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L’espressione sito archeologico comporta la condivisione dei due concetti che la compongono: il primo
implica una procedura di distinzione (sito/non sito), l’altra la nozione stessa di archeologia. Originariamente
il termine ha designato quei luoghi le cui emergenze monumentali antiche caratterizzavano il paesaggio in
forme tali da distinguerlo dalla percezione dei luoghi circostanti. Le prime descrizioni topografiche di una
regione si basavano su un approccio di carattere selettivo, attento alle emergenze monumentali che si
presentavano come più degne di essere notate. Un superamento della selettività dell’approccio di carattere
antiquario si ha solo nel XX secolo con lo sviluppo di tecniche diagnostiche di superficie e da
telerilevamento che hanno aperto la strada alla ricognizione topografica intensiva e all’archeologia di
paesaggi storici.
L’archeologia delle tracce interrogava gli oggetti non solo nelle loro qualità estrinseche, ma attraverso i segni
che il sistema di relazioni spaziali, temporali e culturali aveva lasciato nel loro corpo. Nello stesso tempo
applicava quelle ottiche all’estensione indeterminata degli insediamenti, intesi non più come luoghi
dell’emergenza macroscopica di un passato remoto ma come luoghi in cui si era manifestata comunque
l’esperienza umana, in forme tali da lasciare almeno un segno della loro esistenza.
La letteratura scientifica prodotta dalle ricognizioni archeologiche intensive nell’ultimo quarto di secolo ha
introdotto accanto al concetto di sito quello di non-sito (off-site), per dare pari dignità alle tracce materiali,
anche quando queste non possono essere interpretati come indicatori archeologici di una realtà
effettivamente presente nel sottosuolo. Un tipico caso di non-sito è quello indiziato dalla presenza sporadica
di rifiuti utilizzati per concimare i campi, traccia di attività che non ha alterato la natura del sottosuolo, ma si
definisce con lo stesso termine anche un’area dove sono stati fatti scarichi provenienti da altre aree. Es. nei
pressi di Brindisi è stato trovato un accumulo moderno di materiali prodotti da una fornace antica a qualche
chilometro di distanza. Il sito non acquista per questo un valore archeologico ma un giorno lo sarà a tutti gli
effetti.
Un’altra caratteristica del concetto moderno che definisce i siti archeologici è la loro attitudine alla
proliferazione. Le società contemporanee producono in continuazione i siti, in cui si sviluppano le forme
dell’esistenza umana, e al tempo stesso li distruggono o alterano (guerre, che provocano abbandoni di siti e
nascita altrove di nuovi siti).
CAPITOLO 2 – IL SITO ARCHEOLOGICO NELLA RICERCA
Sin dall’antichità l’uomo ha scavato il terreno modificando il suolo per conficcare un palo, seppellire morti,
costruire edifici, scavare canali. Su una tavoletta scoperta a Ur, in Mesopotamia, c’è una delle prime
testimonianze di pratica archeologica. Oltre 2500 anni fa il re babilonese Nabonedo interveniva sulle rovine
dell’Egipar al fine di ristabilire, attraverso il recupero delle antiche iscrizioni fatte incidere dai predecessori,
un contatto con il passato, come fonte di legittimità storica per la continuità dinastica dell’impero.
In Grecia la memoria materiale del passato si manifestava attraverso il culto dei mitici eroi e
nell’ostentazione delle loro armi o indumenti nei santuari, dove erano conservati per la loro capacità
evocativa. Si trattava dell’esposizione di oggetti mobili, non di siti, a meno che il sito stesso non coincidesse
con la tomba di un personaggio simbolo dell’identità culturale della comunità.
La violenta distruzione degli idoli realizzata dal cristianesimo trionfante produsse la distruzione di un’infinità
di insediamenti, con la loro conseguente trasformazione in potenziali siti archeologici. Talora la
rifunzionalizzazione in chiave cristiana degli edifici antichi favorì invece la trasformazione dell’insediamento
originario, coinvolgendo a volte il sistema di siti circostante. Esempio il Pantheon la cui straordinaria
conservazione è frutto della donazione dal re bizantino Foca a papa Bonificio IV e della sua trasformazione
nella chiesa di Santa Maria ad martyres.
Il mondo medievale acquisì col tempo un distacco dal passato, nelle cui rovine ricavava spazi e materiali per
le proprie dimore, chiese e castelli. Grazie a quegli impropri scavi, l’antichità cominciò ad apparire come un
modello cui riferirsi, per la qualità dei suoi prodotti artigianali e la bellezza dei suoi manufatti architettonici.
Le basi della futura ricerca antiquaria si rinsaldarono quando l’oggetto antico cominciò a piacere ed essere
richiesto. Alle soglie dell’Umanesimo la conoscenza critica di autori antichi (filologia), permise di collegare i
dati delle fonti scritte, delle iscrizioni e delle monete con quelli offerti dai resti monumentali.
Dalla metà del XVIII secolo tra le rovine di Pompei ed Ercolano si erano avviati confusi scavi di corte,
ricerche indirizzate al recupero di oggetti intatti. Il passaggio da miniera di antichità a sito archeologico è
lento ma a Pompei può essere seguito nelle sue tappe fondamentali. Già negli anni del governo napoleonico
si era cominciato a delimitare il perimetro della città antica e si era tentata una programmazione delle
ricerche ponendo le premesse della centralità dello studio del sito anche in funzione della comprensione dei
reperti che ne scaturivano. Dopo l’Unità d’Italia, con Fiorelli alla direzione degli scavi, l’obiettivo principale
diventa la conoscenza della città stessa, a partire dal suo impianto urbano. Il livello archeologico cominciò a
essere raggiunto non più per pozzi e trincee ma asportando sistematicamente i diversi livelli eruttivi,
annotando la disposizione degli oggetti raccolti, consolidando sul posto quanto poteva consentire una
migliore percezione del monumento antico e rispettando le pareti dipinte.
Nell’Europa del pieno 800 il concetto di sito archeologico comincia a coincidere con il luogo della ricerca,
cioè quella porzione di territorio dove le vicende storiche avevano sepolto o lasciato parzialmente in vista le
tracce delle realtà strutturali del passato. L’archeologia diventa una scienza delle antichità, animata da
finalità storiche e basata su premesse filologiche.
Fonti. Ogni fonte è utile, purchè si tenti di interpretarla con il metodo che le compete. La raccolta e
interpretazione delle fonti documentarie, l’analisi delle cartografie storiche, lo studio della toponomastica
sono indispensabili come le ricognizioni, lo scavo e l’analisi dei dati della cultura materiale. I nomi dei luoghi
sono come fossili di un uso passato dello spazio, la rilevanza della toponomastica e della cartografia è
evidente in sé, così come è evidente quella delle fonti iconografiche, anche se sembra che queste fonti
debbano restare quasi esclusivo appannaggio di archeologi e storici dell’arte.
CAPITOLO 3 – IL SITO ARCHEOLOGICO NELLA TUTELA
I siti si producono e distruggono in continuazione, e l’uomo ne è la causa principale. Conoscere per tutelare.
Partendo da Roma, il suo rapporto con l’archeologia è connaturato alla storia stessa del sito: la sua
ininterrotta continuità di vita ha stratificato nel sottosuolo le tracce di civiltà che vi si sono succedute. Già in
passato esistevano siti-reliquie. Il Pons Sublicius, il primo ponte sul Tevere costruito secondo la tradizione
dal re Anco Marcio interamente in legno, era conservato integro nel corso dei secoli e ricostruito sempre con
la stessa tecnica. E oggi possiamo identificare con buona probabilità il luogo e l’edificio dove si conservava
la nave di Enea, che non era tanto un sito quanto un oggetto. Un sito era invece la presunta tomba di Enea,
presso Lavinio.
Già nel 1729 Montesquieu aveva osservato che si sarebbe dovuta fare una legge per la quale almeno le
principali sculture antiche di Roma avrebbero dovute essere considerate come opere immobili, tali che la
loro vendita potesse essere resa possibile solo se effettuata insieme alle case dove queste erano ospitate.
Su quella scia, Francesco Milizia avrebbe alzato la voce davanti allo smembramento del Sepolcro degli
Scipioni, privato degli oggetti mobili, iscrizioni e arredi, sia pure a beneficio delle collezioni vaticane. Sarà
negli anni del potere napoleonico che la questione verrà allo scoperto, esasperata nel momento delle
spoliazioni che colpirono le collezioni d’arte italiane in favore dei musei di Francia o delle svendite delle
opere d’arte. Sono gli anni in cui si gettano le basi della pratica della tutela. Si ebbe un graduale
ampliamento degli elenchi di oggetti da sottoporre alla tutela, la loro esportazione veniva concessa o negata
in base al criterio della loro unicità. Il divieto di eseguire scavi senza licenza era stato precoce, almeno nella
Roma Pontificia, e riguardava sia i luoghi pubblici che privati. Sistematico sarà l’intervento che effettuò
Bartolomeo Pacca, con cui si prevede, oltre al divieto di scavo senza licenza, il sopralluogo dell’autorità
competente, l’osservazione delle distanze da strade, edifici, mura, ruderi, l’obbligo di dichiarazione degli
oggetti rinvenuti, ma anche la denuncia del ritrovamento sottoterra d’ogni antico fabbricato onde prendere
sul medesimo le misure per ricavarne il disegno, il divieto di demolizione di muri e volte senza permesso, il
divieto di rimozione delle iscrizioni.
Negli anni in cui ebbe la direzione degli scavi di Pompei, Fiorelli tentò di istituire all’interno della città la
prima scuola di archeologia, che però non decollò mai. Aprì allora al pubblico gli scavi, fino a quel momento
condotti come scavi di corte, dietro il pagamento di un biglietto d’ingresso, il segnale che il patrimonio
sepolto era un bene collettivo, gli scavi erano quindi di tutti.
CAPITOLO 4 – IL SITO ARCHEOLOGICO NELLA VALORIZZAZIONE
Nella gestione della tutela la preminenza viene accordata alla conservazione, che è la premessa di qualsiasi
scelta di valorizzazione. Nel passaggio dalla conservazione alla valorizzazione ci troviamo in presenza del
binomio conservare/distruggere, poiché ogni operazione di dissotterramento è un’operazione due volte
distruttiva, perché distrugge ciò che indaga smontandolo e perché espone al degrado i resti che decide di
non smontare. Il termine valorizzazione implica un punto di osservazione che si fa carico anche del versante
economico del bene culturale, ma implica anche una riflessione sul concetto di valore, non necessariamente
economico. Il valore di un sito archeologico si definisce mediante criteri diversificati, che prendono in
consideraz