La museologia e la museografia
La museologia (λογος) riguarda i contenuti, il pensiero sul museo, mentre la museografia (γραφος) riguarda gli aspetti tecnici. Due aspetti importanti sono l’ambito del direttore del museo e quello dell’architetto che allestisce il museo, e si tratta di due aspetti complementari. Il museologo è colui che organizza il museo dal punto di vista teorico, cioè cura il modo di presentare la collezione, mentre il museografo si occupa di come presentare una collezione; i due campi sono complementari.
Elementi essenziali del museo
Il museo ha bisogno di tre elementi fondamentali: la presenza di una collezione, un luogo e un pubblico; il museo è un luogo accessibile al pubblico. Ma da quando possiamo definire il museo in questo modo? I grandi musei nascono come tali nel '700, quindi si tratta di un’invenzione dell’illuminismo, ma qualche anticipazione vi è nel '500, quando per la collezione di Paolo Giovio, collezione iconografica per tipologie che ha ispirato gli Uffizi, viene adottato il termine di museum (cioè tempio delle Muse) e si trattava di una collezione aperta ai suoi ospiti.
Evoluzione dei musei nel '700
Nel '700 si assiste al passaggio a una fruizione aperta a tutto il pubblico. Perché? Perché c’è l’idea di un modo di diffondere il sapere non solo ai privati, ma di più ampio raggio e c’è anche l’idea che la collezione sia un patrimonio della città (questo l’aveva compreso anche l’ultimo erede dei Medici). Questo porta alla formazione dei grandi musei d’Europa del '700, come nel 1734 i Musei Capitolini che erano i musei della città di Roma nati dalla prima grande donazione fatta alla città di Roma da Sisto IV, che nel 1471 regala a Roma dei bronzi importanti che diventano il primo nucleo delle collezioni capitoline che poi aumenteranno, il Museo Pio Clementino, cioè i Musei Vaticani, la Galleria degli Uffizi.
Quindi in Italia e non solo si fonda la coscienza del bene comune per cui anche i cittadini devono essere partecipi della cultura delle grandi collezioni. Il Louvre nasce come museo della rivoluzione e infatti viene inaugurato a un anno dalla decapitazione di Luigi XVI con il nome di Museo Centrale d’Arte, che in pochi anni diventa Museo di Napoleone; egli infatti nei trattati di pace aveva inserito una clausola che al vincitore sarebbero toccate le opere d’arte per cui la Francia si arricchì di opere. Poi, con il Concilio di Vienna, molte opere tornarono a casa.
Il Louvre e i musei dell'800
Il Louvre viene considerato il primo museo davvero democratico perché fin dagli inizi la sua politica fu di apertura al popolo e c'era anche un catalogo delle opere esposte per cui si dava al pubblico la possibilità di ricollegare il nome e il titolo a un’opera. L’800 è il secolo dei grandi musei e delle grandi architetture di museo, infatti fin’ora si era assistito all’utilizzo di strutture già esistenti; invece ora si immagina un’architettura che nasca con la vocazione museale e nell’800 inizia la grande architettura dei musei che vengono costruiti per questa funzione.
Tipologie di musei
Brera presenta grandi quadri d’altare e si tratta di un museo napoleonico; qui non ci sono opere solo della nostra regione, ma di un po’ tutte perché il modello è il Louvre, in quanto sotto Napoleone Milano era la capitale del regno d’Italia e sotto di lui nascono le collezioni di Milano, ma anche quelle di Bologna e di Venezia, anche se queste ultime sono raccolte di taglio regionale. Il Poldi Pezzoli è un museo privato in quanto deriva dalla collezione di un privato, mentre il museo del Castello è stato fondato alla metà dell’800 (1868) e nasce sul modello di un museo di Londra: quindi esistono tante tipologie di museo, privato, civico, statale e diocesano e ogni museo ha la sua storia e le sue motivazioni e la storia di un museo è determinante per la sua fisionomia.
Funzioni e sfide moderne dei musei
La mostra è molto diversa dal museo, in quanto mentre la mostra è tematica, il museo ha delle lacune. Oggi c’è una maggiore attenzione per il museo e quella che una volta era la funzione principe del museo, cioè quella conservativa, oggi è solo una delle funzioni e si avverte l’esigenza di comunicare, di creare nel museo una sorta di attività che non sia solo quella di conservazione. Quindi oggi, a proposito del museo, si parla di fidelizzazione, cioè di creare un pubblico che ritorni al museo, si cerca di interessare il pubblico per convincerlo a tornare e questa è la sfida che oggi il museo corre.
In questi tempi i musei hanno incontrato molte proposte per modificarne lo statuto, si parla molto di valorizzazione del museo che è molto diversa dallo sfruttamento, cioè bisogna sottolineare la presenza di un’opera nel museo. Oggi i musei sono anche continuamente sollecitati a rispondere alle esigenze delle mostre, quindi il museo non viene valorizzato, ma si usano solo delle sue opere per delle manifestazioni che hanno poco a che fare con la ricerca scientifica, ma fanno altro, infatti queste manifestazioni logorano il patrimonio.
La tutela del patrimonio in Italia
Come funziona in Italia il sistema della tutela? La tutela è in capo allo stato che è rappresentato dal Ministero dei beni e delle attività culturali che ha preso questo nome solo dal 1998, mentre prima era solo Ministero dei beni culturali e questo indica come il concetto di conservazione debba essere ormai integrato. Dal Ministero dipendono le attività di tutte le soprintendenze, che sono organi periferici del Ministero presenti dal 1909 su tutto il territorio; la creazione delle soprintendenze nasce dalla necessità di avere degli strumenti che facciano rispettare le leggi su tutto il territorio e il compito delle soprintendenze è quello di tutelare il patrimonio storico-artistico e non solo.
Negli ultimi 30 anni si è allargato il campo della tutela anche alle tradizioni immateriali, quindi la tutela comporta dei costi enormi, ma i finanziamenti sono modesti per cui si ricorre a fondi locali e a sponsorizzazioni. Lo stato ha sotto di sé tutte le tipologie del museo, in particolare i musei civici hanno un’autonomia che è totale per certi aspetti, ma quando ad esempio bisogna fare un restauro, intervento che comporta il fatto di toccare il patrimonio, occorre l’autorizzazione della soprintendenza.
Normative sulla gestione delle opere
Per i privati se l’opera è notificata è sotto la tutela dello stato e l’attestato di libera circolazione, come oggi si chiama, è l’autonomia che viene data da parte dello stato perché l’opera possa circolare liberamente. La legge Bottai è del 1939 e ha retto fino al '99 quando è uscito il testo unico che ha aggiunto tutti i vari decreti legislativi sui beni culturali e nel 2004 è uscito il Codice Urbani; già nel 1939 era stato introdotto il principio della notifica, cioè del riconoscimento dell’importanza di un oggetto o di un edificio per il patrimonio nazionale; quindi la legge 1089 del '39 impone che le opere importanti per il patrimonio nazionale siano notificate e se sono notificate anche il privato deve chiedere alla soprintendenza il permesso di fare dei restauri; inoltre, i privati possono vendere le loro opere, ma non all’estero e, quando un privato decide di vendere un’opera, lo stato ha diritto di prelazione.
Mentre i musei italiani non possono vendere le loro opere, quelli americani lo fanno in quanto sono nati comprando le opere sul mercato, quindi non nascono sul territorio per cui se un certo dipinto viene venduto anche all’estero non è un guaio per la cultura americana.
Presentazione delle collezioni
Vi sono diversi modi per presentare una collezione: il percorso può essere organizzato in ordine cronologico, oppure per scuole regionali, per tipologie, o in base alla provenienza della collezione. Inoltre, certe scelte espositive sono dovute alle necessità dei vincoli della donazione (spesso i musei sono oggetto di donazioni, ma queste possono includere come clausola l’esposizione completa della collezione e questo può essere un guaio) e un legato è perenne.
Come si fa a scegliere un criterio? Si tratta di una cosa soggettiva: una volta si esponeva tutto, secondo il modo delle collezioni private e il risultato era una parete completamente tappezzata di opere e questo modo espositivo ha una controindicazione, cioè che non c’è quell’isolamento dell’opera d’arte di cui si ha bisogno. Oggi invece il museo cerca di comunicare e sottolineare quali sono le opere più importanti attraverso l’allestimento.
Museografia moderna
Molto spesso inoltre abbiamo a che fare con musei che non sono nati come tali: a Milano non c’è un museo nuovo e anche in Italia non c’è un museo propriamente nuovo, ma noi abbiamo adottato la politica del riuso, cioè i musei sono i riadattamenti di edifici che sono nati per altro, quindi c’è un riadattamento dell’edificio che non permette di collocare la collezione come si vorrebbe. Il museografo accompagna ed esalta il senso della collezione: ad esempio al Castello l’allestimento esalta l’isolamento della Pietà Rondanini che è un intruso perché si tratta dell’unica opera di Michelangelo che è stata acquistata negli anni '50, mentre tutte le altre opere di scultura sono state acquisite e per la Pietà Rondanini le scale creano attesa e isolano l’opera.
Circa la presentazione delle opere il percorso e le scelte espositive devono aiutare il visitatore nella comprensione delle opere principali e la museografia più recente ci ha insegnato che l’isolamento dell’opera è molto importante, infatti consente una comprensione migliore di essa, in quanto il visitatore non deve essere disturbato da altro.
Principi di flessibilità nei musei
Importante per un museo è il principio della flessibilità: nel museo dovrebbero esserci delle strutture che cambiano per non essere sempre uguale a sé stesso; quindi i musei cercano di evitare di presentarsi sempre allo stesso modo e cercano di attirare il pubblico attraverso delle iniziative come mostre o mostre-dossier che hanno un tema molto circoscritto. Quindi nell’allestimento di un museo ci sono tanti criteri a cui bisogna rispondere e l’allestimento deve essere il più comunicativo possibile; inoltre anche un allestimento storico può essere un’opera d’arte.
Quindi in questi anni si è assistito alla modificazione del concetto di museo che dalla semplice funzione della conservazione è passato a una serie di attività.
La tutela dei beni culturali
Nel '700 si cerca di sistematizzare o almeno controllare l’aspetto di quelli che oggi chiamiamo beni culturali; mentre un bene culturale oggi è definito “testimonianza avente valore di civiltà”, nella legge Bottai era definito cosa, quindi ora il concetto di bene culturale si è ampliato e vi sono entrati altri aspetti, sia quelli materiali che immateriali, come le tradizioni popolari, i dialetti o forme di tradizione orale (musei etnografici che conservano le antiche tradizioni di una civiltà).
L’idea di bene come patrimonio pubblico, comune, è molto antica; infatti, già presso i romani vi erano stati degli interventi per proibire le demolizione degli edifici importanti; nell’alto medioevo si assiste invece a episodi di iconoclastia, cioè di distruzione di immagini che non corrispondevano ai nuovi orientamenti religiosi. Quindi nel tempo il rapporto con il bene culturale è condizionato da una mentalità che non è sempre la stessa.
Comunque la preistoria delle disposizioni di tutela si colloca già nel '400, in particolare nel 1462, quando il Papa Pio II Piccolomini aveva fatto una bolla in cui vietava di manomettere i monumenti antichi e questo significa che c’era una consapevolezza della loro importanza.
Le prime leggi di tutela
Nel medioevo non c’era il senso di un passato e di una tradizione, quindi gli edifici antichi venivano usati come cave, invece ora Pio II si preoccupa della conservazione dei beni antichi e quindi vi è la proibizione di usare gli edifici antichi come materiale da costruzione; già agli inizi del '400 Martino I aveva emesso delle indicazioni per il rispetto del mondo antico.
Nel 1602 nel Granducato di Toscana uscì una legge in cui si cercava di proteggere le opere della grande pittura fiorentina del 4/500, cioè si cerca di evitare la vendita di questi oggetti perché il duca identifica in quelle opere il momento più glorioso per il Granducato di Toscana; ma sono soprattutto i papi e i cardinali a proteggere i loro beni perché a Roma c’era una grande quantità di opere.
Nel 1515 Leone X crea per Raffaello la carica di “ispettore generale delle belle arti”, quindi affida a Raffaello la tutela su quello che poteva essere distrutto o saccheggiato; nel 1574 esce un'altra bolla di Gregorio XIII “quae publicae utilia” cioè “le cose di pubblica utilità”, dove vediamo che emerge la coscienza di un bene pubblico che quindi si forma molto presto, già nel '400 quando i Papi si preoccupano della salvaguardia delle opere romane proprio perché c’è la coscienza di un passato che riguarda tutti (quindi l’idea della salvaguardia e del rispetto del patrimonio è più radicata in Italia, anche se oggi spesso non vengono rispettate le leggi.
A questo proposito importante è un libro di Salvatore Settis, “Italia Spa” dove si parla di sistema Italia, concetto che comporta un forte legame con il territorio, implica l’idea di un forte legame tra i musei e il territorio). Quindi le leggi di tutela in Italia hanno una lunga tradizione anche se non sempre sono state rispettate; la bolla “quae publicae utilia” implica il fatto che una comunità si riconosce in un patrimonio, in una tradizione; nel corso del '600 vengono fatti altri interventi e nel '700 si cerca di sistematizzare questa materia e di creare una struttura che possa esercitare un compito di controllo.
Il Grand Tour e la legislazione nel '700
Il '700 è anche il secolo del Grand Tour e per tutto il '700 Roma è il centro della cultura figurativa, ma Grand Tour significa anche mercato e commercio delle antichità. Inoltre, nel '700 tra bolle e editti c’è un’intensa opera di legislazione per regolamentare questa emorragia di opere d’arte che venivano portate all’estero e si assiste al tentativo di creare una struttura di tutela con funzionari che possono almeno regolare l’esportazione. Nel 1733 vi è un editto del Cardinale Albani che è volto alla limitazione dell’esportazione e si cerca di ampliare l’organico degli addetti alla tutela; in più vi è anche l’idea di regolamentare le licenze (si tratta anche degli anni del Winkelman e della scoperta di Ercolano e Pompei); dopo vi è l’editto del cardinale Valenti che crea una struttura con tre assessori, un pittore, uno scultore e un archeologo: in questo modo si cerca di dividere le competenze e di ampliare le capacità di controllo di quello che si può o non può esportare.
Il chirografo di Papa Pio VII e il restauro
Nel 1802 vi è il chirografo di Papa Pio VII che insiste sulla nozione di patrimonio artistico e culturale e interviene sulla proibizione dell’esportazione e del restauro per cui l’opera antica non può essere manomessa: fino al '700 i restauri integrativi erano comuni, mentre oggi il restauro deve essere rispettoso dell’oggetto e le reintegrazioni devono essere visibili; mentre fino a pochi anni fa il restauro lasciava le lacune che potevano essere presenti in un dipinto bianche, oggi il restauro a rigatino tratta le lacune suggerendo attraverso le ombre le parti mancanti e quindi suggerisce l’immagine d’insieme; quindi nel '600/'700 il restauro è rifacimento, mentre oggi il principio fondamentale del restauro è la reversibilità.
Il chirografo di Pio VII proibisce l’esportazione e anche l’esecuzione di copie e questo è importante perché bisognava sapere quante copie c’erano di un’opera; inoltre esercita una forma di controllo sui beni privati: Pio VII vuole avere idea di cosa c’è nelle collezioni private su cui viene emesso il vincolo del fide commisso che sancisce il principio dell’indivisibilità delle grandi collezioni. Al chirografo di Pio VII segue l’editto Doria in cui la tutela è estesa a tutto il patrimonio mobile sia pubblico che privato; in più si stila un elenco delle opere che non si possono alienare (compilazione di elenchi significa protezione preventiva).
Leggi moderne di tutela: l'editto Pacca
Nel 1820 segue l’editto Pacca, la prima legge moderna a cui si adeguano tutti gli stati preunitari, infatti regolamenta gli scavi e sancisce il principio dell’interesse culturale pubblico su quello privato e questo ha creato un certo dissidio.
Quindi l’editto Doria e l’editto Pacca impongono ai privati di denunciare le loro collezioni e questo comporta un controllo da parte dello stato sui beni privati. Questi sono i due capisaldi da cui parte la legislazione moderna sui beni culturali. L’editto Pacca è la prima legge con un contenuto e un profilo moderno e costituisce la base della legislazione, infatti vi troviamo dei principi che sono il fatto che vince l’interesse pubblico su quello privato.
Cmq dobbiamo dire che il '700 era stato il secolo dei lumi e che aveva propugnato l’idea di una educazione e di una diffusione del sapere e per questo nascono i primi musei nel senso moderno; l’editto Pacca non fa che recepire queste idee, tra cui quella della condivisione del patrimonio.
La legislazione post-unitaria in Italia
Nell’Italia post-unitaria il neo-stato cerca di avere una legislazione statale e con la legge Carlo Farini del 1860 si cerca di stabilire il principio della centralità dello stato e quindi che lo stato debba esercitare una certa tutela.
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