CAPITOLO 1
Iconografia--> ramo della storia dell’arte che si occupa del soggetto o significato delle opere d’arte,
in quanto contrapposto alla forma di esse. Cerchiamo di definire la distinzione tra soggetto o
significato da un lato, forma dall’altro.
Quando un conoscente mi saluta per la strada togliendosi il cappello , ciò che vedo da un punto di
vista formale altro non è se non il mutamento di certi dettagli entro una configurazione che fa parte
di un generale tessuto di colori, linee e volumi, costituente il mio universo visuale. Quando
identifico tale configurazione i quanto oggetto (un signore), e il mutare di un dettaglio in quanto
evento (togliersi il cappello), ho già oltrepassato i limiti della percezione puramente formale e sono
penetrato in una prima sfera di soggetto o significato. Il significato così percepito possiede una
natura elementare e facilmente comprensibile, e lo denomineremo significato fattuale; lo si coglie
semplicemente identificando certe forme visibili con certi oggetti a me noti in base alla mia
esperienza pratica.
Dal modo in cui il mio conoscente esegue quell’atto potrò essere in grado di avvertire se è di
buono o di cattivo umore, e se i suoi sentimenti verso di me sono indifferenti, ostili o amichevoli.
Queste sfumature psicologiche investiranno i gesti del mo conoscente di un significato ulteriore,
che chiameremo espressivo. Esso differisce dal significato fattuale nel senso che lo si coglie non
per semplice identificazione, ma per “empatia”.
Significato fattuale e espressivo potranno classificarsi insieme: costituiscono la classe dei
significati primari o naturali.
Quando interpreto il togliersi il cappello come un saluto cortese, vi riconosco un significato che
potremmo chiamare secondario o convenzionale; esso differisce da quello primario o naturale nel
senso che è intelligibile anziché sensibile, e nel senso che è stato assegnato consapevolmente
all’azione pratica mediante la quale viene trasmesso.
L’atto del mio conoscente può rilevare tutto ciò che concorre a costituire una “personalità”. Tale
personalità è condizionata dal suo essere uomo del xx secolo, dal suo background nazionale,
sociale e culturale, dalla sua precedente storia biografica e dall’ambiente in cui egli attualmente si
trova.
Il significato così scoperto può denominarsi significato intrinseco o contenuto; esso ha carattere
essenziale, mentre i due altri tipi di significato, quello primario o naturale e quello secondario o
convenzionale, sono fenomenici.
Trasferendo i risultati di questa analisi dalla vita quotidiana all’opera d’arte, possiamo distinguere
nel soggetto o significato di essa i medesimi tre strati:
♣ SOGGETTO PRIMARIO O NATURALE, articolato in FATTUALE ed ESPRESSIVO. Lo
si coglie identificando le pure forme (certe configurazioni di linee e di colori, o certe
masse peculiarmente configurate di bronzo o di pietra) come rappresentazioni di
oggetti naturali quali esseri umani, animali, piante, case, utensili e così via;
identificandone le mutue relazioni come eventi; e percependo caratteristiche espressive
quali il carattere luttuoso di un gesto. Il mondo delle pure forme così riconosciute come
portatrici di significati primari o naturali potrà denominarsi il mondo dei motivi artistici.
♣ SOGGETTO SECONDARIO O CONVENZIONALE. Lo si coglie rendendosi conto che
una figura maschile con un coltello rappresenta san Bartolomeo, che una figura
femminile con una pesca in mano è una personificazione della Veracità. Ciò facendo
colleghiamo motivi artistici e combinazioni (composizioni) di motivi artistici con temi o
concetti. I motivi così riconosciuti come portatori di un significato secondario o
convenzionale possono chiamarsi immagini, e le combinazioni d’immagini sono quanto
gli antichi teorici dell’arte definivano “invenzioni”: le indichiamo di solito come storie e
allegorie. L’identificazione di tali immagini, storie e allegorie è il campo di studio
dell’iconografia nel senso più ristretto del termine. In realtà, allorché parliamo
disinvoltamente di “soggetto contrapposto a forma”, intendiamo principalmente la sfera
del soggetto secondario o convenzionale, cioè il mondo dei temi o concetti specifici che
si manifestano in immagini, storie e allegorie, in quanto opposto alla sfera del soggetto
primario o naturale che si manifesta nei motivi artistici.
♣ SIGNIFICATO INTRINSECO O CONTENUTO. Lo si coglie accertando quei principî
interni che evidenziano l’atteggiamento fondamentale di una nazione, di un’epoca, di
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una classe, di una convinzione religiosa o filosofica: principî che una singola personalità
inconsapevolmente qualifica e condensa in una singola opera. Un’interpretazione
davvero esauriente del significato intrinseco, o contenuto, potrebbe persino mostrare
che i procedimenti tecnici caratteristici di un certo paese, periodo o artista sono
sintomatici del medesimo atteggiamento fondamentale che si rinviene in tutte le altre
modalità specifiche del suo stile. Nel concepire così le pure forme, i motivi, le immagini,
le storie e le allegorie come manifestazioni di principî più interni, interpretiamo tutti
questi elementi come quelli che Ernst Cassirer ha chiamato valori “simbolici”. La
scoperta e l’interpretazione di questi valori “simbolici” (generalmente sconosciuti allo
stesso artista, e che possono persino differire in modo radicale da quanto
consciamente egli intendeva esprimere) è l’oggetto di quanto può chiamarsi iconografia
in senso profondo: di un metodo d’interpretazione che sorge come sintesi più che come
analisi. E come l’identificazione corretta dei motivi è il requisito preliminare di una
corretta analisi iconografica nel suo senso più ristretto,l’analisi corretta delle immagini,
delle storie e delle allegorie è il requisito preliminare di una corretta interpretazione
iconografica in senso più profondo: salvo che si abbia a che fare con opere d’arte tali,
che in esse l’intera sfera del soggetto secondario o convenzionale sia eliminata, e si
punti ad una transizione diretta dai motivi del contenuto, com’è il caso della pittura
paesaggistica, della natura morta e della pittura di genere europea.
Come si giunge ad una corretta descrizione preiconologica, e ad una corretta analisi iconografica
in senso ristretto, con lo scopo ultimo di attingere il significato intrinseco o contenuto?
♠ Nel caso di una descrizione preiconografica, che resti entro i confini del mondo dei
motivi, la questione appare semplice. Gli oggetti ed eventi la cui rappresentazione
mediante linee, colori e volumi costituisce il mondo dei motivi si possono identificare
sulla base dell’esperienza pratica.
Una descrizione preiconografica Visione dei Magi di Roger van der Weyden al Museo di
Berlino (figura 1) dovrebbe evitare termini come “Magi”, “Bambino Gesù” e così via. Ma
dovrebbe menzionare il fatto che l’apparizione di un bambino ha luogo in cielo. Ora,
come sappiamo che questo bambino in cielo è inteso come apparizione? La
supposizione non risulterebbe provata a sufficienza se notassi che egli è cinto di un
alone di raggi dorati, poiché aloni consimili si osservano frequentemente nelle
rappresentazioni della Natività, ove il Bambino Gesù è reale. Che il bambino nel quadro
di Roger sia concepito come apparizione può dedursi soltanto dal fatto addizionale che
si libra a mezz’aria. L’unica ragione valida per la nostra supposizione è il fatto che è
raffigurato nello spazio, senza alcun visibile sostegno.
Figura 1
2
♠ L’analisi iconografica , occupandosi di immagini, storie ed allegorie anziché motivi,
presuppone, molto di più che quella familiarità cin gli oggetti e gli eventi che acquisiamo
per esperienza pratica. Presuppone una familiarità con temi o concetti specifici quali
sono trasmessi dalle fonti letterarie, siano esse acquisite medianti pertinenti letture, o
per tradizione orale. Un aborigeno australiano sarebbe incapace di riconoscere il
soggetto dell’Ultima Cena; per lui, il quadro trasmetterebbe unicamente l’idea di un
desinare alquanto animato. Per comprendere il significato iconografico del quadro
dovrebbe essersi familiarizzato con il contenuto dei Vangeli. Ma, mentre una familiarità
con temi e concetti specifici trasmessi attraverso fonti letterarie è materiale
indispensabile e sufficiente per un’analisi iconografica, non ne garantisce l’esattezza. Ci
è altrettanto impossibile fornire una corretta analisi iconografica applicando
indiscriminatamente ai motivi le nostre conoscenze letterarie, quanto fornire una
corretta descrizione preicononografica applicando indiscriminatamente alla forme la
nostra pratica esperienza. Un quadro del pittore seicentesco veneziano Francesco
Maffei, che rappresenta una donna, bella e giovane con una spada nella mano sinistra
e nella destra un piatto da portata, su cui posa il capo di un uomo decapitato (figura 3),
è stato pubblicato come ritratto di Salomè col capo di Giovanni Battista. Abbiamo due
fonti letterarie applicabili al nostro quadro con uguale diritto e uguale incoerenza. Se lo
interpretiamo cose ritratto di Salomè, i testi rendono conto del piatto ma non della
spada; se lo interpretiamo come ritratto di Giuditta, i testi rendono conto della spada,
ma non del piatto. Nel presente caso dovremo domandarci se, prima che Francesco
Maffei dipingesse il suo quadro, esistessero ritratti che rappresentano indiscutibilmente
Giuditta, con ingiustificabili piatti; oppure ritratti che ritraessero indiscutibilmente
Salomè, con ingiustificabili spade. Ed ecco, incontriamo in Germania e nell’Italia
settentrionale, diversi quadri cinquecenteschi che dipingono Giuditta con un piatto;
esisteva un tipo di “Giuditta con piatto”, ma non esisteva nessun tipo di “Salomè con
spada”. In base al che possiamo sanamente concludere che anche il quadro di Maffei
rappresenta Giuditta e non Salomè. Figura 3
♠ L’interpretazione del significato intrinseco o contenuto, nell’occuparsi di quanto abbiamo
definito valori “simbolici” anziché di immagini, storie ed allegorie, esige qualcosa di più
che familiarità con temi o concetti specifici quali sono trasmessi dalle fonti letterarie.
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Quando intendiamo impadronirci di questi principî fondamentale, che sottendono la
scelta e la presentazione di motivi, nonché la produzione ed interpretazione di
immagini, storie ed allegorie, e che conferiscono significato anche alle disposizioni
formali ed ai procedimenti tecnici impiegati, non possiamo sperare di scoprire un
singolo testo che si adatti tanto a questi principî fondamentali. Tuttavia, quanto più
soggettiva ed irrazionale è questa fonte d’interpretazione, tanto più sarà necessaria
l’applicazione di quei correttivi e di quei controlli che si sono mostrati indispensabili ove
si trattava soltanto di un’analisi iconografica in senso ristretto, o anche di una
descrizione preiconografica. Se persino la nostra esperienza pratica e la nostra
conoscenza delle fonti letterarie può ingannarci quando è applicata indiscriminatamente
alle opere d’arte, quanto più pericoloso sarebbe affidarci alla nostra pura e semplice
intuizione! Perciò, come la nostra esperienza pratica doveva sottoporsi al controllo di
una comprensione profonda del mondo in cui, in condizioni storiche variabili, oggetti ed
eventi venivano espressi mediante forme; e come la nostra conoscenza delle fonti
letterarie doveva sottoporsi al controllo di una comprensione profonda del modo in cui,
in condizioni storiche variabili, temi e concetti specifici veniva espressi mediante oggetti
ed eventi (storia dei tipi); così la nostra intuizione sintetica dev’essere controllata da una
comprensione profonda del modo in cui, in condizioni storiche variabili, le tendenze
generali ed essenziali della mente umana si sono espresse mediante temi e concetti
specifici.
Concludendo: quando intendiamo esprimerci con estremo rigore dovremo distinguere fra tre strati
di soggetto o significato, tra i quali quello inferiore viene solitamente confuso con la forma, mentre
il secondo è dominio privilegiato dell’iconografia nel suo senso ristretto. A qualsiasi livello ci si
muova, le nostre identificazioni ed interpretazioni dipenderanno dal nostro bagaglio personale, e
andranno corrette e controllate mediante la comprensione profonda dei processi storici, la somma
totale dei quali si può chiamare tradizione.
2.
Volgendoci ora dai problemi dell’iconografia in generale al problema particolare dell’iconografia
rinascimentale, saremo ovviamente molto interessati a quel fenomeno da cui derivò il nome stesso
di Rinascimento: la rinascenza dell’antichità classica. I primi scrittori italiani di storia dell’arte, come
Lorenzo Ghilberti, Leon Battista Alberti e specialmente Giorgio Vasari, ritennero che l’arte classica
fosse stata abbattuta agli inizi dell’era cristiana, e che non fosse risorta finché non servì a gettare
le fondamenta dello stile rinascimentale. Le ragioni di quella rovina erano state le invasioni
barbariche e l’ostilità del clero e dei padri paleocristiani.
Così pensando quei primi autori avevano contemporaneamente torto e ragione.
Torto: in quanto non si era avuta, durante il medioevo, una rottura completa con la tradizione. Le
concezioni classiche, letterarie, filosofiche, scientifiche ed artistiche erano sopravvissute attraverso
i secoli, particolarmente dopo essere state deliberatamente rimesse in auge sotto Carlomagno ed i
suoi seguaci.
Giusto: in quanto l’atteggiamento generale nei riguardi dell’antichità era fondamentalmente
cambiato quando ebbe inizio il movimento rinascimentale.
Il medioevo non fu affatto cieco ai valori visuali dell’arte classica e si interessò profondamente ai
valori intellettuali e poetici della letteratura classica. Ma è significativo che i motivi classici non
fossero impiegati per la rappresentazione dei temi classici mentre, per converso, i temi classici non
trovavano espressione per mezzo dei motivi classici.
Ad esempio, sulla facciata di San Marco a Venezia possono vedersi due ampi rilievi di uguale
dimensione: il primo è opera romanda del III secolo d.C., il secondo è stato realizzato a Venezia
quasi esattamente mille anni dopo. (figure 5 e 6). I motivi sono talmente simili che si è costretti a
supporre una copia deliberata da parte dello scultore medievale, per riprodurre un complemento
esatto dell’opera classica. 4 Figura 6
Figura 5
Nell’arte italiana e francese del XII e del XIII secolo troviamo gran numero di simili casi; vale a dire,
di prestiti diretti e intenzionali di motivi classici, mentre i temi pagani si trasformano in temi cristiani.
Ancor più frequenti di simili copie sono gli esempi di una sopravvivenza continua e tradizionale dei
motivi classici, alcuni tra i quali furono usati successivamente per una vasta gamma di immagini
cristiane.
Di norma tali reinterpretazioni venivano favorite o persino suggerite da una certa affinità
iconografica; quando ad esempio si impiegava la figura di Orfeo per rappresentare Davide, o si
adottava il tipo di Ercole trascinante Cerbero fuori dall’Ade per dipingere Cristo che trae Adamo
fuori dal Limbo. Ma vi sono casi in cui la relazione tra il prototipo classico e il suo adattamento
cristiano è relazione puramente compositiva.
Enea e Didone sono raffigurati come un’elegante coppia medievale che gioca a scacchi, oppure
possono apparire come un gruppo che rassomigli al profeta Nathan davanti a Davide, anziché ad
un eroe classico dinanzi alla sua amante (figura 7).
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Quando ci domandiamo la ragione di questa separazione curiosa tra motivi classici investiti di
significato non classico, e temi classici espressi mediante figure non classiche in disposizioni non
classiche pure esse, la risposta più ovvia sembra consistere nella differenza tra tradizione
rappresentativa a tradizione testuale. Gli artisti che impiegavano il motivo di un Ercole per offrire
un’immagine di Cristo, oppure il motivo di un Atlante per offrire le immagini degli Evangelisti
(figura 9- 12), agivano sotto l’impressione di modelli figurativi che avevano dinanzi agli occhi, sia
che copiassero direttamente un monumento classico, sia che imitassero un’opera più recente
derivata da un prototipo classico attraverso una serie di trasformazioni intermedie
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Tutto ciò è verissimo, e la tradizione testuale attraverso la quale la conoscenza dei temi classici,
particolarmente dei temi di mitologia classica, si trasmise e resistette durante l’Età di Mezzo è della
massimo importanza, non soltanto per l medievalista ma anche per lo studioso dell’iconografia
rinascimentale. Poiché, persino nel Quattrocento italiano, fu da questa tradizione complessa e non
di rado assai corrotta che molti trassero le proprie nozioni di mitologia classica e dei soggetti
relativi.
Limitandoci alla mitologia classica, gli itinerari percorsi da questa tradizione possono delinearsi
come segue.
I filosofi greci più tardi avevano già preso ad interpretare gli dèi e i semidei pagani come pure
personificazioni vuoi di forza naturali, vuoi di qualità morali, ed alcuni erano giunti al punto di
spiegarseli come esseri umani ordinari successivamente divinizzati.
Nell’ultimo secolo dell’impero romano tali tendenze si erano grandemente rafforzate.
Mentre i Padri cristiani si ingegnavano di dimostrare che gli dèi pagani erano o illusioni o
demoni maligni, il mondo pagano in se stesso era ormai tanto estraniato alle proprie divinità
che il pubblico colto doveva ricorrere alla lettura, nelle enci
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