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Museologia

Appunti di museologia basati su appunti personali del publisher presi alle lezioni della prof. Donati dell’università degli Studi di Pisa - Unipi, facoltà di Lettere e filosofia, Corso di laurea magistrale in archeologia. Scarica il file in formato PDF!

Esame di Museologia archeologica docente Prof. C. Donati

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di Giove Capitolino. Lo spazio espositivo è coperto da una copertura vetrata con struttura in

metallo su tracciato ellittico, memoria della piazza del Campidoglio, sorretta da alti pilastri

smaltati di azzurro. Connessa al nuovo sistema dei Musei Capitolini è anche la sistemazione della

Centrale Montemartini.

Non lontano dal Campidoglio sorgono i Mercati di Traiano e nel corso del gli scavi del Novecento si

è deciso di sistemare quel complesso per ospitare i reperti rinvenuti. Si è preferito usare elementi

leggeri per mantenere intatta e visibile la poderosa struttura architettonica antica.

Parallelamente si è provveduto alla trasformazione del Museo Nazionale Romano (inaugurato nel

1889), con l’acquisizione dell’adiacente Palazzo Massimo e alla ristrutturazione della sede storica

delle Terme e infine all’inclusione nel sistema museale di altre quattro sedi: Palazzo Altemps, gli

Antiquaria Forenze e Palatino, la Domus Aurea e la Crypta di Balbo. All’interno della complessa

ristrutturazione museale della sede storica delle Terme Bulian ha progettato l’allestimento della

Sezione Epigrafica (inaugurata nel 2000) e dell’Aula Ottagona (inaugurata nel 1998).

Altri 2 piccoli interventi non meno significativi sono il ponte pedonale progettato da Francesco

Cellini in prossimità del Colosseo (1999-2000) e il deposito per materiali archeologici del gruppo

all’interno della Villa dei Quintili (2001-2004). (Dossier n°5, 2006)

Spesso i fondi che sono stanziati per i beni archeologici non sono tanti, e spesso vengono usati solo

per la manutenzione dell’esistente. Spesso dunque sono ben accolti dei fondi straordinari per

occasioni particolari, come Olimpiadi, Mondiali, e in questo caso il Giubileo del 2000.

Fino agli anni ’90, era proibito vendere anche cataloghi in un museo, e non c’erano spazi ricreativi

o caffetterie, inoltre non c’erano molti biglietti cumulativi e a volte neanche guardaroba. Con le

leggi Ronchey del 92 si hanno queste innovazioni.

L’operazione del 2000 aveva lo scopo di rinnovare i musei romani, ma alcuni fondi sono andati

anche a musei esterni come il museo navale di Nemi o ad Ostia antica.

Museo Nazionale Romano

A noi interessa il , fondato dopo l’Unità nel 1879 con Decreto

regio allo scopo di raccogliere reperti da tutto il territorio nazionale di ambito romano in tutta Italia.

Poi nel 1884 è stato fondato il museo di Villa Giulia per i reperti etruschi meridionali, mentre a

Firenze sarebbero andati i resti dell’Etruria settentrionale. Il neonato stato, inoltre, era interessato

anche all’istituzione musei universitari, piccoli e con funzione didattica (a Pisa nasce nel 1887). Le

facoltà di archeologia avranno più che altro le gipsoteche: i Musei sono strumenti per l’istruzione e

la ricerca.

Nelle cattedre

Dopo l’unità di Italia si lavora alla realizzazione delle leggi per la tutela del patrimonio nazionale

che si esplica con la legge 1089 nel 1939 (Legge Bottai, mentre la 1497 parlava di bellezze

naturali).

Il Museo Nazionale Romano si trova alle Terme di Diocleziano, zona residenziale fin dal tempo dei

Romani, riadattate in epoca medievale per la creazione di una Certosa e poi per una sede papale.

Questo adattamento di edifici del passato a scopi culturali può avere anche la finalità di agevolare la

loro conservazione e manutenzione. Ci troviamo comunque in zona Termini, zona un po’ malfamata

di Roma da sempre. Un primo catalogo avviene negli anni ’50 da parte di Paribeni, ma con l’andare

del tempo il museo diventò troppo piccolo per contenere tutto e la manutenzione era diventata

difficile. Il Museo delle Terme di Diocleziano viene quindi diviso in 4:

- Terme di Diocleziano, grosso progetto e riallestimento degli annessi esterni tra cui l’illuminazione

e la sicurezza;

- Palazzo Altemps,

- Palazzo Massimo alle Terme.

- Viene aggiunto un quarto ex novo, la Crypta Balbi, dedicato all’arte tardoromana e primo-

medievale, un Museo creato dagli scavi decennale (anni 80-90);

inoltre, vengono aggiunti grandi impianti di illuminazione, le cancellate perimetrali, ecc.

Il complesso è un Museo Nazionale (statale), quindi ha carattere pubblico.

Palazzo Massimo è nella Piazza dei Cinquecento, la stessa del Museo delle Terme e lì va la

scultura tardo-repubblicana e primo-imperiale. Palazzo Altemps, invece, più lontano, ospita i

materiali appartenuti alle collezioni nobiliari romane (Ludovisi, Buoncompagni, Mattei, Altemps).

Era un palazzo dei Papi cinquecentesco.

La Crypta Balbi è costituita dall’accrescimento della collezione medievale, che mancava a Roma.

Questo progetto prosegue oltre il 2000, vedendo la propria conclusione molto più tardi fino almeno

al 2008/2010 col nuovo museo dell’Ara Pacis.

C’è stata una grande revisione di perimetri e altri spazi. Come sono i giardini dei musei? Cippi,

oggetti ingombranti, sarcofagi e altro di tipo lapideo al fine di creare l’effetto da “finta necropoli”,

con tutti quei materiali che in un museo sarebbero troppo ingombranti.

Le Terme di Diocleziano

Le Terme di Diocleziano erano situate nella pianura posta nell’estremità orientale del Quirinale e

del Viminale, quell’area era ricca di domus lussuose. Ci fu l’esigenza di dotare di un impianto

monumentale impianto balneare pubblico gli affollati quartieri.

Le terme rimangono in vita molto a lungo dopo l’impero (nonostante presso l’angolo settentrionale

del recinto perimetrale si sia impiantata nel V sec. la chiesa di San Ciriaco in Thermis, rimasta in

funzione fino al XVI sec.), fino alla guerra greco-gotica nel VI quando inizia lo smembramento e la

demolizione (costruzione di varie gallerie sottostanti per ricercare la pozzolana del Viminale). La

costruzione di assi viari, taglia in due il complesso. Ancora in epoca rinascimentale le Terme

conservavano buona parte dell’originale decorazione marmorea. Nel XVI sec, il frigidarium o

“basilica” fu adibita a sala di equitazione. Attorno alla metà del secolo, Jean du Bellay entrò in

possesso di una tenuta che si estendeva anche sulle strutture superstiti del lato sud- occidentale del

recinto delle Terme e fra il 1554-1555 sistemò una parte della tenuta in una sorta di giardino

archeologico:” Horti Belleiani”. Dopo la sua morte, la tenuta fu acquisita da Carlo Borromeo e

riscattata dallo zio, il pontefice Pio IV.

L’edificio termale venne in parte usato per l’edificazione della Basilica di Santa Maria degli Angeli

e dei Martiri nel 1561 all’interno del frigidarium da parte di Michelangelo, che mantenne l’assetto

originario: la facciata venne posta nella concavità del calidario; contemporaneamente i Certosini

provvidero alla costruzione del grande complesso conventuale adiacente: il chiostro fu ricavato

nella natatio; nel 1575 Gregorio XIII eresse sulle aule dei magazzini per il grano allo scopo di dare

una degna sede all’Annona frumentaria di Roma. Questi doli con la bocca in travertino sono

incassati nel pavimento, nel sottosuolo e servivano come riserve. Oggi è adibito a piccolo Museo.

Dopo l’unità d’Italia, il Ministero della Pubblica Istruzione acquisisce il complesso e lo destina a

Museo. La Chiesa è inserita all’interno delle terme. Sono i certosini che si prendono cura del

complesso e prendendo parte al risanamento del quartiere. Ulteriori danni vengono perpetrati a

seguito del complesso di sistemazione e di ri-funzionalizzazione dell’area intrapresa da Sisto V, che

acquistò i terreni intorno alla zona di Termini per costruirci la Villa Montalto Peretti. Nel 1764

Clemente XIII impiantò nei Granai Gregoriani i depositi annonari dell’olio: le Olearie papali.

Durante l’occupazione francese, la Certosa fu trasformata in caserma. Nel frattempo Pio VII

soppresse l’Annona frumentaria ed olearia per fondarvi il Pio Istituto Generale di Carità. Quando

furono sciolte le congregazioni dei Certosini di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri (1873), gli

ambienti non in mano ai provati ebbero varia destinazione, ma il complesso termale subì gravi

danni a causa dei lavori di sistemazione urbanistica.

Nel 1889 viene istituito come museo centrale, per iniziativa di Felice Bernabei (Ministro

dell’istruzione era allora Paolo Boselli), per le antichità romane e nello stesso anno fu fondato il

Museo di Villa Giulia per volontà di Vittorio Emanuele II per le antichità dell’Etruria Meridionale

(futuro Museo Nazionale Etrusco).

Nel 1911 c’è un evento storico importante: 50°dell’Unità d’Italia. Abbiamo tanti documenti

riguardo questo evento, perché abbiamo molti documenti sulla mostra. La direzione dei lavori è

affidata a Rodolfo Lanciani, archeologo, poi c’è Vergatti. La mostra era articolata in 21 sezioni e

furono le 7 aule (appena restaurate) disposte attorno al braccio destro del transetto di Santa Maria e

quelle che fiancheggiavano la natatio sul lato orientale ad ospitare la mostra. I materiali esposti

erano quasi esclusivamente rappresentati da calchi e riproduzioni in gesso, rilievi, disegni e

fotografie, tuttavia non mancavano alcuni materiali originali. Nel complesso la Mostra

archeologica del 1911 rappresentò un’operazione culturale di grande respiro, con cui si sottolineava

il ruolo e la funzione civilizzatrice di Roma nel mondo antico che inevitabilmente si rifletteva sul

presente. Nel 1926 il Governorato di Roma si fece carico dell’iniziativa, deliberando l’istituzione in

Roma di un Museo dell’impero Romano con i materiali che avevano rappresentato il fulcro di

quella del 1911.

Il chiostro michelangiolesco è subito adibito a sala di esposizione con recupero di materiale

archeologico, secondo il modello ottocentesco della galleria, grossi ambulacri aperti che godono

della luce dei grandi arconi del porticato. I pezzi meno pregevoli stanno nell’area scoperta. Col

Giubileo venne fatto maggior ordine in questo contesto e sistematicamente ordinato: materiali

pertinenti alla sfera funeraria sono collocate lungo il perimetro del quadriportico del chiostro. Non

ha più l’accatastamento ottocentesco.

Anche nel museo va posta attenzione alla conservazione di processi storicizzati e quindi alla sua

conservazione senza una rivoluzione completa. Nel rinnovare il museo non si può demolire la

musealizzazione storica. Si cerca di salvare delle sale o materiale per l’allestimento. Questo

processo si chiama musealizzare il Museo.

Nei Musei Vaticani, ad esempio, diversi progettisti sono intervenuti allestendo zone completamente

diverse tra loro ed eterogenee.

Il bookshop-guardaroba è comunque molto piccolo alle Terme. Si entra dagli ambulacri del chiostro

che ha valenza di ambiente gradevole, con materiali architettonici pesi. Le basi delle statue sono

state costruite e non ricavate da cippi.

Aula Ottagona

L’ , è un edificio circolare con pianta ottagonale all’interno, che aveva la

funzione di funzione di frigidarium all’interno dell’intero complesso termale. Sin dall’inizio questo

luogo era stato scelto per esporre la scultura per eccellenza, quella legata agli edifici termali:

sculture di Afrodite al bagno, sculture legate al complesso delle terme di Diocleziano ma anche di

Caracalla. Quest’aula venne usata nel 1911 per la mostra del 50enario dall’Unità, nel 1930 divenne

Cinema Minerva dell’Istituto Luce, poi divenne un planetario. dal 2007 è stata inserita all’interno

del circuito del Museo Nazionale Romano, ospitando i grandi bronzi e oggetti proveniente

dall’arredo delle varie terme della città. Da questa data ha ospitato i grandi bronzi del pugile e del

principe ellenistico. Nei riallestimenti ad opera di Giovanni Bulian venne mantenuta la trama in

ferro del planetario e l’anello, su cui fece passare i fili della luce. All’interno delle maglie metalliche

sono state inserite le statue, come intercolumni e nel centro su delle piattaforme sono posti i grandi

bronzi. In mezzo, era stata scavata un’area ed erano stati individuati resti della fase precedente delle

terme, coperti ora con lastre di cristallo. La cupola è a ombrello. Tuttavia, poiché l’ambiente era

difficilmente climatizzabile a causa del grande ambiente, allora vennero spostati i bronzi in un’altra

saletta al piano-terra del Palazzo Massimo e i marmi in una sala al palazzo Altemps (ragioni

conservative). Ora ci sono delle gigantografie. L’Afrodite delle terme di Cirene è stata restituita alla

Libia.

Le mostre di arte moderna o contemporanea nei musei di arte antica è un costume molto frequente

in anni molto vicini a noi. Infatti, si opta per delle mostre all’interno dei percorsi museali, in unione

cioè con elementi della collezione permanente, in dialogo con opere antiche. C’è chi ha criticato

molto questa contaminazione, ma se ci sono dei fili conduttori che giustificano tali presenza aliene,

allora il contesto può essere giustificato. Questa nuova abitudine è servita per creare nuove

occasioni di incontro, di visita per sperimentare forme nuove che alla fine hanno incontrato il gusto

del pubblico

Ad esempio, c’era una mostra di Rodin nel 2014, con continui rimandi all’arte classica.

Inoltre sono stati ricostruiti dei contesti funerari molto interessanti, con tombe staccate dalla via

ostiense negli anni 50 del 900 dall’ICR, restaurate e successivamente piazzate per intero in quei

contesti. Le superfici delle facciate sono in stucco, alcune dipinte. Sono stati ricostruiti: lo zoccolo,

le nicchie inquadrate da lesene con le urne, la parte superiore non è stata ricostruita e presenta dei

blocchetti di tufo. Il tutto è stato lasciato irregolare per dare impressione di qualcosa che doveva

proseguire in elevato, e quindi non è stato livellato.

Nella Sala I c’erano i capolavori della scultura romana, ora c’è un allestimento per spiegare

l’epigrafia al grande pubblico in maniera cronologica, il progettista ha creato una sala circolare con

false pareti che mostra pochi elementi, in modo tale da non disperdere l’attenzione del pubblico. Il

progetto è di Giovanni Bulian, architetto già presente nella soprintendenza.

La Sala dei Grandi Santuari Laziali aveva prima una serie di capolavori, di statue magniloquente,

adesso ha testimonianze epigrafiche e protostoriche. Si tratta di una grande sala con volumi molto

svuotati, dipinta di bianco e anche il pavimento è cotto. Le vetrine sono svuotate perché il supporto

in telaio metallico è vuoto: idea di leggerezza. Le teche sono in vetro, mentre l’idea della

percorrenza è data da una passerella longitudinale che passa al centro del soffitto, a metà altezza con

due faretti che seguono l’andamento del corridoio centrale. Ai lati ci sono due passerelle, accessibili

dal piano superiore, con ringhiere dove prosegue l’esposizione dei materiali epigrafici: le vetrine

sono piccole e a leggio. È possibile l’affaccio nella sala sottostante, è una zona di transito. Lo

spazio culminante è dato da tre statue in terracotta finali, sovrastate da un oculo aperto bordato da

una fila di mattoncini da cui si intravede la scala che porta ai piani superiori: si crea dunque

aspettativa nel visitatore. I colori sono bianco, grigio e marroncino del cotto.

Le parti di commento della parte epigrafica sono però allestiti molto male: il testo ha un font

piccolo e ostico ed è scritto in modo giustificato, dando noia e impressione di libro (per le didascalie

e i pannelli meglio usare il testo a bandiera). Più in avanti ci sono delle aree di seduta di design,

mentre i pannelli informativi in acciaio hanno forma convessa per andare letteralmente incontro al

visitatore; le vetrine sono trasparenti e hanno base sottile in acciaio. C’è un corredo funebre da

Lanuvio con un poggia-braccia in legno aggettante, in modo da invitare lo sguardo e l’esame da

parte del visitatore. Il punto focale della sala è comunque quello delle tre terrecotte dal santuario di

Ariccia (Demetra, Kore, offerente). Si è scelto di procedere con un allestimento con un dissuasore

per allontanare il pubblico, su uno spazio triangolare per slanciarle. La forma è quella di uno

spartiacque, un modo per dare rilevanza e aumentare la salvaguardia delle statue: la folla si divide

in due direzioni per poi congiungersi nella parte posteriore, con la scala che porta ai ballatoi. Ci

sono poi due statue in teca vicino alla porta. Questo serve dunque da richiamo all’elemento della

terracotta, che è stata importante per la dimensione storica anche se hanno poco valore visivo. Per le

epigrafi dei ballatoi, invece, sono pezzi minori con vetrine a leggio a nastro, che invitano a scorrere

lo sguardo senza soffermarsi.

Sopra il chiostro, invece, ci sono ambulacri fenestrati solo da un lato, molto bui con forme di oblò,

dove è situata la musealizzazione della protostoria e storia dei popoli del Lazio che presta molta

attenzione ai rinvenimenti più recenti: corredi, urne e sezioni del terreno in cui. C’è una parete di

cartongesso mobile artificiale che fa delle curve (attrezzata), con tavole sinottiche molto chiare che

mostrano la capanna dell’epoca. Sono accessibili a tutto il pubblico. La scelta del font è

fondamentale, anche le altezze come sono calibrate perché sono fattori che determinano

l’accessibilità della comunicazione. La parete spezza la monotonia del corridoio. Le vetrine “a

treno” sono lunghe e strette per meglio adattarsi alla forma. C’è anche l’idea delle panche lungo

tutta la finestra. L’idea innovativa per il 2000 era quella della sagoma in Plexiglass fumé a simulare

la sagoma del corpo del defunto su cui posizionare il corredo per come è stato ritrovato, strategia

vincente proprio per far capire il contesto. Abbiamo il contesto della tomba ricostruito, senza

pannello e questo è il primo livello zero di comprensione. C’è anche una gerarchia di informazioni

sempre, in questo caso non è molto elementare ma però efficace. C’è la presenza di luci che

provengono dagli oblò che a volte danno fastidio sulle vetrine, ma è un ottimo elemento di osmosi.

Ci sono anche elementi didattici e a scopo comunicativo, come il telaio oppure pannelli figurati o

con fondo livellato. Le produzioni seriali poi devono essere sfoltite e presentati per macro-esempi.

Il museo non è accessibile a tutti, perché ci sono dei modi di presentare che a volte risultano ostici

al pubblico non informato.

Olearie papali

Le sono state restaurate e rimesse a nuovo tramite i finanziamenti del Giubileo,

la mostra “Roma, memorie dal sottosuolo” (2 dicembre 2006-9 aprile 2007) ospitava i ritrovamenti

recenti di scavi anche occasionali, meno appariscenti, che però avevano il vantaggio di essere degli

elementi calati in un contesto. La mostra doveva presentare i risultati degli scavi dal 1980 al 2006.

La mostra è stata prorogata talmente tanto da essere poi diventata una mostra permanente, formando

una sorta di quinto museo. Sono ospitati scavi della Meta Sudans, casa sull’Aurelia, mausoleo sulla

Salaria, ecc. La prassi di testare in mostre temporanee cose che potrebbero essere definitive, è un

modo per dare forma concreta a un’iniziativa occasionale.

È formata da varie sale tutte comunicanti ad arco, e in alcune c’è un grande dolio (vaso) con orlo

levigato in travertino e laterizio e coperta da una grata, manufatto forse commissionato da Gregorio

XII. Siamo vicini alla Chiesa di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri. I doli sono 10 in fila e

ognuno contiene 44000 litri di capienza.

Gli oggetti isolati e grandi sono su delle basi, mentre le vetrine ospitano piccoli oggetti. Le vetrine

sono delle tamponature con una copertura in cristallo: sono chiusure in vetro di nicchie già esistenti

nelle olearie, in modo da avere uno spazio maggiore. Nel nuovo Museo di Cortona inaugurato di

recente, sono state completamente abolite le vetrine. Infatti gli spazi ritagliati sono stati chiusi da

lastre di vetro, ma qui il concetto è diverso. La vetrina serve perché è una barriera e crea degli spazi

di forma diversa, occupati da oggetti che assumono una collocazione spaziale diversa da quelle

tradizionali.

Prima di intraprendere i lavori per la costruzione fu necessario acquisire i numerosi edifici privati e

procedere alla loro demolizione, tra cui anche le tabernae. Forse fu demolito il Tempio della Gens

Flavia. Le indicazioni contenute nell’iscrizione consentono di affermare che i lavori per la

costruzione delle Terme furono avviati nell’autunno del 298 a.C. da Massimiano e si conclusero

dopo circa 7-8 anni, sotto Massimiano e Costanzo Cloro. Lo schema planimetrico è quello derivato

dalle Terme di Traiano e dalle Terme di Caracalla. La pianta consta di un grande recinto perimetrale

che racchiude una vasta area aperta e al centro della quale c’era l’edificio balneare vero e proprio.

L’ingresso principale era al centro del lato c nord-orientale ed era fiancheggiato sue entrambe le

parti da ambienti simmetricamente disposti, tra cui 2 per lato grandi sale semicircolari absidate,

decorate da colonne e nicchie. Lungo ciascuno dei lati lunghi si aprivano 6 ambienti: uno di essi

fungeva da ingresso secondario, gli altri 5 erano a pianta semicircolare e i rimanenti rettangolari; il

quarto lato do fondo aveva un’enorme esedra, munita di gradinata e decorata da una serie di

edifici colonnate, che veniva forse utilizzata per spettacoli teatrali e fiancheggiata da due sale

rettangolari (biblioteche?). Oltre agli ingressi del recinto, si estendeva una grande spianata,

sistemata in massima parte a giardino e arricchita della presenza di statue sacelli, ninfei e altri

piccoli edifici. Al centro della spianata sorgeva l’edificio dei bagni, strutturato secondo uno schema

planimetrico canonico, che prevedeva la presenza lungo l’asse centrale degli ambienti principali

quelli propriamente termali: l’ampia piscina della natatio fiancheggiata sui lati minori da portici; il

frigidarium (basilica), costituita da una maestosa aula coperta con volta a triplice crociera su cui si

aprivano quattro ambienti minori muniti di grandi vasche per bagni freddi; il tepidarium, una sala

a pianta circolare con due nicchioni e quattro nicchie piccole laterali, coperta a cupola; il caldarium,

una sala a pianta rettangolare allungata con un’abside al centro di ogni lato, coperta da una

triplice vola a crociera. Sui lati del complesso erano collocati numerosi ambienti gravitanti attorno

a due palestre rettangolari porticate su cui si aprivano una serie di aule intercomunicanti, di cui

quella centrale absidata (destinazione incerta). Ai lati del frigidarium c’erano poi due complessi

doppiamente tripartiti e costituiti da 6 ambienti per parte. Tra frigidarium e calidarium correva un

lungo cortile di servizio, la cui quota è ribassata; allineati perpendicolarmente al caldarium erano

infine una serie di ambienti rettangolari (riscaldati con suspenserae). Questo monumentale

complesso era realizzato in opera cementizia rivestita di un’accurata cortina di mattoni e rinforzata

da piani di posa costituita da bipedali. Il sistema di riscaldamento delle sale termali era costituito

quello ad Ipocausto, ottenuto mediante la circolazione dell’aria calda nelle intercapedini realizzate

sotto i pavimenti e intorno alle pareti con supensurae e tubuli.

Le Terme erano riccamente adornate, con lastre di marmo, stucchi dipinti a finti riquadri

marmorei. Le lastre di marmo erano pavimentate e rivestivano anche le vasche, le nicchie e i

nicchioni. I vari ambienti erano decorati da mosaici, tra cui uno conservato è quello in bianco e

nero della grande sala semicircolare absidata del lato nord-orientale del recinto perimetrale e

quello rinvenuto negli anni Ottanta. Della decorazione architettonica rimangono significativi

avanzi all’interno della Basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri e nell’Aula Ottagona. La

decorazione della facciata della natatio era fastosa: si articolava in cinque ampie e alte absidi ed

era inquadrata da tre ordini di nicchie inquadrate da colonnine e coronate da timpani, destinato a

contenere le statue. Le sculture dovevano concentrarsi soprattutto nell’area della natatio, nel

frigidarium, nelle palestre ed ambienti attigui e infine, nei giardini (Doveva esserci una galleria di

filosofi). Da qui proviene una grande vasca monolitica in porfido rosso, oggi collocata al centro dei

Musei Vaticani.

All’approvvigionamento dell’impianto provvedeva il tratto terminale dell’Aqua Marcia.

Un’importante parte dell’edificio centrale è compresa nella basilica di Santa Maria degli Angeli e

dei Martiri. Il disadorno prospetto ricurvo della chiesa corrisponde ad una delle due absidi

maggiori del grande caldarium delle Terme. Varcato l’ingresso, è facilmente riconoscibile l’antico

tepidarium e il frigidarium, costituito da tre grandi volte a crociera. Uscendo dalla chiesa e

dirigendosi alla propria destra si possono notare il monumentale accesso alle “Olearie”, ambienti

che costituivano una delle due ali che fiancheggiavano il caldarium. L’altra parte prevede 4

ambienti, il cui quarto è la cosiddetta aula ottagana. Il Museo Nazionale Romani ha inglobato

diversi ambienti del settore sud-orientale del complesso termale. L’ingresso al Museo è posto in

piazza dei Cinquecento, numero 79. Una breve scalinata moderna conduce alla porta d’ingresso

all’aula I del museo. L’aula I e le successive 6 fanno parte dell’allestimento museale e sono disposte

attorno al braccio destro del transetto della Chiesa, ovvero tra l’antico frigidarium e la palestra

sud-orientale. Queste sale sono coperte con volte a crociera o a botte. Dall’aula VII si esce in uno

spazio aperto dove sono visibili parti della struttura e della facciata della natatio, occupata dai

rifacimenti del XVI secolo. Si passa quindi ad una grandiosa sala con doppia abside, poi segue

un’altra sala rettangolare che fungeva da atrio alla precedente. La sala successiva chiudeva

l’angolo nord-orientale del complesso dei bagni. Dall’aula X si può accedere al giardino del Museo,

attraversandolo tutto si raggiunge la maggiore delle due sale semicircolari absidate collocate

presso l’angolo orientale del recinto: una era una forica? O un auditorium? Per completare la visita

delle strutture è necessario uscire dal Museo e recarsi in via del Viminale.

Fino al 1911 l’aula ottagona è stata sede della palestra della Scuola Normale di Ginnastica, fu

utilizzata come sala nel corso della Mostra Archeologica. Dal 1925 venne liberata dai materiali

della mostra e fu adibita a sala per spettacoli cinematografici. Nel 1928 si decise di installarvi un

planetario, il cui apparecchio venne sistemato nel locale sotterraneo dell’aula. Solamente nel 1987

si riuscì a rimuovere lo strumento e ad intraprendere un progetto che prevedeva lavori di restauro

e di sistemazione dell’aula. Il progetto fu curato da Giovanni Bulian e fu portato a compimento nel

1991. L’intelaiatura in reticolo geometrico poggiata su colonnine metalliche con capitelli in ghisa

che si vede entrando nell’aula è ciò che resta della volta geodetica del planetario.

L’aula ottagona si trova nell’angolo occidentale del corpo centrale delle Terme, all’estremità di una

delle due ali che fiancheggiavano il caldarium e che costituivano il lato sud-occidentale del

complesso. La pianta dell’aula è di forma quadrata all’esterno, ma all’interno ottagonale

raccordata da quattro nicchie semicircolari negli angoli. La copertura è costituita da una cupola

“ad ombrello”. Il piano del pavimento attuale non corrisponde a quello antico, che si trovava ad

una quota più bassa. All’interno della sala era sistemata una vasca d’acqua esagonale. L’assenza

di un sistema di riscaldamento, la presenza di questa vasca e la collocazione tra il calidarium e la

palestra, ha fatto sì che venisse identificata come un frigidarium. Nell’aula ottagona delle Terme

sono esposte oggi una ventina di sculture in bronzo e in marmo provenienti dalle più importanti

terme imperiali di Roma e da Cirene. Le statue erano appositamente commissionate per l’arredo

scultoreo dei complessi termali, ma più spesso riutilizzate e si concentravano nell’area della

natatio, nel frigidarium e nelle palestre. Al centro della sala, accanto ad un’apertura ottagonale

praticata nel pavimento che lascia intravedere le strutture dell’ambiente sottostante, sono posti il

Principe delle terme e il Pugile delle Terme, entrambi rinvenuti alle pendici del Quirinale (ornavano

le Terme di Costantino?). (Dossier n°4, 1998)

La ristrutturazione del chiostro michelangiolesco comprende il consolidamento delle strutture, il

restauro e l’allestimento del primo livello a Museo della Protostoria che illustra lo sviluppo della

cultura nell’area laziale dalla tarda età del Bronzo alla prima età del Ferro (XI-VII sec. a.C.). questo

corpo di fabbrica era il solo che permettesse una ristrutturazione concepita modernamente. Oltre

alle sale espositive, sono collocati spazi in cui organizzare conferenze, in modo da trasformare il

museo in un organismo vivo e di ricerca in continua evoluzione.

Il percorso principale di visita culmina in una grande galleria vetrata dalla quale penetra la luce

che illumina gran parte del Museo. (Dossier n°5)

Il Museo di Palazzo Massimo alle Terme

Il Museo di Palazzo Massimo alle Terme si trova in piazza dei Cinquecento (altro lato rispetto

all’entrata delle Terme), ed era un collegio musicale costruito nel 1883 da Padre Massimiliano

Massimo. È stato acquisito dallo Stato nel 1981 ed è nato da un progetto di Adriano La Regina.

Esso si stende su 4 piani, e ha lo scopo di esporre documenti dell’arte romana tra periodo tardo-

repubblicano e tardo-imperiale. C’era l’idea di adattarlo a questo scopo già prima del Giubileo. Già

all’ingresso c’è una Minerva, con una testa inserita in gesso e ricostruita.

Piano terra: 8 stanze intorno a un cortile centrale, che è una fonte di luce non indifferente per tutto il

palazzo. C’è anche qui la logica della mostra temporanea tra le opere antiche, tra cui della pittura

murale in rosso pompeiano. Ciò ha modificato anche i basamenti delle opere che già c’erano, e

l’allestimento generale con colore di base rosso vivo.

Quando il Palazzo fu aperto come museo, l’opera di Daddi (architetto) aveva lo scopo di eliminare

ogni asperità e stranezza: furono eliminate le parti in legno, il pavimento fu messo in colore chiaro,

i basamenti delle statue in marmo bianco, pareti bianche, fonti luminose velate, insomma un tono

molto neutro: rapporto di puro idealismo e astrazione tra opera e fruitore.

Ci sono anche delle formule alla latina, in capitale latina, quasi una petizione di principio. Nel

nuovo allestimento, però, c’è un pannello di fondo di colore rosso pompeiano che modifica il

tessuto cromatico con cui la statua si staglia sul fondale.

Museo è come organismo vivo, che conosce modifiche già dopo il nuovo allestimento giubilare.

Le nuove didascalie hanno i testi a bandiera con una altezza maggiore ma lunghezza minore. C’è

anche un cartello in basso con didascalia più accattivante per dei percorsi di bambini, mentre un

altro cartello di didascalia contiene approfondimenti.

Ora ci sono in una saletta (Sala VII, 2007) con le pareti verde-oliva i due bronzi del pugile delle

terme e del principe ellenistico, luci che accentuano postura e dettagli anatomici delle statue

bronzee. Anche nella Niobide morente c’è la stessa cosa.

La sala II e III hanno ancora il vecchio allestimento.

L’illuminazione a soffitto è molto interessante, e si richiama molto ai sistemi di illuminazione “a

lucernario” dell’800, ossia la sostituzione del soffitto con lastre di vetro. Questa soluzione viene

pensata specie in contesti come quelli del British, per dare l’impressione della luce naturale. C’è un

controsoffitto, con una gabbia tubolare in ferro, che ha dei faretti che sparano la luce sulle lastre.

Il percorso è anulare, perché le stanze sono di passo, e le sezioni sono scandite da didascalie su

parete bianca, in modo piuttosto asettico.

Riallestimento del 2011 col fondale verde oliva dietro il Generale da Tivoli.

L’allestimento del Daddi vuole invitare a un rapporto solipsistico del visitatore con l’opera, che

deve essere ammirata senza sapere altro della sua storia e del suo contesto. Questa è una cosa non

più attuale.

Per quanto riguarda i discoboli, invece, prima si trovavano sulla stessa base, invece adesso si

trovano su due basi separate ma accostate: piccoli accorgimenti ma fondamentali.

Scelta di ricostruire un ambiente in integrum quando abbiamo la possibilità di farlo tramite le

pitture. Esempio è l’interno del triclinium della Villa di Livia. Gli stucchi sono attaccati su pareti in

cartongesso con un soffitto in metacrilato, che doveva far filtrare appena la luce.

Al secondo piano del museo sono state rimontate pareti e soffitti a ricostruire un ambiente unitario.

Le sale IX e X contengono invece elementi in bronzo che furono portati in museo dal museo di

Nemi. Ci sono esposizioni anche del sepolcro del Portonaccio, con luce sparata sul rilievo. La

sezione numismatica aveva una lente mobile che andava in tutte le direzioni proprio per esaminare

ogni singola moneta.

È stato aggiunto un piano seminterrato, che ha favorito la conservazione e il monitoraggio di una

mummia della fanciulla di Grottarossa, finalmente esponibile in museo.

La Dr.ssa Panella, che scava nella zona della Meta Sudans, ha ritrovato le insegne dell’Imperatore

Massenzio, seppellite in quel luogo il giorno prima della battaglia del Ponte Milvio. Ora sono

esposti anche loro nel piano seminterrato.

Il primo intervento operato dalla Soprintendenza di Roma disegna una sequenza di ambienti neutri

in cui il coloro bianco costituisce il fondale per le sculture lapidee e dei reperti minuti. Il secondo

intervento riguarda il caveau interrato su due livelli ed è articolato in tre sale destinate alla

custodia delle opere di grande valore e affida gran parte dell’allestimento all’uso dell’immagine.

(Dossier n°5, 2006)

Con l’istituzione del Museo Nazionale Romano nel 1889, il Governo si trovò di fronte al problema

di organizzare strutture preposte alla tutela dei monumenti e di creare un museo nazionale per

esporre le antichità di Rom, a partire dalle varie raccolte presso i luoghi di ritrovamento come il

Museo Palatino e il Museo Tiberino. Nonostante l’impegno per il recupero delle Terme di

Diocleziano, a partire dai primi anni del ‘900), le raccolte non hanno mai trovato una sistemazione

adeguata alla rilevanza del museo statale della città. Vista la mancata realizzazione di un progetto

complessivo, secondo le intenzioni originarie. A tale inadeguatezza si è aggiunta quella

determinata dal mondo in cui sono stati condotti gli scavi e da una documentazione spesso scarsa.

All’inizio degli anni 80, si è iniziato a lavorare al progetto per il nuovo Museo

con l’obiettivo di creare un sistema coordinato tra i musei e le aree archeologiche che

coinvolgesse tutta la città. Le collezioni archeologiche sono state restaurate e si è provveduto al

progetto allestitivo delle diverse sedi e per le specifiche tematiche: Palazzo Massimo per lo

sviluppo della cultura artistica a Roma e la ricca sezione numismatica; Palazzo Altemps per la storia

del collezionismo e la Collezione Boncompagni-Ludovisi; la Cripta Balbi per la storia del

monumento e per le fasi medievali della città; le Terme di Diocleziano e il complesso della Certosa

per la sezione epigrafica, per la protostoria dei popoli latini e per i grandi monumenti pubblici e

funerari.

La scelta è ricaduta su palazzo massimo per vicinanza con il complesso delle Terme e della

disponibilità degli spazi.

Contenuti archeologici dell’esposizione

La presentazione segue lo sviluppo della cultura artistica a Roma dalla fine dell’età repubblicana al

V sec. a.C. circa. Le opere sono esposte in modo da far comprendere al visitatore il gusto

decorativo e tematico prediletto dai Romani nel contesto dell’abitazione, villa o domus, dei

giardini, degli Horti, degli edifici pubblici e dei monumenti funerari. La presentazione rispecchia il

gusto funzionale come esempio di forme, gusti e tendenze, espressi attraverso opere

commissionate da artisti e botteghe. Il Museo è articolato su 4 piani:

- Il piano interrato ospita la sezione numismatica e una sezione dedicata al lusso con oggetti

e oreficerie di corredi funerari;

- Il piano terra presenta da un lato l’iconografia tardo-repubblicana fino ai giulii-claudii, sono

due corridoi contrapposti, da un lato troviamo la tradizione romana e dall’altro la

tradizione greca, al cui centro troviamo il ritratto di Augusto come elemento unificante.

- Il primo piano presenta le sculture ideali che decoravano le grandi residenze imperiali e

dell’aristocrazia, e anche i più significativi dei sarcofagi;

- Il secondo piano presenta affreschi e mosaici, la sala con giardino della Villa di Livia, le

stanze della Villa della Farnesina, il complesso della Stazione Termini.

Dal 2004 il Museo ha avviato un’opera di riallestimento con la trasformazione di alcuni elementi e

il lavoro è stato realizzato gradualmente per settori. Un completamento importante è stato

l’inserimento delle statue in bronzo del Pugile e del c.d. Principe ellenistico. Una rilevante modifica

è in corso di completamento per il piano interrato dedicato alla numismatica. Le precedenti lenti

per ingrandire le immagini sono state sostituite da i-pad posizionati presso ogni gruppo espositivo

contenenti immagini ingrandite al dettaglio per ogni moneta.

Al secondo piano le stanze con affreschi e stucchi sono state collocate in un assetto che presenta

nel rapporto spaziale originario: cubicola, triclinio, giardino, conferendo risalto all’intensa

policromia della pittura che spicca tra le pareti grigie e l’illuminazione diffusa.

A dicembre 2011 è presentata la nuova esposizione, il settore delle sculture ideali, in cui è stato

modificato l’ordinamento come quello del rapporto tra originali e copie. Le diverse sfumature di

grigio dello sfondo e la nuova illuminazione hanno trasformato lo spazio e la godibilità delle opere

delle quali è possibile notare il colore marmo.

In tutti i nuovi allestimenti si è prestata particolare cura all’apparato illustrativo. Le didascalie sono

state inserite nel corpo delle basi, dello stesso colore, in modo da non prevalere nella percezione

dell’opera.

Nell’ambito della riorganizzazione numerose mostre: Rosso Pompeiano, Scopri il Massimo,

Argentina di Morgantina (flessibilità).

Un elemento di forte innovazione è stata la creazione di una campagna di comunicazione per

portare all’esterno i contenuti del museo.

Gli obiettivi erano quelli di dare al Museo Nazionale Romano un’identità distintiva e forte. Nelle

facciate sono stati allestiti grandi teli che riproducono alcune opere principali del museo con

messaggi ispirati al cinema. Poi rientrano in questo piano anche le mappe in diverse lingue.

Storia e analisi del contenitore museale

L’edificio ha ospitato dal 1879 al 1960 l’istituto fondato dal gesuita Padre Massimiliano Massimo e

che da lui prendeva il nome, una scuola maschile erede del Collegio Romano confiscato dallo Stato

nel 1870. Nel 1960 l’istituto Massimo fu trasferito nella nuova e ampia sede all’EUR. Seguì un

lungo periodo di abbandono che culminò nel crollo del 1975 di parte degli ambienti. Riconosciuto

d’interesse storico-artistico con vincolo nel 1976. L’edificio è stato acquistato dallo Stato nel 1981

per l’ampliamento del Museo. Nel corso dei lavori fu creato sotto il cortile un secondo piano

interrato destinato a caveau di massima sicurezza. Il progetto di allestimento che dovette

confrontarsi con un contenitore ottocentesco poco flessibile, fu elaborato da Costantino Dardi

(autore del sistema di illuminazione a luce riflessa). Negli anni successi, importanti contributi

furono dati da Gianni Bulian con Carmelo La Micela. L’inaugurazione della sede museale completa

ebbe luogo il 27 giugno 1998.

Progetto di allestimento

Il primo obiettivo del riallestimento del 2004 è stato quello di identificare una linea museografica

unitaria, sintetizzata come “appaesamento”: l’opera d’arte viene messa al centro delle scelte per

far sì che la sua percezione avvenga nelle condizioni ottimali. Il secondo obiettivo è stato quello di

consentire una leggibilità sincronica dell’attuale ordinamento museale. Il terzo obiettivo è stata la

realizzazione per la corretta conservazione e protezione delle opere. È stata prestata attenzione al

comfort fisico e psicologico del visitatore. Fondamentale è la sperimentazione di nuove soluzioni

espositive in eventi temporanei, per cercare di trovare soluzioni permanenti da utilizzare negli

allestimenti al piano terra.

Nelle gallerie al piano terra l’intervento si configura nel disegno di basi nuove per i ritratti lapidei

(ferro); per le sale al piano terra, interventi sulla collocazione spaziale delle opere e della coloritura

delle pareti (toni verdi ed azzurri). Qui abbiamo una piccola sezione dedicata ai sarcofagi di

Portonaccio, dove è stata mantenuta il progetto di illuminazione di Costantino Daddi. La sala delle

sculture al I piano cerca di rendere leggibile l’impianto originale del Palazzo, cercando di

aumentare le dimensioni della sala: utilizzo di piani sospesi, uso di grigio nelle pareti, scorci

prospettici che anticipano i capolavori contribuiscono a guidare il pubblico in un percorso museale

dinamico.

Importante è anche la scelta della soluzione illuminotecnica: LED di nuova generazione.

Sala degli arredi in bronzo delle Navi di Nemi al I piano: il bronzo è stato esposto all’interno di

teche esistenti con vetri extra-chiari a basso tenore di ossido di ferro ed introducendo una

dominante azzurra alla luce ambiente con pannelli scorrevoli in tessuto di diversi colori blu (nessun

effetto acquario).

Sala del volto d’avorio: si annulla la scelta dell’allestimento, senza l’utilizzo di vetrine che sono dei

puri volumi di metallo nero.

Affreschi al II piano: esposizione degli affreschi in cui la luce è “senza ombre” e quindi non ha gli

effetti indesiderati, lasciando protagonisti il disegno e il colore.

Il giardino dipinto della Villa di Livia (II piano): abbiamo una variazione cromatica della luce a

seconda delle ore del giorno. Sono state ricreate le condizioni di luce naturale in cui sono stati

dipinti.

La Villa c.d. della Farnesina: la disposizione degli ambienti è stata studiata per riproporre gli stessi

rapporti del sito originale. L’uso di apparati per la luce e a temperatura colore ed intensità

variabile permette di vedere lo stesso variare dei colori.

Grazie ad apparecchi a LED a luce radente indirizzata nei soffitti è possibile apprezzare il finissimo

lavoro delle volte decorato a stucco. L’uso del grigio evita ogni interferenza cromatica. (Dossier

n°7)

Crypta Balbi

Sono scavi che provengono dall’area urbana della cripta di Balbo, e contiene manufatti non presenti

prima nel Museo Nazionale Romano. Si chiama cripta perché era sottoterra sovrastata da altri

edifici, mentre in origine era un quadriportico antistante al teatro di Balbo. Sono il frutto di scavi

decennali di Daniele Manacorda all’area urbana della cripta di Balbo. L’idea della cripta nasce dal

fatto che sopra hanno costruito degli edifici e questo è rimasto un’area sotterranea. In realtà è

l’anticamera del teatro di Lucio Cornelio Balbo, inaugurato nel 13 a.C. La forma Urbis augustea

marmorea ci dà l’idea di questo teatro. Gli scavi hanno tagliato una grossa parte del tessuto urbano

della città di Roma. Per la prima volta sono scavi urbani fatti non emergenza, ma tramite

metodologie e visite durante lo scavo. Lì abbiamo uno spaccato che va dalla via delle Botteghe

Scure (700, Medioevo) fino al teatro.

È un museo molto ostico per il visitatore comune, ma l’obiettivo è quello di valorizzare anche la

storia di Roma tardoantica. Davanti ci sono i monumenti di Largo Argentina, tra via delle Botteghe

scure e via dei Polacchi. La cosa interessante di questo museo è il fatto che esso sorge sopra dei

resti archeologici, ed è una mossa vincente. Il Museo non ha una grande visibilità. Qui è esposta la

Forma Urbis Marmorea. Il Museo è organizzato in interpareti (bianche, grigie) attrezzate su due lati

con diverso andamento, che svolgono sia la funzione di pannelli informativi che quella di ospitare

reperti come degli spazi espositivi veri e propri e indirizzano anche nel percorso. Il museo è come

un grande pozzo, dove alla base ci sono i livelli augustei, poi gli elevati delle fasi medievali. Gli

architetti e l’archeologa Maria Letizia Caldelli hanno anche fatto un bel lavoro, calando il Museo

sopra i resti e conservandone la stratigrafia in sito:

- Ricostruzioni domizianee;

- Porticus Minucia per le distribuzioni frumentarie;

- Abbandono dei templi del IV sec d.C.;

- 410 d.C. saccheggio di Alarico;

- Parziale riutilizzo;

- Età carolingia (monasteri);

Il museo si appoggia alle murature circostanti, ma non le oblitera. L’acciaio spazzolato (non

cromato ma lucido) delinea le passerelle, mentre i parapetti sono in vetro trasparente, quindi la

costruzione è la meno invasiva possibile. Il percorso è obbligato nella discesa, nel taglio che è stato

effettuato.

La comunicazione delle stratigrafie è molto accessibile con colori diversi. Si è cercato di raccontare

al pubblico il Museo e come è nato. Il palazzo è stato svuotato e poi c’è questo pozzo, sorretto da

un’architettura leggera che non oblitera i resti.

C’erano delle partizioni architettoniche originali della porticus, che si sono idealmente proseguite

con una sorta di traliccio metallico leggero tinto di bianco che lascia intuire cosa ci fosse lì: una

sequenza di archi del portico e degli elementi in stucco della trabeazione. C’è poi la sala del

secondo piano, che però dà l’idea di affollamento perché lì sono stati scaricati tutti i materiali

rinvenuti in corso di scavo. C’è una vetrina con tutte le anfore da un deposito esposte insieme

perché comuni, per presentare i contesti come sono stati rinvenuti. Ci sono piccole pedane, piccole

nicchi e piccoli pannelli che illustrano il contesto insieme all’alzato. Allo stesso modo la vetrina

contenente tutti i resti marmorei, riutilizzati per gli scopi diversi posti in una vetrina trapezoidale, il

significato di fondo è che Roma è ormai decaduta. C’è un intento classificatorio, però i materiali

sono piuttosto poveri

È un Museo piuttosto complesso ed è gestito da una cooperativa che non sa gestirlo fino in fondo.

È un quadriportico antistante il teatro, fatto costruire da Lucio Cornelio Balbo nel 13 a.C. con

ambulacro cieco da cui deriva la denominazione di cripta (IV sec) in età altomedievale l’area viene

occupata da due chiese con relativi monasteri, successivamente sorgeranno delle botteghe

addossate all’asse viario principale della zona (Via delle Botteghe Oscure). Il museo illustra le fasi

del monumento dall’età antica al XX secolo con un percorso articolato in verticale su tre livelli,

costituito da passerelle trasparenti che permettono di accedere all’area sottostante gli scavi, dove

sono visibili i resti del teatro e parte della Porticus Municia (passarelle progettate da M. Letizia

Conforti). Le relazioni reciproche andrebbero meglio esplicitate e mancano i rapporti per le letture

archeologiche.

(Dossier n°3, 2007)

I musei capitolini

Fanno parte di una collezione privata, che risale al 1471 dopo il lascito papale all’amministrazione

comunale di bronzi, tra cui la lupa capitolina e lo spinario (la donazione di Sisto VI). Sono

collezioni comunali. Il Campidoglio è la sede del comune di Roma. La figura simbolo di questo

museo è il Marco Aurelio a cavallo, bronzo eretto nel 176 d.C. Si trova intessuto nella piazza

disegnata di Michelangelo. La statua originale è stata sostituita nella piazza da una copia con metodi

moderni (non a contatto con l'originale) in bronzo dorato, posta nella piazza. L'esposizione

all'aperto aveva ossidato la statua, che fu restaurata e portata al coperto. La statua di Marco Aurelio

ha dato avvio alla costruzione di una nuova sala all’interno del museo. È il primo Museo pubblico al

mondo di bronzi, inaugurato nel 1734. La superficie espositiva è di 12.977 mq. Il Museo è

all’interno di un palazzo storico.

L’entrata dalla biglietteria prevede un cortile quadrangolare, un pozzo luce del palazzo

cinquecentesco, con grandi listature in travertino e paramenti in laterizi: qui ci sono depositati i

pezzi più inamovibili, più grossi della collezione. Sono sculture: stemmi delle famiglie legate a

queste memore, lastre che fanno parte del monumento dedicato che riproduce le varie province

assoggettate all’impero. È il Palazzo dei Conservatori, una magistratura romana. Questa collezione

storica è stata riallestita nei vecchi accorgimenti, ma la grossa novità è quella del Grande

Campidoglio del 2005, che va ad indicare l’allargamento del Museo con questo spazio compositivo

funzionale ad accogliere la statua equestre. Questo rifacimento va a collocarsi nell’ambito del

Giubileo, quando il comune riceve dei finanziamenti.

L’esedra di Marco Aurelio

La statua equestre era destinata a stare all’aperto, ma non si poteva tenere fuori per ragioni

conservative. Pertanto, il Giardino Romano, su cui si affacciava il lato interno il Palazzo dei

conservatori, è stato chiuso (non si poteva allargare il palazzo) e coperto per la maggior parte con

vetrate aventi la funzione di riprodurre un ambiente aperto. È uno spazio luminoso ed arioso. La

sala è circa 1000 mq.

Quasi tutto questo spazio è dedicato alla statua, posta al centro di una sala ellissoidale con una quota

abbassata, con la parte centrale che richiama il cocciopesto romano. Sui gradini e sulle pareti è

stato usato il travertino. Le pareti sono di colore chiaro, sorrette da pilastri metallici, che sorreggono

anche la parte vetrata. Gli architetti sono Carlo Aymonino e Francesco Stefanori.

La statua è posta su una pedana (che si deve allo Stefanori), che è stata molto criticata. Il basamento

è una specie di cuneo, del colore del pavimento, in modo da staccare il cavallo in movimento. La

pedana stessa è inclinata e suggerisce all’occhio l’incedere in avanti del cavallo: serve a dare

l’illusione di un movimento dinamico ed è dichiaratamente moderno.

Il tetto è un lucernario, composto da maglie quadrangolari. Oltre alla luce naturale, si è pensato di

ribassare il soffitto di vetro opalino con dei faretti. La luce artificiale che smorzi, filtri ed intervenga

laddove non arrivi la luce naturale. Questo soffitto a maglia quadrangolare serve a ricordare il

lucernario, che crea un gioco di luci. Sulle pareti sono disposte dei pannelli che raccontano di

Marco Aurelio, del restauro e della realizzazione tecnica. Nella stessa sala è stato messo il bronzo

dorato di Commodo nelle vesti di Ercole, dal Foro Boario, la cui base è un’ara.

il tempio di Giove Capitolino

Sul lato opposto si apre una quinta muraria: , inaugurato nel

509 a.C., con le murature portanti in cappellaccio. Il tempio è sempre stato lì e il fatto di trovarlo in

situ è un punto di forza. A lato ci sono dei pannelli che spiegano la storia del sito e del tempio. C’è

anche un plastico che ricostruisce la struttura del santuario in lastre di plexiglass, posto su una base

a parallelepipedo. Fanno vedere anche le rimanenze. Il pannello è altezza bambini, con il testo a

bandiera, colori accettabili. Il colore del font bianco su una base più scura è molto meno leggibile,

rispetto ad un font di colore nero. Mater Matuta

Inoltre, c’è anche la ricostruzione del tempio di con la ricostruzione del frontone

in legno leggero con due leoni affrontati. Inoltre, è stato ricostruito il frontone dell’altro lato con i

frammenti di scultura superstiti. Sul fondo è stato tracciato con un colore di azzurro più chiaro come

dovevano apparire le statue.

Galleria degli imperatori

Nella è stato aggiunto un fondale ottico in modo che si stacchi

facilmente il marmo dal fondo.

Inoltre abbiamo:

- La sala della Lupa Capitolina (un falso storico?);

- Collezione castellana con vasi greci ed etrusco-italici (si devono rispettare le condizioni

primarie in cui il museo ha visto la luce, dove il collezionismo archeologico ha fatto da

padre);

- Giardino con resti di statuaria classica (poteva fungere da giardino per una residenza

importante).

- Terrazza panoramica nella parte superiore.

C’è stato il problema della collocazione delle opere nel deposito. È sorta la proposta di realizzare

una mostra temporanea nel palazzo Centrale Montemartini, che oggi è divenuto un museo

permanente.

Museo della Centrale Montemartini

Ancora essa non è entrata nell’informazione comune, purtroppo. Siamo in una zona periferica di

Roma, sulla via Ostiense, poco dopo la Piramide Cestia e Porta San Paolo. Siamo in una centrale

elettrica del Comune (ACEA). Questo edificio, entrato nella progettazione dei Musei Romani, era

destinato a ospitare 400 opere dei Musei Capitolini. L’idea nasce nel 1997 e con questa soluzione si

poteva procedere ai lavori di ristrutturazione di ampi settori del complesso capitolino, senza

sottrarre al pubblico le opere. Doveva essere individuata una sede temporanea: andavano ricercati

spazi monumentali per le ricostruzioni, ma contemporaneamente si doveva disporre di una struttura

architettonica di grande impegno che nulla togliesse alla suggestione dell’antico. Si è pensato che

fosse una sede ideale, per la sua bellezza contestuale, in stile Liberty, con le alte vetrate che

illuminavano l’interno definito da paraste. La centrale termoelettrica Giovanni Montemartini è stata

inaugurata il 30 giugno del 1912 dalla giunta di Ernesto Nathan. (tecnologia diesel)

La mostra temporanea iniziale si chiamava “Le macchine e gli dei. Sculture di Roma antica”.

La scelta del luogo è stata di Maurizio di Puolo, il quale asserisce che sono ben intuibili i contrasti

tra il bianco e il nero, ferro e pietra, Vulcano e Venere, le macchine e gli dei. E il risultato è stato

quasi superiore alle aspettative ed uno dei più interessanti di invasione di campo.

L’interesse del pubblico e degli addetti ai lavori ha consolidato la validità di questo spazio

espositivo, e da una mostra temporanea siamo passati ad una sede permanente per le collezioni di

più recente acquisizione dei Musei Capitolini, che hanno visto la riapertura di alcuni settori. Nella

centrale sono esposti pezzi che si sono rivelati per l’illustrazione dello scenario di Roma antica. Qui

vennero collocate opere provenienti dai grandi scavi edilizi postunitari, e conservate ai Musei

Capitolini che spesso non avevano più un contesto, poiché dallo scavo non sono state subito

esposte, ma messe in un magazzino del Celio. Questo magazzino fu inaugurato come Museo

dell’Antiquarium Comunale, nel Ventennio fascista. (nel 1925 queste opere furono trasferite al

Palazzo Coffarelli, con l’inaugurazione del Museo Mussolini e poi Museo Nuovo). I lavori di

urbanistica attuati nel Regime Fascista diedero avvio a nuove scoperte (Foro di Cesare, Tempio di

Apollo, Tempio di Bellona…)

Gli anni dell’inaugurazione della mostra sono 1998/99. L’accostamento era molto ardito perché

accostò tra loro due mondi diametralmente opposti: l’archeologia e l’archeologia industriale, e per

questo suscitò giudizi contrastanti. L’Acea aveva già realizzato una trasformazione dell’antica

fabbrica a scopo culturale, con la collaborazione del Comune: l’obiettivo comune era quello di

ridare vita all’antica centrale e di presentare al pubblico le sculture dei Musei Capitolini dopo lo

studio e il restauro. L’Acea ha realizzato ha realizzato l’adeguamento della sede a museo, il restauro

delle macchine e la sezione didattica del settore archeo-industriale, mentre i Musei Capitolini hanno

curato la mostra archeologica. Il risultato raggiunto permette alle due sfere di interagire senza che

l’una snaturi l’altra, catturando l’attenzione del visitatore ora sulla scura parete della macchina, ora

sulle delicate sagome scultoree.

La cosa intelligente di questo museo è quello di avere operato su una museologia doppia: da una

parte la musealizzazione della storia della centrale, con tutto quello che significa l’archeologia

industriale; dall’altra il museo dell’archeologia. Entrambe convivono ma sono tenute su due registri

distinti.

I pannelli si rifanno allo stile industriale, mentre i macchinari sono puliti e verniciati di nero. Alcune

vetrine, speciali per lo scopo, espongono al loro interno una serie di strumenti enormi conservati.

Francesco Stefanori è stato l’architetto di tale museo, e si sarebbe occupato successivamente della

pedana di Marco Aurelio ai Musei Capitolini.

La mostra parte dall’età repubblicana attraverso testimonianze che esprimono il clima delle grandi

conquiste militari e delle accese campagne propagandistiche: Pitture della Tomba dei Fabii e tomba

degli Arieti. La dedica di edifici della tarda età repubblicana segna una svolta nella

monumentalizzazione della città, con l’introduzione di forme architettoniche raffinate, di colossali

statue di culto, di cicli decorativi portati via dalla Grecia e donati alla divinità al rientro trionfale a

Roma. Nella sala macchine è riassunta la grandiosità dei complessi architettonici dell’area

monumentale: dai templi di Largo Argentina al Teatro di Pompeo, fino alle testimonianze evocative

del Campidoglio. La grande opera di rinnovamento urbanistico di Augusto è sintetizzata in fondo

alla sala, dalla ricomposizione del frontone del Tempio di Apollo Sosiano, decorato con uno

straordinario gruppo di sculture provenienti dalla Grecia. Gli aspetti connessi alla sfera privata

sono illustrati nella Sala Caldaie, attraverso la ricostruzione dell’apparato decorativo di grandi

residenze gentilizie poi passate nella proprietà privata dell’imperatore, Horti Liciniani (Dossier n°8,

Talamo)

Sala delle Colonne

Venendo alla parte archeologica, il piano terra è un po’ pesante. La sala originariamente serviva ad

accogliere, attraverso una serie di tramogge poste sul soffitto, i residui del carbone. È chiamata Sala

delle Colonne.

Il soffitto è ribassato con grandi pilastri per reggere il soffitto che affronta uno sforzo notevole a

causa dei pesanti macchinari sopra. I pilastri sono mascherati e inglobati in quinte. Il colore

dominante è il giallo oro per creare uno sfondo luminoso, con luce bassa e colori tenui, privo di luce

naturale.

La sala delle colonne contiene pavimento neutro con ponteggi dei macchinari ancora in vista, anche

se riverniciati. La Venus genetrix romana è proiettata su una pompa di estrazione in ghisa, con colori

chiari e basi in cartongesso. Il fondale è giallo chiaro su una base dello stesso colore. Le didascalie

sono semplici ma rispondono a criteri come testo a bandiera e diviso in paragrafi.

Uno dei settori più ricchi dei Musei Capitolini è costituito dalla raccolta dell’età repubblicana, che

conserva testimonianze di grande interesse storico oltre che di notevole livello formale. La maggior

parte delle opere deriva dalla sfera privata, mentre più rara e frammentaria per quanto riguarda i

grandi monumenti pubblici soggetti a restauri di epoca imperiale, che hanno cancellato i primi

impianti decorativi. Una documentazione preziosa viene dall’Esquilino, dal grande sepolcreto della

città con testimonianze databili dalla fine del XI secolo e che continuò ad essere usato fino alla

tarda età repubblicana, quando le famiglie aristocratiche realizzarono una trasformazione radicale

della zona in area residenziale a giardino.

Tombe dal IX al V secolo, una vasta area a disposizione per i poveri e monumenti sepolcrali della

media età repubblicana erano sepolti in un poderoso interro della prima età imperiale, che aveva

livellato l’area per costruire parchi e ville di nobili. Quando l’area venne fuori nel corso

dell’Ottocento, era decisamente molto complessa con un’enorme sovrapposizione di strati.

Le testimonianze fornite dall’acropoli offrono importanti dati per la conoscenza della società

antica, con le ricostruzioni dell’evoluzione cronologica delle tradizioni e dei riti funerari e le

differenziazioni tra le classi più dominanti e quelle più modeste.

Da una tomba dell’Esquilino provengono le due urne cinerarie concepite per essere inserite una

all’interno dell’altra. La cassa è in peperino, con coperchio a doppio spiovente e semplici

decorazioni, era destinata a proteggere e contenere l’altra, in marmo greco di Paro, e in origine

decorata da vivaci ornamenti a colori dei quali rimangono labilissime tracce. Alcuni segni

permettono di ipotizzare la presenza di statuette di leoni e sfingi. La scoperta avvenne nel 1888. Il

confronto più diretto può essere istituito con due urne simili marmoree trovate nella necropoli di

Spina, associate ad un corredo di vasi attici che permettono di avanzare una datazione tra la fine

del VI e l’inizio del V secolo a.C.

Però, nel caso dell’urna tufacea dell’Esquilino, la sepoltura era totalmente priva di corredo: tale

circostanza è stata messa in relazione con cambiamenti degli usi funerari del Lazio, tra il VI-V sec.

a.C. La disposizione che vietava il lusso eccessivo nelle tombe è stata emanata dalla legge delle XII

Tavole (V sec. a.C.).

L’importanza del contenitore funerario è attribuita anche al sepolcro dei Cornelii, una delle famiglie

più rappresentative della Roma Repubblicana: coperchio e cassa, appartenenti a due diversi

membri delle famiglie.

Sul coperchio in peperino, a forma di tetto decorato sui lati da antefisse floreali e sulla testata con

ippocampi del tipo noto in Etruria e in Palestrina.

Sulla cassa in calcare bianco c’è l’unica decorazione che vede due lesene sormontate da capitelli

ionici. Le decorazioni fanno attribuire i due sarcofagi nell’ambito del IV secolo.

Il desiderio di emergere delle famiglie più potenti, è evidente nella media età repubblicana quando

l’impianto delle camere delle tombe è molto semplice e non raggiunge l’enfasi monumentale dei

grandi sepolcri familiari, ma l’arredo sopravvissuto ne testimonia l’originaria importanza. È il caso

del piccolo frammento di affresco con scene militari, che raffigura su 4 registri sovrapposti scene

che raffigurano combattimenti e uomini armati, oppure figure inserite all’interno della narrazione

di un evento storico. (Tomba di M.Fannius o di un membro della famiglia dei Fabii, III guerra

sannitica, prima metà del III secolo).

Non lontano da questa tomba sono stati scoperti i resti della tomba degli Arieti, dove erano

raffigurante scene di combattimento tra cavalieri e soldati a piedi (parete destra); sulla parete di

fondo compariva il magistrato trionfatore sulla quadriga preceduto da quattro littori; parete

sinistra erano dipinti quattro littori con i quattro littori con i loro attributi; sull’architrave era

dipinto uno schiavo che reggeva l’architrave della porta; sopra le figure erano dipinte le ghirlande

intrecciate con nastri pendenti. tabulae triumphales

La stessa vivacità doveva essere espressa dalle , che sfilavano sino al

tempio di Giove Capitolino al seguito del generale vincitore.

Il ritrovamento di un raffinatissimo oggetto ritrovato nella tomba Arieti mostra un gusto per il

raffinato: decorazione in avorio di un mobile, con al centro Dioniso semisdraiato con il tirso in

mano; da una parte un satiro danzante davanti all’anfora, dall’altra una sacerdotessa seduta

appoggiata sulla cista mistica.

A poca distanza dalle tombe di Fabio/Fannio e Arieti venne scoperto il monumento del collegio dei

Tibicini, confermato dal rinvenimento di materiale votivo.

Nel 1878 si segnala la scoperta, sulla via Tiburtina, di un folto gruppo di sculture in peperino,

ridotte in frantumi e utilizzate come materiale da costruzione all’interno di una muratura

occidentale (bellissima testa femminile con capo velato).

La lavorazione delle sculture delle sculture è curata fin nei particolari nonostante lo stato di

conservazione del peperino, deperibile a livello superficiale. Lo stile si ispira ai modelli ellenistici di

scuola pergamena della fine del III secolo-inizi del II secolo a.C. e probabilmente ad una vittoria

romana, si ispira il gruppo scultoreo in peperino per celebrare una vittoria romana.

Nei pressi è stato rinvenuto un donario dedicato ad Ercole da M.Minucio nel 217 a.C., per celebrare

la vittoria su Annibale a Gereonium. Questo documenta la presenza nella zona di un’area sacra

dedicata a Ercole. (Dossier n°8)

Sala Macchine

Da una scala si sale verso la cosiddetta Sala Macchine, che contiene due macchine. Essa è

caratterizzata da uno studio approfondito dei dettagli: pavimento a mosaico policromo che

disegna il perimetro delle macchine, i lumi di ghisa blu alle pareti, l’alto zoccolo di finto marmi e le

ampie vetrate che incorniciano un panorama esterno. Al centro della sala si è creata una lunga

navata che corre parallela alle macchine, scandita da divinità di epoca imperiale, che si stagliano

contro il metallo scuro in un gioco netto di contrasti. Sui lati corti abbiamo statua di Minerva e la

decorazione frontonale di Apollo Sosiano. L’allestimento di questa seconda sala è giocata sui toni

dell’azzurro e ha lo scopo fondamentale di delimitare lo spazio. (Dossier n°8)

Sala Macchine, salone di circa 1000 mq con colossali motori diesel e lampioni in ghisa. Sia i

costoloni che i lampadari a grappolo rimandano allo stile Liberty. L’architetto ha fatto una struttura

leggera ispirandosi all’edilizia industriale, con rampe in tubolari di ferro. Il piano ha delle strutture

leggere in balsa in color azzurro polvere. Presenta sia pilastri che architravature che hanno degli

incassi per l’inserimento delle luci. Le sculture in genere si stagliano contro il fondale: questo si

vede specie con l’Atena Velletri, che si staglia su un fondale con un pannello curvo e uno verticale

perpendicolare, in modo da far risaltare la statua in modo semplice. I pavimenti sono in granigliato

lucidato, un pavimento da lavoro. Il pubblico può salire sui ballatoi per apprezzare le sculture

dall’alto e ammirarne la disposizione. Le didascalie non sono sempre il massimo. Torso di

combattente che si staglia su una turbina nera conservato in questo piano ha dato il logo alla prima

mostra. Le statue isolate sono prive di contesto come già detto, ma questo aiuta a posizionare le

statue a intervalli regolari.

Dalla parte opposta rispetto all’Atena abbiamo il frontone di Apollo Sosiano, sistemato in modo non

dissimile dal frontone del tempio di Mater Matuta ai Musei Capitolini. Si trova su un podio

gradinato di 7 gradini in legno e uno scalino che serve a distinguere lo spazio frontonale in azzurro.

Continuando il percorso dietro il soppalco abbiamo un corridoio con una ricostruzione frontonale e

dei frammenti enormi di una statua colossale di Fortuna, ma la sistemazione è infelice a causa della

poca visibilità. Opere spostate a causa della promozione di eventi per dare visibilità al museo, in

una posizione un po’ defilata.

La sala Caldaie

Al piano superiore abbiamo un altro colore verde acqua, nella Sala caldaie, che deve evocare il

verde dei giardini da cui provengono le statue e gli arredi da esterno. La parte industriale è più


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AUTORE

m.cecca

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in archeologia
SSD:
Università: Pisa - Unipi
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher m.cecca di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Museologia archeologica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Pisa - Unipi o del prof Donati Caterina.

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