Il nuovo museo: origini e percorsi
Prefazione di Daniele Jalla
La prima cosa che colpisce di questa antologia sono le date di pubblicazione dei suoi saggi. Le date sono lì a segnalare un dato incontrovertibile: l’esistenza di un palese differenziale tra i tempi e i modi del confronto museologico italiano e di quello del resto del mondo. La domanda che ci si pone allora è se e quanto questo differenziale vada letto semplicisticamente come ritardo. La spiegazione di questo oggettivo differenziale va ricercata nella peculiarità del sistema museale italiano, più antico, diramato e costitutivamente diverso da quello del resto del mondo.
Continuano ad essere pochi i museologi italiani presenti nei direttivi delle commissioni internazionali dell’ICOM e questo è un altro indiretto, sensibile indicatore dello scarso grado di internazionalità della nostra comunità museale. Ci differenzia e allontana dal mondo la storia stessa dei nostri musei, e prima ancora quella del collezionismo. Il grande dibattito che alla fine degli anni sessanta si era sviluppato un po' ovunque sul ruolo sociale del museo non pare aver toccato se non marginalmente e superficialmente l’Italia.
Sono stati necessari alcuni decenni perché l’alternativa tra “museo-tempio” e “museo-forum” influenzasse visibilmente il modo di essere e di fare dei nostri musei. Possiamo considerare questa insensibilità come un ritardo, quando al contrario il rinnovamento museografico degli anni del dopoguerra aveva posto l’Italia in una posizione di avanguardia dal punto di vista dell’architettura museale e dello stile degli allestimenti. La museologia italiana ha prestato ben poca attenzione a quanto accadeva nel resto del mondo e a riparare a questi danni aiuta la presente antologia, riproponendo questioni e temi di confronto.
Nella realtà delle classi disciplinari accademiche, prendiamo in considerazione le nozioni:
- Museologia
- Museografica
La prima risulta una disciplina ancillare rispetto alla storia e alla critica d’arte. Quanto alla seconda, si tratta di un ambito chiaramente riservato agli architetti, a tutela del monopolio loro riservato in tema non solo di architettura museale, ma anche degli allestimenti. Merito di questa antologia è innanzitutto restituire alla museologia la dignità di una disciplina complessa, che spazia necessariamente dal confronto sul senso stesso del museo alle forme che esso assume storicamente, strutturandosi in tipologie diverse.
Introduzione di Cecilia Ribladi
La popolazione parla e discute, il museo è l’orecchio in ascolto. Fra gli anni 1965-1970 i museologi più innovatori avevano perduto ogni illusione: il museo stava morendo malgrado gli sforzi ovunque compiuti per immaginare il suo futuro. Da questo disagio prende le mosse un processo di profondo rinnovamento. Nel 1971 il museologo Duncan F. Cameron denuncia il carattere elitario contraddittorio insito nel museo e introduce il concetto di museo-foro in contrapposizione al museo-tempio.
Sempre nello stesso anno l’ICOM indice una conferenza dal tema “Il museo al servizio dell’uomo: oggi e domani”. In quella sede John Kinard, direttore dell’Anacostia Neighborhood Museum, presenta l’avventura realizzata del “museo di quartiere”, istituzione che contrappone, alle tradizionali funzioni, uno spazio privo di collezione ma animato dal dialogo costante con la comunità. Il museo si pone effettivamente al servizio dell’uomo se si adopera in modo diretto a favore dell’uomo di oggi e di domani.
Si fa strada un nuovo pensiero: il museo diviene pertanto non più un’istituzione, bensì un processo di cambiamento che fa interagire nel tempo le persone e il patrimonio culturale. Parlando di innovazione nel contempo, nascono in Francia gli ecomusei in cui confluiscono le funzioni di conservazione del patrimonio e di tutela dell’ambiente. Georges Henri Rivière aggiorna il concetto di museo consentendo di inserire l’opera d’arte nel suo ambiente naturale e umano. Rivière è considerato, assieme con Hugues de Varine, padre fondatore del progetto “ecomuseo”.
- Un museo dell’uomo e della natura
- Un museo ecologico che fa riferimento al territorio
- Laboratorio permanente sul campo
- Strumento di informazione per la popolazione
Il museo d’arte contemporanea diviene anch’esso teatro di una profonda trasformazione. Gli inizi risalgono al 1966 in Francia, quando lo storico Pierre Gaudibert crea l’ARC, un nuovo organismo per avviare un ciclo di attività sperimentali mirate a trasformare il museo in luogo vivo con dibattiti e tavole rotonde alla presenza di artisti e critici. L’ondata di democratizzazione assume visibilità mondiale nel 1977 con la costruzione del Centre Georges Pompidou, il cui obiettivo dichiarato è quello di rendere accessibile la cultura al grande pubblico. Ha inizio quindi quel processo di desacralizzazione del museo.
Da allora il Pompidou funge da spartiacque tra il passato e il presente, ergendosi in opposizione al modello del museo elitario chiuso. In centro intende concentrare in sé le caratteristiche di tempio e di foro, rafforzando il rapporto con la città di cui esso vuole diventare catalizzatore sociale. L’espressione “nuova museologia” non ha un senso univoco, va fatta una distinzione tra:
- “Nouvelle muséologie”, in Francia, in cui il museo è una “scuola viva di contestazione” e che l’esigenza primaria è quella di aprirlo verso l’esterno per limare la distanza tra pubblico e collezioni.
- “New museology”, di scuola anglosassone, che dedica particolare attenzione verso pratiche politiche. Il nuovo modo di guardare al museo ha origine da un radicale riesame del ruolo dei musei all’interno della società.
La nuova museologia dimostra in modo definitivo che il museo è da sempre un luogo di controllo sociale e strumento di produzione del consenso. Carol Duncan (storica dell’arte) analizza l’uso politico che è stato fatto dei musei d’arte, rivelatisi straordinarie macchine per la definizione di identità. L’analisi dei meccanismi inerenti alle pratiche museali è dunque centrale nella nuova museologia. A differenza del collezionismo privato, l’esposizione nel museo è finalizzata a trasformare gli oggetti in simboli di identità culturale.
In un tale contesto espositivo gli oggetti divengono, oltre che opere d’arte o simboli di una certa cultura o società, anche elementi di una narrazione, costituendosi come parte di un filo di discorso che è esso stesso elemento di una più complessa rete di significati. In Europa le collezioni di oggetti non occidentali cominciano a formarsi nei musei intorno alla metà del XIX sec. Trascorreranno anni prima che le sezioni di etnologia siano separate dalle altre, poiché tali oggetti sono esposti soprattutto in quanto documentazione materiale della cultura “primitiva”.
Negli anni settanta (in coincidenza con il tramonto del colonialismo) i gruppi di origine non occidentale rivendicano la loro diversità e il diritto di riappropriarsi degli oggetti esposti nei musei, provenienti dalle loro culture. La problematicità sta nel fatto che il collezionismo di oggetti esotici è un processo intrapreso dalla società occidentale per costruire la propria identità culturale e gli oggetti di altre culture servono a ordinare la propria storia.
Se è possibile esporre in maniera neutra qualsiasi oggetto, nel caso di oggetti provenienti da altri contesti la situazione è più problematica per il fatto che ciò comporta una valutazione e un’interpretazione non soltanto degli oggetti selezionati ma anche della cultura da cui essi provengono. “Trasporre culture” appare dunque essere oggi il compito principale cui sono chiamati curatori e professionisti museali.
Prima parte: il museo nella società
Nascita della cultura di massa e crisi dell’istituzione
Il museo: tempio o forum di Duncan F. Cameron
I nostri musei hanno un grande bisogno di psicoterapia. La crisi odierna sta nel fatto che i nostri musei sembrano non sapere chi o che cosa sono. L’Art Gallery of Ontario di Toronto, non ha mai avuto dubbi sul proprio ruolo di museo di storia dell’arte e sede espositiva per l’arte moderna. Negli ultimi vent’anni è nato il problema di ospitare nuove forme d’arte ed è stato affrontato dal museo, decidendo di non essere più soltanto un luogo in cui esporre e interpretare per il pubblico opere di provata eccellenza; ha deciso di essere anche sede in cui ospitare creazioni inedite e sperimentali, con tutte le conseguenze del caso, buone o cattive che siano.
Molti musei di storia dell’arte, mettono in secondo piano il patrimonio del passato per fare posto alle sperimentazioni di oggi. Tentativi di definire il museo sono stati fatti praticamente da quando i musei sono nati, eppure non esiste ancora una definizione che soddisfi tutti. Per avvicinarmi al problema, parto dall’idea che collezionare è un comportamento universale e che questa stessa pratica continua ancora oggi, in modo più intimo e individuale. Fino a cento o tutt’al più duecento anni fa, le collezioni erano private e non esistevano musei pubblici, almeno quali li intendiamo noi oggi. Possiamo dire che le società occidentali hanno creato i musei pubblici soltanto da un secolo o poco più.
La faccenda è divenuta più complessa quando si è affermata una nuova idea: il museo democratico. Nel momento in cui le collezioni erano dichiarate pubbliche, erano diventate del visitatore e perciò dovevano avere un significato anche per lui. In tale modo il museo aveva istituzionalizzato la pratica individuale del collezionismo. La nascita di collezioni pubbliche ha dato luogo a due grandi problemi:
- I collezionisti e coloro che avevano la responsabilità di ordinare e allestire, appartenevano a un’élite di accademici e di curatori e quindi le collezioni pubbliche erano ordinate secondo modelli comprensibili soltanto a coloro che erano in grado di decifrare i sistemi scientifici.
- Il secondo è connesso al primo: le priorità riguardo all’esposizione è coincisa tendenzialmente con il sistema di valori della media borghesia.
Il museo, per un certo tempo, è stato il luogo in cui si poteva andare per mettere a confronto la propria percezione individuale della realtà con la visione cosiddetta oggettiva della realtà socialmente accettata e convalidata. Dal punto di vista sociologico, il museo ha una funzione molto più simile a quella della chiesa che non a quella della scuola. Ho affermato la validità del museo in quanto tempio e che i musei di questo tipo sono essenziali per la vita di ogni società che pretenda di essere civile. Tuttavia si possono addurre argomenti anche a favore della riforma del museo. Riferirsi alla riforma significa migliorarli e renderli più efficienti in quanto musei-tempio.
Il museo deve affermare con forza due criteri:
- Comprovata eccellenza
- Maggior oggettività possibile nella selezione, organizzazione e interpretazione dei materiali
I sistemi accademici di classificazione devono essere integrati da un’interpretazione fondata sull’esperienza e consapevolezza del pubblico. Compito particolare nella riforma dei musei è quello di ristabilire il rapporto tra le collezioni e la vita e la società contemporanee. I musei che non riescono a offrire un’interpretazione significativa delle collezioni si rendono colpevoli di una rappresentazione erronea, che distorce i fatti e incoraggia atteggiamenti pericolosi e distruttivi. Queste riforme sono necessarie per creare eguali opportunità di fronte alla cultura.
È evidente il reale, urgente bisogno di ripristinare nella nostra società l’istituzione del forum. È indispensabile creare nel contempo forum destinati al confronto, alla sperimentazione e al pubblico dibattito, poiché il forum è un’istituzione strettamente collegata al museo distinta da esso. In termini molto pratici e specifici propongo, non soltanto spazi espositivi e luoghi d’incontro aperti a tutti, ma anche programmi e fondi per coloro che aderiscono senza riserve alle più radicali innovazioni nelle forme dell’arte.
Molte istituzioni non possono decidere se essere un museo-tempio o diventare un forum pubblico. Purtroppo, l’idea di portare il forum all’interno del tempio ha l’effetto di inibire e praticamente castrare l’attività stessa del forum. Sta di fatto che i musei che tentano d’integrare le due funzioni sociologiche distinte sbagliano. L’errore è in parte dovuto al fatto che i musei sottraggono al forum vitalità e autonomia. Vi è un aspetto ancora più grave: accogliere nel museo attività inedite, tende a svalutare quelle che appartengono specificamente al museo.
Non c’è mai posto per la propaganda, in un museo. Invece, c’è sempre posto per l’educazione del pubblico. Tornando ai forum e ai templi, va sottolineata l’importanza dei rapporti organizzativi e funzionali. È opportuno che ognuno abbia la propria gestione e il proprio consiglio d’amministrazione. La cosa importante è che museo e forum siano riconosciuti in quanto nettamente distinti l’uno dall’altro. La distinzione deve essere altrettanto chiara negli intenti dei conservatori e dei direttori. In entrambi i casi, forum o museo, è necessario pensare anche alla questione dei visitatori potenziali e all’efficacia della comunicazione.
Tutto ciò porta alla conclusione, valida sia per il tempio sia per il forum, che se si vuole raggiungere il grande pubblico potenziale, si deve fare buon uso dei mass media. Si devono inoltre ideare iniziative più ampie e programmi da “esportare” al di fuori del museo, al fine di raggiungere l’intera comunità. Oltre la metà del pubblico potenziale non verrà né al museo né al forum. Saranno dunque museo e forum a dover raggiungere il loro pubblico. Là dove manca il forum, il museo-tempio diventa un ostacolo al cambiamento.
Intermediari tra il museo e la comunità di John Kinard
Il museo si pone in modo diretto a favore dell’uomo di oggi e di domani. I musei, pur essendo depositari di oggetti e documenti che testimoniano del progresso umano attraverso i tempi, oppongono resistenza al progresso. Le grandi verità storiche e scientifiche del passato non hanno alcun significato per l’uomo medio se non gli vengono presentate in rapporto con quanto accade ai giorni nostri.
I musei non possono continuare a essere al servizio soltanto di un’élite intellettuale. I musei devono accogliere il grido dell’uomo moderno che vuole vivere una vita migliore e conoscere la verità. Il museo ha il compito e la responsabilità di scoprire la verità, di raccogliere e analizzare dati e di interpretare i risultati così ottenuti per renderli comprensibili a tutti. Per richiamare l’attenzione delle masse, dobbiamo fare uso di ogni nuovo ritrovato che la tecnica ci mette a disposizione. Servono musei concepiti per assumersi dei rischi, per creare un ponte tra ricchi e poveri, tra individui istruiti e persone illetterate.
Anziché seguire i dettami delle passate generazioni, i nostri musei devono porsi all’avanguardia del cambiamento dunque è realistico chiedere loro di promuovere la nascita di un organismo che assuma la funzione di intermediario. Dal momento che questo organismo funge da intermediario tra il museo che gli ha dato vita e la comunità, dobbiamo definire precisamente a quali comunità facciamo riferimento. Le comunità sono complesse secondo modalità diverse e presentano problemi di diversa natura: culturali, economici, sociali, politici.
Il primo museo “intermediario” del mondo è nato, come estensione della Smithsonian Institution, nella piccola comunità di Washington chiamata Anacostia. Lo sforzo pionieristico della Smithsonian Institution rappresenta, forse, uno dei passi avanti più significativi che siano avvenuti nel mondo dei musei. Quando la Smithsonian ha annunciato di voler portare un museo in mezzo alla popolazione e ne ha messo in cantiere l’apertura, ha ricevuto richieste da parecchie comunità povere di Washington. La riuscita del progetto è dovuta anche ai leader della comunità di Anacostia che hanno accolto al volo l’opportunità che si offriva loro per dare nuovo impulso alla vita del territorio. Il museo di quartiere (neighborhood museum) nasce con lo scopo di offrire un servizio alla popolazione che vive nella zona in cui esso ha sede. Il museo di quartiere si dà il compito di analizzare la comunità e la sua storia. L’attenzione è focalizzata sui problemi, le speranze, le aspirazioni, i timori, le difficoltà, i sogni della comunità.
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