uomini illustri. Le opere sono mostrate con lo stesso modo con cui Vasari presenta le vite degli uomini illustri, e proprio dentro la villa vi è un affresco che riproduce le 9 muse protettrici (la tradizione degli uomini illustri verrà ripresa da molti principi come Cosimo de Medici o Francesco I).
Manuali e trattati
- Altro esempio in cui si cita il termine, si ha con il trattato del 1727 di Neickel che viene considerato come uno dei primi che da indicazioni su come allestire.
- NB: Altro trattato con le stesse tematiche è la Museologie di Riviere, del 1989, che scrive uno dei primi manuali di musicologia ed è un personaggio attivo nella formazione dell’ICOM. Egli arriverà a concepire una museologia etica ed estetica.
Sviluppo del museo
Nel Medioevo troviamo lo studiolo o lo scrittoio, cioè un piccolo ambiente che può essere considerato come un protomuseo, usato per lo studio. Qui, l’artista o l’intellettuale, raccoglie oggetti antichi che diventano semiofori, ovvero portatori di significato, capaci di ispirare ed evocare (rendere visibile l’invisibile). È un ambiente isolato che si diffonde anche grazie alla figura di Petrarca, e viene spesso usato nelle corti.
Studioli di corte
Uno dei primi studioli di corte è quello di Leonello d’Este nel castello di Belfiore a Ferrara, su consiglio di Guarino da Verona. In questo studiolo, ormai perduto, sono raffigurate ancora le Muse. Generalmente lo studiolo di corte ha le seguenti caratteristiche: è situato all’interno del palazzo in posizione appartata, di solito vicino alle stanze private del principe; è aperto ad un pubblico ridotto e comunque selezionato; è di piccole dimensioni; ha un programma iconografico affidato ad un artista che deve mostrare la grandiosità del principe. Nello studiolo di Leonello, per esempio, la fascia inferiore presentava intarsi, mentre quella superiore affreschi o tavole, per conseguire anche la funzione conservativa delle opere.
Un altro esempio è quello dello studiolo in Palazzo Medici Riccardi. Si trova accanto alla cappella dei Magi, ed il committente è Piero il Gottoso. Lo studiolo era voltato a botte e rivestito con tarsie lignee. La volta era decorata con tondi raffiguranti i Mesi di Della Robbia.
Importante è lo studiolo di Federico da Montefeltro nel Palazzo Ducale di Urbino, costruito tra il 1473 e il 1475, decorato dalle tarsie di Baccio Pontelli e Giuliano da Maiano. Qui vi è raffigurato anche il liuto. Si trova in una posizione appartata del palazzo, affiancato al tempietto delle Muse (decorato da Giovanni Santi) e alla Cappella del Perdono (collegamento tra cultura umanista e cristianesimo). Federico fa costruire un secondo studiolo a Gubbio, dove vi sono tarsie raffiguranti le Virtù (o forse le Muse).
A Mantova viene costruito lo studiolo di Isabella d’Este, che costruisce anche una grotta e affianca questi ambienti ad un giardino. Nello studiolo vi sono opere di Mantegna, Perugino, Correggio. La Grotta era usata come museo, cioè come luogo dove si conservavano le collezioni (storicamente ospita le sculture classiche).
Alfonso d’Este, nel Castello di Ferrara si fa realizzare i Camerini di Alabastro (1507 - 1515) costituiti di marmi antichi di Antonio Lombardo e da una tela di Tiziano.
I Medici realizzarono altri studioli: Cosimo I ne fa realizzare uno in Palazzo Vecchio nel 1540, dove si era trasferito con la moglie Eleonora da Toledo. Vasari è colui che progetta il palazzo e decora tutta una serie di ambienti, tra cui lo Studiolo di Calliope, che è questo piccolo ambiente dove è raffigurata Calliope nel soffitto (musa voce e poesia antica). Lo studiolo è comporto da scaffali e mensole su cui erano posti piccoli oggetti della collezione, mentre le sculture erano poste nello Scrittoio posto accanto al Terrazzo di Saturno.
Francesco I, che incarna la figura del principe amante delle arti, fa realizzare il suo studiolo tra il 1570 e il 1573 a Palazzo Pitti; ma ormai siamo in un momento in cui lo studiolo non è più considerato come luogo ideale per esporre. Alcuni bronzetti testimoniano la decorazione andata perduta: al centro della volta a botte vi era l’affresco del Poppi con Prometeo incatenato a cui vengono offerti i materiali da trasformare. Poi vi sono gli affreschi dei genitori, e questo è importante perché indica l’importanza della genealogia. Il consulente per la costruzione dello studiolo è Vincenzo Borghini, e nell’ambiente si trova una commistione di naturalia ed artificialia che richiama le Wunderkammern. Nella fascia superiore sono raffigurate le lavorazioni nei materiali, nonché Francesco I che aiuta l’artigiano vetraio (funzione celebrativa). Lo spazio era connesso alle stanze private del principe.
NB: è sempre Francesco I che nel 1580 esprime la volontà di realizzare una galleria contenente una categoria della sua collezione, contenente anche statuaria, e anche statuaria Moderna, poiché intende avviare un confronto tra antico e moderno (le collezioni classiche sono tali solo se ospitano statuaria), presso gli Uffizi. Vengono musealizzati, di fatto, gli ambienti della Galleria e della Tribuna (da Buontalenti), e le esposizioni sono destinate a più persone. In questo momento, la galleria è un ambiente di passaggio, dove si transita e si osservano le opere. Nella Tribuna vi è il culmine dell’esposizione, con gli oggetti provenienti anche dallo studiolo di Calliope. È un ambiente ottagonale che prende a modello la torre dei venti di Atene, e simboleggia i 4 elementi usati nel pavimento (marmi policromi), nelle pareti (velluto rosso), nella cupola rivestita con valve di perla (acqua) e nella rosa dei venti dipinta nella lanterna. Sono ancora usati scaffali e mensole che ospitano piccole statue e busti. Sopra ci sono tele pittoriche. La Tribuna viene anche chiamata “la grotta”, anche in riferimento alle incrostazioni della cupola.
La galleria come spazio espositivo
Risponde alle esigenze di un pubblico più ampio, ma comunque elitario. In Italia nascono dalle logge, infatti non hanno una grande lunghezza, inizialmente. Storicamente, ritroviamo gli spazi colonnati di Atene, dei propilei, dove si esponevano le opere fin dai tempi antichi, e questo viene ripreso nel rinascimento, come testimonia Filostrato maggiore parlando di un’esposizione a Napoli. Le gallerie francesi sono più lunghe e hanno fini espositivi. In Italia, quindi, inizialmente troviamo logge trasformate in gallerie. Nel Palazzo Ducale a Mantova, la Galleria dei Mesi è un’ex loggia con aperture prospicienti sul cortile, che nel 1572 verrà trasformata da Guglielmo Gonzaga. Sempre a Mantova, la Galleria della Mostra è costituita da nicchie con armadi chiusi che ospitavano oggetti di piccole dimensioni, e nella fascia superiore troviamo i dipinti. Gli allestimenti sono fatti anche su consiglio di Rubens.
Vespasiano Gonzaga, che fa costruire la città ideale di Sabbioneta, fa realizzare il Palazzo del Giardino in cui è presente una galleria, la Galleria degli Antichi che si sviluppa in arcate, è stretta e lunga, realizzata sul modello francese ed eretta appositamente per ospitare la collezione, anche con un’attenta ricerca all’illuminazione.
Oltre alle gallerie fisiche, vi sono anche le gallerie dipinte, dove alcuni artisti fiamminghi (Franken II, Rubens) si cimentano, come nel caso di Teniers, che realizza la galleria di Bruxelles. In queste gallerie, i dipinti coprono interamente le pareti, sono delle incrostazioni prive di ordine cronologico. Paolo Panini, nel 1749 realizza la Galleria per il cardinale Silvio Valenti Gonzaga. La galleria risponde alle nuove esigenze del museo che nel 1700 tenta di dare un ordine alle collezioni, e quindi maggior chiarezza espositiva, anche per i frequentanti arrivati con il Grand Tour.
Settecento
Il 1700 è il secolo in cui nascono i veri primi musei. L’enciclopedia di Diderot, definisce il termine collezione, che si espone e si raccoglie con un metodo, secondo una visione illuministica. Le opere hanno due funzioni: quella estetica e quella didattica, per il miglioramento dello studio e della nazione. In questo secolo nasce anche la storia dell’arte, con Winkelmann. Egli cerca di dare un ordine cronologico e razionale ai fatti, secondo uno schema evolutivo che sarà ripreso dai musei. Il primo museo pubblico di antichità è il Museo Maffei di Verona fondato da Scipione Maffei. Non è un principe, ma uno studioso di epigrafi antiche che collega il suo museo all’Accademia, ordinando razionalmente le epigrafi raccolte, dividendole in greche e latine, ordinandole per aree di provenienza e in ordine cronologico. Le epigrafi sono poste ad altezza sguardo, per renderle leggibili, e quindi si capisce il fine didattico. Anche a Torino vi era un museo di epigrafi voluto dal re Amedeo II di Savoia e fatto sempre da Maffei, dove le lapidi erano concentrate nel cortile dell’università. Questi musei sono dotati di un catalogo che descrive l’allestimento.
In questo secolo inizia a farsi strada la figura di uno specialista che viene ricercato per la sua conoscenza, in modo da direzionare l’allestimento. Si abbandona l’idea del museo come raccolta, e si tende alla specializzazione. Il Grand Tour porta molti visitatori, e l’interesse per l’antichità diviene il punto centrale. Questo comporta anche che aumenti la tutela delle opere, che vengono spesso comprate e smerciate illegalmente. È nei musei Capitolini che si inizia a raccogliere il patrimonio e a tutelarlo. Nascono in seguito alla donazione di Sisto IV (1471) e grazie alla volontà di Clemente XII Corsini che nel 1733, con il Chirografo, istituisce il secondo nucleo del museo che sarà destinato a conservare e rendere pubbliche le opere. Tra le opere, ci sono anche quelle acquisite dalla collezione Albani, allestita da Winckelmann e modello per i collezionisti. Con l’architetto Capponi e con l’influenza di Maffei, il museo Capitolino viene allestito secondo un ordine tematico (sala dei busti dei filosofi, ecc) o secondo i capolavori maggiori posti nelle sale più importanti. Si abbandonano i dispositivi e le decorazioni parietali che appesantiscono l’esposizione e si tende ad evitare il sovraffollamento delle opere, prediligendo l’uso di colori chiari e della luce, con la collocazione delle statue al centro, così da permetterne una visione totale.
Nel 1770 iniziano i lavori per il Museo Pio-Clementino, quando papa Clemente XIV fa chiudere il cortile di Belvedere, dove Alessandro Dori realizza una galleria dove vengono esposte le statue, con una suddivisione tematica. Pio VI continua con l’inserimento di altre sale, ad opera di Simonetti, che ricalcano i modelli delle grandi fabbriche romane (la sala rotonda ha come modello il Pantheon) e con una pesante restaurazione delle opere esposte.
Anche in Germania si aprono musei pubblici per volere dei principi. Il museo di Dresda viene risistemato da Algarotti nel 1742, ma non verrà realizzato. Però è importante perché si propone l’ordinamento per scuole, e poi per cronologia. Giuseppe I riprende l’ordinamento per Scuola nella Galleria di Dusseldorf, che precedentemente aveva l’aspetto di una quadreria. Questo tipo di ordinamento sarà poi ripreso nella Galleria Del Belvedere.
Uffizi
Gli Uffizi possono essere definiti un museo palinsesto. Le collezioni di Francesco vengono continuate dal Fratello Ferdinando. Anna Maria di Lorena, nel 700, vincola le opere alla città di Firenze, salvando di fatto molte opere. Tra il 1770 e il 1780 c’è l’idea di creare un museo moderno aperto al pubblico, in cui vi fossero solo oggetti d’arte. Per questo le collezioni vengono divise e l’armeria viene portata via, come gli oggetti scientifici, andando a costituire nuovi musei specifici. Viene chiamato lo studioso Luigi Lanzi che insieme a Bencivelli Pegli (primo direttore museo) lavora al rinnovamento del museo. L’ordinamento è razionale e le opere sono allestite per scuole. Togliendo gli oggetti di altra natura, le sale sistemate da Pietro Leopoldo di Lorena vengono svuotate e qui si creano i gabinetti.
Nel 1782 Lanzi pubblica “la real Galleria” dove descrive i criteri da lui usati per riallestire gli Uffizi. Il museo è il luogo delle Muse, non un domicilio da dividere con Marte. Critica il sovraffollamento delle opere e sottolinea la necessità di creare ambienti per lo studio dell’archeologia greca ed etrusca, che in quegli anni ritrovano un certo interesse. Lanzi toglie anche gli armadi che ospitavano i piccoli oggetti, che vengono mostrati al pubblico. C’è più attenzione, quindi, alla didattica e viene meno il confronto tra scultura moderna ed antica. Nella Sala delle Pitture Antiche, si mostra la pittura medievale, e assistiamo alla nascita della fortuna die primitivi che si avrà anche nel Louvre più tardi. Nel corridoio Vasariano viene collocata la collezione dei ritratti dei pittori, e viene allestita anche una sezione per le epigrafi. Il gabinetto delle pietre dure comprendeva anche la collezione dei Vasi dei Medici. Si eliminano dal museo gli elementi naturali, che confluirono ne La Specola e nel Museo della Scienza. Inoltre vi furono molti acquisti (Andrea del Sarto, ecc) e cessioni. Lanzi e Pietro Leopoldo vanno letteralmente a caccia di opere. Tra le opere più importanti: il David di Donatello, L’Atys di Donatello, il Mercurio di Giambologna. La tribuna rimane intatta perché ne viene riconosciuta l’importanza; viene creata la sala della Niobe nel braccio di Ponente, per fare da contraltare alla Tribuna. I restauratori Spinazzi e Del Rosso volevano creare un basamento roccioso, ma Lanzi volle un allestimento più chiaro e razionale.
Il Louvre
Il Louvre è il primo museo che nasce per volontà nazionale, dello Stato. L’assemblea Nazionale Costituente riconosce per la prima volta il carattere pubblico dell’istituzione museo. Già da tempo si chiedeva la libertà di accesso alle mostre, in Francia, e fu con la rivoluzione che questo accadde. Nel Louvre entrano tutte le opere dei refugiés e quelle date dalla soppressione degli ordini monastici, chiese e conventi. Napoleone acquisiva opere da tutte le nazioni, e nel trattato di Tolentino inserì anche una clausola che lo poneva come obbligo dei vinti. Gli studiosi (i commissari) studiano e individuano le opere maggiori, e tracciano una prima storia dell’arte. L’arte ha una funzione di propaganda perché accresce il valore dell’imperatore. La Francia si pone come “liberatrice dell’arte” che viene portata nella nazione della libertà, dove viene esposta al pubblico. Il Louvre viene allestito secondo i canoni e le architetture romane, e le visite sono organizzate anche in orari serali. Chi si occupa di allestire ed organizzare le opere è Dominique Vivant-Denon, che ha l’idea di creare un museo in cui trova rappresentazione tutta la civiltà, a partire anche dall’epoca...
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